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Archivio Luglio 2008

cronache birmane

31 Luglio 2008 Nessun commento

Il buon Guy Delisle è un cartoonist canadese che, per il fatto di avere come compagna una funzionaria di Médecins Sans Frontières, ogni tanto ha l’opportunità di trascorrere dei lunghi periodi all’estero, perlopiù in luoghi disagevoli. Non si lascia sfuggire l’opportunità di mettere a frutto queste esperienze, e a partire da esse sono infatti già stati sfornati tre titoli, l’ultimo dei quali è “Cronache birmane“. Non è un trattato sulla patria di Aung San Suu Kyi, ma piuttosto la raccolta di una serie di impressioni, spesso minimali e divertenti, derivate dagli episodi capitatigli giorno per giorno, e raccontate con la deliziosa leggerezza di cui solo il Fumetto può essere capace.

Edizioni Internazionale, 268 pagg., 18,50 euro (quindi meglio beccarlo in qualche biblioteca, come ho fatto io).

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la vedova dei conigli

30 Luglio 2008 Nessun commento

Mi aspettavo talmente poco dal secondo episodio dei Carabinieri che questa storia appare invece quasi decente (quasi). Anche il disegnatore è meno dilettante di quello del primo numero (che era davvero improponibile).

Il Dylandog 263 è un simpatico incrocio fra “Gli uccelli” di Hitchcock, Romero e Hans Ruesch, con una citazione dal Pianeta delle Scimmie. Medda + Mari.

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maratona antonionica

29 Luglio 2008 Nessun commento

Per fortuna i bla-bla show serali se ne sono andati in ferie, così il salotto di casa in luglio si trasforma talvolta – come ieri sera – in sala d’essai. Su La7 c’erano due ‘antonioni’, mentre su Canale Italia davano “Un affare di donne” di Chabrol. Troppa grazia. “Cronaca di un amore” (1950) è il primo lungometraggio del regista ferrarese. Ambientato tra Milano (soprattutto) e Ferrara, è un noir abbastanza classico, che comunque indica chiaramente il campo che Antonioni si incaricherà di indagare in futuro, ovvero i rapporti sentimentali uomo-donna, problematici – e spesso drammatici – per definizione, rigorosamente destinati ad un fine tutt’altro che lieto. Anche se si distacca dal neo-realismo, Antonioni rappresenta i sentimenti in modo estremamente realistico, iperrealistico anzi. Con “L’avventura” ci si sposta in avanti di dieci anni, e ci si ritrova nel periodo più maturo del regista. A parte tutte le considerazioni psicologiche che si potrebbero fare, la cosa più evidente è di tipo ‘tecnico’: la fase iniziale del film, ambientato in Sicilia, presenta tre personaggi (Massari, Vitti e Ferzetti) che si presume saranno i protagonisti di tutta la vicenda. La trovata geniale è quella di togliere improvvisamente uno di questi personaggi, e destabilizzare l’equilibrio della narrazione, che gira a vuoto intorno a quest’assenza per due ore, cercando di ritrovare l’equilibrio perduto, non riuscendoci. Il cinema che, come la letteratura e le arti rappresentative in genere, ha il ruolo di dare senso ai fatti della vita che in sé e per sé senso alcuno non hanno, porta lo spettatore in un realismo nuovo, ma più vero. La ‘mancanza’ di una persona (mancanza vera o presunta, perché in realtà la ‘presenza’ della Massari aleggia per tutto il film) in un film normale avrebbe generato un riarrangiamento dei rapporti ed uno svolgersi della narrazione in avanti nel tempo. Qui invece tutto si ferma, e i tentativi di ricomposizione di questa mancanza sono fallimentari. A questo film è senz’altro debitore l’intrigante e molto bello “Sotto la sabbia” di François Ozon, di qualche anno fa.

“Cronaca di un amore”, 1950, regia Antonioni, sceneggiatura Tellini, D’Anza, Antonioni, Giovannetti, Maselli, musica di Giovanni Fusco, con Massimo Girotti e Lucia Bosé

“L’avventura”, 1960, regia Antonioni, sceneggiatura Antonioni, Tonino Guerra, Bartolini, musica di Fusco

once upon a time in the west

28 Luglio 2008 Nessun commento

Dario Argento è accreditato solo al soggetto, ma secondo me ha messo la zampa anche nella sceneggiatura di “C’era una volta il West”. I silenzi di cui è pieno questo quarto western di Sergio Leone sono spesso differenti da quelli dei suoi precedenti film, silenzi che erano solitamente dedicati alla dilatazione temporale col fine di ’costruire’ un personaggio: qui le pause si caricano di attesa per il sopravvenire di un evento, che per stile richiama la suspence di un film horror. Nonostante sia un capolavoro, penso esistano pochi film maschilisti come questo: ci sono solo due donne, delle quali la prima muore dopo cinque minuti, mentre la seconda (la Cardinale) interpreta una prostituta. Altro discorso, quello delle musiche. Probabilmente è un’usanza molto più antica, comunque Morricone, oltre a commentare musicalmente tutto il film, crea almeno tre temi dedicati ad altrettanti personaggi (come fanno Comencini e Carpi in Pinocchio del 1972). Il primo, che è quello che si identifica con il film stesso (come l’ululato del coyote si identificava con “Il buono, il brutto e il cattivo”) è il più bello ed è assegnato al personaggio della Cardinale, è il famoso assolo lirico senza parole, per soprano o contralto, tipo quello di “Dark Side of the Moon”. Gli altri due temi sono più western, decisamente meno importanti, e servono per caratterizzare i personaggi di Bronson e ‘Cheyenne’.

1968, regia di Sergio Leone; soggetto di Leone, Dario Argento, Bernardo Bertolucci; sceneggiatura di Leone, Donati, Vincenzoni; musiche di Morricone; con Charles Bronson, Claudia Cardinale, Henry Fonda, Gabriele Ferzetti (e un incredibile – nel senso di poco credibile – Paolo Stoppa).

dixit rat

25 Luglio 2008 Nessun commento

Il Rat-Man di questo mese è sempre il solito, forse un po’ più giù di tono (infatti fa più ridere la rubrica della posta, per dire). Le storie si fanno sempre più sconclusionate, non ci si capisce nulla, a parte le gag.

Il secondo numero di Jan Dix rispetta puntualmente le previsioni: è una storia di Napoleone abbastanza trascurabile, alla quale sono stati cambiati i nomi dei personaggi per adattarli alla nuova serie. Il riferimento al mondo dell’arte è infatti quasi inesistente. Ambrosini vorrebbe infilarci una situazione sentimentale tra il protagonista e una tipa, ma non riesce ad andare oltre lo stereotipo più gratuito. Camagni ai disegni.

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vivaldi, opera prima

24 Luglio 2008 Nessun commento

Sebbene possa sembrare strano, la prima opera di Vivaldi (pubblicata nel 1705) è dedicata alle sonate a due violini (più basso continuo). Al contrario della sonata a violino solo – che sebbene abbia meno strumenti da considerare, è più indicata per autori già sicuri del fatto proprio, per il ruolo maggiormente esposto che deve avere lo strumento solista – quella a due appartiene ad un genere più vicino a quelli che dovevano essere gli studi iniziali di musica dell’epoca. Armonia, contrappunto, etc., trovano infatti terreno ideale di sperimentazione nell’unione di due voci simili, che sono tenute a dialogare senza predominare eccessivamente l’una sull’altra. Nelle sue prime sonate, infatti, Vivaldi è doverosamente debitore dell’insegnamento tratto dalle prime opere del Corelli (debito che successivamente si sentirà affrancato da onorare ulteriormente). Alcuni brani sono un puro ricalco, una sorta di omaggio, delle sonate più mature di Corelli e in ogni caso tutte quelle della raccolta sono ad esse riconducibili per lo stile, l’equilibrio e la grazia, nelle quali è simile la composizione delle due voci, che a volte si imitano, altre volte una delle due disegna variazioni sulla melodia di quella principale, in altre i due violini si stagliano sull’andamento regolare del basso, in una è il basso a partire per primo, etc. Vivaldi non manca di iniziare a sprigionare la sua creatività, come fa per esempio nello splendido ‘bariolage’ dell’allegro della sonata n. 3. A suggello del tutto, come definitivo omaggio al ‘maestro’, la sonata conclusiva è una serie di variazioni sulla Follia, come a voler mettere un punto e voler dire ‘da qui incomincio a fare come dico io’. La successiva opera 2 di Vivaldi è infatti una raccolta di sonate a violino solo, nelle quali l’inventiva si libera sempre più e il ricordo di Corelli si fa sempre più lontano.

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la schiava io ce l’ho e tu no

23 Luglio 2008 Nessun commento

Agli albori del femminismo italiano - e alla faccia dello stesso - qualcuno ha avuto il coraggio di mettere tutto in burletta, ambientando a Palermo la vicenda di un Buzzanca che, stufo di una moglie snob e di una amante possessiva, decide di andare in Amazzonia e procurarsi una schiava, per non avere più problemi con l’altro sesso. Il primo tempo, quello in cui è alle prese con moglie e amante, è il più frizzante e divertente, mentre la seconda parte è un po’ prevedibile. Film di nessuna pretesa che, comunque, fa ridere.

1972, regia di Giorgio Capitani, sceneggiatura di Alessandro Continenza, Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello, con Catherine Spaak e Adriana Asti (la più brava).

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signs

22 Luglio 2008 Nessun commento

Per accalappiare un po’ di gonzi che vanno dietro al ‘fenomeno’ dei cerchi nel grano, Shyamalan confeziona un film di fantascienza appena passabile, con tanto di marziani che arrivano direttamente da un film di serie B degli anni ’50. Come per il successivo “The Village”, anche per “Signs” (2002) la lettura della critica è stata perlopiù in chiave psik, deviata dalla sindrome post-9/11. Gli alieni (extraterrestri o, in “Village”, mostri) sono stati rappresentati come lo straniero (culturalmente) che invade il nostro spazio. Tesi abbracciata da molti perché probabilmente era il solo appiglio per dare un minimo di nobiltà a questi filmetti, piuttosto debolucci. Tra l’altro, se Shyamalan non decide di assumere un buono sceneggiatore i suoi film vivranno sempre delle sue tipiche pose catatoniche, che probabilmente vogliono far passare per cifra stilistica, ma che in realtà non sono altro che buchi di dialogo.

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il pianeta delle api

21 Luglio 2008 Nessun commento

“Il pianeta delle scimmie” è del 1968, lo stesso anno di “2001 Odissea nello spazio”. Contrariamente a quest’ultimo è, però, meno esoterico e più immediato, ed infatti mi fulminò quando ne lessi la versione a fumetti (circa 25 anni fa). Il successo di pubblico del film deve essere stato davvero notevole a quei tempi, perché diede seguito ad altre quattro pellicole, fino al 1973, ad una serie di telefilm e ad almeno un paio di serie a fumetti della Marvel. Tutta la serie fu programmata dalla Rai (circa vent’anni fa) per cinque sabato sera consecutivi, e ricordo di averli visti tutti. Alcuni dei sequel (il secondo, sicuramente) sono addirittura all’altezza del primo capitolo, cosa alquanto strana di solito, ma non in questo caso, perché la quantità di spunti offerti dalla storia originale era eccezionale. Si tratta di una storia di fantascienza sui generis, che ribalta la concezione del rapporto uomo-animale, mette in scena la tematica dell’oscurantismo della conoscenza tipico di un regime dittatoriale e teocratico, citando Darwin, e i cui effetti si possono collegare, come minimo, ad alcuni degli attuali regimi islamici, oppure, ancor più facilmente, al processo della Chiesa Seicentesca nei confronti di Galileo. I riferimenti alla religione sono piuttosto ponderosi: il grande inquisitore scimmiesco si chiama Zaius (= Zeus, Deus, Dio). La donna probabilmente destinata alla nuova progenie è chiamata Nova (= Eva). L’altro fondamentale argomento, di fondo, è il terrore delle armi atomiche tipico del periodo Guerra Fredda. Altamente consigliabile ai dittatori di tutti i generi.

p.s. Alquanto deludente è stata la versione di Tim Burton del 2001.

Regia di Franklin Shaffner, con Charlton Heston (tratto da un romanzo di Pierre Boulle, disponibile nella collana Urania).

il re pastone

18 Luglio 2008 Nessun commento

Se si vuole tentare di capire il motivo per cui l’Opera italiana abbia avuto così tanto successo nel mondo (e sapere anche come mai la malefica consigliera di Bush si chiami Condoleezza*), è necessario uscire dal secolo di Verdi, Puccini, etc. – l’Ottocento, che viene costantemente celebrato dalle paludate stagioni della Scala – e tornare indietro nel tempo per dare un’occhiata a quanto è avvenuto prima. Già Vivaldi (1678-1741), famoso unicamente per quattro dei suoi oltre 400 (quattrocento!) concerti per violino, ha scritto almeno una cinquantina di opere, ognuna delle quali dura almeno due o tre ore, all’interno delle quali non si faticano a trovare delle arie stupende. E pochi lo sanno, o le hanno ascoltate. Se poi si considera uno sconosciutissimo Niccolò Piccinni (1728-1800, noto solamente ai suoi concittadini baresi) si scopre che questi ne ha scritte quasi 120 (centoventi!), una delle quali (“Il re pastore”, 1760) è stata portata in scena ieri sera al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca, trasmesso in diretta da Radiotre. Quest’opera di Piccinni, su libretto di Mestastasio, è indicativa della forma assunta da questo genere musicale in questo periodo, prodromico: ci sono centinaia, probabilmente migliaia di opere di questo genere di compositori semisconosciuti ai più, disseminate per tutto il Seicento e il Settecento, sepolte in qualche biblioteca, e che solo difficilmente troveranno l’occasione per essere portate alla luce, e alle orecchie, del pubblico moderno. Una tale produzione musicale, pletorica e sovrabbondante fino all’assurdo (lo stesso libretto di Metastasio in oggetto, per esempio, fu musicato da molti altri compositori, tra i quali Mozart) non poteva non portare, per distillazione, all’eccellenza operistica italiana dell’Ottocento.

* Refuso anagrafico per “con dolcezza”, ovvero l’indicazione del carattere di un brano musicale.

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il pasticcio di artemidoro

17 Luglio 2008 Nessun commento

Sono alcuni anni che il Corriere aggiorna i suoi lettori sugli studi sull’autenticità del cosiddetto “papiro di Artemidoro” (ci si immagina il grande interesse degli stessi nel seguire questi aggiornamenti). Alcuni studiosi, tra i quali il buon Luciano Canfora, sostengono si tratti di un falso, basandosi soprattutto sull’analisi filologica del testo. Solo recentemente è stato chiamato anche un ricercatore di storia dell’arte ad aggiungere elementi a favore dello smascheramento del falso, sottolineando lo stranissimo stile dei disegni che corredano il papiro. A parte che non si può non mettere la mano sul fuoco per qualsiasi affermazione di Canfora, ma diamine ci voleva tanto a capire che quei disegni non possono essere stati fatti prima del 1600?

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apocalypse

15 Luglio 2008 2 commenti

Si parte per il Vietnam e, dopo aver scoperto che “Charlie fa surf” dei Baustelle è una intelligente citazione di questo film, ci si ritrova nel romanzo di Conrad. Pare proprio che tutte le profonde considerazioni sul fiume considerato come entità vivente e sul binomio civiltà-natura, che l’autore incomincia a scrivere già dalle prime pagine di “Cuore di tenebra”, siano qui inevitabilmente svanite. Anche il personaggio di Brando, nonostante gli sforzi in fase di sceneggiatura, non riesce ad assumere una adeguata profondità e l’incontro nel finale tra Willard e Kurtz dà luogo ad una situazione abbastanza deludente. Se l’intento era quello di tradurre in celluloide le atmosfere del romanzo, questa è una prova di come il linguaggio cinematografico, se non adeguatamente padroneggiato, anche nel caso di grandi autori può portare a dei risultati insoddisfacenti, almeno in termini di pretesa profondità di significato e di coerenza narrativa cui probabilmente si voleva tendere. Viceversa i fuochi d’artificio disseminati per tutto il film, e ritenuti necessari per ravvivare l’interesse dello spettatore, subiscono la legge del contrappasso e distolgono l’attenzione dal tema di fondo.

1979, regia: Francis Ford Coppola; sceneggiatura: F.F. Coppola, Michael Herr, John Milius; fotografia: Vittorio Storaro, con Martin Sheen, Robert Duvall, Marlon Brando.

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antonio laccabue

14 Luglio 2008 Nessun commento

Milano. Splendida antologica di Ligabue (povera purtroppo – come sempre più spesso accade – di apparati critici). Tra le moltissime opere presenti ci sono più o meno tutti i suoi quadri più celebri ma, dopo esserseli goduti uno dopo l’altro, l’interesse si rivolge a quelli meno noti. Il suo stile degli inizi era infatti meno naïve di quanto lo sia diventato verso la fine dei ’40, periodo a partire dal quale ha conosciuto un certo successo (testimoniato dalla ripetitività dei soggetti rappresentati). Tra i primi quadri si trovano esempi di un realismo magico che ricorda molto Chagall. A conferma dei suoi misconosciuti riferimenti artistici conviene considerare anche le sculture. Si tratta di piccoli bronzi con soggetti animali, sorprendenti per l’assoluta libertà e vivacità di stile, completamente slegate dagli stereotipi pittorici e degni di uno scultore tout court.
Il povero Liga, nato fuori dal matrimonio, svizzero di nascita ma trapiantato a Gualtieri, in Emilia Romagna, durante l’andirivieni dall’ospedale psichiatrico ha trovato il tempo di diventare uno dei maggiori artisti dell’Italia del dopoguerra. Il bellissimo sceneggiato televisivo del 1977, con un bravissimo e animalesco Flavio Bucci come protagonista, se lo rifacessero oggi probabilmente lo affiderebbero a un Raul Bova o ad un fighetta del genere, per non disturbare il senso estetico degli italiani.

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carrambinieri

11 Luglio 2008 2 commenti

Parlare di questa nuova collana a fumetti è un po’ come sparare sulla Croce Rossa o, meglio, raccontare una barzelletta sui Carabinieri. Ad affiancare il colonnello Riccardi (!) alla sceneggiatura c’è nientemeno che Cinzia Tani, che detesto perché ha condotto per mesi una stupidissima trasmissione che spostava di mezz’ora in avanti nella notte il concerto del giovedì su Raitre. La storia è troppo schematica, stilizzata fino all’inverosimile, troppo ‘da fumetto’ nel senso peggiore del termine. Si stenda poi una colata di cemento (altro che velo) sui disegni, opera probabilmente di figlio di qualche ufficiale dell’Arma.

p.s.: e pensare che questa iniziativa è stata presentata in pompa magna al tg1 di qualche settimana fa.

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pedalando per la Brianza: Agliate

9 Luglio 2008 Nessun commento

La basilica di san Pietro ad Agliate è forse il più antico reperto architettonico brianzolo di un certo rilievo. Sebbene ampiamente rimaneggiato, si dice che la sua prima fondazione risalga al sant’Ambroeus, quindi verso il 3-400 dopo C. Le attuali fattezze risalgono invece alla sua riedificazione intorno all’anno Mille, lo strano spartiacque attorno alla cui data ruotano le altre maggiori testimonianze del Romanico italico (San Galliano, etc.). Sembra che intorno al 1000 abbiano raso al suolo tutto quanto esisteva prima e abbiano costruito le attuali antiche basiliche. La chiesa si trova nel sito di Agliate che, anche a chi è un dilettante studioso della domenica come me, appare un insediamento di tipo opposto a quelli tipici dell’etruria: questo è situato in una valle, al fianco di un fiume, mentre quelli erano posti quasi sempre sulla sommità di colline. Probabilmente deriva da un antico insediamento celtico, popolo classicamente dedito alle abluzioni fluviali (vedi la mitica ampolla del dio Po di bossiana memoria). C’è anche un bel battistero ottagonale (come quello di Firenze, ma più antico) con annesso giardino che fa tanto chiesa all’inglese. All’interno di entrambi gli edifici si trovano affreschi molto rovinati in stile caratteristico del Dugento.

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Lucky Keller

8 Luglio 2008 Nessun commento

La Sinfonia nasce in Italia, sul finire del 1500, come musica introduttiva per opere vocali (vedi le prime opere di Monteverdi, le sinfonie di Gabrieli). Come tale si è sviluppata e conservata in terra nostrana fino a tutto l’800, nell’epoca d’oro del melodramma. Prima di partire per la mitteleuropa e diventare oggetto a sé stante e degno delle attenzioni dei grandi compositori (Haydn, Mozart, Beethoven, Mahler, Bruckner, e via dicendo) e subire una metamorfosi perlopiù in tono epico, essa viene consacrata a genere proprio nella prima metà del 1700, per opera della ‘scuola’ milanese. G.B. Sammartini ne è il più importante esponente, ma accanto a lui vi sono una moltitudine di autori – ancor meno conosciuti – che Vanni Moretto e il suo ensemble Atalanta Fugiens stanno portando alla luce con delle gran belle esecuzioni, non fatte nel sottoscala come al solito, ma degne di nomi ben più importanti. Il primo disco di questa collana era dedicato a Brioschi (che ai più – me compreso – era un nome famoso per il noto prodotto digestivo, la magnesia). Ora è la volta di Fortunato Chelleri. Se Sammartini e Brioschi ricordano molto la vivaldità vivaldiana (in versione più secca), Chelleri rivela il suo gusto più internazionale (visse e operò per molti anni nel nord Europa) con una forte ascendenza handeliana. In un Lento, per esempio, ruba le prime battute di “Lascia la spina”, aria ampiamente riciclata dallo stesso Sassone (e da Bach in un concerto per violino). L’Allegro introduttivo che mi sforzavo di riconoscere alla radio l’altra sera, l’avevo attribuito ad un Handel più sfavillante che mai, per poi raccapezzarmi del fatto che avevo già quel disco e convincermi ancor di più della qualità di questa esecuzione.

once

7 Luglio 2008 2 commenti

Per fortuna nelle decadenti sale cinematografiche di Monza ieri c’erano soprattutto volgarità – tipo “Un’estate al mare”, “Gomorra”, “Il divo”, e varie americanate, – cosicché (per esclusione e per sbaglio) si è andati a vedere il più bel film che c’era in circolazione. “Once” è un delicato musical irlandese che racconta l’incontro di due smarriti e sentimentalmente sconsolati aspiranti cantautori (veri) che si fanno vicendevolmente una bella compagnia. La loro amicizia non sfocia nella relazione sentimentale vera e propria per i soliti casi della vita, ma il finale lascia il tutto avvolto in un alone di tenerezza. Bellissimo, ma fortemente sconsigliato a chi non ama molto la musica (poveretti). p.s.: in sala eravamo in sei (6) persone a guardarlo. p.s.2: è uno dei pochi film dei quali non vedo l’ora di trovare il cd con la colonna sonora.

2006, regia e sceneggiatura di John Carney con Glen Hansard e Markéta Irglová.

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dylan tex

4 Luglio 2008 Nessun commento

L’ultimo numero di Tex è interessante solo perché illustrato da Garcia Seijas. Anche se la sua versione del ranger è un po’ troppo imborghesita, il disegnatore argentino ha dalla sua uno stile tra i più gustosi di tutta la truppa di Lanciostory, di cui faceva parte prima di arrivare a via Buonarroti.

Il Dylan Dog è invece un (tacito) omaggio al ventennale della scomparsa di Pazienza. La storia - non eccezionale - è una palese (e dichiarata nei fatti) citazione di “Notte di carnevale”, con Dylan nei panni di Pietra, che in questo caso non finisce arrosto grazie ad un espediente paragnostico. Disegnato da Brindisi.

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ma che musica, che musica, che musica maestro

3 Luglio 2008 3 commenti

Ogni tanto la Rai stupisce i suoi abbonati: ieri sera trasmetteva in diretta da Piazza del Plebiscito le orchestre del Maggio Musicale Fiorentino e del Teatro San Carlo di Napoli, condotte da Zubin Mehta nell’interpretazione della Sinfonia n. 9 di Beethoven. La presenza in prima fila di una serie di brutti ceffi (Bondi, Bassolino, Jervolino, etc.) è stata la probabile causa di un paio di pastrocchi ritmici nell’orchestra, prontamente ricomposti dal maestro. Per parlare seriamente della Nona bisognerebbe come minimo essersi letto il fondamentale saggio di Massimo Mila. In mancanza di ciò mi posso limitare a rilevare alcuni aspetti del genio beethoveniano ripassati ieri sera. 1. La presenza in quasi tutti i movimenti dei tipici moduli ritmici-compulsivi inequivocabilmente suoi (ho ascoltato recentemente alcuni trii giovanili nei quali già c’era la presenza di questo suo chiodo fisso). 2. L’inusuale inversione di posizione fra l’Andante e lo Scherzo (il brano più riuscito di questa sinfonia). 3. Nell’ultimo movimento, prima che venga introdotto il tema dell’Inno alla Gioia, diverse volte la sezione bassi descrive da sola dei motivi che assomigliano assolutamente ai toni dei recitativi dell’Opera, quasi come fossero un’introduzione dialogica all’Aria che verrà dopo (una nostalgia di zio Ludwig per i melodrammi che non ha mai scritto? – Fidelio a parte).

pio decimoprimo

2 Luglio 2008 Nessun commento

Papa Pio XI (al secolo Achille Ratti) gode di una pessima fama, soprattutto perché il suo pontificato è coinciso in larga parte col Ventennio fascista, con il quale ha dovuto fare i conti. Dagli aggiornamenti che ogni tanto i quotidiani pubblicano, però, la sua condotta non pare così criminale come si crede comunemente, e infatti tra i documenti vaticani resi accessibili a partire dall’anno scorso per il centenario della nascita, si scopre come la sua posizione, anche su fatti apparentemente considerati negativi, appare quantomai sfumata. Il problema, comunque, sussiste. A testimonianza di ciò si potrebbe considerare il monumento a lui dedicato nella sua città natale. Pio è collocato sul trono papale, posto all’interno di un quadrilatero ai cui vertici di base figurano le virtù cardinali. Già di per sé questo vorrebbe probabilmente suggerire che i comportamenti di Achille sono sempre stati votati all’equilibrio tra lo spirito cattolico e quello che l’uomo è costretto ad affrontare – nella Storia - oppure, senza tanti voli pindarici, che il suo rapporto col potere politico è stato equilibrato e pragmatico. Le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza), accanto a quelle teologali che riguardano il divino, dovrebbero essere dei fari che guidano la mente umana nel discernimento tra bene e male. Non a caso, tra le quattro figure femminili (michelangiolesche) che rappresentano le 4 virtù, ve n’è una (la Prudentia) che in quest’opera veste un copricapo tipico degli anni 20-30 del Novecento, che risalta rispetto alla classicità pura delle altre tre (sembra addirittura venir fuori da un vecchio film muto). Sicuramente – secondo me, almeno - è una sottolineatura della Prudenza che il pontefix ha dovuto assumere nei rapporti politici col Fascismo, simboleggiata dalla connotazione storica anni ’20 data a quella Virtù dal copricapo femminile allora di moda.

p.s.: c’è un altro aspetto misterico in questo monumento, ma devo attendere di trovare la luce giusta per poterne fotografare il particolare in oggetto.

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povero PIL

1 Luglio 2008 Nessun commento

Nonostante sia consapevole dell’importanza di sorvegliare il rapporto tra deficit e PIL, quest’ultimo in se stesso, invece, era un po’ che mi stava cordialmente sulle scatole. Pare essere diventato il valore principe per definire il benessere economico di una nazione, tanto che se non è superiore (ben superiore) allo 0, tutti i giornalisti economici si preoccupano (peggio che per l’effetto serra). Non si poteva quindi lasciarsi sfuggire un libro con questo titolo. In questo pamphlet, il Dacrema è, sì, critico verso il PIL ma, facendo egli parte del ‘sistema’ economico italico, non può permettersi di screditarlo eccessivamente. Si limita allora a raccontare che il PIL è un parametro imperfetto: può misurare solo la quantità di ricchezza prodotta da una nazione, ma non ha nessun criterio per identificarne la qualità. Il suo valore può essere dovuto, per esempio, alla produzione più o meno elevata di materiale bellico, e ciò non è esattamente quanto di meglio augurabile in assoluto. Un altro aspetto negativo è dato dal fatto che esso incorpora anche il valore degli investimenti effettuati nei mezzi di produzione, mezzi che essendo spesso rilevanti per la grande industria, hanno bisogno di tempi di ammortizzazione molto lunghi, e conseguentemente bloccano l’economia sui settori ai quali si sono dedicati, rallentandone i tempi di reazione alle esigenze del mercato, o del bene pubblico. Mi aspettavo un giudizio più radicale, della serie “freghiamocene del PIL”, “diminuiamo i consumi superflui”, “andiamo in piscina invece che incolonnarci come dei pirla tutte le domeniche per il mare”, etc.

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