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Archivio Maggio 2008

the way they were

28 Maggio 2008 Nessun commento

Per fortuna ieri c’era il Lanfranco che, alla fine di Ottoemèzzo, annunciava che la7 avrebbe omaggiato Sidney Pollack, se no avrei spento l’elettrodomestico per passare alla radio. “Come eravamo” (“The Way We Were”, 1973) ha per protagonista Robert Redford – l’attore-icona di Pollack – e Barbara Streisand, ed è una Lacrimosa commedia sentimentale che utilizza astutamente come sottofondo, in versione un po’ patinata, l’atmosfera di impegno sociale post-68 retrodatandola, forse per non sbilanciarsi eccessivamente coi temi allora contemporanei, agli anni rooseveltiani. L’idealismo politico di Katie Morosky (la Streisand) si confronta con l’edonismo di Redford, del quale si innamora. Redford è però ligio alla regola del ‘carpe diem’, le cui motivazioni si potrebbero forse giustificare per il fatto di aver conosciuto da vicino la guerra e per il suo avvenente aspetto fisico. Dal suo punto di vista non è evidentemente lecito farsi eccessivi scrupoli di fronte a scelte che imporrebbero una certa fedeltà ad un ideale o, ben più impegnativamente, ad una persona. La Barbra alla fine rimarrà sola, gravida e sconsolata, ma perlomeno potrà annoverare nel suo palmares la conquista di Roberto Rossoguado. L’interesse degli autori è evidentemente quello di esaltare la vicenda sentimentale. Gli argomenti politici infatti non costituiscono di certo il perno del film, ma assomigliano piuttosto a delle note di colore, o ad una griglia sulla quale instaurare la trama dei rapporti interpersonali. L’appartamento della Streisand, per esempio, è corredato di poster di Stalin, Lenin, foto di Roosevelt, etc., ma sembra uno pseudo-set preallestito, tipo Ikea. Altro esempio: verso la fine dei ’40s si verifica la caccia ai comunisti, anche nell’ambiente cinematografico hollywoodiano del quale Redford diventa sceneggiatore, ma qui si rimane un po’ sul vago, e infatti McCarthy non viene mai menzionato (forse per non ricordare al pubblico che apparteneva al Partito Repubblicano, il che equivaleva ad inimicarsi la metà degli spettatori). Tutto sommato è un bel film, con climax commovente nella scena finale.
Sceneggiatura di Arthur Laurents, musiche di Marvin Hamlisch

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nuovi edifici che (ancora) crollano

27 Maggio 2008 2 commenti

Nell’opera di aggiornamento in versione cd delle mie ultraventennali audiocassette ormai deperite è arrivato il turno di “Halber Mensch”. Nonostante il quarto di secolo sulle spalle, questo disco conserva tutta la sua carica. Un mix di silenzii, elettronica, percussioni, voce (utilizzata in mille modi: come graffio, sussurro, melodia, recitazione, etc.). Gli strumenti musicali consueti vengono usati come industriali e, viceversa, gli strumenti industriali sono usati come musicali, etc. Tutto questo alle volte riesce anche – inaspettatamente – a sposarsi nella forma-canzone ‘tradizionale’, con felicissimi risultati (“Sand” e “Seele brennt”). Una pietra angolare teutonica, ancora insuperata, della musica contemporanea. p.s.: nel frattempo, è appena uscito l’ennesimo nuovo album degli E.N.

Ich bin das letzte Biest am Himmel
Geh im Osten auf
der Osten ist rot
und im Westen unter
Ich bin das letzte Biest am Himmel
Die letzte Bestie am Firmament
Halt mich fest
in der Himmelsmitte
Halt mich fest, ich trockne aus
Es zerfällt mein Licht
Halt mich fest im Zenit
weit weg, zwei, drei, mehr Parsec, weg von hier!
Ich bin das letzte Biest am Himmel
Ich bin das letzte schöne Sternentier
Ich bin das letzte fiebrige Gestirn
Halt mich fest
in der Morgendämmerung

dopo domani

26 Maggio 2008 1 commento

Questo deve essere stato il film che ha fatto scattare la molla ecologista nel buon Al Gore. Si comincia col presidente USA che viene malamente incitato dai suoi consiglieri (siamo nel post 9-11 e quindi, visti i precedenti, gli autori ne hanno tutte le giustificazioni) a snobbare il protocollo di Kyoto, che prefigura uno scenario futuro surriscaldato per il pianeta. Per punire quei cattivi consiglieri la catastrofe, invece che avvenire nel corso di qualche centinaio di anni, si scatena dopo mezz’ora e, per la legge del contrabbasso, cala un super-freddo polare su tutto l’emisfero a nord dell’equatore. Dopo varie peripezie, durante le quali Bush (o chi per lui) muore di freddo – e il cattivo consigliere viene promosso a presidente (furbi gli americani) - il clima si rasserena. Conclusioni: il protocollo di Kyoto non serve a una mazza e la Natura fa quel che le pare. E sopravvissero felici e contenti.

USA 2004, regia del catastrofistico Roland Emmerich, con Dennis Quaid.

un sabato italiano

23 Maggio 2008 Nessun commento

Trucidi come sempre, gli Afterhours tornano nei negozi con un album prodotto, come il precedente, da Giovanni Parrocchia. L’intervento di quest’ultimo indurisce, se possibile, ancora di più il sound del gruppo, rendendolo senza dubbio interessante e alle volte dando luogo a soluzioni di arrangiamento molto indovinate (il tappeto di batteria in “Riprendere Berlino”, per esempio), ma secondo me ciò spinge eccessivamente in secondo piano la parte verbale, rendendola spesso subalterna alla musica.

Categorie:Musica, Rock Tag:

experimentum mundi

21 Maggio 2008 Nessun commento

“Experimentum Mundi”, opera prima (del 1981) di Giorgio Battistelli, si può inquadrare in vari modi. Il più immediato è quello di porla all’incrocio di tre tipi di ricerca artistica: 1) quella musicale/sonora di compositori come Cage, Varèse, Stockhausen (li sparo un po’ lì, senza esatta cognizione di causa, ma per dare l’idea); 2) quella visiva della performance-art; 3) quella sulle tradizioni e sulla musica popolare tipica dell’ambiente culturale di sinistra degli anni ’70*, qui portata alle estreme conseguenze (tutt’altro che casualmente, del resto, è andata in scena proprio il 25 Aprile scorso, al Teatro Verdi di Firenze, trasmessa in diretta da Radiotre). L’opera di Battistelli è una composizione per orchestra da camera, ‘artigiani’ e voce recitante. Gli scalpellini, falegnami, pasticcieri, muratori, etc. presenti in scena, lavorano, e producono i suoni che sono loro proprii, al ritmo scandito dalla partitura – e lo stesso fanno i musicisti, ovviamente – e alla fine della performance completano fisicamente i prodotti del loro lavoro. La voce recitante, anch’essa ritmicamente scandita, è in quest’occasione quella di Franco Marcoaldi (che, in quanto poeta, trovo invece di una banalità disarmante) e legge pagine tratte dall’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert, corrispondenti alle professioni che contemporaneamente si svolgono sul palco. Non comprerei mai un disco con follie di questo tipo, ma è un experimentum senza dubbio interessante.

* Un “residuo” contemporaneo esemplificativo di questo aspetto è la trasmissione che Giancarlo Nostrini conduce da decenni su Radiopopolare.

jan dixan

20 Maggio 2008 2 commenti

Napoleone ha chiuso qualche anno fa, per inedia, e la Bonelli cosa ne deduce? Ovviamente, che c’è bisogno di un’altra collana quasi identica, da affidare allo stesso team di quella vecchia. Jan Dix è infatti una palese variante di Napoleone: al posto dell’investigatore/albergatore/entomologo abbiamo un consulente artistico/investigatore, l’ambientazione si sposta dalla Svizzera all’Olanda, ma l’atmosfera di fondo è la stessa. In questa prima storia della nuova miniserie il critico esordisce con una clamorosa toppata: scambia per vero un falso-Vermeer (e la scelta del quadro poteva non cadere sulla “Ragazza dall’orecchino di perla”, reso famoso da un pessimo film, tratto da un romanzo probabilmente altrettanto scialbo? Ovviamente no). Ambrosini, c’era da aspettarselo, riempie la storia coi suoi soliti intermezzi onirici e battezza i personaggi con nomi evocativi: il protagonista stesso è una fusione tra Jan Vermeer e Otto Dix; Hillman (riferimento allo psicanalista) è un giudice in pensione che graficamente ricorda Dürrenmatt, l’ispettore sembra Bertrand Russell, etc. Il Fumetto, per essere nobilitato, non ha certo bisogno di citazioni cólte, ma di buone storie, piuttosto. Questa, invece, è una storia abbastanza prevedibile, che ha il (consueto) difetto di finire una trentina di pagine prima per riservare l’ultima parte alle spiegazioni e ad osservazioni filosofiche meno che spicciole. Note positive: buoni i disegni di Ambrosini, e si attendono con piacere i prossimi numeri scritti e disegnati da Bacilieri, che sicuramente non deluderanno.

Categorie:fumetti Tag:

i concerti grossi di Handel

19 Maggio 2008 2 commenti

Inutile snobbarli, come ho fatto io per troppo tempo, i concerti grossi dell’op. 6 di Handel: si tratta di ottima musica, anche se è ovvio che ad ascoltarli dopo aver conosciuto quelli dell’op. 3, viene naturale classificarli ad un livello inferiore. Per i sei concerti della terza pubblicazione di Handel, in realtà, non si può parlare di concerti grossi in senso stretto: sono un assemblaggio di ouverture e concerti per vari strumenti (violino, oboe, organo, etc.) scritti in epoche diverse, e che solo per un’opportunità commerciale vennero messi sotto quella definizione. Ci sono tre o quattro brani, per esempio, in cui Handel si spreca, e mette generosamente dentro ad ognuno tante idee musicali differenti che, invece, nell’op. 6 – scritta all’uopo – si premura di distribuire equamente per dar luogo ad un numero di concerti maggiore (dodici). Questi ultimi vennero composti in pochi mesi a cavallo tra il 1739 e il ’40, all’epoca in cui Handel vide venir meno gli introiti dal teatro d’opera, e cercava quindi di far cassa in un’altra maniera; riflettono il gusto un po’ vecchiotto del concerto grosso di Corelli e Geminiani, gusto ancora di moda nell’Inghilterra dell’epoca, e sono stilisticamente molto omogenei. È evidente l’adesione all’opera di Corelli (sebbene non siano raffinati come quelli, frutto di una distillazione avvenuta in un periodo ben più lungo) e, a quella, Handel aggiunge spesso l’originalità e l’impetuosità che gli sono proprie. Nell’incisione rappresentata qui sopra, altamente consigliata, è alla direzione il grande Christopher Hogwood, che tra l’altro è l’unico biografo handeliano degno di tal nome, autore di un corposo libro tanto ambito quanto esaurito (cosa aspettano a ristamparlo?), del quale l’unica copia mai vista – da me – risiede nella biblioteca pubblica di Rochester, UK.

Categorie:Classica, Musica Tag:

gaspare

16 Maggio 2008 Nessun commento

Altro albo inutile che si aggiunge alla collana di D.D.: scritto da Masiero, scippando le tematiche direttamente dalla “Gea” di Luca Enoch; disegnato da Casertano, che sarebbe un bravissimo disegnatore, se solo la piantasse di caricare graficamente in maniera così esageratamente grottesca i personaggi secondari.

Categorie:fumetti Tag:

55 Morto che parla

14 Maggio 2008 Nessun commento

Secondo il critico che presentava la rassegna di essai della quale faceva parte “Ordet” (La Parola, 1955, Leone d’Oro a Venezia, uno degli ultimi film girati da Carl Theodor Dreyer) la chiave di lettura doveva essere la Vita. Il tema principale esplicitato alla fine, è secondo me, invece, la Morte, osservata da due diversi punti di vista: la morte come fattore ri-generativo e la fede come superamento della morte. Entrambi questi elementi vengono interpretati sia in senso simbolico che reale, ed è per la commistione di Fede e Vita che l’associazione con Kieslosky viene abbastanza spontanea. Lo stile di regia è forse un po’ antiquato, per quel periodo. Dreyer associa una semplificazione visuale alla Eizenstejn, tesa a raggiungere una chiarezza espositiva assoluta, ad una ripresa di stampo teatrale, con lunghi piani-sequenza in ambientazioni interne, che alle volte – nella loro programmatica schematicità – fanno un po’ sorridere. L’ambientazione teatrale è inevitabile di per sé, visto che il film è tratto da un testo di un certo Kai Munk, schiattato, pare, in qualche campo di concentramento nazista. Proprio per questa ambientazione e per il fattore simbolico di cui parlavo sopra, pare di essere ad un crocevia tra i due “periodi” del futuro cinema di Bergman: da una parte “Il settimo sigillo”, dall’altra tutti i drammi cine-teatrali tipici del conterraneo di Dreyer. Nel finale, la Parola (ordet in danese, come “ordalia”, “ordito”, “ordine” imperativo – di Dio) chiede un po’ troppo allo spettatore agnostico, ma per accettarlo è sufficiente immaginare che spesso è possibile dare una spiegazione scientifica anche ad un miracolo.

Categorie:Cinema Tag:

cornelio lucarelli

13 Maggio 2008 Nessun commento

Gli editori di fumetti ormai l’hanno capita che è tempo di vacche magre. Ogni volta che lanciano una nuova collana – nella quale non credono fino in fondo nemmeno loro – dichiarano infatti che si tratta di una miniserie composta di un tot definito di numeri, riservandosi così eventualmente la possibilità di proseguire la serie nella miracolosa eventualità che la stessa riesca a vendere un discreto numero di copie (come accadde con Napoleone). Non sarà certamente questo il caso di Cornelio della Star Comics, una serie che ha per protagonista uno scrittore di romanzi horror (nientemeno che Carlo Lucarelli in persona, col suo stesso avallo). Storia debole, inverosimile, troppo arzigogolata, disegnata appena passabilmente.

Categorie:fumetti Tag:

io forleo, tu forlei, ella Forleo

12 Maggio 2008 Nessun commento

Ok, la vergognosa epurazione dei magistrati scomodi al centro-SX è ancora sui banchi di lavorazione. Ma vogliamo scommettere che, d’ora in poi, per i prossimi 5 anni, Repubblica & company non terranno una condotta altrettanto educata, connivente alla maggioranza politica, come nei casi Forleo-DeMagistris, se si tratterà di parlare di magistrati che faranno le pulci al Berlusca? Vergognatevi quella faccia (in anticipo, please).

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Via della Sirena

12 Maggio 2008 4 commenti

Mermaid Avenue è la strada di New York in cui visse per molto tempo Woody Guthrie. Una quindicina d’anni fa Nora Guthrie chiese a Billy Bragg di riportare in vita alcuni fra i numerosi testi che il padre teneva nel cassetto ma che non riuscì a trasformare in canzoni. Conseguentemente, nel 1998 uscì questo disco nel quale Bragg, insieme ai Wilco e con la collaborazione di Natalie Merchant, portarono a compimento il proposito. All’epoca ne lessi qualche recensione ma lo snobbai allegramente perché questo tipo di riesumazioni in genere mi sembrano dei compromessi che difficilmente generano un buon risultato. Invece Bragg & company riescono a far propri quei testi, senza intimidirsi di fronte ad essi e, anche se a volte in alcuni brani sembrano rievocare lo stile di Guthrie, più spesso li affrontano come base di partenza per canzoni proprie, limitandosi a lasciare che il testo indichi loro il mood probabile che Guthrie intendeva attribuire al brano, e il risultato è convincente in un caso e nell’altro.

She Came Along To Me

Ten hundred books could I write you about her
Because I felt if I could know her
I would know all women
And they’ve not been any too well known
for brains and planning and organised thinking
But I’m sure the women are equal
And they may be ahead of the men

Yet I wouldn’t spread such a rumor around
because one organises the other
And sometimes the most lost and wasted
attract the most balanced and sane
And the wild and the reckless take up
with the clocked and the timed
And the mixture is all of us
And we’re still mixing

But never, never, never,
Never could have it been done
If the women hadn’t entered into the deal
Like she came along to me

And all creeds and kinds and colors
of us are blending
Till I suppose ten million years from now
we’ll all be just alike
Same color, same size, working together
And maybe we’ll have all of the fascists
out of the way by then
Maybe so.

WORDS: Woody Guthrie 1942 – MUSIC: Bragg/Tweedy/Bennett

argerich

9 Maggio 2008 2 commenti

La sonata K 381 per pianoforte a 4 mani di Mozart è una quisquilia, scritta originariamente per sé e la sorellina, che serve alla signora Argerich e al suo allievo Goerner per scaldare un po’ l’ambiente nell’attesa di passare a qualcosa di più interessante, ovvero le Danze Sinfoniche per due pianoforti di ?????????? (op. 45, 1940). Non sono in grado di discernere le influenze di Ravel e Debussy – dichiarate dal presentatore - in questa composizione, ma mi fa piacere il fatto di trovarla interessante, e a tratti anche bella, quando invece fino a pochi anni fa l’avrei clamorosamente ignorata.

Andato in onda su Rai3, dal Parco della Musica di Roma, registrato chissà quando.

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tritex

8 Maggio 2008 Nessun commento

L’ultima storia texiana scritta da Boselli era, secondo lui, talmente coinvolgente da doversi espandere su due numeri e mezzo. Il problema è che la pochezza della stessa, associata all’attesa di un mese tra un numero e l’altro ha fatto sì che il contenuto è svaporato ed è stato come non leggere quasi nulla. Gli unici elementi di interesse sono stati i disegni di Ticci, ancora il migliore disegnatore di questa serie sebbene il suo disegno sia notevolmente più impressionistico rispetto agli inizi ma, proprio per questa economia di mezzi, più evocativo di prima. La seconda nota positiva è che l’avventura coinvolge i “Buffalo Soldiers“, che fino a prima pensavo fosse solo il titolo della canzone di Marley della quale non conoscevo minimamente il testo, e che – si apprende – erano una guarnigione di soldati di colore – considerati un po’ sfigati – in pieno Far West.

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gioiellini mozartiani

7 Maggio 2008 3 commenti

Come un ottimo vino, le 14 sonate per violini, organo e basso di Mozart presentate in questo disco sprigionano una quantità di sapori diversi: vi ci si “sentono” infatti i quartetti di Haydn – soprattutto -, poi le sinfonie dello stesso Mozart, le sue arie d’opera, la semplicità lirica del papà Leopold, etc. Si tratta di pezzi in un solo movimento, commissionati dall’arcivescovo Colloredo per essere suonati durante le messe a Salisburgo, prima della lettura del Vangelo, e questo ne spiega il tono quasi sempre allegro e in tonalità maggiori (Vangelo, infatti = lieta novella). Wolfgang le ha scritte grosso modo in due tornate e, sicuramente, le più giovanili sono quelle di carattere più retró e che mostrano maggiormente le influenze di cui sopra (ma, verrebbe da dire, per fortuna, perché la felicità creativa non viene meno in nessuna di queste composizioni e la commistione dei generi conferisce a questi pezzi una genuinità accattivante). Come gli ottimi vini, inoltre, la produzione è limitata e per trovarlo in giro bisogna armarsi di pazienza. Interpretate stupendamente dai London Baroque.

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le pirlate del Berlusca n. 3

6 Maggio 2008 4 commenti

Forse ho capito male, almeno lo spero, ma secondo quanto “sibillinamente” afferma il Corriere di oggi (elegantemente, senza commentare la notizia), il cavaliere si è dimesso soltanto ora da consigliere comunale a Milano. Il problema è: quando è stato eletto? Non meno di uno o due anni fa, credo, quando andò su la Moratti. E fin da allora, quante volte avrà messo piede a Palazzo Marino? Cos’ ‘e pazz’!

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rimorchiatore

6 Maggio 2008 Nessun commento

Rassicurante commedia USA (2005). Sinossi: un consulente sentimentale per uomini imbranati scopre a sue spese che tra la teoria e la pratica si insinuano una serie di situazioni che ostacolano il raggiungimento dell’obiettivo agognato. La trama segue, insomma, il più obsoleto schema del tipo situazione-complicazione-soluzione, con doppio finale (o meglio un finto pre-finale) che nella mia mente bacata da Vivaldi si associa al classico doppio finale dei suoi concerti (ripreso più e più volte da Bach & company). Nonostante la prevedibilità di fondo, questo genere di commedia è più che rodato, da quelle parti, e il risultato è gradevole, e lo rende ancora più simpatico l’allontanamento dallo stereotipo WASP (i bianchi sono qui infatti i più imbranati). Nella versione italiana si perde inevitabilmente il gioco di parole del titolo (Hitchens è il cognome del protagonista, e “to hitch” vuol dire “rimorchiare”) ma a questo obbligano le regole del marketing.
Diretto da Andy Tennant, con Will Smith ed Eva Mendez

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cari figli

5 Maggio 2008 Nessun commento

Di questi tempi è di moda (già un po’ passata, a dire il vero) la graphic novel. Allora i rizzoliani hanno avuto la bella pensata di chiedere a Gianrico Carofiglio, ex magistrato-ex scrittore-attuale senatore del PD, di scrivere una storia basata sull’ispettore di polizia protagonista dei suoi romanzi (pubblicati da Sellerio, mi pare). Lui, coerentemente, ritenendo il fumetto un mezzo espressivo per dementi, rifiuta (parzialmente); decide però di riciclare un personaggio secondario dei romanzi di cui sopra e, per rendere chiaro che comunque per lui “non è una cosa seria”, chiede che ad illustrare la storia sia suo fratello architetto, che nel suo curriculum vitae asserisce – come dicono le patetiche note a margine – che da bambino “ricopiava i fumetti di Devil e Uomo Ragno”. Nientemeno! Risultato: una banalissima storia poliziesca dai risvolti neri, scritta in modo sciatto, disegnata coi piedi. Sarebbe bastato che questi due avessero letto la storia dell’ispettore senza nome, poche pagine incomplete scritte e disegnate da Pazienza quasi trent’anni fa e che ridicolizzavano già allora i topoi della moltitudine di investigatori già vecchi all’epoca di Chandler, per rendersi conto che meglio sarebbe stato continuare a fare l’architetto o il magistrato.

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primomaggio padovano

2 Maggio 2008 2 commenti

Sono stato a Padova diverse volte ma finora, per vari motivi, nessuna di queste visite è stata soddisfacente, di quelle in cui si guarda tutto quel che c’è da vedere in fatto di arte, fino a ridursi – autisticamente – a raschiare il fondo del barile, tipo cercare l’ultima chiesetta nella periferia più imboscata della città, il cui unico motivo di interesse è un rimasuglio di affresco duecentesco semiscrostato (sarà per questo che queste visite mi tocca spesso farle in solitaria?). Nell’ultima incursione di ieri avevo poco tempo e mi sono limitato ad un gironzolamento nei luoghi principali: la basilica di s. Antonio, la stupenda apertura di Prato della Valle, il duomo e poco altro. ‘Scoperte’ primomaggiesche: nel retro-altare (il coro) della basilica ci sono molte cappelle di recente decorazione, una delle quali è di Pietro Annigoni, fascinosa con i suoi dipinti completamente fuori target. In uno dei chiostri della stessa basilica c’è un grande busto bronzeo commemorativo di Giuseppe Tartini, trascuratissimo da chiunque, tranne che dal sottoscritto e da qualche piccione vagante.

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