Restituzioni

27 Giugno 2016 Nessun commento

MILANO – Gallerie d’Italia: “La bellezza ritrovata”. Simpatica iniziativa mecenatistica che il gruppo Intesasanpaolo intraprende ormai da quasi un trentennio, forse per farsi perdonare il ladrocinio verso il piccolo risparmiatore che ogni banca inevitabilmente perpetra da che mondo è mondo. Attraverso il progetto “Restituzioni” (del maltolto?) la banca suddetta si incarica di restaurare a proprie spese opere d’arte, o archeologiche, appartenenti al patrimonio pubblico o privato (in questo secondo caso si tratta prevalentemente di pale d’altare et similia). Presso le Gallerie d’Italia di Milano vengono esposte le opere trattate nell’edizione 2016, tra le quali si trovano alcuni pezzi celeberrimi e interessantissimi (il Cavaliere di Malta di Caravaggio, la Resurrezione di Rubens, il gruppo Cavaliere a cavallo con sfinge proveniente da Locri/Museo Archeologico di Reggio Calabria) oltre ad una serie numerosa di altre opere comunque molto interessanti e valevoli il restauro, che in molti casi è illustrato a latere con un video che ne documenta l’intervento da parte del restauratore e ne spiega le modalità. Tutto molto bello, anche considerato il prezzo del biglietto (3 euro con tessera Coop), che oltre ai capolavori restaurati permette di vedere la collezione permanente delle Gallerie e (in quest’occasione?) i 33 Quaderni del carcere di Gramsci e due grandi quadri sul tema, di Guttuso (I funerali di Togliatti e un altro di soggetto garibaldino).

Gaetano Gandolfi – Martirio di San Pantaleone e San Giorgio e il drago (1782), tempera su tela, cm 332 x 209, Napoli, Monumento Nazionale dei Girolamini, chiesa, cappella dei Santi Pantaleone e Giorgio

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scavezzacollo

22 Giugno 2016 Nessun commento

Ennesimo reset di tutte le testate Marvel per accalappiare nuovi polli. Nel caso di Devil — diventato Daredevil per uniformarsi al merchandising internazionale di film, serial tv e pupazzetti vari — in effetti, le novità paiono essere ben poche, quantomeno se paragonate al buon vecchio Thor, che subisce addirittura una mutazione di genere (nelle vesti della segretaria del dottor Blake, nientedimeno). Le storie di Devil già da molto tempo, insieme a quelle del nuovo Occhio di Falco, sono l’ultimo baluardo realistico della produzione Marvel, lontane dal pupazzettismo grafico che ormai caratterizza molti supereroi, e in genere ruotano attorno all’aspetto legal-thriller (Matt Murdock è passato da avvocato a pubblico ministero), e il taglio è decisamente urbano e realistico (l’amico di sempre, Foggy Nelson, è malato di cancro) e in questo ciclo il tema trattato di sguincio è quello dell’immigrazione, dissimulata nella variante cinese, ma le riflessioni che si fanno portano a fattori piú generali. Dal punto di vista visuale, in questo periodo almeno, dopo varie sperimentazioni siamo tornati dalle parti della solida caratterizzazione data a suo tempo dal duo Miller-Janson, con influenze dallo stile di John Romita jr., che ben si adatta alle atmosfere noir delle storie.

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non tocchiamo quel tasto

20 Giugno 2016 Nessun commento

Un documentario un po’ triste sulla Martha (inter)nazionale girato dalla figlia Stefania, avuta dal primo matrimonio (primo di tre o quattro) con un altro musicista (tal Vattelappesca Vattelappeschi), intervistato anche lui. Triste perché nonostante ci faccia conoscere la pianista elvetico-argentina (?) quale fu da giovine, il tutto è ammantato da una cappa di tristezza, dovuta in gran parte alla depressione di cui la pianista ortonima soffre evidentemente da molti decenni. Abbastanza inutile, in fondo, basta ascoltarne la musica.

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people from Ibiza

14 Giugno 2016 Nessun commento

Un giovane teutonico si reca a Parigi a fare il fricchettone e conosce una bionda che lo porta a Ibiza e lo inizia alle gioie di sex drugs & rockn’roll (anzi, piú che r&r si tratta della musica psichedelica della colonna sonora dei Pin Floy), poi lei lo molla e lui si fa una overdose di eroina e ciao. Una storia di genere quasi esclusivamente a due, un uomo e una donna, i cui antecedenti si possono cercare nella filmografia di Bergman, oppure in “Hiroshima Mon Amour”, ma in cui giocoforza si riconoscono il road-movie, con la sua libertà fricchettonesca, e la poetica dell’incomunicabilità di Antonioni, secondo un appiattimento relazionale di cui la droga è allo stesso tempo effetto e causa, aspetto d’altro canto esplicitamente dichiarato per via della citazione del paesaggio roccioso dell’isola, come nell’Avventura, altro film in cui un uomo e una donna “non si trovano”).

1969, regia di Barbet Schroeder, sceneggiatura di B.S. e Paul Gégauff, con Mimsy Farmer e Klaus Grünberg, musica dei Pin Floy

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ritts

25 Maggio 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo della Ragione: “Herb Ritts. In equilibrio”. Prima grande retrospettiva (così dicono) dedicata ad Herb Ritts, fotografo anni 80-90, a metà (in equilibrio, appunto) tra la fotografia d’arte e quella piú glamour al servizio della moda e dello star system. Ritroviamo, infatti, molte delle immagini ormai divenute icone, tratte dal mondo della musica (la copertina di “True Blue” di Madonna, per es.) o semplicemente fotoritratti di attori del cinema, fotomodelle, etc. Per quanto riguarda la sua produzione svincolata dalla committenza Ritts prediligeva il bianco e nero e si ispirava all’estetica spartana di fotografi del primo Novecento (del tipo Tina Modotti) oppure alla ricerca scultorea formale attorno al corpo culturistico maschile (in questo caso il pensiero va inevitabilmente a Mapplethorpe). Viene dedicata una sezione del percorso di visita ad un vecchio servizio eseguito estemporaneamente per Richard Gere, prima del loro reciproco esordio professionale, e che determinò il lancio dei due nelle rispettive carriere. Altro elemento interessante è la proposizione di alcuni scatti celeberrimi accompagnati dai provini di studio scartati, che permette di osservare il processo creativo per arrivare all’immagine finale.

p.s.: si prestò anche alla regia di diversi videoclip musicali, i primi dei quali particolarmente interessanti (“Cherish” della già citata Ciccone, Janet Jackson, etc.).

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tira più un caravaggio che etc. etc.

18 Maggio 2016 Nessun commento

NOVARA – “Da Lotto a Caravaggio. La collezione e le ricerche di Roberto Longhi”. Se la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre s’è esaurita da tempo, quella (coeva) della rinascita caravaggesca, determinata dalla tesi di laurea (1911) del buon Roberto Longhi, è ancora forse nel suo momento di massimo fulgore. Il panorama espositivo italiota infatti non fa che riadattare in varie guise la formuletta di marketing del titolo “Da X a Caravaggio” per allestire piú o meno motivate occasioni di visitazione. In questo caso l’operazione è abbastanza onesta, e consiste nel portare in quel di Novara una parte della collezione dello studioso artistico, con alcune integrazioni di varie provenienze, che fondamentalmente si propone di esemplificare la pittura pre e post Caravaggio. Data la vastità del tema in esame non è difficile reperire del materiale in tal senso, anche se ci permettiamo di considerare mal riposta l’importanza data dal Longhi al Lotto, anticipatore secondo lui — in quanto lombardo — del naturalismo caravaggesco. Andava piuttosto ricercata nel Peterzano o in Antonio Campi, ma forse all’epoca gli studi non erano molto piú avanzati di quanto lo siano oggigiorno, del resto. Per quanto riguarda l’uso del contrasto chiaroscurale è evidente (a noi) il precedente di “San Matteo e l’angelo” (1534) del Savoldo, mai citato nella mostra. Ad ogni modo, l’occasione è propizia per ammirare alcune opere eccellenti come quelle di Valentine de Boulogne (il migliore dei caravaggeschi francesi, ma forse il migliore in assoluto, in quanto nei suoi quadri si conserva ed estende un caravaggismo fedele al maestro, e non punto di partenza per il proprio rinnovamento stilistico operato da artisti piú grandi quali Ribera o Velazquez), o la serie degli Apostoli recentemente attribuita al Ribera, etc. oppure come la splendida Giuditta & Oloferne del veronese Battista del Moro, messa come anticipazione del tema piú volte svolto dal Merisi e dalla Gentileschi.

Valentine de Boulogne, “La negazione di Pietro” (ca. 1620), olio su tela, cm 171 x 241, collezione Longhi, Firenze

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lo chiamavano Trinità

6 Maggio 2016 Nessun commento

Come nei migliori esempi di romanzo di formazione, il protagonista (Claudio Santamaria, che pare tirato via di peso dal film “Paz”), coatto romano di periferia, eleva il suo status grazie all’involontario acquisto di superpoteri — alla maniera di Devil, ma lui ricorda un po’ Peter Parker — che suo malgrado lo traggono d’impaccio da situazioni criminali che lo vedono coinvolto. Bel film, poco definibile tanta è la quantità di ispirazioni che vi vengono intelligentemente convogliate (da Trainspotting, alla poetica del degrado (Accattone, etc.), alla violenza gratuita e improvvisa stile Tarantino, al glam-trash di Tano da morire, etc.). Tutta la violenza della storia viene bilanciata e alleggerita dall’ingenuità della personaggia femminile (altrimenti sarebbe sembrata un’altra insopportabile “gomorrata”), naturalmente, in quanto tale, destinata al sacrificio.

2016, regia di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone e Menotti, con Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli

Boccioni

20 Aprile 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Umberto Boccioni. Genio e memoria”. Simpatica mostra dedicata al grande pittore-scultore calabro-forlivese nel centenario della fatale caduta da cavallo. Troviamo alcune delle sue formidabili opere affiancate da altre di artisti nei confronti dei quali i debiti del Nostro sono innegabili (e innegati da lui stesso, come vedremo). Si va dal grande ritratto della madre, di Giacomo Balla, che ispirò nel primo periodo boccioniano svariati soggetti analoghi, al divisionismo simbolista di Segantini e Previati, al cubismo di Picasso e Braque, declinato in chiave dinamica nel celeberrimo “Elasticità”, che assieme alla serie “Forme uniche nella continuità dello spazio” rappresenta uno dei migliori esiti del Futurismo. L’apparato critico che scandisce il percorso ci propone uno sguardo nel retrobottega dell’Umberto, attraverso i grandi fogli d’album che raccolgono riproduzioni fotografiche di opere celebri e meno celebri che Boccioni conservava e dalle quali traeva a volte ispirazione.

“Autoritratto” (1908), olio su tela, cm 70 x 100, Pinacoteca di Brera, Milano

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Lui

15 Aprile 2016 Nessun commento

Pubblicazione in formato comic book USA che sfrutta abilmente alcune caratteristiche del medium fumettistico — quantomeno nella veste di prodotto popolare da edicola — e cioè l’immediatezza del suo linguaggio per immagini, e la sua economicità (sia di mezzi che di costo e prezzo). “Quando c’era Lui” è quasi un’instant comic book che rivisita ai giorni nostri la chiave underground dei fumetti di Stefano Tamburini e di Cannibale, simpatico per la sua vivacità e per l’intelligenza tempestiva nel mettere in burletta un fenomeno come quello costituito da Casa Pound, tuttavia non privo di molti difetti, in primis quello di staccarsi, sí, stilisticamente dal disegno un po’ retro di Robert Crumb, ma l’approdo è il solito stile cartooning ora molto in voga, ma che proprio nun se pò véde. Anche la storia piuttosto sempliciotta lascia a desiderare (uno scienziato nazista allievo di Mengele si propone di riportare in vita tramite l’ingegneria genetica il vecchio Benito). Bocciato, nonostante i buoni propositi.

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è nata il ventitré

15 Marzo 2016 Nessun commento

Spettacolo teatrale della simpatica conduttrice zelighiana, divertente, anche se fondato sul piú vieto repertorio da cabaret da strapazzo (nord&sud, uomini&donne, corna mariti mogli amanti, etc.). A differenziarlo da uno omologo di Pino Campagna è il garbo lievemente piú elevato della cabarettista sicula, nonché una parvenza di traccia culturale — affidata all’Odissea di Omero — che fa da filo conduttore (parole grosse) per tenere insieme i vari siparietti che lo costituiscono.

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l’ennesima mostra

14 Marzo 2016 Nessun commento

Triennale di Milano – “Ennesima. Una mostra di sette mostre sull’arte italiana”. Un accatastamento piú o meno sensato di opere d’arte contemporanea italiane — ordinate secondo un filo conduttore determinato da 7 temi piú o meno pretestuosi — opere tutte piú o meno sconosciute e con pochi pezzi rilevanti, tra i quali le rievocazioni di tableaux-vivant anni Settanta di Gino De Dominicis e altri.

Categorie:arte Tag:

aimez vous tex willèr?

4 Marzo 2016 Nessun commento

Poco tempo fa avevamo visto come l’editrice Astorina avesse adattato il vecchio Diabolik al formato comic-book americano (in questo senso preceduta, se non ricordiamo male, dalla Disney con Paperinik, un paio di decenni fa). Ora la diversificazione formale tocca alla Bonelli, la quale già da tempo pubblica una collana a colori di Tex nel formato dell’albo alla francese. Nel caso di questo terzo numero firmato Boselli-Stano, purtroppo l’operazione è abbastanza fallimentare. Tralasciando gli onesti disegni del buon Angelo Stano, è il lavoro di Boselli a mostrare la corda troppo presto. La storia, prima di tutto, non è niente di piú di una “la qualunque” del farwest, che tra l’altro soffre dell’eccessiva compressione nella cinquantina di pagine dettate dal taglio frangese, sintetizzata a tal punto da rendere inspiegabile la trasformazione pissicologica di uno dei personaggi, una signora rapita, che inizialmente si potrebbe presumere vittima della sindrome di stoccolma, ma che poi risulta evidentemente impazzita, ma non è dato saperne il perché. Ma la cosa piú da cioccolatai è non aver adeguato la sceneggiatura al diverso medium: il fumetto-bonelli ha una lettura tutto sommato veloce, ed una impaginazione piú libera, mentre il fumetto franco-belga abbisogna tradizionalmente di una lettura piú lenta e di una disposizione estremamente calibrata (anche per il vincolo del minor spazio disponibile), prerogative qui del tutto disattese, cosicché leggiamo un albo (virtualmente) prestigioso come se stessimo sfogliando un fumetto popolare da quattro soldi. Motivo per il quale diamo a questo fumetto un bel 5 meno meno.

Sergiobonellieditore, una 50ina di pagg. a colori, 8,90 euri.

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simbolismo

2 Marzo 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Il Simbolismo”. Simpatica mostra sul Simbolismo, corrente figurativa continuativamente legata alla temperie del Romanticismo e all’allegorismo neoclassico, che sottotraccia permanettero (?) anche dopo l’avvento dell’Impressionismo, componenti alle quali si aggiunse l’input letterario (di Baudelaire in primis) che in miscela esplosiva fecero detonare l’inconscio, per superare la vuotaggine estetizzante della corrente di Monet & soci. Celebre in Italia per la sua declinazione divisionistica (Segantini, Previati, etc.), anticipò la piscanalisi froidiana.

Arnold Böcklin – “L’isola dei morti” (1880)

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tiralosù

29 Febbraio 2016 Nessun commento

Curiosamente, anche la commedia di Fabio De Luigi — come quella di Checco Zalone — ruota attorno al tema del mondo del lavoro (là del nullafacente pubblico, qui del privato che truffa la Sanità, entrambi attualissimi). In entrambi i casi, però, lungi dal costituire film di denuncia, ma puri pretesti per costruire la solita storiella sentimentale che piace tanto al pubblico. Quindi anche qua si ride (in maniera piú garbata che con Checco, magari) e si soprassiede necessariamente alle licenze poetiche di sceneggiatura, abbastanza approssimativa.

2016, scritto e diretto da Fabio De Luigi, con FdL, Bebo Storti, Pippo Franco e attorucoli minori

bovini hegeliani

23 Febbraio 2016 Nessun commento

Smilzo libretto dal titolo balzàno che raccoglie quattro articoli di saggistica musicale scaturiti ormai un quarto di secolo fa dalla penna di Sandrino Baricco. Nei primi due piccoli trattatelli il Nostro si esercita, da un lato, nella definizione del concetto di musica “colta” (questo il bislacco aggettivo che Sandrino consiglia al posto del meno preciso “classica”) in rapporto con la musica leggera, e dall’altro sul tema dell’interpretazione contemporanea della suddetta musica colta. Questa prima parte del libro, che chi scrive considera del tutto fuori centro rispetto al merito, suona come un’anticipazione di tutta la menata sui “Barbari” che lo scrittore piemontese ci rifilerà un paio di decenni piú tardi, ma nel primo caso il punto di vista è contrario al barbaro, mentre nel secondo è favorevole. Se Baricco da un lato fa la figura del parruccone, attribuendo alla musica colta qualità sublimi rispetto alla monnezza popolare (libera interpretazione del baricco-pensiero), dall’altro si cimenta nel parrucconesimo modernista (di un Riccardo Muti o di uno a caso dei piú blasonati direttori d’orchestra) di chi afferma — tutt’oggi — che la musica antica vada interpretata secondo gli stilemi del nostro tempo, e che ci si debba infischiare di tutte le ricerche sulla filologia musical-interpretativa portate avanti da 40 anni in qua da gente piuttosto rincoglionita, secondo Lui. Il terzo saggetto è quello che ha tenuto meglio il passare del tempo, ovvero prende di mira la musica contemporanea, quella sperimentale, che se aveva un senso quando nacque ad opera dei vari Berio, Nono, Maderna, etc., oggigiorno è un settore musicale completamente assurdo sotto tutti gli aspetti (ma vale la pena di leggerlo dalle parole di Baricco, veramente esemplari in questo caso). L’ultima parte, infine, propone un’interpretazione personale e abbastanza condivisibile nei riguardi di Puccini e Mahler, considerandoli come anticipatori della musica pop, la canzonetta, da una parte, e la colonna sonora cinematografica, dall’altra.

Feltrinelli, 1992, 96 pagine, 6,50 euri

il ritornante

19 Febbraio 2016 Nessun commento

In un certo senso “Il Ritornante” è un film che ritorna alle origini. Il famoso regista Ignarritu abbandona certe pretese moraleggianti che lo avevano caratterizzato in passato (in “Babel”, per esempio) — che oltre ad essere pretestuose avevano pure il difetto di rendere il plot piuttosto macchinoso — e torna ad una spettacolarità fine a se stessa (servita da una storia ridotta ai minimi termini, giusto per) che ricorda gli albori del cinema, quando i Fratelli Lumière stupivano il pubblico con treni, eventi naturali o altro, stupefacenti per il solo fatto di essere proiettati su grande schermo. Ora che gli impianti casalinghi e internét hanno rubato spettatori alle sale cinematografiche, si ritorna ad una tipologia narrativa che si allontana da tutto quanto possa essere riprodotto convenientemente su piccolo schermo e punta ad attirare gente che vuole vedere piú che altro effetti speciali (pur ragguardevoli, in questo caso, specialmente per quanto riguarda le scene di lotta, filmate con una regia davvero coinvolgente, che ti fa partecipare in maniera inusitata alle botte da orbi che tutti si danno (merito del direttore della fotografia o del regista?).

2015, regia di Ignarritu, scritto da Ignarritu e Mark Smith, musike di Sakamoto, con Leonardo Di Caprio & altri.

carne y sangre

15 Febbraio 2016 Nessun commento

Diamo il benvenuto ad una relativamente nuova tendenza cinematografara che ha lo scopo di raccattare qualche spettatore perduto a causa di internèt: l’idea “geniale” consiste nel proiettare su grande schermo documentari monografici relativi ad artisti o a grandi mostre riguardanti i suddetti. La benemerita “Exhibit on the Screen” (società o marchio che smercia questi prodotti) si esercita in questo caso in un documentario su Francisco Goya, prendendo spunto da una recente mostra della produzione ritrattistica del pittore spagnolo tenutasi alla National Gallery di Londra, con belle immagini ed interviste esaustive a curatori e studiosi albionici, per poi propagarsi per completezza anche nella terra in cui il Goya operò (fu pittore alla corte di Madrid per lungo tempo) dando voce, in questo caso, ad esperti iberici. Il filo narrativo è affidato ad un attore piuttosto somigliante che incarna il Goya e che ci legge alcune lettere scritte all’amico d’infanzia e ad altri. Tutto molto bello.

i non magnifici otto

12 Febbraio 2016 Nessun commento

“Gli otto odiosi” è l’ottavo film di Querin Tantarino, un western sulla scia del precedente “Django Unchained”, il cui ovvio tributo allo spaghetti-western (leonesco e non) è parzialmente travisato grazie all’ambientazione montanara nonché innevata. Sarebbe tutto piuttosto noiosetto se non fosse per quell’aggiunta mistery alla Agatha Christie* che rende un filo piú interessante una vicenda altrimenti tutta a base di ammazzamenti piú o meno fantasiosi. Manieristico.

* Curiosamente, anche il tributo di François Ozon alla vecchia Agatha era incentrato sul numero 8 (“Otto donne e un mistero”). Sarà un caso?

2015, scritto e diretto da Quentin Tarantino, musiche di Ennio Morricone, con Samuel L. Jackson, Jennifer Jason Leigh e altri.

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s’erano tanto amati

29 Gennaio 2016 1 commento

Viaggio sentimental-politico trentennale di un trio di amici, sviluppato dal testè defunto Scola nella forma della sua particolare versione della commedia all’italiana. Scritto e sceneggiato con tutti i crismi, soffre dell’eccessivo e inevitabile affollamento di contenuti e situazioni, tutte perfettamente logiche e conseguenti che tuttavia proprio per questo fatto risultano artificiose, frutto un po’ deleterio forse dell’invadenza dello strutturalismo nella poetica cinematografica. Le numerosissime idee ed ispirazioni, intelligentissimamente portate sulla scena, avrebbero meritato uno spazio piú adeguato, tanto da trovare migliore collocazione in una specie di “Heimat” nostrana. Il risultato è invece una sorta di macchiettismo della sinistra italiana e delle sue contraddizioni calate in diversi gradi di possibilità negli attori (lato sensu) che la incarnavano — una presa per i fondelli dall’interno, diciamo, operata dai protagonisti stessi della cosiddetta ‘egemonia culturale’ — condito di un romanticismo reso in maniera molto efficace, che mette un po’ di sale in una vicenda altrimenti troppo arida o di settore, ma il cui spessore artistico generale rimane sacrificato dalla cornice inadeguata. Forse l’intenzione non era di realizzare una pietra miliare, ma di fare un film popolare (non del tutto stupido magari), anche se il dispiegamento di forze adoperato per il cast tradisce delle pretese forse malriposte.

1974, regia di Ettore Scola, scritto da Scola, Age & Scarpelli, musiche di Armando Trovajoli, interpretato da piú o meno tutti (All Stars).

natale con peppino

14 Gennaio 2016 Nessun commento

Filmetto da quattro soldi ispirato palesemente a Johnny Stecchino. Anche qui la vicenda è incentrata su un boss della mala — camorrista, in questo caso — che per qualche motivo stravagante si ritrova un sosia grazie al quale chi sceneggia si diverte a costruire improbabili situazioni equivoche generate dallo scambio di persona. La caustica comicità surreale di Lillo e Greg — quasi del tutto non pervenuta — unita a quella piú trash del tizio dei Soliti Idioti e del presentatore di Colorado, non bastano a tenere in piedi un film fatto e confezionato per un target di spettatori tv di poche pretese.

2015, regia di Volfango de Biasi, scritto da Volfango De Biasi, Alessandro Bencivenni, Francesco Marioni, Tiziana Martini, Lillo & Greg, con Lillo, Greg, Peppino di Capri e altri.

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quo vadis

7 Gennaio 2016 Nessun commento

Record italiano d’incassi della prima giornata di proiezione (grazie ad un formidabile battage pubblicitario e ad una invasione delle sale cinematografiche) il quarto film di Checco Zalone si rivela una tavanata galattica, ovvero la terza fotocopia sempre piú sbiadita del suo film d’esordio. Malgrado diverse scene tirate via alla grande, e alla pretestuosa satira socio-politica che lascia il tempo che trova, riesce però ancora a far ridere. Ma per quanto?

p.s.: menzione d’onore per Sonia Bergamasco, ovviamente.

2015, regia di Gennaro Nunziante, scritto da Nunziante e Checco Zalone, con Checco Zalone, Emanuela Giovanardi, Sonia Bergamasco, Lino Banfi, Maurizio Micheli, e altri.

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bridges of spies

31 Dicembre 2015 Nessun commento

Tipico film istituzionale che gli ammericani fanno per autocelebrare la loro epopea. A chi affidare la regia, dunque, se non allo strappalacrime Stefano Suonamonti? La sceneggiatura dei fratelloni Coen — chiamati forse perché ormai specialisti nel ricreare atmosfere d’antan — troppo ligia nel rispettare la tabella di marcia della realtà della storia vera a cui è ispirata, non riesce a smuovere un minimo di interesse, tanto che dopo il primo quarto d’ora già si indovina il resto del film e si può dormire tranquilli per la restante oretta e mezza. Oltretutto, a parte Tom Hanks, costellato di attori improbabili, a cominciare dal deuteragonista.

2015, diretto da Steven Spielberg, scritto da Matt Charman e Joel & Ethan Coen, con Tom Hanks e altri.

mucha’s gratias

21 Dicembre 2015 Nessun commento

Milano – Palazzo Reale: “Alfons Mucha e le atmosfere art-nouveau”. Una mostra che non smentisce la generale tendenza alla superficialità della proposta espositiva meneghina. In primo luogo, di Alfons Mucha non si considerano altro che i (magnifici) manifesti teatrali e/o pubblicitari e la ricaduta stilistica sul nascente design Art Nouveau, perdendo cosí l’occasione di illuminare il percorso di un artista che meglio di tutti rappresenta il crocevia tra l’arte classica e la modernità. In secondo luogo, è peccato mortale non averne sottolineato l’apprendistato viennese, avvenuto negli stessi anni in cui si formava Gustav Klimt, alla scuola di Hans Makart, pittore di storia, che già conteneva in nuce la centralità della figura femminile, poi esplosa in modi alquanto diversi nelle opere dei due quasi coetanei esordienti, sviluppando tratti comuni che sarebbe il caso di indagare meglio. Un altro elemento mancante — che suggerisce di prendere i curatori e metterli in ginocchio sui ceci — è quello di aver sorvolato del tutto l’avvenuta trasformazione dell’opera d’arte da opera singola, detenuta dal ricco committente di una volta, alla moltiplicazione degli esemplari dell’opera (in conseguenza della rivoluzione tecnologica operata dalla stampa, e in un altro senso dalla fotografia) e dalla destinazione pubblica dell’opera, che avverava materialmente la teoria socialista dell’arte esposta pochi decenni prima da William Morris, il quale augurava un’arte per il popolo, una bellezza diffusa per le masse, e non piú destinata solo alle élite. (da Morris vengono prese di peso l’utilizzo della decorazione floreale stilizzata, e l’ispirazione allo stile delle vetrate con i contorni neri del cloisonné, tratti tipici di Mucha) Terzo aspetto: Mucha si trasferisce a Parigi da Vienna e dà alle stampe il suo primo manifesto per Sarah Bernhardt nel 1895, ma si trascura di sottolineare che, sebbene stilisticamente eccelsi, i suoi manifesti si iscrivevano in una tradizione parigina consolidata, di una città vivavicissima che trovava nelle affissioni pubblicitarie una manifestazione di vitalità, già dai tempi di Toulouse-Lautrec, che in Jules Chéret aveva trovato un degno erede, per poi essere affiancato da Eugène Grasset che già mette in campo lo stile e gli elementi iconografici che Mucha perfezionerà e porterà al parossismo, inventandosi però (ed è questo il tema della mostra) una perfetta sintesi dei costituenti decorativi che per osmosi passavano dal design degli oggetti delle arts&crafts alla pittura, e viceversa. Forse il tratto peculiare del suo mondo figurativo è l’abbinamento della sinuosità ordinata geometricamente delle forme del design trasposte in pittura con la sinuosità naturale della bellezza femminile, generando un contrasto che è allo stesso tempo una similitudine, nell’una parte c’è una componente dell’altra. C’è un ultimo fattore importantissimo — oltre agli scritti che Mucha ha lasciato (ma che naturalmente è inutile cercare nel bookshop della mostra) — e cioè il fatto che ad un certo punto Mucha ne ha avuto abbastanza del successo fatuo del mondo della pubblicità, per quanto negli ultimi tempi avesse cercato di avvicinare elementi simbolistici all’avvenenza, alla lunga stancante, delle sue figure femminili. Cerca fermamente infatti di tornare alla pittura seria, quella dei grandi cicli storici e simbolici (che, di nuovo, vedevano all’opera anche Klimt, si pensi agli affreschi perduti per le facoltà universitarie, o al fregio di Beethoven alla Secessione viennese, etc., che erano d’altro canto una costante diffusa nell’arte figurativa europea, si pensi a Giulio Aristide Sartorio e al fregio del Senato italiano). Mucha trovò alla fine chi finanziò il grandioso ciclo di tele che compone la cosiddetta “Epopea slava” — ora custodito al castello di Praga — la cui realizzazione lo occupò per gli ultimi vent’anni di attività, fissando alla fine della sua carriera una ricongiunzione con la Storia, suo punto di partenza artistico, e con la sua Patria.

Categorie:arte Tag:

dd351

2 Dicembre 2015 Nessun commento

Il nuovo corso dylandoghiano è in pieno svolgimento. Una storia blandamente lovecraftiana — il male che viene dal profondo delle forze elementali — corredata però da un finale moraleggiante da quattro soldi totalmente estraneo alla poetica ispirata dallo scrittore statunitense = risultato scadente, peggiorato perdipiú da disegni piuttosto insulsi, non tanto stilisticamente quanto in termini di sceneggiatura, che fa abuso di primi e primissimi piani davvero insensati ai fini dell’economia narrativa. Bocciato.

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musée d’orsay dessinnée

25 Novembre 2015 Nessun commento

Graphic novel (arrendiamoci) commissionata dai cugini d’Oltralpe al piú oltralpista (insieme a GiPi) dei fumettari nostrani. Lo sponsor, a fare da sfondo, è la Gare d’Orsay: ex stazione ferroviaria, rinnovata oltre un trentennio fa da Gae Aulenti per trasformarla in contenitore di opere celeberrime impressionistiche e post-tali, i cui autori rivivono in uno spazio sia reale, quando si tratta di impressionisti, sia onirico, quando si tratta di stile naif, sottolineando in tal modo il carattere scientifico e quello fantastico dei due generi pittorici. L’operazione non è nuova, specialmente in terra francese: ricordiamo una bella graphic novel, aridaje, di qualche anno fa dedicata a Van Gogh, ma la felicità artistica degli acquerelli — ammesso che lo siano — di Manuele Fior rendono il libro a fumetti esso stesso un’opera d’arte (nell’epoca della sua riproducibilità tecnica).

Coconino Press, 72 pagine a colori, 16 euri

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myth and nature

15 Novembre 2015 Nessun commento

Milano – Palazzo Reale: “Mito e Natura. Dalla Grecia a Pompei”. Titolo farlocco, scusa per traslocare temporaneamente al Nord un po’ di vasellame, corredi funebri o affreschi pompeiani, etc., dai musei archeologici di tutta Italy (e qualcosa anche dall’estero, Salonicco, Vienna, etc.). Tutto fa brodo, dato che l’arte figurativa greco-romana altro non poteva essere che imitazione della realtà, per quando idealizzata. Che, poi, le divinità greche fossero in stretta relazione con attributi della natura, anche questo è abbastanza scontato. Comunque un giro va fatto, se non altro per ammirare la selezione di oggetti piuttosto preziosa, anche quando riguarda vasellame a figure rosse o nere si tratta sempre di pezzi estremamente raffinati. Non manca qualche pezzo celeberrimo, come la tomba del Tuffatore di Paestum, e alcuni magnifici affreschi da giardino pompeiani, molto ben conservati.

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staccare la spina

3 Novembre 2015 Nessun commento

Continua l’accanimento terapeutico nei confronti del personaggio creato mezzo secolo fa dalle sorelle milanesi. Oltre alle due meritorie ristampe (R e Swiisss), alle insulse storie inedite mensili, al travestimento in formato-bonelli, si aggiunge ora una miniserie che scimmiotta i Marvel comics, sia nel taglio dell’albo che in quello delle storie. Il Diabolik di questa versione è un po’ diverso da quello a cui siamo abituati: piú cattivo, tipo quello delle origini (ammazza tranquillamente innocenti senza batter ciglio) e le storie sono tutta azione e pochi dialoghi, ma è roba veramente superficiale, i fumetti marvel a confronto sono capolavori. Risparmiare.

p.s.: si salva solo per le notevoli copertine di Matteo Buffagni

72 pagine a colori, 3,50 euri, storia di Gomboli/Faraci, disegni di Palumbo

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da Anonimo ad Anonimo

8 Ottobre 2015 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Da Raffaello a Schiele”. I controsensi del marketing fanno sí che uno dei quadri piú belli della mostra in questione non appartenga ai due grandi nomi scomodati per renderne altisonante il titolo, ma sia, paradossalmente, di un anonimo. Raffaello e Schiele sono infatti rappresentati con un’opera ciascuno, perdipiú di terza scelta (rispettivamente, la cosiddetta Madonna Esterhazy, e un disegno). All’interno dell’excursus temporale delimitato dai dati biografici di R&S, il museo di Belle Arti di Budapest — da cui sono state traslocate tutte le opere presenti — annovera in effetti molti capolavori, tra i quali i curatori hanno scelto soprattutto quelli corrispondenti ad un collezionismo privato (per quanto principesco, quale fu quello degli Esterhazy), quindi opere perlopiú di piccolo formato e tematiche che inducono al raccoglimento. E allora troviamo di tutto: da Tiziano a Monet, da Cranach a Van Dyck, da Rubens a Cezanne, etc. (tutti titoli validi, che ci sentiamo di suggerire alla fantasia dei curatori per eventuali future occasioni). Fino ad arrivare all’Anonimo di cui sopra, pittore romano del primo Seicento, evidentemente caravaggesco, la cui difficoltà attributiva della sua opera la dice lunga sulla qualità media della pittura dell’epoca, dato che anche un anonimo poteva concepire un capolavoro di tale fattura, sia stilistica che materica. Data l’inconsuetudine di soggetti di tal genere in quel periodo, avvaloriamo l’ipotesi che possa trattarsi di un’immagine della Maddalena penitente: manca il consueto corredo iconografico di gioielli e profumi, d’accordo, ma la ricca acconciatura e l’abbigliamento, per non parlare del broccato della tovaglia, ci portano verso quella direzione (o, quantomeno, l’allusività è molto forte, ancor di piú pensando come lo stesso Caravaggio abbia trattato il tema specifico varie volte).

Anonimo pittore romano – Ragazza che dorme (Maddalena?), (1610-1620), olio su tela, Szepmuveszeti, Budapest

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tredigi digiotto

18 Settembre 2015 Nessun commento

Milano, Palazzo Reale: “Giotto. L’Italia”. Mostra carissima (12 euri di biglietto) e di velocissima durata (in meno di un’oretta è bell’e che visitata). Poco piú di una dozzina di opere giottesche, in una ambientazione sacrale che, come al solito, propone il titolare come il genio assoluto, suggerendo che prima di Lui non c’era nulla di decente nel campo dell’arte e, dopo di Lui, tutti sono suoi epigoni. Nel merito della scelta delle opere, diciamo che tra la dozzina di pezzi proposti ce ne sono diversi di secondo o terz’ordine, oltre a qualcosa di veramente degno (tipo il Dio assiso, su tavola, proveniente dalla Cappella degli Scrovegni, magnificamente restaurato). Qualche accenno ai debiti di Giotto nei confronti della scultura del Duecento non avrebbe guastato la festa, e magari anche la citazione di Pietro Cavallini, il suo piú importante contemporaneo.

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trascurabile ma anche no

14 Settembre 2015 Nessun commento

Si presume, di solito, che la seconda opera (in assoluto, o di una ipotetica serie dello stesso autore, come in questo caso) debba essere inevitabilmente meno riuscita della prima. Little Frank invece compie il miracolo di scrivere un libro riuscito almeno quanto il primo della serie, se non addirittura migliore. “Momenti di trascurabile infelicità” è infatti molto piú divertente di “MdTFelicità” (strappa letteralmente diverse risate a chi si immedesimi nelle situazioni raccontate) e questo accade soprattutto perché privo di buoni sentimenti che potevano rendere il primo libro in alcuni frangenti anche piuttosto commovente (seppur evitando il patetismo, come un bravo scrittore sa fare). Qui invece le situazioni sono tutte moderatamente sfigate, c’è poco da commuoversi, e perlopiú caratterizzate da una forma di negatività leggera, della quale si riesce a sorridere, anche grazie alla calibratissima scrittura comica di Piccolo Frank. Si tratta di considerazioni a volte argute, altre piuttosto comuni, altre anche banali, in altri casi piccoli racconti di vita, che comunque toccano sempre le corde del lettore che ha vissuto da sé episodi simili oppure riesce a mettersi nei panni di chi li racconta.

Einaudi 2015, pagg. 144, 13 euri (ma io l’ho pagato 5)

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