su coi pavesini

2 Settembre 2016 Nessun commento

Bellissima raccolta di saggi di Pavese sulla letteratura e altro, apparsi originariamente sotto forma di articoli per riviste culturali dell’epoca, oppure come prefazioni di romanzi. I saggi vanno dal 1930 al ’50 e sono fondamentali per capire molti aspetti culturali, nel senso piú ampio, che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra fino a oggi (o ieri, forse). Innanzitutto, i romanzi interessati dall’attenzione dell’autore sono soprattutto statunitensi, conseguenza forse della maggiore vitalità del panorama estero rispetto a quello italiano, depresso dal ventennio fascista. Chi scrive, naturalmente, non ha gli strumenti per giudicare nel merito la critica pavesiana, ma colpisce il fatto che accanto a scrittori ancora oggi di primaria importanza (quali Whitman, Edgar Lee Masters, etc.) ve ne siano altri che oggi sono del tutto misconosciuti, o quantomeno considerati di secondo piano (Caldwell, Sherwood Anderson, etc.). Una chicca vera e propria è data dalla sequenza di brani, separati cronologicamente di diversi anni, che riguardano l’Antologia di Spoon River, inizialmente letta direttamente in edizione originale da Pavese, con proprie traduzioni a corredo per presentarla al lettore italiano, e successivamente oggetto della prefazione alla prima edizione tradotta dall’allora sconosciuta Fernanda Pivano. Se già a questo punto si può capire l’importanza di una personalità come Pavese nel costruire la cosiddetta egemonia culturale della sinistra italiana nel secondo dopoguerra, in quanto editor dell’Einaudi attento ad un ambito culturale fortemente interessato — oltre che allo stile — al rispecchiamento della vita reale nella letteratura, è nella seconda parte di questa raccolta, meno incentrata su libri e autori ma su concetti piú generali — quali una riflessione sullo spostamento a sinistra degli intellettuali dopo il ’45, o un’altra che recensisce il libro X sulla battaglia partigiana salutandolo quale primo rappresentante di vero valore letterario rispetto a quelli usciti fino ad allora che avevano unicamente senso in quanto memorie di testimonianza — che riconosciamo nell’azione culturale di Pavese l’incipiente, e sacrosanta, appropriazione da parte della Sinistra della cultura italiota del secondo Novecento (ormai lasciata ad altri, o a nessuno).

il mio nome è Ruscello

21 Agosto 2016 Nessun commento

L’arco temporale narrato in “Mein Name ist Bach” è all’incirca di una settimana, quella corrispondente al viaggio intrapreso nel 1747 dal vecchio Johann Sebastian, dal figlio Wilhelm Friedemann e dalla figlia Johanna a Potsdam, alla residenza del principe Federico II di Prussia, presso la cui corte operava già il figlio Carl Philip Emanuel (oltre a Joachim Quantz). Ad occhio e croce la rappresentazione è un po’ esasperata ad arte, specialmente nel rapporto altero tra il principe e il J.S. Bach, la cui richiesta di elaborazione del celebre tema regio alla base della Musikalisches Opfer è dettato da una vera e propria sfida, e non semplicemente da una umile richiesta, quale doveva effettivamente essere, da parte di un compositore dilettante al grande Giovanni Sebastiano. Ma, come dicevamo, il tono viene esaltato soprattutto per mettere in campo la rete di rapporti paterni e filiali incrociati dei quali è intessuta la trama. Federico pare infatti rivalersi su suo padre (che fece uccidere il suo migliore amico) per interposta persona bachiana, mentre il primogenito Wilhelm Friedemann, scapestrato e modaiolo, è messo in contrasto col buon padre di famiglia Carl Philip Emanuel. Tutto sommato un film guardabile — ed anche utile, per l’allargamento della visuale storica che ci dà di un personaggio come Bach, considerato sempre soprattutto dal punto di vista astrattamente musicale — ricco di informazioni piuttosto attendibili, con l’aggiunta delle immancabili licenze poetiche per stuzzicare il pubblico generalista — quali il supposto flirt tra la moglie di Federico e Wilhelm Friedemann, o le tendenze omosessuali del primo — concessioni allo stile all’americana che tuttavia pare non siano state sufficienti a consentire che il film fosse ritenuto degno di commercializzazione anche in Italia.

2003, scritto e diretto da un certo Dominique de Rivaz, interpretato da Vadim Glowna, Jurgen Vögel e altri attori crucchi.

Studio Azzurro

5 Agosto 2016 Nessun commento

Bisogna armarsi di pazienza per visitare la retrospettiva dedicata ai lavori dello Studio Azzurro: sono infatti necessarie almeno quattro ore buone per ripercorrerne la sterminata sperimentazione artistico-visuale, che va dai primi anni Ottanta fino ai giorni nostri. All’inizio l’attenzione era puntata verso la novità invadente della tv a colori (sono gli anni di Videodrome di Cronenberg, per capirsi), quindi avevano grande rilevanza la percezione, l’illusione ottica, la simultaneità, il montaggio, etc. Via via il video tv viene messo sempre piú in secondo piano per lasciare lo spazio al teatro e all’immagine in movimento totale, con applicazioni nel campo dell’interazione col fruitore, fino ad arrivare ad una maturazione contenutistica che porta il trio di autori verso tematiche sociali rilevanti della contemporaneità. Da non perdere.

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il segno Zeichen

1 Agosto 2016 Nessun commento

Il format, ormai consolidato da secoli, è quello del viaggiatore erudito che si aggira per i paesaggi italici, dispensando osservazioni intelligenti su ciò che va percorrendo con lo sguardo (Goethe, Stendhal, e chi piú ne ha etc. etc.) oppure, se si vuole, la sua versione piú recente fornita da Piovene, o da Nanni Moretti in giro per la capitale in Vespa, o da Gianni Celati per la Bassa Padana. In questo caso tocca al compianto Valentino Zeichen aggirarsi per la Città Eterna, sulla scorta di un suo precedente libro di poesie dal titolo meravigliosamente struggente (“Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio”, parafrasi di un verso di Omar Khayyam). Il cofanetto commercializzato dall’editore Fazi contiene, oltre al libro già citato, un dvd con un film di una 40ina di minuti di durata, per la regia di tal Filippo Carli, che ci conduce assieme al buon Zeichen per luoghi ultranoti di Roma, raccontatici come se il poeta trovasse lí per lí le parole per descrivere aspetti sempre in controtendenza rispetto alla visione che può avere il turista (ma non ci saremmo aspettati di meno, naturalmente), ed è proprio il tono improvvisato e allo stesso tempo intelligente che fa della poiesis di queste passeggiate una delle cose migliori tra le ultime che Zeichen ci ha lasciato.

p.s.: negli extra si trova un gironzolamento ai giardini di Villa Borghese dove si raccontano aneddoti personali e di famiglia, e un “messaggio all’Universo” pronunciato dalla baracca nella quale Zeichen ha vissuto per gli ultimi trent’anni.

Fazi editore, dvd + libro, 28 euri

anna e marco

29 Luglio 2016 Nessun commento

Niente di male: il buon Matthieu Mantanus (direttore d’orchestra, pedagogo musicale e presentatore televisivo) traveste da romanzo quella che in realtà è una dissertazione sulla storia e l’estetica della Musica, un dialogo platonico tra due giovani — una rockstar e una musicista di formazione classica — che ha lo scopo evidente di mescolare i generi e si propone di avvicinare i ggiovani alla conoscenza della musica classica. Peccato che la parte romanzata sia ridotta a mero filo conduttore e sia scritta in modo molto elementare, stucchevole oltremisura, e piena di buoni sentimenti e luoghi comuni, decisamente insoddisfacente per un qualsiasi lettore di romanzi, il che fa sospettare che il testo in origine fosse destinato al pubblico infantile e successivamente scivolato a qualche piano piú alto in termini di pretenziosità. Niente di male, ripetiamo: ci sono spunti interessanti anche per chi sul tema ne sa qualcosa di piú, ma esercizi del genere possono risultare validi sotto l’egida di autori di piú chiara fama, che per la legge dei grandi numeri possono raggiungere un vasto pubblico generalista, altrimenti risultano interessanti per poche persone di buona lena nella lettura, specialmente di età molto giovanile, infantile quasi, ai quali sarebbe stato meglio destinare questo testo, in una collana under 18, magari.

Mondadori, 140 pagine, 18 euri

Berta filava

25 Luglio 2016 Nessun commento

Librettino che raccoglie tre brevi prefazioni per altrettanti cataloghi d’arte dedicati postumi alla Morisot, scritte rispettivamente da Mallarmé e da Valéry (2). Mallarmé aveva conosciuto personalmente la pittrice impressionista, e la sua prosa vaga e complicatissima restituisce un ritratto mondano che pare annebbiato dai fumi dell’oppio. Valéry invece ne era un lontano parente, lei era tipo sua zia di secondo grado, e si dedica maggiormente alla descrizione della sua pittura.

Castelvecchi editore, 60 pagg., 9 euri

M&Ms

5 Luglio 2016 Nessun commento

Scioccato dal suicidio rituale di Mishima di un paio d’anni prima, il buon Enrico Mugnaio butta giú queste poche paginette, divise in due sezioni, nella prima delle quali ragiona sulle motivazioni che secondo lui potrebbero aver condotto lo scrittore nipponico verso una fine cosí raccapricciante, giungendo ad una conclusione abbastanza banale, ovvero Mishima sarebbe stato espressione esemplare dello spirito giapponese, dedito al sacrificio del dovere e alla mancanza di senso dell’umorismo (è facile leggere qui un riflesso negativo della competitività economica fra Giappone e USA di quegli anni). Resosi conto di aver scritto niente piú di una pirlata il buon Miller ha pensato poi di aggiungere un seguito sotto forma epistolare, indirizzata direttamente al fu-collega del sol levante, un monologo nel quale allarga un po’ il discorso in senso filosofico, ma che in definitiva, malgrado questa appendice, non riscatta del tempo perso per leggerlo.

Feltrinelli, 46 pagg, 6,50 euri.

golpi di scena

1 Luglio 2016 Nessun commento

Film inscrivibile nel filone del cinema civile socialmente impegnato italiano, a metà tra realismo e docu-fiction. Anche stilisticamente si pone ad un crocevia tra la pura e asettica ricostruzione dei fatti (di Le mani sulla città, 1963, per es.) e la ricerca dell’effettaccio emotivo basato sul realismo (Mondo Cane, 1962). Filo conduttore è il ruolo della CIA nei golpi o golpetti vari che dagli anni 50 ai Settanta rovesciarono le governance di varie nazioni estere in modo favorevole agli USA. Si parte dai casi meno noti del Congo e del Guatemala negli anni Cinquanta, passando dall’uccisione di Che Guevara, per arrivare alla strage di piazza Fontana (il caso Pinelli/Calabresi in primo piano, con relativo ammazzamento reciproco, con Calabresi che fa una pessima figura, a tre anni dal suo assassinio, notare bene), fino a descrivere un caso molto recente, all’epoca, come il golpe di Pinochet in Cile, con torture a destra e a manca (qui ricorda molto Garage Olimpo di Marco Bechis, ante litteram).

1975, scritto e diretto da Giuseppe Ferrara, con Mariangela Melato, Riccardo Cucciolla, Lou Castel e altri.

Restituzioni

27 Giugno 2016 Nessun commento

MILANO – Gallerie d’Italia: “La bellezza ritrovata”. Simpatica iniziativa mecenatistica che il gruppo Intesasanpaolo intraprende ormai da quasi un trentennio, forse per farsi perdonare il ladrocinio verso il piccolo risparmiatore che ogni banca inevitabilmente perpetra da che mondo è mondo. Attraverso il progetto “Restituzioni” (del maltolto?) la banca suddetta si incarica di restaurare a proprie spese opere d’arte, o archeologiche, appartenenti al patrimonio pubblico o privato (in questo secondo caso si tratta prevalentemente di pale d’altare et similia). Presso le Gallerie d’Italia di Milano vengono esposte le opere trattate nell’edizione 2016, tra le quali si trovano alcuni pezzi celeberrimi e interessantissimi (il Cavaliere di Malta di Caravaggio, la Resurrezione di Rubens, il gruppo Cavaliere a cavallo con sfinge proveniente da Locri/Museo Archeologico di Reggio Calabria) oltre ad una serie numerosa di altre opere comunque molto interessanti e valevoli il restauro, che in molti casi è illustrato a latere con un video che ne documenta l’intervento da parte del restauratore e ne spiega le modalità. Tutto molto bello, anche considerato il prezzo del biglietto (3 euro con tessera Coop), che oltre ai capolavori restaurati permette di vedere la collezione permanente delle Gallerie e (in quest’occasione?) i 33 Quaderni del carcere di Gramsci e due grandi quadri sul tema, di Guttuso (I funerali di Togliatti e un altro di soggetto garibaldino).

Gaetano Gandolfi – Martirio di San Pantaleone e San Giorgio e il drago (1782), tempera su tela, cm 332 x 209, Napoli, Monumento Nazionale dei Girolamini, chiesa, cappella dei Santi Pantaleone e Giorgio

Categorie:arte Tag:

scavezzacollo

22 Giugno 2016 Nessun commento

Ennesimo reset di tutte le testate Marvel per accalappiare nuovi polli. Nel caso di Devil — diventato Daredevil per uniformarsi al merchandising internazionale di film, serial tv e pupazzetti vari — in effetti, le novità paiono essere ben poche, quantomeno se paragonate al buon vecchio Thor, che subisce addirittura una mutazione di genere (nelle vesti della segretaria del dottor Blake, nientedimeno). Le storie di Devil già da molto tempo, insieme a quelle del nuovo Occhio di Falco, sono l’ultimo baluardo realistico della produzione Marvel, lontane dal pupazzettismo grafico che ormai caratterizza molti supereroi, e in genere ruotano attorno all’aspetto legal-thriller (Matt Murdock è passato da avvocato a pubblico ministero), e il taglio è decisamente urbano e realistico (l’amico di sempre, Foggy Nelson, è malato di cancro) e in questo ciclo il tema trattato di sguincio è quello dell’immigrazione, dissimulata nella variante cinese, ma le riflessioni che si fanno portano a fattori piú generali. Dal punto di vista visuale, in questo periodo almeno, dopo varie sperimentazioni siamo tornati dalle parti della solida caratterizzazione data a suo tempo dal duo Miller-Janson, con influenze dallo stile di John Romita jr., che ben si adatta alle atmosfere noir delle storie.

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non tocchiamo quel tasto

20 Giugno 2016 Nessun commento

Un documentario un po’ triste sulla Martha (inter)nazionale girato dalla figlia Stefania, avuta dal primo matrimonio (primo di tre o quattro) con un altro musicista (tal Vattelappesca Vattelappeschi), intervistato anche lui. Triste perché nonostante ci faccia conoscere la pianista elvetico-argentina (?) quale fu da giovine, il tutto è ammantato da una cappa di tristezza, dovuta in gran parte alla depressione di cui la pianista ortonima soffre evidentemente da molti decenni. Abbastanza inutile, in fondo, basta ascoltarne la musica.

Categorie:Classica, Musica Tag:

people from Ibiza

14 Giugno 2016 Nessun commento

Un giovane teutonico si reca a Parigi a fare il fricchettone e conosce una bionda che lo porta a Ibiza e lo inizia alle gioie di sex drugs & rockn’roll (anzi, piú che r&r si tratta della musica psichedelica della colonna sonora dei Pin Floy), poi lei lo molla e lui si fa una overdose di eroina e ciao. Una storia di genere quasi esclusivamente a due, un uomo e una donna, i cui antecedenti si possono cercare nella filmografia di Bergman, oppure in “Hiroshima Mon Amour”, ma in cui giocoforza si riconoscono il road-movie, con la sua libertà fricchettonesca, e la poetica dell’incomunicabilità di Antonioni, secondo un appiattimento relazionale di cui la droga è allo stesso tempo effetto e causa, aspetto d’altro canto esplicitamente dichiarato per via della citazione del paesaggio roccioso dell’isola, come nell’Avventura, altro film in cui un uomo e una donna “non si trovano”).

1969, regia di Barbet Schroeder, sceneggiatura di B.S. e Paul Gégauff, con Mimsy Farmer e Klaus Grünberg, musica dei Pin Floy

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ritts

25 Maggio 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo della Ragione: “Herb Ritts. In equilibrio”. Prima grande retrospettiva (così dicono) dedicata ad Herb Ritts, fotografo anni 80-90, a metà (in equilibrio, appunto) tra la fotografia d’arte e quella piú glamour al servizio della moda e dello star system. Ritroviamo, infatti, molte delle immagini ormai divenute icone, tratte dal mondo della musica (la copertina di “True Blue” di Madonna, per es.) o semplicemente fotoritratti di attori del cinema, fotomodelle, etc. Per quanto riguarda la sua produzione svincolata dalla committenza Ritts prediligeva il bianco e nero e si ispirava all’estetica spartana di fotografi del primo Novecento (del tipo Tina Modotti) oppure alla ricerca scultorea formale attorno al corpo culturistico maschile (in questo caso il pensiero va inevitabilmente a Mapplethorpe). Viene dedicata una sezione del percorso di visita ad un vecchio servizio eseguito estemporaneamente per Richard Gere, prima del loro reciproco esordio professionale, e che determinò il lancio dei due nelle rispettive carriere. Altro elemento interessante è la proposizione di alcuni scatti celeberrimi accompagnati dai provini di studio scartati, che permette di osservare il processo creativo per arrivare all’immagine finale.

p.s.: si prestò anche alla regia di diversi videoclip musicali, i primi dei quali particolarmente interessanti (“Cherish” della già citata Ciccone, Janet Jackson, etc.).

Categorie:arte, Fotografia Tag:

tira più un caravaggio che etc. etc.

18 Maggio 2016 Nessun commento

NOVARA – “Da Lotto a Caravaggio. La collezione e le ricerche di Roberto Longhi”. Se la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre s’è esaurita da tempo, quella (coeva) della rinascita caravaggesca, determinata dalla tesi di laurea (1911) del buon Roberto Longhi, è ancora forse nel suo momento di massimo fulgore. Il panorama espositivo italiota infatti non fa che riadattare in varie guise la formuletta di marketing del titolo “Da X a Caravaggio” per allestire piú o meno motivate occasioni di visitazione. In questo caso l’operazione è abbastanza onesta, e consiste nel portare in quel di Novara una parte della collezione dello studioso artistico, con alcune integrazioni di varie provenienze, che fondamentalmente si propone di esemplificare la pittura pre e post Caravaggio. Data la vastità del tema in esame non è difficile reperire del materiale in tal senso, anche se ci permettiamo di considerare mal riposta l’importanza data dal Longhi al Lotto, anticipatore secondo lui — in quanto lombardo — del naturalismo caravaggesco. Andava piuttosto ricercata nel Peterzano o in Antonio Campi, ma forse all’epoca gli studi non erano molto piú avanzati di quanto lo siano oggigiorno, del resto. Per quanto riguarda l’uso del contrasto chiaroscurale è evidente (a noi) il precedente di “San Matteo e l’angelo” (1534) del Savoldo, mai citato nella mostra. Ad ogni modo, l’occasione è propizia per ammirare alcune opere eccellenti come quelle di Valentine de Boulogne (il migliore dei caravaggeschi francesi, ma forse il migliore in assoluto, in quanto nei suoi quadri si conserva ed estende un caravaggismo fedele al maestro, e non punto di partenza per il proprio rinnovamento stilistico operato da artisti piú grandi quali Ribera o Velazquez), o la serie degli Apostoli recentemente attribuita al Ribera, etc. oppure come la splendida Giuditta & Oloferne del veronese Battista del Moro, messa come anticipazione del tema piú volte svolto dal Merisi e dalla Gentileschi.

Valentine de Boulogne, “La negazione di Pietro” (ca. 1620), olio su tela, cm 171 x 241, collezione Longhi, Firenze

Categorie:arte Tag: ,

lo chiamavano Trinità

6 Maggio 2016 Nessun commento

Come nei migliori esempi di romanzo di formazione, il protagonista (Claudio Santamaria, che pare tirato via di peso dal film “Paz”), coatto romano di periferia, eleva il suo status grazie all’involontario acquisto di superpoteri — alla maniera di Devil, ma lui ricorda un po’ Peter Parker — che suo malgrado lo traggono d’impaccio da situazioni criminali che lo vedono coinvolto. Bel film, poco definibile tanta è la quantità di ispirazioni che vi vengono intelligentemente convogliate (da Trainspotting, alla poetica del degrado (Accattone, etc.), alla violenza gratuita e improvvisa stile Tarantino, al glam-trash di Tano da morire, etc.). Tutta la violenza della storia viene bilanciata e alleggerita dall’ingenuità della personaggia femminile (altrimenti sarebbe sembrata un’altra insopportabile “gomorrata”), naturalmente, in quanto tale, destinata al sacrificio.

2016, regia di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone e Menotti, con Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli

Boccioni

20 Aprile 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Umberto Boccioni. Genio e memoria”. Simpatica mostra dedicata al grande pittore-scultore calabro-forlivese nel centenario della fatale caduta da cavallo. Troviamo alcune delle sue formidabili opere affiancate da altre di artisti nei confronti dei quali i debiti del Nostro sono innegabili (e innegati da lui stesso, come vedremo). Si va dal grande ritratto della madre, di Giacomo Balla, che ispirò nel primo periodo boccioniano svariati soggetti analoghi, al divisionismo simbolista di Segantini e Previati, al cubismo di Picasso e Braque, declinato in chiave dinamica nel celeberrimo “Elasticità”, che assieme alla serie “Forme uniche nella continuità dello spazio” rappresenta uno dei migliori esiti del Futurismo. L’apparato critico che scandisce il percorso ci propone uno sguardo nel retrobottega dell’Umberto, attraverso i grandi fogli d’album che raccolgono riproduzioni fotografiche di opere celebri e meno celebri che Boccioni conservava e dalle quali traeva a volte ispirazione.

“Autoritratto” (1908), olio su tela, cm 70 x 100, Pinacoteca di Brera, Milano

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Lui

15 Aprile 2016 Nessun commento

Pubblicazione in formato comic book USA che sfrutta abilmente alcune caratteristiche del medium fumettistico — quantomeno nella veste di prodotto popolare da edicola — e cioè l’immediatezza del suo linguaggio per immagini, e la sua economicità (sia di mezzi che di costo e prezzo). “Quando c’era Lui” è quasi un’instant comic book che rivisita ai giorni nostri la chiave underground dei fumetti di Stefano Tamburini e di Cannibale, simpatico per la sua vivacità e per l’intelligenza tempestiva nel mettere in burletta un fenomeno come quello costituito da Casa Pound, tuttavia non privo di molti difetti, in primis quello di staccarsi, sí, stilisticamente dal disegno un po’ retro di Robert Crumb, ma l’approdo è il solito stile cartooning ora molto in voga, ma che proprio nun se pò véde. Anche la storia piuttosto sempliciotta lascia a desiderare (uno scienziato nazista allievo di Mengele si propone di riportare in vita tramite l’ingegneria genetica il vecchio Benito). Bocciato, nonostante i buoni propositi.

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è nata il ventitré

15 Marzo 2016 Nessun commento

Spettacolo teatrale della simpatica conduttrice zelighiana, divertente, anche se fondato sul piú vieto repertorio da cabaret da strapazzo (nord&sud, uomini&donne, corna mariti mogli amanti, etc.). A differenziarlo da uno omologo di Pino Campagna è il garbo lievemente piú elevato della cabarettista sicula, nonché una parvenza di traccia culturale — affidata all’Odissea di Omero — che fa da filo conduttore (parole grosse) per tenere insieme i vari siparietti che lo costituiscono.

Categorie:Teatro Tag:

l’ennesima mostra

14 Marzo 2016 Nessun commento

Triennale di Milano – “Ennesima. Una mostra di sette mostre sull’arte italiana”. Un accatastamento piú o meno sensato di opere d’arte contemporanea italiane — ordinate secondo un filo conduttore determinato da 7 temi piú o meno pretestuosi — opere tutte piú o meno sconosciute e con pochi pezzi rilevanti, tra i quali le rievocazioni di tableaux-vivant anni Settanta di Gino De Dominicis e altri.

Categorie:arte Tag:

aimez vous tex willèr?

4 Marzo 2016 Nessun commento

Poco tempo fa avevamo visto come l’editrice Astorina avesse adattato il vecchio Diabolik al formato comic-book americano (in questo senso preceduta, se non ricordiamo male, dalla Disney con Paperinik, un paio di decenni fa). Ora la diversificazione formale tocca alla Bonelli, la quale già da tempo pubblica una collana a colori di Tex nel formato dell’albo alla francese. Nel caso di questo terzo numero firmato Boselli-Stano, purtroppo l’operazione è abbastanza fallimentare. Tralasciando gli onesti disegni del buon Angelo Stano, è il lavoro di Boselli a mostrare la corda troppo presto. La storia, prima di tutto, non è niente di piú di una “la qualunque” del farwest, che tra l’altro soffre dell’eccessiva compressione nella cinquantina di pagine dettate dal taglio frangese, sintetizzata a tal punto da rendere inspiegabile la trasformazione pissicologica di uno dei personaggi, una signora rapita, che inizialmente si potrebbe presumere vittima della sindrome di stoccolma, ma che poi risulta evidentemente impazzita, ma non è dato saperne il perché. Ma la cosa piú da cioccolatai è non aver adeguato la sceneggiatura al diverso medium: il fumetto-bonelli ha una lettura tutto sommato veloce, ed una impaginazione piú libera, mentre il fumetto franco-belga abbisogna tradizionalmente di una lettura piú lenta e di una disposizione estremamente calibrata (anche per il vincolo del minor spazio disponibile), prerogative qui del tutto disattese, cosicché leggiamo un albo (virtualmente) prestigioso come se stessimo sfogliando un fumetto popolare da quattro soldi. Motivo per il quale diamo a questo fumetto un bel 5 meno meno.

Sergiobonellieditore, una 50ina di pagg. a colori, 8,90 euri.

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simbolismo

2 Marzo 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Il Simbolismo”. Simpatica mostra sul Simbolismo, corrente figurativa continuativamente legata alla temperie del Romanticismo e all’allegorismo neoclassico, che sottotraccia permanettero (?) anche dopo l’avvento dell’Impressionismo, componenti alle quali si aggiunse l’input letterario (di Baudelaire in primis) che in miscela esplosiva fecero detonare l’inconscio, per superare la vuotaggine estetizzante della corrente di Monet & soci. Celebre in Italia per la sua declinazione divisionistica (Segantini, Previati, etc.), anticipò la piscanalisi froidiana.

Arnold Böcklin – “L’isola dei morti” (1880)

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tiralosù

29 Febbraio 2016 Nessun commento

Curiosamente, anche la commedia di Fabio De Luigi — come quella di Checco Zalone — ruota attorno al tema del mondo del lavoro (là del nullafacente pubblico, qui del privato che truffa la Sanità, entrambi attualissimi). In entrambi i casi, però, lungi dal costituire film di denuncia, ma puri pretesti per costruire la solita storiella sentimentale che piace tanto al pubblico. Quindi anche qua si ride (in maniera piú garbata che con Checco, magari) e si soprassiede necessariamente alle licenze poetiche di sceneggiatura, abbastanza approssimativa.

2016, scritto e diretto da Fabio De Luigi, con FdL, Bebo Storti, Pippo Franco e attorucoli minori

bovini hegeliani

23 Febbraio 2016 Nessun commento

Smilzo libretto dal titolo balzàno che raccoglie quattro articoli di saggistica musicale scaturiti ormai un quarto di secolo fa dalla penna di Sandrino Baricco. Nei primi due piccoli trattatelli il Nostro si esercita, da un lato, nella definizione del concetto di musica “colta” (questo il bislacco aggettivo che Sandrino consiglia al posto del meno preciso “classica”) in rapporto con la musica leggera, e dall’altro sul tema dell’interpretazione contemporanea della suddetta musica colta. Questa prima parte del libro, che chi scrive considera del tutto fuori centro rispetto al merito, suona come un’anticipazione di tutta la menata sui “Barbari” che lo scrittore piemontese ci rifilerà un paio di decenni piú tardi, ma nel primo caso il punto di vista è contrario al barbaro, mentre nel secondo è favorevole. Se Baricco da un lato fa la figura del parruccone, attribuendo alla musica colta qualità sublimi rispetto alla monnezza popolare (libera interpretazione del baricco-pensiero), dall’altro si cimenta nel parrucconesimo modernista (di un Riccardo Muti o di uno a caso dei piú blasonati direttori d’orchestra) di chi afferma — tutt’oggi — che la musica antica vada interpretata secondo gli stilemi del nostro tempo, e che ci si debba infischiare di tutte le ricerche sulla filologia musical-interpretativa portate avanti da 40 anni in qua da gente piuttosto rincoglionita, secondo Lui. Il terzo saggetto è quello che ha tenuto meglio il passare del tempo, ovvero prende di mira la musica contemporanea, quella sperimentale, che se aveva un senso quando nacque ad opera dei vari Berio, Nono, Maderna, etc., oggigiorno è un settore musicale completamente assurdo sotto tutti gli aspetti (ma vale la pena di leggerlo dalle parole di Baricco, veramente esemplari in questo caso). L’ultima parte, infine, propone un’interpretazione personale e abbastanza condivisibile nei riguardi di Puccini e Mahler, considerandoli come anticipatori della musica pop, la canzonetta, da una parte, e la colonna sonora cinematografica, dall’altra.

Feltrinelli, 1992, 96 pagine, 6,50 euri

il ritornante

19 Febbraio 2016 Nessun commento

In un certo senso “Il Ritornante” è un film che ritorna alle origini. Il famoso regista Ignarritu abbandona certe pretese moraleggianti che lo avevano caratterizzato in passato (in “Babel”, per esempio) — che oltre ad essere pretestuose avevano pure il difetto di rendere il plot piuttosto macchinoso — e torna ad una spettacolarità fine a se stessa (servita da una storia ridotta ai minimi termini, giusto per) che ricorda gli albori del cinema, quando i Fratelli Lumière stupivano il pubblico con treni, eventi naturali o altro, stupefacenti per il solo fatto di essere proiettati su grande schermo. Ora che gli impianti casalinghi e internét hanno rubato spettatori alle sale cinematografiche, si ritorna ad una tipologia narrativa che si allontana da tutto quanto possa essere riprodotto convenientemente su piccolo schermo e punta ad attirare gente che vuole vedere piú che altro effetti speciali (pur ragguardevoli, in questo caso, specialmente per quanto riguarda le scene di lotta, filmate con una regia davvero coinvolgente, che ti fa partecipare in maniera inusitata alle botte da orbi che tutti si danno (merito del direttore della fotografia o del regista?).

2015, regia di Ignarritu, scritto da Ignarritu e Mark Smith, musike di Sakamoto, con Leonardo Di Caprio & altri.

carne y sangre

15 Febbraio 2016 Nessun commento

Diamo il benvenuto ad una relativamente nuova tendenza cinematografara che ha lo scopo di raccattare qualche spettatore perduto a causa di internèt: l’idea “geniale” consiste nel proiettare su grande schermo documentari monografici relativi ad artisti o a grandi mostre riguardanti i suddetti. La benemerita “Exhibit on the Screen” (società o marchio che smercia questi prodotti) si esercita in questo caso in un documentario su Francisco Goya, prendendo spunto da una recente mostra della produzione ritrattistica del pittore spagnolo tenutasi alla National Gallery di Londra, con belle immagini ed interviste esaustive a curatori e studiosi albionici, per poi propagarsi per completezza anche nella terra in cui il Goya operò (fu pittore alla corte di Madrid per lungo tempo) dando voce, in questo caso, ad esperti iberici. Il filo narrativo è affidato ad un attore piuttosto somigliante che incarna il Goya e che ci legge alcune lettere scritte all’amico d’infanzia e ad altri. Tutto molto bello.

i non magnifici otto

12 Febbraio 2016 Nessun commento

“Gli otto odiosi” è l’ottavo film di Querin Tantarino, un western sulla scia del precedente “Django Unchained”, il cui ovvio tributo allo spaghetti-western (leonesco e non) è parzialmente travisato grazie all’ambientazione montanara nonché innevata. Sarebbe tutto piuttosto noiosetto se non fosse per quell’aggiunta mistery alla Agatha Christie* che rende un filo piú interessante una vicenda altrimenti tutta a base di ammazzamenti piú o meno fantasiosi. Manieristico.

* Curiosamente, anche il tributo di François Ozon alla vecchia Agatha era incentrato sul numero 8 (“Otto donne e un mistero”). Sarà un caso?

2015, scritto e diretto da Quentin Tarantino, musiche di Ennio Morricone, con Samuel L. Jackson, Jennifer Jason Leigh e altri.

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s’erano tanto amati

29 Gennaio 2016 1 commento

Viaggio sentimental-politico trentennale di un trio di amici, sviluppato dal testè defunto Scola nella forma della sua particolare versione della commedia all’italiana. Scritto e sceneggiato con tutti i crismi, soffre dell’eccessivo e inevitabile affollamento di contenuti e situazioni, tutte perfettamente logiche e conseguenti che tuttavia proprio per questo fatto risultano artificiose, frutto un po’ deleterio forse dell’invadenza dello strutturalismo nella poetica cinematografica. Le numerosissime idee ed ispirazioni, intelligentissimamente portate sulla scena, avrebbero meritato uno spazio piú adeguato, tanto da trovare migliore collocazione in una specie di “Heimat” nostrana. Il risultato è invece una sorta di macchiettismo della sinistra italiana e delle sue contraddizioni calate in diversi gradi di possibilità negli attori (lato sensu) che la incarnavano — una presa per i fondelli dall’interno, diciamo, operata dai protagonisti stessi della cosiddetta ‘egemonia culturale’ — condito di un romanticismo reso in maniera molto efficace, che mette un po’ di sale in una vicenda altrimenti troppo arida o di settore, ma il cui spessore artistico generale rimane sacrificato dalla cornice inadeguata. Forse l’intenzione non era di realizzare una pietra miliare, ma di fare un film popolare (non del tutto stupido magari), anche se il dispiegamento di forze adoperato per il cast tradisce delle pretese forse malriposte.

1974, regia di Ettore Scola, scritto da Scola, Age & Scarpelli, musiche di Armando Trovajoli, interpretato da piú o meno tutti (All Stars).

natale con peppino

14 Gennaio 2016 Nessun commento

Filmetto da quattro soldi ispirato palesemente a Johnny Stecchino. Anche qui la vicenda è incentrata su un boss della mala — camorrista, in questo caso — che per qualche motivo stravagante si ritrova un sosia grazie al quale chi sceneggia si diverte a costruire improbabili situazioni equivoche generate dallo scambio di persona. La caustica comicità surreale di Lillo e Greg — quasi del tutto non pervenuta — unita a quella piú trash del tizio dei Soliti Idioti e del presentatore di Colorado, non bastano a tenere in piedi un film fatto e confezionato per un target di spettatori tv di poche pretese.

2015, regia di Volfango de Biasi, scritto da Volfango De Biasi, Alessandro Bencivenni, Francesco Marioni, Tiziana Martini, Lillo & Greg, con Lillo, Greg, Peppino di Capri e altri.

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quo vadis

7 Gennaio 2016 Nessun commento

Record italiano d’incassi della prima giornata di proiezione (grazie ad un formidabile battage pubblicitario e ad una invasione delle sale cinematografiche) il quarto film di Checco Zalone si rivela una tavanata galattica, ovvero la terza fotocopia sempre piú sbiadita del suo film d’esordio. Malgrado diverse scene tirate via alla grande, e alla pretestuosa satira socio-politica che lascia il tempo che trova, riesce però ancora a far ridere. Ma per quanto?

p.s.: menzione d’onore per Sonia Bergamasco, ovviamente.

2015, regia di Gennaro Nunziante, scritto da Nunziante e Checco Zalone, con Checco Zalone, Emanuela Giovanardi, Sonia Bergamasco, Lino Banfi, Maurizio Micheli, e altri.

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bridges of spies

31 Dicembre 2015 Nessun commento

Tipico film istituzionale che gli ammericani fanno per autocelebrare la loro epopea. A chi affidare la regia, dunque, se non allo strappalacrime Stefano Suonamonti? La sceneggiatura dei fratelloni Coen — chiamati forse perché ormai specialisti nel ricreare atmosfere d’antan — troppo ligia nel rispettare la tabella di marcia della realtà della storia vera a cui è ispirata, non riesce a smuovere un minimo di interesse, tanto che dopo il primo quarto d’ora già si indovina il resto del film e si può dormire tranquilli per la restante oretta e mezza. Oltretutto, a parte Tom Hanks, costellato di attori improbabili, a cominciare dal deuteragonista.

2015, diretto da Steven Spielberg, scritto da Matt Charman e Joel & Ethan Coen, con Tom Hanks e altri.