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Archivio Aprile 2008

inflazione

30 Aprile 2008 Nessun commento

Questo è decisamente il quadro più inflazionato dai discografici alla ricerca di immagini per dischi contenenti sonate per violino. Possiedo, per ora, ben tre cd (di Handel, C.P.E. Bach e Mozart) che hanno in copertina questa stessa immagine, con tagli di vario tipo: complimenti per la fantasia. C’è da dire, però, che la scelta è piuttosto azzeccata; è raro trovare un bel quadro così emblematico, e anche il periodo musicale rappresentato, nei casi di cui sopra, corrisponde (abbastanza) alla effettiva datazione dell’opera. Viceversa, uno degli errori che si vede fare maggiormente quando si ha a che fare con qualche servizio televisivo di un qualsiasi tg a proposito di qualche tema di storia dell’arte è, infatti, proprio quello di sbagliare completamente il commento musicale del servizio. Ovvero, se si sta parlando di Rinascimento, nove volte su dieci, invece di sentire qualche bel madrigale o una sonata per liuto, ci piazzano sopra un bel concerto di Vivaldi (di un due-trecento anni più tardo) e chi s’è visto s’è visto. Perdonali Antonio, perché non sanno quello che fanno.

Jean-Baptiste-Siméon Chardin, “Giovane con violino”, c. 1738, Louvre

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gemelli diversi

29 Aprile 2008 Nessun commento

“The Island” (2005) inizia come un intrigante film di fantascienza che mescola tematiche riguardanti biogenetica (clonazione, nascita demiurgica), psico-filosofia (la capacità di pensare fuori da schemi precostituiti), etc. Ben presto si scopre che tutto ciò costituisce solo una premessa di partenza per un film d’azione abbastanza convenzionale, che abbandona qualunque risvolto filosofico (almeno di un certo peso). Tutto sommato va bene così, perché le questioni etiche di androidi e relativi demiurghi le ha sviscerate già piuttosto bene un certo Philip Dick in “Do androids dream of electric sheeps?” e conseguente versione in celluloide, mentre il tema clonazione rimane uno spunto divertente per la costruzione della trama di tutto il film. C’è qualche licenza poetica di troppo che, comunque, complessivamente non guasta la visione.

Diretto da un certo Michael Bay, protagonisti Ewan McGregor, Scarlett Johansson e le labbra di Scarlett Johansson.

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horror pinocchio

28 Aprile 2008 3 commenti

Non è certo un film per bambini, il Pinocchio di Luigi Comencini del 1971, ma piuttosto è un film dell’orrore. Ricordo infatti la paura che provai al vederlo all’epoca e constato piacevolmente che le sensazioni provate nel rivederlo qualche sera fa siano rimaste (quasi, ovviamente) le stesse. Tanto per cominciare, l’immaginario visivo di Comencini non si rifà all’iconografia più addolcita che ne diede Mussino o, più ancora, Disney, ma la sua immagine del burattino è quella scarna, originaria, delle illustrazioni di Mazzanti che accompagnarono la prima edizione del romanzo. In secondo ordine, tutto il film è percorso, come nelle favole antiche, da profonde domande di senso: la morte, la vita, il peccato, la povertà, etc. Poi c’è il fantastico personaggio della Fata Turchina, che altri non è che un fantasma, e la sua dimora solitaria sul lago sarebbe perfetta per un classico film horror (inserviente inquietante compresa). E poi, tutto il resto: l’impiccagione da parte del Gatto e la Volpe, l’inghiottimento nello stomaco della balena, etc. Un film horror perfetto.

Anche le musiche di Fiorenzo Carpi contribuiscono in modo fondamentale alla riuscita di quest’opera. Oltre a commentare musicalmente tutto il film, Carpi crea due temi fondamentali: uno per il personaggio di Pinocchio e uno per Lucignolo. Il primo è quello più famoso, tipo marcetta, pieno di vitalità: simboleggia la vita, l’anarchia. Il secondo, più poetico e melodico, è il simbolo della poesia della vita, della fantasia e del sogno. Pinocchio rappresenta infatti una vitalità senza scopo, pronta ad essere attratta da qualsiasi spunto la realtà gli offra. Lucignolo è uno dei richiami che esercitano quella attrazione. L’importanza che gli autori dedicano a questo aspetto è fondamentale, ed è chiaramente evidenziato dallo spazio che il tema di Lucignolo si prende all’interno degli intervalli del dialogo tra Pinocchio e Lucignolo, spazi lasciati appositamente larghi per consentire alla musica di farsi spazio e diventare essa stessa parte del personaggio.

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le viole ben temperate

24 Aprile 2008 Nessun commento

Johann Sebastian doveva ancora nascere quando un Henry Purcell ventenne scrisse queste pagine, che paiono un precedente dell’opera bachiana malamente parafrasata nel titolo. L’opera (incompleta) di Purcell non è didatticamente sistematica come il “Wohltemperirte Clavier” ma anche questa è un viaggio tra preludii e fughe a tre/quattro/cinque voci in molte tonalità diverse. La denominazione “fantasia” sta ad intendere infatti la liberazione della melodia dalle costrizioni dei ritmi di danza, e in queste di Purcell vengono mescolati la libera melodia tipica del preludio italiano alla fuga, e al contrappunto in genere, più rigorosi. Questa esplorazione è condotta non sul clavicembalo, ma sulla storica formazione inglese del consort di viole (all’epoca ormai sul viale del tramonto) e l’intimismo tipico dei brani per questa formazione, specialmente nell’unicità della sua parabola inglese, assumono alla data della composizione (estate 1680, datata sul manoscritto) la chiara influenza della sonata italiana (quella da chiesa soprattutto) e si capisce che il terreno musicale britannico è pronto per accogliere, un trentennio più tardi, l’astro handeliano. L’interpretazione che ne fa l’Hespèrion XX (Savall e Kuijken, tra gli altri) in questa incisione del 1994, ristampata da pochissimo per Alia Vox, è ovviamente eccezionale.

le pirlate del Berlusca nn. 1-2

23 Aprile 2008 Nessun commento

Se tutto va male abbiamo davanti cinque anni di sane pirlate berlusconiane. La prima era, naturalmente, l’invito a Putin nella sua villa in Sardegna all’indomani della vittoria delle elezioni. Già da sola quella ne aggruppava due o tre (il “raffinato” spettacolo del Bagaglino, il gesto della mitraglietta alla giornalista, etc.). La seconda è, naturalmente, la Formigoneide. Già il fatto di candidare un presidente di regione in carica lascia esterrefatti. In più, una volta eletto, gli viene comunicato che se ne deve stare a casa sua. (E pensare che il governo non è ancora nato!)

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Muñoz va al lago

22 Aprile 2008 Nessun commento

Zitto zitto, alla chetichella, José Muñoz espone alcune sue opere nel profondo varesotto (al Chiostro di Voltorre, Gavirate, sul lago di Varese). La mostra, aperta fino al 4 maggio, organizzata tramite la galleria Nuages di Milano in trasferta, è divisa abbastanza velleitariamente in tre sezioni: New York, Pampa e Buenos Aires. La più interessante è la prima, che si compone delle tavole a fumetti che il disegnatore argentino realizzò su testi di Sampayo a cavallo tra ’70 e ’80: un disegno espressionista e un forte contrasto bianco/nero che hanno fatto scuola (Trigo nel fumetto popolare, il Miller di Sin City nel fumetto cólto, per citarne un paio). La seconda sezione presenta una serie di tempere, acquerelli e acrilici abbozzati piuttosto velocemente, di non grande valore, secondo me. L’interesse si ravviva nell’ultima sezione, con una serie di bozzetti, illustrazioni, etc., aventi come tema la capitale sudamericana. Completa la mostra un video di un quarto d’ora nel quale il Nostro parla a ruota libera, non dicendo niente di fondamentale, in verità. Un ulteriore motivo d’interesse è la sede della mostra, un monastero medievale, con chiostro e chiesa (chiusa) annessa.

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Et Dukkehjem

21 Aprile 2008 Nessun commento

I “classici” non deludono mai. Per quanto tardi li si conosca e, quindi, il loro carico di storie, idee, innovazioni, “messaggi”, etc., ci sia noto, di rimando, dall’utilizzo di esso in mille altre forme (nell’arte, nella comunicazione, nella vita), solo in essi si ritrova la collocazione esatta di quel materiale e il senso pieno dello spirito del proprio tempo, con il giusto bilanciamento dei significati in reciproco rapporto che, presi uno per uno e attualizzati, possono apparire banali.

Ibsen, dopo essersi dedicato nei primi anni della sua attività a temi poetici e letterari ispirati alla mitologia nordica e, al contrario di Wagner per esempio, non avendo riscosso i favori del pubblico, ha la fortunata idea di mettersi ad osservare e rappresentare i temi quotidiani del ceto sociale borghese.

“Casa di bambola” va in scena nel 1879. L’idea di base è la riflessione sulla condizione della donna all’interno dell’istituzione matrimoniale di stampo patriarcale. A quell’epoca nascevano i primi movimenti collettivi di liberazione femminile e quindi la critica di Ibsen si iscrive in quella temperie culturale. Ovviamente, data la grandezza dell’autore, anche in relazione alla nascente importanza attribuita al mondo psichico avvenuta alla fine del secolo, questo dramma teatrale dà vita ad un complesso intreccio di tematiche strategicamente svelate da Ibsen solo in parte, ed è proprio il non detto a costituire motivo di interesse, a causa della varietà delle interpretazioni possibili.

Come viene suggerito molto appropriatamente dalla Valcarenghi nel suo “Aggressività femminile” (Bruno Mondadori) non è pensabile la sottomissione della maggioranza della popolazione (quella femminile) da parte di una minoranza (maschile) senza un tacito accordo di interesse della prima. Ed è proprio questo il nodo fondamentale di “Casa di bambola”, secondo me, e solo in secondo ordine di importanza si aggiungono gli altri temi, ovvero la donna sottomessa, la salvaguardia delle apparenze sociali, etc. Nora, la moglie, è felicemente calata nel suo ruolo casalingo, conviviale, di angelo del focolare, in stretto equilibrio col ruolo “forte” del marito. Anche le finzioni femminili, le bugie a fin di bene, fanno parte di questo equilibrio, retto da un “prodigioso” incantesimo che, un po’ banalmente, fa rassomigliare il ruolo di marito e moglie (nella società borghese del tempo di Ibsen, ma forse anche di tutti i tempi) a quello di due attori che abbiano assunto dentro sé la propria funzione/finzione nel mantenere quell’equilibrio.

L’attenzione dell’autore è centrata su Nora, ed è proprio lei infatti ad accorgersi che questo prodigio va incontro al disfacimento. La prima avvisaglia accade quando il marito, inconsapevole dei misteri di lei, insinua che una famiglia che ha dei segreti al suo interno non può che avvelenare l’aria che respirano i figli. La donna, piú dell’uomo, è da sempre la piú consapevole di questo non detto nei rapporti interpersonali e il marito, che pone dubbi a questo proposito, dimostra di non rispettare le regole del gioco. La seconda occasione di crisi è nel momento in cui il dottore, amico di famiglia, le dichiara apertamente la sua attrazione sentimentale: anche in questo caso la finzione si interrompe e Nora rifiuta un avvenimento di questo tipo. Secondo me è questo il momento piú riuscito dell’opera, perché Ibsen non spiega nel dettaglio le motivazioni di questo rifiuto ma lo lascia all’interpretazione dello spettatore, che lo tiene in memoria come un segno premonitore misterioso, fino alla fine. La terza crisi avviene nella scena finale ed è quella che determinerà la scelta risolutiva della donna.

p.s.: vista in dvd, produzione televisiva Rai anni ’60, interpretazione della bravissima Giulia Lazzarini.

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balla per me, Balla per te

19 Aprile 2008 2 commenti

Oltre a costare una follia (nove euro), la mostra su Balla a Milano è priva di qualsiasi spiegazione, a parte un video di una mezz’ora, di produzione francese e degli anni ’70, nel quale si descrivono brevemente la vita e le opere di Giacomo Balla e si intervistano le due figlie (Luce ed Elica!) che danno una testimonianza personale dell’atmosfera di quel periodo. L’assenza di spiegazioni leggibili durante il percorso costringerebbe il visitatore a noleggiare le malefiche audioguide, col risultato di avere contemporaneamente anche una bellissima istallazione in stile Marina Abramovic, costituita da persone che girano come alieni audioguidati all’interno di una sala con quadri appesi. Tornando a bomba e a Balla, nella prima sala sono presenti opere del suo primo periodo, in cui sperimenta diversi tipi di pittura (dal verismo, al ritratto alla Boldini, al divisionismo, al simbolismo) e i cui risultati non sono affatto male, anzi. Dopo il 1909 però, data della pubblicazione del Manifesto Futurista di Marinetti, Balla incomincia a cambiare stile e soggetti rappresentati: al divisionismo si associa la ricerca sul movimento (testimonianza esemplare di questa primissima fase è la “Ragazza al balcone”, 1912, qui sopra) e a quest’ultima le trovate formali del cubismo, fino ad arrivare alla sua personale caratterizzazione di cubismo-solido, declinata sui vari temi (ricerca sul movimento, intento patriottico, etc.). La rivoluzione Futurista investe sia le altre arti che la vita quotidiana: Balla infatti si è applicato anche nel design di abiti, oggetti, scenografie, etc. La fortuna del Futurismo è stata che il suo slancio modernista e belligerante non è stato fatto proprio dal Fascismo (a causa della sua poco affabile tendenza eversiva e dissacratoria, specialmente nel teatro, design e letteratura) quindi non ha potutto fossilizzarsi in arte di regime. Nonostante ciò verso la fine degli anni ’20 la propulsione creativa (almeno nel caso di Balla) è venuta a mancare, e un altro difetto della mostra in questione è anche di non documentare abbastanza questa fase.

Categorie:arte Tag:

Vittoria!

18 Aprile 2008 Nessun commento

Una ???m???? ??????? pessimamente abbligliata (il vestito non era quello della foto qui sopra) ha ottimamente eseguito stanotte (chissà quando è stato registrato? inutile pretendere troppo dalla Rai) il concerto n. 2 per violino e orchestra di ??????? ??????????, diretto da Jeffrey Tate alla guida di un’orchestra torinese. ?????????? compose quest’opera nel 1935, l’anno precedente al suo ritorno definitivo in Unione Sovietica e, non capendoci una mazza in questo periodo musicale, lo definirei post-stravinskiano. Grosso modo il concerto consta di tre movimenti: il primo e l’ultimo dànno grande spazio a dissonanze, dodecafonie, doppie corde, picchettati ed acrobazie spesso difficoltose per la solista, durante le quali la ??????? non si scompone affatto, essendosi confrontata con questo brano fin dall’inizio della sua carriera. Il movimento centrale, per addolcire gli animi di ascoltatori poco avvezzi alle dissonanze degli altri due tempi, è un sapiente andante, dolce almeno nella parte introduttiva e di chiusura, che certo non è immemore del Largo dell’Inverno di Vivaldi: anche qui, anche se il tema non ricorda quell’esempio, dal punto di vista strutturale l’ampio disegno della melodia accattivamente suonata dal violino si staglia sulla passeggiata pizzicata degli archi.

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ics ICS ics

17 Aprile 2008 Nessun commento

“x X x” (2002) è frutto di un’operazione piuttosto furba, che è facile sgamare quasi immediatamente: si è presa una trama buona per l’agente 007 e la si è rimaneggiata e tinteggiata a base di tatuaggi, sport estremo, colonna sonora rock pesante, etc. in modo da modernizzarla e renderla appetibile ad un pubblico ggiovane di un certo tipo che mai avrebbe avvicinato un tipo incravattato alle prese con servizi segreti e belle pupe. Qui, infatti, l’incravattato diventa il super-tatuato Vin Diesel, e la pupa è una bella sui generis, Asia Argento, che si trova più a suo agio rispetto alle stupidaggini che il babbo gli ha proposto recentemente. La vicenda è ambientata a Praga, condita da servizi russi e americani, etc., la solita solfa, insomma. Il risultato è discreto, a parte la scena in cui il Diesel denigra la musica di Mozart (o era Rossini?). Stasera c’è “x X x 2″, ma è meglio non esagerare.

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la due giorni di uno skrutatore

16 Aprile 2008 Nessun commento

Qualche anno fa, nel corso della mia fase di progressiva illuminazione democratica, mi iscrissi alle liste dei potenziali scrutatori elettorali del mio comune. Anche se una tizia, quando glielo raccontai, mi fece nascere un certo senso di colpa dicendo che lo riteneva un compito da lasciare a studenti e casalinghe squattrinati, io lo consideravo, e tuttora lo considero, un dovere civico, un po’ come fu per la leva militare o il servizio civile, da far praticare a rotazione a tutti i cittadini. La prima volta che svolsi quella funzione (2006) mi era parsa una buona esperienza, utile anche per capire che chi parla di brogli elettorali, oltre ad essere in malafede, probabilmente non ha mai partecipato allo spoglio e alla conta delle schede e non sa che gli occhi che scrutano e controllano sono parecchi, e l’(im)broglio è praticamente impossibile. Stavolta non avevo una gran voglia di ripetere l’esperienza ma, grazie alle cantonate che sono solito prendermi, mi sono offerto come papabile da parte del mio partito preferito, pensando che ciò seguisse una logica di controllo del voto da parte delle diverse forze politiche e non una semplice lottizzazione fra amici e parenti delle cariche (essendo troppo ingenuo, parte di questo dubbio mi è rimasto). Devolverò, comunque, in beneficenza il compenso. Non ci tenevo a ripetere l’esperienza sia perché è un lavoro pesante, sia perché sapevo che nel mio seggio le montagne di voti che si becca il centrodestra hanno un effetto abbastanza deprimente sullo skrutatore sinistroide. Il bilancio di quest’anno si risolve in un side-to-side di due giorni con una scrutatrice leghista, in una figura di tolla del secondo giorno in cui sono arrivato con un ritardo di un’ora dovuto alla mia sveglia e al telefono-sveglia saltati a pie’ pari, nella registrazione di un pisquano che ha aderito all’appello dello Zoo di 105 ed ha rifiutato il voto, e poche altre quisquilie. Se ne riparla fra un lustro.

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aiutooooo!

16 Aprile 2008 Nessun commento
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cinghiali laureati in matematica pura

11 Aprile 2008 Nessun commento

Nell’ultima intervista concessa da De André al Mollicone (che ogni tanto la Rai ha il buon senso di ritrasmettere) spicca, tra le tante risposte da scolpire su marmo per i posteri, l’affermazione: “Un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali, sarebbe un mostruoso animale, un cinghiale laureato in matematica pura”. È più o meno quanto mi viene da associare alla dichiarazione di un tale che ha commentato l’iniziativa benemerita del neo-vescovo Ravasi di indire un convegno in Vaticano sulla questione Darwin-nondarwin-evoluzionismo, etc. Questi, invece di dare il benvenuto ad un’occasione di confronto progressista all’interno della Chiesa che il carattere di Ravasi non può che garantire, disse: “È un tentativo, destinato al naufragio o, peggio ancora, alla menzogna”. Siamo alle solite: lo scienziato alle volte può essere più integralista del religioso. Il tentativo di coniugare la visione scientifica e spirituale della realtà viene negato da affermazioni come questa. La visuale religiosa tenta di dare un senso al mondo reale e non credo avrebbe problemi a fare dei passi indietro riguardo alla spiegazione del mondo mano a mano che la scienza trova delle spiegazioni plausibili per la vita, senza per questo dover perdere la visione spirituale rispetto ad esso. Certo che se non si salutano con benevolenza queste occasioni di chiarimento (anche rispetto alla dinamica interna della discussione intra-confessionale) i passi in avanti nel riconoscimento reciproco saranno sempre molto limitati.

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il manzo oggi va un po’ caro, signora mia

10 Aprile 2008 Nessun commento

La versione di Andrew Manze delle sonate di Corelli, nonostante sia venduta a peso d’oro (circa 39 euro, cazzarola), merita “soltanto” la (piena) sufficienza. Avendo ascoltato precedentemente la sua strepitosa interpretazione di quelle di Handel, era lecito aspettarsi qualcosa di altrettanto fondamentale da piazzare nella discoteca casalinga. Invece, a dispetto di quanto viene correttamente spiegato nel libretto, l’apporto inventivo che l’esecutore è obbligato ad esercitare si rivela una carenza di questa incisione. Manze si applica in questo solo negli Adagi e Andanti, ma l’esito non è gradevole, naturale e aggraziato come quello della versione di Enrico Gatti, per esempio. Il problema è che Manze, a questo punto, vuol farci credere di aver assolto la propria funzione. Infatti si guarda bene dall’introdurre variazioni nei tempi veloci. Il massimo che concede è, in un paio di gavotte, di raddoppiare la nota all’ottava superiore, secondo il procedimento “rubato” alla versione di queste sonate che ne fa Geminiani in versione concerto grosso (e che lo stesso Manze ha diretto qualche anno fa). Verrebbe da consigliargli di ascoltare l’interpretazione di Montanari: in quest’ultima infatti non c’è movimento che dopo la prima esposizione naturale, non venga ripetuto con variazioni, invenzioni, frammentazioni di durata (da quarti diventano almeno sedicesimi, se non trentaduesimi, addirittura). Di tutto ciò non c’è traccia nella versione manziana, se non nella Follia, che non si sarebbe meritato quel trattamento asettico. Rimane comunque un bel disco per la qualità di suono, decisa e appassionata, che Manze sa trarre dal suo violino.

ORRORE !

9 Aprile 2008 27 commenti

Qualcuno comunichi a Veltroni che l’inno d’Italia fa cagare. Come può una persona assennata portargli rispetto?

© 2008 Ciccio Veltroni per gentile concessione del Faro di Kupe

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il tinteggiatore di battaglie

8 Aprile 2008 1 commento

L’idea fondante dell’ultimo romanzo di Pérez-Reverte non è malvagia: un fotografo di guerra alle prese coi propri fantasmi derivanti dai sensi di colpa riguardo al proprio ruolo in una società mass-mediatica come quella contemporanea, e nella quale la differenza tra il carattere passivo (di testimonianza) o attivo (di determinazione dei fatti) del proprio mestiere viaggia sopra una linea di demarcazione che spesso è difficilmente distinguibile. (quello che sta succedendo in questi giorni in Tibet ne è una chiara esemplificazione.) Reverte affronta però questo tema con una scrittura povera, quasi degna di un Dan Brown, ripetitiva nello svolgere i concetti di cui sopra, e il tentativo di nobilitarla dedicando una metà del libro all’espiazione pittorica che il protagonista si è inventato è un chiaro allungamento del brodo e risulta un espediente piuttosto goffo, che vorrebbe dare un tono più elevato ad un argomento che lo è già di suo, e che lo scrittore padroneggia piuttosto bene, essendo stato il suo lavoro precedente proprio il fotografo nelle guerre slave degli anni ’90. Si intuisce chiaramente infatti – in questa ”cólta” descrizione – che Pérez non ha mai tenuto in mano un pennello, e i riferimenti alla tecnica pittorica e alla storia dell’arte sconfinano spesso nell’accademia e nel didascalismo. In qualità di editor avrei consigliato all’autore di tagliare il più possibile e ridurre il romanzo a racconto, genere più congeniale all’idea principale, anzi unica, intorno alla quale il libro si arrovella (ma, si sa, i racconti non vendono quanto i romanzi).

casa nuova, storia vecchia

7 Aprile 2008 Nessun commento

Come al solito, per accalappiare qualche fessacchiotto in più il titolo della mostra inverte i termini della questione. La dizione corretta, invece di “Canova, alla corte degli zar“, avrebbe dovuto essere: “Scultura italiana neoclassica nel collezionismo russo del primo ’800″, per indicare un fenomeno più generale, l’attenzione della Russia zarista verso il neoclassicismo italiano (interesse che investì tutte le arti, a cominciare da architettura e pittura), nel quale anche Canova si era inserito. Le opere di quest’ultimo sono infatti solo sette su quaranta, e sicuramente di secondaria importanza nel catalogo dello scultore. La cosa più interessante di questa mostra troppo breve, composta di sculture provenienti soprattutto dall’Hermitage, è invece l’opportunità di conoscere qualche nome nuovo (Finelli, Bienaimé, Tenerani, etc.), tramite opere degne di rivaleggiare con quelle – presenti – del titolare. Per fortuna il catalogo è di pessima qualità (= soldi miei risparmiati): qualcuno ha infatti avuto la bella pensata di cercare di simulare, nelle foto in un pesante bianco e nero, la somiglianza con il corpo umano reale, perdendo così in riproduzione (per quanto sarebbe stato possibile) le mille candide sfumature cromatiche dei materiali originali.

Carlo Finelli, “Le Ore danzanti”, 1824, Hermitage.

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2008 – Odissea nello Spazio

4 Aprile 2008 4 commenti

Quarant’anni fa usciva “2001 – A Space Odissey” di Stanley Kubrick. Allo Scòzzari che ieri alla presentazione del suo “Arte Bimba” denigrava – per molti versi giustamente - la Marvel, si potrebbe rispondere che senza quella casa editrice e le sue americanate probabilmente la mia (e di molti altri) conoscenza di questa storia di filoso-fanta-scienza sarebbe avvenuta molto più tardi. Il film fu infatti adattato e illustrato a fumetti da Jack Kirby e pubblicato in Italia dalla Corno, quasi contemporaneamente ad altri raffinati titoli di profilo basso consimilari tipo “Superman contro Cassius Clay”, questo però magnificamente illustrato da Neal Adams - prima o poi dovrò andare a ritirarli fuori dalla soffitta dei miei). Naturalmente quando all’epoca lo lessi non ci capii niente: mi colpì molto di più l’adattamento del “Pianeta delle Scimmie”, disegnato da Tuska. Oltretutto Kirby era nel suo periodo manierista più sfrenato, tronfio della sua gloria passata - faceva un po’ come il Pratt degli ultimi tempi, insomma. Il film, stupendo come tutti i kubrick, l’ho poi stra-visto e si sprecherebbero le citazioni o richiami a questo da parte della filmografia successiva. “Artificial Intelligence” di Spielberg, progettato del resto insieme allo stesso K.- nel frattempo deceduto – riprende le atmosfere finali di “2001″ e dà al film di Spielberg dei toni malati, angoscianti che proprio non gli appartengono. Non rimane che leggersi il racconto di quel pedofilo di Clarke che sta all’origine di tutto, ce l’ho da qualche parte.

mischa

4 Aprile 2008 Nessun commento

Il concerto de la noche di questa settimana era interpretato dal violoncellista Mischa Maisky e dalla sua figliola al pianoforte (accoppiata che ricorda la versione omologa e all’antica di Jordi Savall, viola da gamba, e la figlia Arianna, arpa, intendendo l’arpa come antenata del clavicembalo e, quindi, del pf). Dopo un antipasto a base di Beethoven (variazioni su un tema dallo Zauberflöte) sono passati al piatto forte, e cioè alla sonata “Arpeggione” di Schubert. Non si sa come cavolo suonasse questo arpeggione, arnese per il quale Schubert scrisse la sonata, ma il violoncello lo sostituisce egregiamente, in ogni caso. Il primo movimento è il più bello, carico di pathos. Tra l’altro, noto spesso che l’effetto pathos-logico che ritrovo in vari brani per violoncello di questo periodo (il concerto n. 1 di Haydn, o quello tra i più belli di Boccherini), questo effetto di commozione è sovente ottenuto tramite un rimbalzo cromatico, tra uno o due semitoni, su note sostenute. È più o meno lo stesso tipo di effetto che viene creato dal trillo nella musica barocca (specialmente per violino), sostituito poi dal vibrato “romantico”, e che nella psiche umana deve probabilmente andare a toccare gli stessi recettori che interessano l’assimilazione di un pianto o di un lamento. Ma questo sarà il tema del mio prossimo libro sulla interazione tra musica, matematica e sentimento.

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sonno o non sonno?

2 Aprile 2008 Nessun commento

Max Von Sydow, l’ispettore in pensione co-protagonista della terz’ultima fatica (2000) di Dario Argento, se la ride per tutto il film (scena dell’infarto finale a parte, almeno lì). Come biasimarlo, viste le fregnacce che gli è toccato di recitare? Non è uno dei peggiori film del Dario (vedi “Il cartaio” o “La terza madre”, a scendere), ma comunque anche questo è pieno di situazioni che affondano nel ridicolo. Alcune soluzioni hitchcockiane – “leggermente” stantie - e la genuina fantasia scannatoria del regista lo rendono tuttavia ancora accettabile. Con Gabriele Lavia, Rossella Falck, Chiara Caselli, colonna sonora dei Goblin, cameo (essendo ambientato a Torino) dei Mau-Mau.

jim mooney (1919-2008)

2 Aprile 2008 Nessun commento

Addio a Jim Mooney, scomparso il 30 marzo. Storico disegnatore dei fumetti USA che, dopo una onesta carriera senza infamia né lode nei 40-50-60s, insieme a molti altri sfortunati come lui (Robbins, Williamson, etc.) ha terminato i propri giorni inchiostrando le matite dei disegnatori cattedrati della Marvel, sulle pagine dei vari Spiderman, Hulk, etc. Devo dire che non era uno dei miei preferiti: di gran lunga migliori erano Joe Sinnott (quando inchiostrava le matite di John Buscema o la saga dei F4 di Kirby) o Romita sr. (quando ripassava l’uomoragno di Gil Kane) – o Janson quando inchiostrava Miller, ma questa è storia della generazione successiva.

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Jonah Be Good

1 Aprile 2008 Nessun commento

L’episodio di Giona si prende appena un paio di pagine dell’Antico Testamento ma, a dispetto della sua brevità, ha una certa importanza nella dottrina, sia quella ebraica che cattolica (e lo dimostra la sua presenza nella sfilza di profeti michelangioleschi della Cappella Sistina). Il motivo primario, originario, quello ebraico, è legato soprattutto alla manifestazione della benevolenza divina: in una prima occasione JHWH perdona Giona per averGli disubbidito dirigendosi verso Tarsis invece che verso Ninive – dove gli aveva chiesto di recarsi per convertirne gli abitanti – e lo salva dalla morte in mare, facendolo ospitare temporaneamente nello stomaco di un grande pesce (e qui si accende una lampadina che rimanda a Pinocchio). La seconda epifania di bontà riguarda proprio i ninivensi che fino ad allora vissero come sodomiti e gomorrani ma, dopo la Parola profetica di Giona, si convertono anch’essi ed evitano la brutta fine dei loro più famosi e sfortunati amici fornicatori. Poi ci sono altre storielle a corollario (il dispiacere di Giona per la salvezza dei ninivesi, il ricino = qiqajon, la morale finale, etc.), ma tutto questo rimane nel vecchio testamento e trova ampliamento nel commento alla Bibbia (la Torà o il Talmud, non mi ricordo mai). I Cristiani tutto questo lo danno per scontato: il dio cristiano è il dio buono per eccellenza, che perdona i peccatori. Quello che si trova nei vangeli, invece, è un didascalico riferimento alle antiche scritture, che fa un parallelo tra la permanenza di Giona nel ventre del pesce – durata tre giorni – e la permanenza della stessa durata di Gesù nell’oltretomba per poi risorgere a Pasqua. Il riferimento a Giona è uno dei tanti attributi profetici che il cristianesimo impone posticipatamente alle scritture antiche, rendendolo un doppio profeta: profeta a Ninive per conto di Dio, e profeta di Cristo col suo esempio personale. Chi ha scritto quelle pagine non pensava certo che in futuro i tre giorni ‘stomachevoli’ sarebbero tornati utili come segni cristologici ma è fantastica la spudoratezza con la quale una setta evidentemente non riconosciuta dalla religione ufficiale si approprii di significati antichi, sia riconducibili al fondamento ebraico che ai riti pagani: cosa altro sono, infatti, tutta la pletora di santi cattolici, per esempio, se non una frammentazione divina per tornare a contattare gli uomini negli aspetti della vita di tutti i giorni, che invece la maestosità di un dio unico poteva correre il rischio di schiacciare, nei confronti della potenza immanente di un panteismo pagano?

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