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Archivio Agosto 2008

the Queen

31 Agosto 2008 Nessun commento

Un film abbastanza inutile, prevedibile dall’inizio alla fine, troppo ossequioso verso tutti per poter dire di aver assestato qualche critica a qualcuno dei protagonisti della politica inglese. La regina passa per la tradizionalista, ma non troppo. Blair per il tonto, ma non troppo. E allora? Tanto vale considerarlo come un semplice documentario sulla gestione del dopo-Diana da parte della famiglia reale, ma che avrebbe meritato l’importanza di un episodio all’interno di un film di ben più ampio respiro, secondo me.

2006, regia Stephen Frears, sceneggiatura Peter Morgan, con Helen Mirren

Categorie:Cinema Tag:

pyongyang

29 Agosto 2008 Nessun commento

Guy Delisle, cartoonist canadese, approfitta dei due mesi trascorsi in Corea del Nord come supervisore alla produzione di un film d’animazione francese per stendere un resoconto delle situazioni tipiche di uno dei peggiori regimi dittatoriali lì riscontrate. Pur essendo un libro a fumetti leggero, composto di molte scenette di poche pagine ciascuna, il tono è più cupo di quello del successivo “Cronache birmane”. Ciò è dovuto al fatto che, dovendo muoversi maggiormente rispetto alla Birmania (per lavoro o per diporto), all’autore è stato affibbiato un “traduttore” e guardia del corpo, che lo ha posto a diretto contatto con le tecniche di segregazione e con la ridicola e allo stesso tempo terribile propaganda del regime di Kim Yong-Il. La cosa più interessante è, comunque, scoprire che le maggiori case di animazione mondiali terziarizzano in Corea del Nord la produzione (l’intercalazione) dei propri lungometraggi, tra i quali l’autore cita Corto Maltese.

Categorie:fumetti Tag:

italian trip – Nemi

27 Agosto 2008 Nessun commento

I Colli Albani stanno a Roma come, più o meno, la Brianza sta a Milano: si tratta di una zona collinare, a pochi chilometri di distanza dalla capitale, quindi da sempre è sede di villeggiatura dei paperoni romani. Estremamente verdeggiante e fresco anche d’estate, il rilievo collinare è originato da una primordiale attività vulcanica, a più crateri. Le città più note della zona sono Frascati, Genzano, etc., ma la più incantevole è la meno conosciuta Nemi. Sorta sul ciglio di un vulcano, dà il nome al laghetto che giace sul fondo di questo cono rovesciato. Vi si gode una visuale stupenda che abbraccia tutto l’ampio bacino boschivo interno, percorribile attraverso vari sentieri panoramici. Diametralmente opposta a Nemi, sull’altro ciglio, sta Genzano. Come spesso accade in Italia, anche in una città di minima importanza sulle mappe geografiche si trova inaspettatamente qualche preziosità. In questo caso, in una chiesa parrocchiale, accanto a dipinti di media fattura, si trova un trittico tardo-quattrocentesco di grande qualità, attribuito dai critici ad Antoniazzo Romano (1435-1508). Il quadro rappresenta Gesù affiancato dal Battista e da Giovanni evangelista, quindi rappresenta – cronologicamente – l’anticipo, la venuta e la storicizzazione di Cristo. Colpisce immediatamente il riuscito mix tra una pittura dettagliata di tipo fiammingo, la staticità ancora un po’ bizantina, e la monumentalità incipiente delle figure del Rinascimento italiano.

Categorie:Città del mondo Tag:

Lacrimi si Sfinti

26 Agosto 2008 Nessun commento

Émile Cioran era un rumeno immigrato in Francia negli anni ’30, e questo basta a farmi guardare con simpatia a tutto quel popolo, ammesso che ci sia bisogno di una motivazione tale (anche malgrado l’elitarismo del soggetto in questione). In questo suo secondo libro (1937), l’ultimo scritto nella sua lingua d’origine, i santi sono sì quelli religiosi, ma sono anche in senso lato tutti gli individui che fanno di un oggetto elevato e rivelato, non dato attraverso la riflessione filosofica ma piuttosto dall’approccio sensuale, emozionale, illuminato (dio, l’arte, la musica, etc.) il loro principale o unico riferimento di vita. Le lacrime del titolo sono quelle che derivano dalla comprensione non mediata (ovvero im-mediata) di tale illuminazione. Tutto il (piccolo) libro è una frammentaria indagine delle motivazioni, sensazioni, e pratiche per perdurare in una tale condizione (oppure una panacea per chi è ‘costretto’ a perdurarvi: pare a volte di leggere l’”Imitazione di Cristo”, o testi monastici del genere).

Categorie:Letteratura Tag:

il vuoto

19 Agosto 2008 1 commento

Il sessantenne di Riposto (CT) ha ormai da tempo trovato l’approdo ideale nell’ispirazione ai testi saggiamente nichilistici dell’ottuagenario filosofo col quale collabora da oltre dieci anni. A dispetto della sua brevità (appena 33′ sugli 80 potenzialmente disponibili del supporto) l’ultimo album – parzialmente concept – contiene varie prove di come la complicità di questa strana coppia continui a funzionare. Il pessimismo, l’attesa, il rimpianto, il nihilismo, trovano la strada giusta nei toni delle musiche di Battiato (e viceversa), e questo tipo di risultanza è uno dei pochi contesti della musica pop italiana in cui può sembrare credibile il connubio tra una musica di Chaikovskij ed una poesia di Alexei Tostoj, per creare un lied allo stesso tempo moderno e antico, attuato nella splendida ‘Era l’inizio della primavera’.

cut-up sgalambrico

Vuoto di senso, senso di vuoto

Rovinò lungo la china, solo chi ha un destino rovina

L’allegrezza del vento fuga i cattivi pensieri

Non voglio che l’impuro ti colga, ti darò a una rondine in volo

Ti darò a un ruscello che scorre o alla terra piena di mimose

Qualcuno si ferma al tuo passare

Dal balcone ammiravo il vuoto che ogni tanto un passante riempiva…
è stato solo un presentimento

Niente è come sembra, niente è come appare
perché niente è reale

Masticavo semi di mela nella luce del mattino
le increspature dell’aria sembravano pulsare

Pensieri leggeri si uniscono alle resine dei pini

Si fa chiara la mente come nuvola

Le comuni apparenze scompaiono con l’esaurirsi di tutti i fenomeni

Tutto è illusorio, privo di sostanza

Tutto è vacuità

Categorie:Musica, Pop Tag:

crepuscolo cheyenne

17 Agosto 2008 Nessun commento

Pensavo che il primo film a presentare nella maniera corretta la tragica epopea degli indiani d’america fosse stato ”Soldato Blu” (1970). Come minimo, invece, bisogna tornare al 1964 di “Cheyenne Autumn” (“Il grande sentiero”, in versione italiana), il terzultimo di John Ford. Tra parentesi, noi italici possiamo vantare la precedenza assoluta, perché il lungimirante G.L. Bonelli già nel 1948-49 aveva dato a Tex per moglie la figlia di un capo Navajo. Tornando al film, il suo soggetto è stato tratto da un saggio storico di Mari Sandoz del 1953: l’autocritica, quindi, era in atto già da tempo, ma ha faticato ad arrivare alla cultura popolare. Il grande sentiero è quello percorso verso nord (qualche migliaio di chilometri, a piedi) da alcune centinaia di Cheyenne per tornare alla terra dei padri, motivato dal fatto che i governanti bianchi li facevano morire di fame nella riserva in cui erano confinati. È un bel film, e una delle prime cose che si notano sono i paesaggi maestosi della valle di vattelapesca. Poi, pur essendo un rude western, trova modo di valorizzare il ruolo femminile (al contrario di quanto fatto Sergio Leone nei suoi, relegando la presenza femminile al ruolo di valletta, o velina), ingentilendo l’atmosfera. Quest’ultimo scopo era molto sentito, ed infatti lo testimonia una lunga sequenza comica centrale (interpretata da James Stewart nel ruolo di Wyatt Earp), totalmente slegata da tutta la storia, e che è paragonabile alla funzione che avevano gli intermezzi buffi (tipo “La serva padrona”) inseriti nelle opere serie del ’700.

Sceneggiatura di James Webb, musiche di Alex North, interpretato da Richard Winmark, Carroll Baker, James Stewart, Dolores Del Rio.

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mediterraneum

15 Agosto 2008 Nessun commento

Salvatores, per uno dei suoi ultimi film corali, si ispira alla vicenda tragica di Cefalonia, trasfigurata in maniera allo stesso tempo farsesca e malinconica, all’interno di un clima di attesa che ricorda il “Deserto dei Tartari”. La lettura suggerita dall’incipit invita all’idea della fuga. In effetti quasi tutti i personaggi sono in fuga da qualcosa: chi dalla Patria (Abatantuono, Cereda, Bigagli), chi verso di essa (Bisio), chi dalla sua condizione (Vassilissa), etc. Il finale è un po’ triste, alla Aldogiovanniegiacomo, alcuni personaggi (forse per il fatto che ne vengono presentati troppi) sono appena abbozzati, la sterzata politica finale messa in bocca ad Abat. è un po’ qualunquistica (o comunque poco chiara), ma comunque il risultato non è malvagio.

1991, regia: Gabriele Salvatores; sceneggiatura: Enzo Monteleone; fotografia: Italo Petriccione; interpreti: Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna, Claudio Bisio, Vanna Barba, Claudio Bigagli, Ugo Conti, Memo Dini, Irene Grazioli, Luigi Montini, Antonio Catania

gaeta

15 Agosto 2008 Nessun commento

Visitare Gaeta ad agosto è un’esperienza piuttosto squallida, come per tutte le città al di fuori dei canonici circuiti turistici. Il turismo in realtà esiste, ma è totalmente balneare a causa della vicina spiaggia di Sérapo. Al di qua della protuberanza montuosa c’è invece la città vecchia, dal glorioso passato, adeguatamente simboleggiata dalla bella chiesa della foto, chiusa per restauri (per sempre?). Anche le altre chiese non se la passano meglio. Qualche cadavere di topo per le strade in pieno centro. In questo quadro desolante c’è per fortuna il museo diocesano che, oltre ad avere un custode idiota che ti pianta gli occhi addosso perché teme che tu stia rubando i cataloghi, ospita diverse opere di pittori locali (Conca, e altri), alcune molto belle, e tra di esse si trova inspiegabilmente una stupefacente “Pietà” di Quentin Metsys, da lasciare a boccaperta, una delle sue opere migliori eppure ignota a tutto lo scibile internettiano, ed il capire come mai è finita da quelle parti costituirà il mio prossimo impegno.

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dylanbolik

13 Agosto 2008 2 commenti

Il Diabolik l’ho preso esclusivamente perché avevo bisogno di cambiare un deca per il parchimetro, e il suo valore è unicamente nella multa evitata, perché ormai in quanto a storie stanno remestando il fondo del barile (sempre belli, però, i disegni zaniboniani).

Il Dylan Dog Color Fest è uno speciale annuale, giunto alla seconda uscita, che contiene quattro storie brevi e a colori, la cui caratteristica è di uscire un po’ dal solito menâge della serie regolare. Carine, ben colorate e disegnate (niente di speciale, comunque). Altro pregio è stato il risvegliare dal letargo Tanino “Ranxerox” Liberatore e costringerlo a riprendere in mano le matite per la copertina.

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credo in un solo oblio

12 Agosto 2008 2 commenti

La creatività frenetica di Antonio Rezza parte dal teatro e si diffonde nel cinema e sui libri. Il suo ultimo ‘romanzo’, che inizia con un ‘Capitolo I’ al quale non farà seguito un secondo, incomincia da subito ad introdurci in un’atmosfera linguisticamente assurda che poco dopo darà luogo ad una narrazione completamente onirica e schizofrenica, e come tale ci condurrà senza tregua fino alla fine in un andirivieni tra due mondi paralleli a caccia di ‘ombre’. La scelta del medium Romanzo è intelligente perché una vicenda simile sarebbe stata impossibile da rappresentare come commedia o come film. La storia non è gradevole, e l’impressione del lettore è che chi racconta sia una persona davvero disturbata o si finga tale, che alla fine (solo alla fine, con una imprecazione che ha senza dubbio condannato questo libro all’oblio) se ne renderà conto. In questa confusione apparentemente insensata, si trovano perle di un Lirismo dell’Assurdo, tipo:

«Il nostro dramma è che non riusciamo a fare ciò che già facciamo. Trovatemi un uomo che mangia mentre mangia. O mente mentre mente. C’è chi vede e prevede. Ma non c’è chi vede e vede. Si vede una sola volta e mai nello stesso tempo. Si prevede prima di aver visto. Ma non si vede mentre si sta già vedendo. Trovatemi un uomo che vede mentre vede. O siede mentre siede. O parla mentre parla. C’è chi parla e chi ascolta. Ma non c’è chi parla e parla. Si parla una volta e mai nello stesso attimo. Cercatemi un uomo che parla mentre parla. Non può parlare, è troppo impegnato a parlare. Siamo esseri limitati. Non possiamo fare contemporaneamente la cosa che già stiamo facendo.»

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giù la capoccia

3 Agosto 2008 2 commenti

L’ultimo western di Sergio Leone non poteva non tener conto della contestazione sessantottina, a meno di non volersi tirar fuori dalle problematiche del proprio tempo. Se “C’era una volta il West” si svolgeva ancora del tutto in un ambito epico (non v’era infatti traccia della distruzione culturale costituita dalla colonizzazione del Nordamerica da parte degli europei), in “Giù la testa” siamo in piena rivoluzione messicana. Anche se la simpatia del regista è dalla parte dei “peones”, dichiarata dalla punizione riservata agli aristocratici nella prima scena del film, la presa di posizione non è politica, ma se si vuole è una generica condanna della violenza, da qualsiasi parte venga. Ma, anche se è un aspetto da considerare, non è la chiave di lettura di questo film, che rimane un film di genere, anche se molto intelligente e pieno di ironia. La seconda parte, come si usa dire, è un po’ “lenta”, e prevedibile. Morricone fa bene il suo lavoro, ripescando il cantato melodico senza parole nello stile di “C’era una volta…” e con un tocco di classe ci inserisce un paio di citazioni classiche: nell’assalto alla banca, il tema di sottofondo è una marcia militare in stile rinascimentale, per sottolineare che mentre Juan pensa di essere in procinto di rapinare una banca è in realtà alle prese con una operazione militare, a sua insaputa, e viene sbeffeggiato, di tanto in tanto, con le prime battute di “Eine kleine Nachtmusik” di Mozart.

1971, regia di Sergio Leone; soggetto: Sergio Leone, Sergio Donati; sceneggiatura: Sergio Leone, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni; interpreti: James Coburn, Rod Steiger, Romolo Valli

che Pazienza che ci vuole

2 Agosto 2008 Nessun commento

Omaggio di Repubblica a Pazienza (con due mesi di ritardo). Ottima la scelta della copertina, una delle sue illustrazioni più belle, e discreta anche l’idea di ristampare “Francesco Stella”, una storia squinternata e coloratissima (ma da qui a definirla, come è stato detto, una delle più belle, ce ne corre). Quello che delude è la superficialità generale del servizio, ma che ben si adatta alla superficialità di tutta la rivista. Pare che se un pezzo dovesse risultare più lungo di una pagina si tema che la gente lo salti, e allora è tutto un collage di tre o quattro piccoli articoli, troppo agiografici, secondo me. Per diverse volte si dice che era bello: e allora? A parte il fatto che l’affermazione è discutibile, ma è stato forse questo a determinare la sua importanza? Marina Comandini, la moglie, viene definita la ‘Yoko Ono del fumetto’ (ma quandomai). Una serie di cosiddetti ‘disegnatori di XL’ viene incaricata di omaggiarlo con delle storie (squallidissime). Si salvano solamente le testimonianze di Giacon e Scòzzari. Ultima notizia: a settembre uscirà un libro di Sparagna sulla storia di Frigidaire (era ora).

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