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Archivio Giugno 2008

il dottor Gi(ro)vago

30 Giugno 2008 Nessun commento

Il film (girato nel 1965) tratto dal libro (1957) di Pasternak che tanto ha fatto spaventare i Compagni sovietici. In realtà il film è concettualmente equilibrato, perché appare come una critica alle dittature tout-court, e non solo a quella Socialista. La prima scena di violenza, infatti, riguarda la soppressione sanguinosa di uno sciopero da parte dell’esercito zarista (che sembra un evidente richiamo a “Sciopero” di ??????????). Il problema è però che gran parte della storia del dottor ?????? (medico e poeta) si svolge nel periodo post-rivoluzionario, motivo per cui l’aspetto che rimane più in evidenza è quello della critica al Regime sovietico, con le sue sottrazioni delle proprietà della nobiltà/borghesia, le deportazioni in Siberia, etc. La forte rimostranza dell’autore contro il regime si personifica nella figura del giovane che, da idealista rivoluzionario, nella fase post-zarista si tramuta invece in un gerarca spietato. È una chiara sineddoche, che paragona il singolo a tutto il sistema, e che non poteva ovviamente pretendere di passare il varo della censura. Il dottor Jivago (parziale alter ego di ?????????) è invece un medico che, in quanto scrittore, viene censurato nelle sue opere perché sono considerate sintomo di individualismo – indipendentemente dai contenuti - e l’individualismo è visto come in contrapposizione alla collettivizzazione del privato, in tutti i sensi, richiesto dalla nuova società. Che mattacchioni, i dittatori.

vai mo’

29 Giugno 2008 Nessun commento

“Go Now” racconta la vicenda di un calciatore che viene colpito dalla sclerosi multipla. A causa della sua ambientazione British (scozzese, per meglio dire) e della indagazione psicologica molto realistica dei personaggi, sembra di essere al cospetto di un’opera di Ken Loach (alle quali Winterbottom si è sicuramente rifatto) depurata, però, dai risvolti politici. Gli autori rappresentano in maniera molto convincente gli aspetti drammatici e i risvolti contraddittorii che una malattia come questa induce nel soggetto in questione e in chi gli sta nelle vicinanze. La scelta di utilizzare attori dalle facce ‘normali’, ma bravissimi, aumenta ancora di più la partecipazione emotiva dello spettatore.

UK 1995, regia Michael Winterbottom, sceneggiatura di Jimmy McGovern e Paul Henry Powell, con Robert Carlyle.

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fantasia, gelosia, amore e … pane

28 Giugno 2008 Nessun commento

Nei primi anni Cinquanta il Neorealismo aveva già stufato e incominciava a lasciare il campo da un lato al cinema d’autore più generale e dall’altro alla commedia italiana (quest’ultima favorita nella riproposta in tv dallo svuotamento dei palinsesti estivi). Se la scorsa estate vennero mandati “Poveri ma belli” e il suo seguito, quest’anno è stata la volta della tripletta “Pane Amore e Fantasia/Gelosia/…”). I denominatori comuni a queste tre pellicole (1953-54-55) sono i personaggi di De Sica e di Tina Pica – un ufficiale dei Carabinieri e la sua governante – volta per volta affiancati dalla star femminile (la Lollobrigida nei primi due e la Loren nel terzo, delle quali non si può non notare la bravura stellare messa al confronto con la pena suscitata dalle omologhe dei nostri tempi) e da altri comprimari, a rappresentare varie situazioni sentimentali, ambientate nell’italia popolare del tempo. I primi due, diretti da Comencini, sono girati in un paese laziale, spacciato per un inesistente paesino abruzzese (Sagliena). Proprio per questa connotazione molto povera, ci si può considerare qui ancora nei pressi della sensibilità neorealistica, stemperata dall’effetto comico dialettale, ma non degradato nel macchiettismo. Un altro riferimento cólto in entrambi i film di Comencini è la sensualità provocante (che mi ha ricordato certe scene di qualche Visconti) e lo sberleffo alla religione: in entrambi gli episodi ci sono una scena per ciascuno di questi due argomenti, e ciò basta a dichiararle una scelta stilistica e non un fatto casuale. Entrambi questi elementi mancano totalmente nel terzo film, diretto da Dino Risi. In quest’ultimo ci troviamo in direzione piena verso la commedia all’italiana. L’ambientazione si sposta a Sorrento, e se già la vena popolare diventa qui popolaresca, l’ambiguità maliziosa del paio di scene della Lollo si tramuta nella seduzione verace ma innocente della Loren.
Sceneggiatura: Comencini e Margadonna (“Fantasia”); Comencini, Margadonna, Eduardo de Filippo, Titina de Filippo, Talarico (“Gelosia”); Margadonna, Dino Risi, Girosi, Talarico (“…”). Altri interpreti: Marisa Merlini, Gigi Reder, Mario Carotenuto

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concerti brandeburghesi valle spluga (parte 2)

27 Giugno 2008 2 commenti

La stessa cricca di settimana scorsa (Carmignola, Dantone, Abbado, etc.) ha completato la serie dei Concerti Brandeburghesi di Bach con i tre a numerazione pari. Anche in questa seconda parte ce n’è uno più interessante di quanto già siano tutti nel loro insieme, ed è il n. 6. L’organico è insolitamente composto di strumenti – viole, violoncelli, bassi – da sempre votati all’accompagnamento, oppure ad interpretare brani intimistici e tranquilli (il consort di viole inglese, per esempio, o la musica per viole di Marais e Saint Coulombe). Qui si trovano invece investiti da un compito da concerto vivaldiano, ed il tono caldo e contemporaneamente allegro di questo brano ne fanno, credo, un caso unico nella storia della musica barocca.

il mio ex si sposa

26 Giugno 2008 2 commenti

Fra tutti i film che per ragioni di public relations mi è toccato andare a vedere, fortunatamente (o purtroppo, dipende dai punti di vista) non figurava questo del 1997 della Giulia Roberti, trasmesso su una tv la scorsa settimana. È una commedia dalla trama stupidotta e improbabile, che scivola nel comico o addirittura rasenta il grottesco.

“My best friend’s wedding”, USA, regia: P.J. Hogan, sceneggiatura: Ronald Bass, con la Roberts, Cameron Diaz e Rupert Everett.

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saint ives – cornovaglia

25 Giugno 2008 6 commenti

Il rullino da 36 è rimasto quasi due anni nella macchina, ma alla fine si è esaurito. I primi scatti risalgono all’agosto 2006. Qui siamo in Cornovaglia, a Saint Ives con la bassa marea, in una mattina piovigginosa. È un bel paesino quasi al limite della ‘penisola’, e fra i suoi simpatici viottoli ospita uno squallido e ammuffito museo marinaresco, il cui custode è felice di accogliere i pochi avventori. Dopo la terza volta che rispondevo ‘ìtaeli’ al suo ‘Where do you come from?’ mi fa gentilmente presente l’esatta pronuncia: ‘Aaaaah, ìciaeli’. Vi si trova anche una succursale della Tate di Londra, che non ho visitato. Prima di ripartire ho sottratto qualche libro usato all’Oxfam locale, in cambio di qualche sterlina.

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Die fröhliche Wissenschaft

24 Giugno 2008 Nessun commento

Durante una delle ultime visite al Libraccio ho rimpinguato la mia collezione di Nietzsche con altri due o tre titoli che mi mancavano. (Ora dovrei trovare il tempo di leggerne anche qualcos’altro rispetto ai pochi letti qualche anno fa: Zarathustra, Ecce Homo, e qualche altra cosa.) Una gradevole scoperta a questo proposito è data dal fatto che Friedrich non ‘scrisse – solo – molte lettere a Wagner’, ma anche un suo personale ‘zibaldone’, leggibile a sprazzi, senza doversi per forza buttare nella ‘consequenza’ logica necessaria per affrontare un intero libro. Nella “Gaia Scienza” ci sono infatti considerazioni filosofiche, estetiche, epistemologiche, etc., gustabili comodamente poche pagine alla volta, che mi ricordano molto – formalmente, ma anche per il fatto di essere fortemente eversive – i libri di Cioran o di Ceronetti.

349. Voler conservare se stessi è l’espressione di uno stato estremamente penoso, di una limitazione del caratteristico istinto basilare della vita che tende a un’espansione di potenza, e abbastanza spesso pone in questione e sacrifica, in questo suo volere, l’autoconservazione. Si prenda come sintomatico il fatto che alcuni filosofi, quali ad esempio il tisico Spinoza, videro, dovettero vedere, proprio nel cosiddetto istinto di conservazione, l’elemento decisivo: erano appunto uomini posti in condizioni estremamente penose. Il fatto che le nostre moderne scienze naturali si siano impigliate a tal punto nel dogma spinozistico (come è accaduto anche ultimamente, e nel modo più grossolano, al darwinismo, con la sua teoria inconcepibilmente unilaterale della «lotta per l’esistenza») dipende probabilmente dall’origine della maggior parte dei naturalisti: sotto questo riguardo essi appartengono al “popolo”, i loro predecessori erano gente povera e meschina, che conoscevano anche troppo da vicino la difficoltà di tirare avanti. Intorno a tutto il darwinismo inglese spira qualcosa come l’aria ammorbata della sovrappopolazione inglese, qualcosa come l’odore di miserie e strettezze, l’odore della povera gente. Come naturalisti, però, si dovrebbe evadere dal proprio cantuccio umano: e nella natura non è l’estrema angustia a dominare, ma la sovrabbondanza, la prodigalità spinta fino all’assurdo. La lotta per la vita è soltanto un’eccezione, una provvisoria restrizione della volontà di vita; la grande e piccola lotta ruota ovunque attorno al prevalere, al crescere e all’espandersi, attorno alla potenza, conformemente alla volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita.

Traduzione Ferruccio Masini

strade

23 Giugno 2008 Nessun commento

Roads

No need to wonder what heron-guarded lake
Lay in the other valley,
Or regret the songs in the forest
I chose not to traverse.
No need to ask where other
roads might have led,
Since they led elsewhere;
For nowhere but this here and now
Is my true destination.
The river is gentle in the soft evening,
And all the steps of my life have
brought me home.

Ruth Bidgood, n. 1922, Glamorgan, Galles

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notturni brandeburghesi

20 Giugno 2008 Nessun commento

Bach scrisse i “Six Concerts Avec plusieurs Instruments” (volgarmente detti “Concerti Brandeburghesi”) nel periodo di Köthen (1717-1723), che si potrebbe considerare un periodo di pausa secolare tra il suo soggiorno precedente di Weimar e quello successivo di Lipsia, durante i quali la sua produzione maggiore fu invece composta da cantate, messe, ‘passioni’ e brani per organo. Alla corte di Köthen, invece, Johann Sebastian si dedica principalmente alla musica strumentale, e i ‘brandeburghesi’ ne costituiscono l’opera esemplare. In essi, tutti i principali strumenti dell’epoca giocano, volta per volta, il ruolo di protagonista. Sono in stile italiano, ovviamente: io ci ‘sento’ moltissimo Vivaldi, ma la complessità della scrittura polifonica è tipica del rigore di Bach. Proprio per la felicissima unione di fantasia, leggerezza, armonia, da una parte e complessità del pensiero musicale dall’altra, ne farei (se già non lo sono) patrimonio dell’Umanità. I concerti ‘dispari’ (nn. 1, 3 e 5) sono stati mandati in onda la notte scorsa su Raitre (registrati nel teatro di Reggio Emilia) nell’esecuzione dell’Orchestra Mozart di Bologna, che è diretta da Claudio Abbado e si fregia di alcuni musicisti eccezionali (Carmignola, Dantone, Brunello, tra quelli che conoscevo). L’esecuzione è stata ottima, ma non impeccabile come la versione che ne fece Harnoncourt parecchi anni fa (e che a questo punto ritengo insuperabile, soprattutto in fatto di compattezza delle sezioni e di chiarezza di ogni linea melodica). Il terzo movimento del concerto n. 3 mi fa letteralmente sbarellare, ma il più interessante (tra questi) è il n. 5. Giustamente, Piero Gelli ha sottolineato che è probabilmente il primo esempio in cui il clavicembalo abbandona il suo ruolo di accompagnamento e diventa solista. Questo è vero, ma si potrebbe aggiungere che il pezzo di solo clavicembalo alla fine del primo movimento è una sonata per clavicembalo inserita di sana pianta all’interno di un concerto, e già questo è un fattore originale. Il secondo movimento, poi, riduce l’organico a quello di una sonata a tre (violino, flauto e clavicembalo), genere che prosegue nell’attacco del terzo movimento, per poi tornare (a mo’ di concerto grosso) a coinvolgere tutta l’orchestra.

le minchiate del Berlusca n. 4

19 Giugno 2008 9 commenti

Non contento di aver passato la sua scorsa legislatura a schivare/schifare la magistratura, il Cavaliere – con il pretesto di accantonare temporaneamente tutti i processi meno gravi per velocizzare la ‘Giustizia’ – mette tra le nuove priorità quella di procrastinare il rendiconto delle sue pendenze penali. Il suo avvocato Pecoroni (dis-onorevole del PdL), nella puntata di Ottoemèzzo di ieri, faceva vomitare. Ammetteva candidamente, infatti, che per Ragion di Stato sarebbe necessario immunizzare il premier da qualsiasi indagine. Benissimo, ma non poteva evitare di candidarsi, allora? E poi, con che faccia di tolla avremo il coraggio di controbattere, ‘noi’ che pochi mesi fa abbiamo coperto di omertà i commenti alle indagini su Mastella, D’Alema, e compagnia bella? (giuste o sbagliate che fossero, ma comunque da approfondire)

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l’avambraccio di Vienna

18 Giugno 2008 2 commenti

È la solita mostra-paravento, ma è giustificabile perché fa parte del tentativo di sprovincializzarsi che Como sta svolgendo da qualche anno. I capolavori annunciati sono solo un paio (su quattro esposti) di Schiele. Di Klimt c’è solo qualche scarabocchio. Il resto è una rassegna di opere – alcune molto belle, altre meno riuscite – di illustri sconosciuti (o quasi) austriaci, provenienti dal museo Belvedere di Vienna. Spaziano dal Settecento a metà Novecento, senza nessuna pretesa di esaustività o di approfondimento di qualche tema o autore particolare. Un gran risotto, insomma.

Egon Schiele, “Der Arzt und Physiker Dr. Hugo Koller”, 1918, Öl auf Leinwand, 140 x 110 cm

Categorie:arte Tag:

malcolm xyz

17 Giugno 2008 3 commenti

Adesso esagerano. Si dice spesso che sulla tv generalista non c’è mai niente di interessante. Invece in questi giorni spesso trasmettono contemporaneamente più di un film che varrebbe la pena di seguire. Ieri sera, per esempio, c’erano in parallelo “Match Point” di Woody Allen e “Malcolm X” di Spike Lee. Ho optato per il secondo (il primo l’avevo già visto al cinematografo). Lo ‘Spike Lee joint’ è un gran filmone di tre o quattro ore, girato nel 1992, e basato sull’autobiografia del leader afroamericano. Malcolm Little era un filino più infervorato, e iniziò qualche anno prima, di Martin Luther King. Non a caso la sua conversione (religiosa e civile) avviene durante una decina d’anni di carcere, nel quale era finito per rapina, ricettazione, etc. Durante la pena detentiva conosce un adepto di una setta islamica, che in terra nordamericana è del tutto paragonabile ad una cristiana, di quelle coi santoni televisivi. La forza della fede religiosa – come spesso accade - trova appoggio in motivazioni esterne ad essa, che nel caso di MX coincidono con le rivendicazioni ‘razziali’, contro i bianchi oppressori. In seguito si renderà conto che il clan del quale fa parte è corrotto, e la sua uscita da esso contribuirà a determinarne l’assassinio. Si potrebbe discettare sul fatto che Malcolm (musulmano) è un po’ istigatore mentre Martin (cristiano) è pacifista, ma avrebbe poco senso, a meno di non allargare di molto il discorso. Purtroppo hanno fatto entrambi la stessa brutta fine.

Con Denzel Washington, Spike Lee, cameo di Nelson Mandela, alla fine.

Categorie:Cinema Tag: ,

Paz (23.5.56 – 16.6.88)

16 Giugno 2008 Nessun commento

Pazienza mi colpì, quando conobbi i suoi lavori nel 1983-84, per il tripudio di disegno, colori, fantasia, vita, originalità, irriverenza, etc., che si sprigionava dalle sue pagine. Non ho mai conosciuto un altro disegnatore che desse conto, alla stessa maniera, col suo disegno e le sue storie, dello stesso piacere che provava nel realizzarli. Viene celebrato invece, da chi non l’ha mai conosciuto, per il suo ’77 bolognese, Zanardi, etc., singoli episodi, insomma. Paz era soprattutto la passione generosa che metteva in tutte le sue produzioni, lo spreco di talento e di sé, senza ritegno, ed è per questo che è così tanto amato. La sua opera capitale, per ricordare il ventennio dalla sua scomparsa, rimane – per me - questa: uno stupendo, semplicissimo, haiku, semi-ignorato dalle ristampe dei suoi fumetti, che unisce la sua poesia all’interesse che in quel periodo aveva per le arti marziali.

Categorie:fumetti Tag:

la vendetta della signora Beruschi

12 Giugno 2008 Nessun commento

Il nome proprio della Brockovich, Erin, richiama da un lato l’antico nome dell’Irlanda e dall’altro le Erinni, la personificazione greca della vendetta. Mixando questi due elementi viene fuori la Giulia Roberti di questo film, diretto da Soderbergh nel 2000, ispirato da una storia vera. La Bruskòvich è una mamma californiana pluridivorziata che riesce a farsi assumere come segretaria in uno studio legale ove scopre, casualmente, che un’industria avvelena da decenni la popolazione di una città vicina con i suoi scarichi di cloro esavalente. La Roberti si fa paladina di quella gente piena di tumori esavalenti nel promuovere una class-action ed ottenere un risarcimento dalla fabbrica assassina. Un tema come questo, trattato in un film italiano nello stile in voga di questi tempi, avrebbe dato luogo con tutte le probabilità ad una piagnucolosa tragedia. Gli statunitensi invece lo fanno diventare una commedia-impegnata, in stile brillante, che sfrutta con ironia il phisique du rôle della protagonista per creare una pellicola appetibile al largo pubblico. Le uniche pecche che vi si potrebbero trovare riguardano la mancanza di un preambolo efficace per giustificare l’accanimento giustizialista della Brockovich e la moscia pseudo-relazione sentimentale col motociclista.

Sceneggiatura di Susannah Grant

dylan 261

11 Giugno 2008 Nessun commento

Giovanni Di Gregorio, lo sceneggiatore palermitano dell’ultimo numero di Dylan Dog, è una delle poche note positive recentemente evidenziatesi nell’ambito di questa serie a fumetti. Le storie da lui scritte, per ora, sono soltanto un paio, ma in entrambe riesce a calarsi coerentemente nello spirito del personaggio e a percorrere sentieri tradizionali ma senza eccessive banalizzazioni. La sua prima storia (“La stanza numero 63″, una discreta idea ben sviluppata mediante una sceneggiatura ‘ad orologeria’) era senza dubbio migliore di questa, che invece è giocata con tematiche più classiche, anche tramite collegamenti a “Il lungo addio”, uno dei più bei numeri di D.D.. Aspettiamo la prossima.

p.s.: Freghieri viene coadiuvato sporadicamente da un disegnatore anonimo, dallo stile chiaramente diverso: why?

Categorie:fumetti Tag:

povera Italia

10 Giugno 2008 2 commenti

L’Italia di ieri sera mi è sembrata più o meno la stessa degli anni passati: di fronte a squadre più forti di lei appare sempre in procinto di rovinare in qualche disastro o in attesa di qualche falla nella difesa avversaria per tentare di azzeccare qualche tiro indovinato in porta. Niente miracoli, stavolta.

p.s.: purtroppo quest’anno non ci sono gli scemi di Caterpillar a commentare le partite della Nazionale, quindi ci si perde metà del divertimento.

Categorie:Calcio, La Nazionale Tag:

ugo uti

9 Giugno 2008 1 commento

Mi accingevo a salutare con piacere la nuova trasmissione Rai dedicata alla musica classica del sabato sera (alle 24.00!), senonché a conti fatti pare l’ennesima occasione sprecata. L’orario più civile di quella del giovedì (l’una e trenta, se va bene) è controbilanciato dall’infelicità della scelta del giorno della settimana, che è solitamente quello più propizio per starsene fuori un po’ di più, la sera. Se, come si diceva anche in questa trasmissione, si vuol far conoscere un po’ di più la musica classica ai giovani sarebbe forse stato meglio trovare una collocazione più coraggiosa. A parte le questioni di metodo, anche nel merito c’è di che rimanere delusi. La prima puntata era dedicata a Vivaldi: Ugo Uti, insieme ad un gruppo di musicisti, ha eseguito tre movimenti dalle Quattro Stagioni. Niente da dire sull’esecuzione, ma la fattura di tutto l’insieme ha dato l’impressione di scarso impegno e di frettolosità da parte degli autori. La spiegazione dei brani era ridotta all’osso e, dopo quella, c’è stata una tristissima seconda parte durante la quale tre dei suddetti suonatori hanno rivolto tre-domande-tre all’Ugo, il quale non ha mancato di gettare strali sulla ricerca di filologia esecutiva che tanti da molti anni stanno portando avanti, con alterni ma meritorii risultati. Ugo Uti, se a te preme di più il repertorio classico, perché rompere i maroni a quelli specializzati in musica barocca? E poi, se si vuole davvero fare divulgazione musicale, ci vuole tanto a chiedere qualche dritta a Piero Angela, che della divulgazione ha fatto la sua ragione di vita?

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dàmose ‘na tinteggiata

6 Giugno 2008 2 commenti

Per la centesima volta il mio quotidiano preferito strombazza qualche innovazione grafica, scusa innocente per vendere qualche copia in più. Oggi, infatti, ci è riuscito, perché non prevedevo di comprarlo. La novità in realtà è tale solo per il Manifesto, perché il colore in copertina gli altri ce l’hanno già da parecchi anni (e ce l’hanno anche dentro, per farsi pagare più cara la pubblicità). Nonostante sia il mio preferito, lo prendo solo saltuariamente, perché normalmente mi piace anche essere al corrente di quello che dicono gli altri giornali, servi della gleba di questo o di quello e, soprattutto, sacerdoti del pensiero unico, così proficuo dal punto di vista delle vendite. Come si fa a non simpatizzare per un quotidiano-cooperativa, i cui dipendenti (dal direttore al cronista) guadagnano la stessa cifra? (tipo 1.500 euri, forse meno). I direttoroni che vanno in giro a fare gli opinionisti in tv (e ad ingrassare il portafoglio) dovrebbero ricordarsi che lo stato democratico versa sonore palanche per sovvenzionare la stampa e non pare proprio correttissimo che siano loro ad intascarle, come fossero il Mourinho di turno. Chiusa la parentesi grillesca. Le pagine culturali del Manifesto, poi, fanno impallidire quelle – già impegnative rispetto al normale – di Repubblica, e per essere capite necessitano di una benefica umile prostrazione di fronte al fatto che non tutto nella vita è facilmente afferrabile come vorrebbero farci credere (a destra e a manca). Non sono perfetti, ogni tanto qualche scemenza la fanno anche loro, per fortuna, ma ‘ci sta dentro’.

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set free the fishes

5 Giugno 2008 Nessun commento

Il mestiere c’è tutto: i dialoghi sono brillanti, le situazioni sono spesso divertenti, la sceneggiatura è ben costruita e diversi attori sono molto bravi. Ma quel che manca a “Liberate i pesci” è il senso di tutta l’operazione, che sa un po’ troppo di ‘vecchio’, mascherata da un titolo che sembrava promettere chissà cosa (inconvenienti che capitano a chi non legge mai in anticipo le trame dei film).

2000, regia di Cristina Comencini, con Lunetta Savino, Laura Morante, Michele Placido, Solfrizzi e Paolantoni (ospiti i Sud Sound System, essendo ambientato a Lecce).

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Firmin

4 Giugno 2008 1 commento

Romanzetto piuttosto carino. L’autore si traveste da ratto per raccontare, metaforicamente, il suo approccio alla letteratura, vissuto da un lato come percorso obbligato per fuoriuscire dall’emarginazione relazionale a cui è condannato e dall’altro lato come tramite di conoscenza – ammaliante – del mondo. Mi ha ricordato il mio percorso di lettore, inizialmente di fumetti e, verso i 15-16 anni, deviato alla fascinazione dei mondi che si aprivano nei primi romanzi/racconti che lessi a quell’epoca (‘Siddharta’, ‘Il giovane Holden’, ‘Confesso che ho vissuto’, etc.). Il punto di osservazione – infimo – di ratto, gli consente di guardare con ammirazione ai personaggi altrettanto marginali che ha modo di avvicinare (anch’essi, non a caso, appartenenti al mondo dei libri: il proprietario di una libreria e uno scrittore hippy). Il pregio di ‘Firmino’ sta anche nel non scivolare nel romanzo a tema, e di infarcire all’interno del racconto gustose considerazioni sul rapporto tra letteratura, immaginario e realtà che l’autore avverte giustamente – con gradevole leggerezza – non essere sempre di facile decodificazione.

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Boh!?

3 Giugno 2008 Nessun commento

Il grande Bo Diddley se ne va a trovare Elvis & company e nessuno gli dedica almeno una prima pagina, un paio di facciate di quotidiano, un telegiornale? Che tempi.

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morte nell’oblio

2 Giugno 2008 31 commenti

Muerte en el olvido

Yo sé que existo
porque tú me imaginas
Soy alto porque tú me crees
alto, y limpio porque tú me miras
con buenos ojos,
con mirada limpia.
Tu pensamiento me hace
inteligente, y en tu sencilla
ternura, yo soy también sencillo
y bondadoso.
Pero si tú me olvidas
quedaré muerto sin que nadie
lo sepa. Verán viva
mi carne, pero será otro hombre
- oscuro, torpe, malo – el que la habita.

Ángel González (Oviedo, 1925 – Madrid, 2007)

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un bacio alle ragazze

1 Giugno 2008 Nessun commento

Dopo il “Silenzio degli innocenti”, i vecchi cari assassini si sono trasformati in sadici torturatori. In questo “Kiss the Girls” (1997, “Il Collezionista” in versione italiana) Morgan Freeman è alle prese addirittura con due di loro. Il film è un onesto ‘giallo’ con, in aggiunta, le sfumature sadiche di cui sopra. Durante una delle scene finali, mentre una delle ragazze rapite suona una bella sarabanda di Bach al violino, il primo dei due sadici la interrompe e se ne esce con un “No! Bach è vivace”. Assassino, ma anche ignorante, per giunta.

Regia di Gary Felder, con Ashley Judd

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