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Archivio Settembre 2008

Cassatta parigina

29 Settembre 2008 Nessun commento

Agli inizi degli anni ’70 dell’Ottocento la statunitense Mary Cassatt era uno dei tanti pittori alla ricerca di qualcosa di valido da esprimere, non riuscendoci. Le sue prime opere sono infatti dei semplici quadri di genere, in uno stile pittorico molto all’antica (risentono l’influenza dello stile italiano seicentesco, addirittura). La sua fortuna fu quella di trasferirsi poco dopo a Parigi, agli albori delle primissime mostre impressionistiche. A stretto contatto coi protagonisti di quella corrente, ne viene fulminata, partecipa con coraggio alle loro eversive esposizioni e, anche se i suoi soggetti rimangono perlopiù scene di genere, la sua tavolozza si schiarisce e i temi non vengono più affrontati in maniera accademica ma la sua più grande dote (oltre alla qualità della sua pittura) è quella di restituire con estrema sensibilità la naturalità degli atteggiamenti umani. In sintonia con la variante impressionistica di Degas e Renoir, ama raffigurare le donne, in luoghi di incontro sociale (il teatro, i giardini pubblici) e – soprattutto – nell’intimità casalinga. Di tanto in tanto nella sua produzione, piuttosto omogenea, si verificano degli avvicinamenti all’arte giapponese (all’epoca molto di moda) e qualche quadro assume le tinte piatte tipiche di un Gauguin, ma sono episodi isolati, che non riescono a distoglierla dalla sua ormai definitiva collocazione nel novero dei migliori (anche se tra quelli meno conosciuti) esponenti dell’impressionismo.

Quello di sopra è uno dei pochissimi libri italiani a lei dedicati (che allunga un po’ troppo il brodo, ma è meglio di niente) e quello sotto è il suo quadro più bello.

Categorie:arte, Letteratura Tag:

sin city 2

26 Settembre 2008 6 commenti

Alle versioni cinematografiche dei fumetti ci si avvicina quasi sempre con il sentore di assistere ad una boiata. Ne sono testimoni tutte le versioni in celluloide dei super-eroi, dalla prima all’ultima, tranne il Batman di Tim Burton. Un’altra piacevole eccezione è il ‘Sin City’ (2005) tratto dai fumetti di Frank Miller. Basta leggere la locandina per capirne il motivo: il regista è il Rodriguez del tarantiniano ’Dal tramonto all’alba’, affiancato dallo stesso Miller, e anche Tarantino non ha voluto far mancare la sua presenza ad un capolavoro di questo genere. Gli autori hanno capito immediatamente che il testo chandleriano in soggettiva del fumetto rischiava di fare la solita fine peregrina durante il trasporto in un contesto realistico quale quello del cinema. È ciò che è successo in Uomo Ragno, Fantastici Quattro, etc., dove le sentenze che in una nuvoletta si leggono senza problemi, se messe in bocca ad attori in carne ed ossa diventano improponibili. La soluzione è stata quella di mantenere la forte impostazione grafica bianco/nero dei disegni, rendendo il film una versione potenziata di quelli, quasi un film d’animazione (di questa tecnica del resto si è fatto largo utilizzo). Anche se la profondità psicologica dei personaggi o dei contenuti del film è prossima allo zero, mi pare un capolavoro per il geniale gioco di stili e dei generi che viene praticato (noir, horror, fumetto, western).

Regia: Robert Rodriguez, Frank Miller (+ Tarantino), con Bruce Willis, Mickey Rourke, Jessica Alba (Miller si è scelto un simpatico cameo: un prete nel confessionale che termina la sua carriera con una cannonata in fronte).

Categorie:Cinema, fumetti Tag: ,

miliziani

25 Settembre 2008 Nessun commento

Offende prima di tutto la sua intelligenza, e poi quella di chi legge, l’articolo di Marcello Veneziani apparso oggi su Libero. In risposta a Michele Serra - che ieri criticava la propensione della Destra italiana a dare risposte semplificatorie a problemi complessi – se la piglia con don Milani e il ‘suo’ Lettera a una professoressa, attribuendogli addirittura la responsabilità dello sfascio scolastico odierno. Sbaglia innanzitutto ad estendere impropriamente all’intero sistema scolastico quello che Milani si augurava per la sola scuola elementare, ovvero l’attenzione maggiore agli alunni svantaggiati per colmare il dislivello culturale rispetto a quelli provenienti da contesti più ‘elevati’. Se la deriva sessantottina pare essere effettivamente avvenuta, io non darei la colpa al libro originario ma ad una sua errata interpretazione. Veneziani definisce, poi, antimeritocratica quella che invece era un’idea innovativa di metodo pedagogico, ancora attualissima, che solo una lettura qualunquistica (e orientata) può fare a meno di cogliere. Sbalordisce poi il trucchetto da quattro soldi di estrapolare poche frasi e decontestualizzarle e anche quello di barattare la voluta apparente ingenuità del testo per una semplificazione a sua volta autoritaria. Compito a casa per Veneziani: rileggere il libro dieci volte prima di scrivere asinate di questo genere.

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Frigidèr

23 Settembre 2008 5 commenti

Finalmente Sparagna ce l’ha fatta. Ha scritto egli stesso, come era auspicabile essendone stato il direttore, la storia dell’avventura di Frigidaire nella maniera più completa possibile. È stata davvero la migliore rivista di tutti i tempi, ospitando (come puro contenitore) i materiali più diversi: dal fumetto, ai reportage, all’arte, la politica (a-partitica), interviste, etc., il tutto sotto l’egida della massima libertà. È stata, praticamente, il mio sussidiario all’epoca delle tarde superiori, superando di gran lunga il più schierato – pur apprezzabile – Linus. Il numero simbolo della sua tendenza a mescolare l’alto con il basso, il sacro col profano, è senz’altro quello di metà anni ’80 con Norberto Bobbio e Cicciolina contemporaneamente sulla copertina ed intervistati nelle pagine interne (e pensare che in quel periodo ero addirittura abbonato, non voglio immaginare cosa pensassero i miei vedendosi arrivare quei plichi). L’unico peccato veniale era il lato un po’ troppo maschilista che ne usciva fuori, ma era inevitabile (e sopravvolabile) vista la giovane età e la sfrenata scriteriatezza degli autori. Sparagna racconta per filo e per segno la genesi della rivista, compresi gli antefatti che hanno portato gli autori del Male e di Cannibale a collaborare alla fondazione. Merito di Frigidaire è stato quello di aver dato modo a grandissimi talenti quali quelli di Pazienza, Liberatore, Scòzzari, Tamburini, di esprimersi fuori dalle regole che ne avrebbero spento la vulcanica esplosione creativa. A tutt’oggi Pazienza è considerato un genio al quale si ispirano ancora decine di disegnatori nostrani, Liberatore un immenso artista (inimitabile, ma purtroppo svogliato), Cannibali si definiscono gli autori italiani di inizio anni novanta (Nove, Ammanniti, etc.), Ranxerox è stato il predecessore dei vari Robocop in celluloide, e la lista dei debiti sarebbe ancora lunga. Il libro descrive anche le vicissitudini economiche della rivista, miracolosamente sopravvissuta (occasionalmente anche per merito di Sabina Ciuffini, la valletta di Mike!) per tutti quegli anni (dal 1980, zoppicando fino alla fine degli anni ’90, più una rinascita agli inizi di questo millennio, che pure ha consentito a Scòzzari di creare la struggente “A Baghdad, a Baghdad”).

Rizzoli, 270 pagg., 29,50 euri.

Quattro e Trentatré

22 Settembre 2008 2 commenti

Nel 1952 John Cage ‘compone’ il geniale 4′ 33”. Di ispirazione dadaista, è costituito dai quattro minuti e mezzo abbondanti di silenzio compresi tra la chiusura della copritastiera del pianoforte – che segna l’inizio del brano – e la riapertura della tastiera – che ne segna il termine. Aggiungendo follia alla follia, Cage lo suddivide in tre movimenti. Il lato veramente assurdo di tutto questo, però, è che l’editore Peters ne pubblichi la partitura: otto pagine vuote, con la sola descrizione di cui sopra, che costano oltre nove euro.

Categorie:Classica, Musica Tag:

italian trip – sperlonga

19 Settembre 2008 Nessun commento

Sperlonga è un bellissimo paese costiero, arroccato su un promontorio sul lungomare tra Terracina e Gaeta. È un po’ la Montecarlo del litorale pontino, infatti non c’è un parcheggio che non sia a pagamento e la pianura accanto al promontorio è in costante crescita residenziale: villette a schiera, seconde case per i villeggianti della zona. Pochissimi, e cari, gli alberghi e i ristoranti. Il mare non è malvagio ma ogni tanto vale la pena di balneare in quello di Sabaudia, più nazionalpopolare e di sinistra, ma purificato maggiormente dal maggior promontorio del Monte Circeo. Il nome deriva dalle grotte che in antichità dovevano sorgere sull’agglomerato roccioso (sperlonga, spelonca, come speleologia, derivato dal greco ???????? = grotta). Un’altra ipotesi altrettanto attendibile è che la spelonca in questione sia quella che si trova a pochi kilometri di distanza, a fianco del luogo dove Tiberio – come altri imperatori (re?, tribuni? boh?) romani – fece erigere la sua villazza. Accanto ai resti della villa di Tiberio, praticamente sulla spiaggia, c’è una grotta molto grande, che incute paura a chi la visita. Nel corso degli scavi della villa sono state rinvenute molte sculture, particolarmente rilevanti per un luogo tanto fuori mano. Alcuni pezzi sono solo dei frammenti ma ci sono anche degli elementi meglio conservati che hanno permesso di ipotizzare una possibile ricostruzione di due grandi gruppi scultorei che erano stati collocati dall’imperatore nella grotta. Un gruppo rappresentava Ulisse che acceca Polifemo, l’altro l’assalto di Scilla alla nave di Ulisse. Sono conservati nel bel museo costituito all’ingresso della zona archeologica.

Categorie:Città del mondo Tag:

non faccio perché Dürer, ma Dürer perché faccio

17 Settembre 2008 Nessun commento

Lo straordinario motto di Prodi (che tanta fortuna gli ha portato) ben si addice a quella che – un po’ banalmente – si può considerare l’opera emblematica della Alte Pinakothek di Monaco: l’autoritratto di Albrecht Dürer (datato 1500). È un quadro straordinario per diversi motivi. Primo, per la qualità pittorica. Poi, per il connubio tra dettaglio fiammingo e monumentalità italica. Terzo, perché (anche se Dürer ne ha eseguiti altri precedentemente) è il primo caso nel genere dell’autoritratto in cui la sembianza dell’autore è il fattore rilevante. Tra i grandissimi suoi contemporanei (Leonardo, Raffaello, Michelangelo, ma si può arrivare anche tranquillamente fino al ’600, forse Rembrandt sarà il primo dopo Dürer a cimentarsi in una serie di autoritratti) non esiste un caso analogo di un pittore che si rappresenti con tale ufficialità. Al massimo si piazzavano come personaggi secondari in qualche affresco o pala d’altare. Quarto: ha la ‘faccia’ tosta di interpretare nientemeno che Gesù Cristo, probabilmente cogliendo l’occasione per festeggiare il senso comune semi-millenaristico (bisognerebbe, ammesso che già non esista, fare una ricerca sulle opere ispirate a questa temuta scadenza di metà millennio, alla quale è senz’altro da addebitare il giudizio universale di Signorelli nel duomo di Orvieto, ma anche probabilmente il Giudizio di Michelangelo, anch’esso eseguito poco tempo dopo).

La Alte Pinakothek. ‘Alte’ = antica, passato in inglese come ‘old’; si può trovare traccia della radice anche nell’italiano ‘alterato’ = invecchiato (questa è una mia supposizione abbastanza pellegrina).

Categorie:arte Tag:

cara prof

16 Settembre 2008 Nessun commento

Quarant’anni fa Don Milani e i suoi alunni della scuola di Barbiana si scagliavano contro la Casta dei professori, rea soprattutto di non cogliere il vero senso del proprio ruolo (Milani la chiamava ‘missione’ paragonandola, giustamente, a quella di un medico o di un sacerdote). Le differenze culturali che fin dalla nascita, per il proprio status sociale, ogni bambino si ritrova rispetto ai suoi compagni, non sono derivate da maggiore o minore predisposizione verso una materia o l’altra, ma sono dovute all’ambiente familiare pù o meno acculturato in cui si ha la fortuna o sfortuna di crescere. La cosa divertente è che il bambino ‘fortunato’ viene chiamato simbolicamente Pierino, rovesciando in maniera esemplare la vulgata che vuole quel nome affibbiato ad un bambino problematico e sottolineando così che un Pierino può avere putacaso in sorte un ambiente familiare favorevole. Gli echi della lezione pedagogica della Montessori vengono qui declinati in versione scolastica, suggerendo metodi di apprendimento che prediligono l’intuito e la curiosità rispetto alla fredda metodicità mnemonica (ho ritrovato gli stessi metodi che uso per il mio attuale apprendimento, senz’altro molto disordinato e poco fruttifero, ma divertentissimo). Già allora nelle parti migliori dell’istituzione scolastica c’erano senza dubbio realtà pienamente rispettose di questo scopo, e ai giorni nostri credo il discorso sia completamente assodato, ma coi chiari di luna di questo periodo un regresso non pare una eventualità impossibile. Leggete, o Popolo delle Libertà, leggete.

90 anni, ma li porta bene

15 Settembre 2008 3 commenti

Mentre i carabinieri di Unità Speciale sono arrivati solo alla terza puntata delle loro pirlate, Tex ha invece compiuto 90 anni: 60, gli anni effettivi dal 1948 che è l’anno di uscita del primo albo + 30, l’età che il personaggio doveva avere all’epoca. Per l’occasione viene ripescata Lilith, la prima (e unica) moglie di Tex: perfino Adamo era stato più fortunato, avendone avute almeno due, di donne (Lilith + Eva). Speriamo che anche Tex, prima dei 100 anni magari, trovi la sua Eva. Avendo scordato il nome della moglie, non posso fare a meno di constatare nuovamente la lungimiranza di G.L. Bonelli che le diede un nome tanto impegnativo e giustificato: Lilith è infatti considerata simbolo atavico di emancipazione femminile, ed infatti la corrispondente pellerossa decide di sua iniziativa di salvare la pelle al ranger, sposandolo. L’albo è a colori, disegnato da Civitelli che, nonostante la storia sia ambientata nella preistoria, disegna sempre un Tex cinquantenne, identico a quello contemporaneo. Al fumetto è abbinato un romanzo western scritto sempre da Bonelli, con una introduzione di Ticci che mostra quanto fosse svitato il patriarca del fumetto italiano.

Categorie:fumetti Tag:

logge (firenze vs. münchen)

12 Settembre 2008 2 commenti

È perfino impietoso parlarne, ma qualcuno lo deve pur dire. A Monaco hanno avuto l’idea più kitsch dell’epoca, ovvero quella di clonare la Loggia dei Lanzi di Firenze. Nella grande piazza, fuori dal centro storico, che vede fronteggiarsi la Residenz e il Duomo (o comunque una grande chiesona gialla barocca di cui non ricordo il nome) hanno piazzato una loggia che vuole chiaramente imitare quella infinitamente più preziosa di Firenze. Inutile dire che le sculture ottocentesche celebrative dei reali bavaresi impallidiscono rispetto ai fantastici capolavori fiorentini (che non mi spiego come facciano a resistere così senza che qualcuno se le porti via o le danneggi).

L’originale:

una lieve imperfezione

11 Settembre 2008 Nessun commento

Il giovane nippo-americano Adrian Tomine in “Una lieve imperfezione” (“Shortcomings”, nella versione originale) racconta una storia, che pare largamente autobiografica, di giovani e studenti californiani alle prese con i loro problemi sentimentali (eterodiretti). Tomine è molto bravo nel racconto, con un buon bilanciamento di testo e immagini, ispirato ai fratelli Hernandez (ma supera i maestri, secondo me, in quanto ad efficacia comunicativa). Lo sguardo dei protagonisti di questa storia (come nella maggior parte delle opere a fumetti USA più recenti) è tutto rivolto al privato: i pochi altri temi del libro sono descritti sommariamente. All’autore interessa, come in un film del Woody Allen più intimistico, mettere alla berlina le proprie contraddizioni e raccontarcele senza mezzi termini. Tomine è bravo a dosare il detto e il non-detto, permettendo al lettore (nel fumetto ci sono i tempi per farlo, al contrario di un film) di proiettare in quei vuoti le proprie sensazioni, e rendere la lettura un esercizio attivo e non di pura ricezione.

Categorie:fumetti Tag:

münchen – astraendosi distraendosi

10 Settembre 2008 Nessun commento

Nonostante le sue grandi collezioni pubbliche d’arte, Monaco non è la città-simbolo di nessun artista in particolare (a meno che non si voglia considerare tale Ulrich Loth, monacense, al quale era dedicata una ‘personale’ alla Alte Pinakothek). Quello che si avvicina maggiormente ad un tale concetto è la raccolta di opere del primo espressionismo che si trovano alla Lenbachhaus. Per capire Kandinskij infatti non c’è posto migliore di questo. Il pittore russo trascorse a Monaco e dintorni il periodo fondamentale del suo percorso stilistico che lo portò all’astrattismo. In una sorta di ‘scuola di Barbizon’ bavarese, passava dai paesaggi, all’ispirazione all’arte popolare russa, alle improvvisazioni finché - insieme ad altri colleghi tipo Gabriele Münter, con la quale intrallazzava, Franz Marc, Jawlensky, etc. - fondò la rivista “Blaue Reiter”, promulgatrice dell’espressionismo e il cui titolo deriva da un quadro dello stesso K., ispirato appunto all’arte popolare – porcellane, oggetti kitsch in genere, che in quel periodo adottarono come oggetto di rappresentazione.

Vassilij Kandinskij, “Gabriele Münter che dipinge”, 1903, olio su tela, 59 x 59 cm, Lenbachhaus, Monaco

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sgambettando in brianza – san peter

9 Settembre 2008 Nessun commento

La chiesa di San Pietro al Monte, sopra Civate (Lecco), è uno dei luoghi più magici (e allo stesso tempo inquietanti) di tutta la Brianza. Fondato - come al solito - intorno al 1000 PJ (post Jesus), può essere raggiunto con un’oretta di salita a piedi. È situato su una bella terrazza naturale a 5-600 metri sul livello del lago (di Annone), a metà della strada per arrivare in cima alla croce del Cornizzolo (circa 1.250 m). Il percorso è abbastanza facile, e poco prima dell’arrivo si trova una bella fontana alla quale abbeverarsi. L’unico pericolo è costituito (soprattutto alla domenica) dai ragazzini che – indispettiti dalla fatica alla quale sono stati costretti dai genitori – di tanto in tanto gettano qualche sasso più o meno grande giù dall’alto dei tornanti. Nonostante la posizione scomoda, anzi proprio per quello, la chiesa conserva ancora degli affreschi in buono stato, eseguiti in vari periodi, tra i quali un giudizio universale dugentesco nella controfacciata.

casa editrice: CIA

8 Settembre 2008 2 commenti

Acquistato per un paio di euri da un librivendolo ambulante, questo libro degli anni Cinquanta proviene – come testimonia il marchio interno – da un centro sociale dismesso di Terracina. Data la sua origine e l’impostazione grafica vagamente einaudiana pensavo di apprestarmi a leggere un testo di ortodossia marxista-leninista. In effetti l’autore (1902-1989) è stato un marxista, ma critico, e quindi dopo aver descritto succintamente e criticamente il pensiero di Karl, fa un elogio dei seguaci che hanno avuto un’attitudine riformista nei confronti di quello. Cito a caso: Kautsky, Plekhanov, De Leon, etc. E fino a qui pareva tutto normale, senonché appena si mette a parlare di Lenin, Trotsky, Stalin e in parte la Luxemburg, il libro fa subito tenerezza perché rivela immediatamente il suo scopo propagandistico (probabilmente è stato addirittura finanziato dalla CIA). I leader del socialismo sovietico sono presentati come l’essenza del Male, più o meno come lo fu Saddam Hussein per Bush. Hook parla solo dei lati negativi (che pure ci sono evidentemente stati) della politica di quei personaggi, senza preoccuparsi minimamente di descrivere il contesto storico nel quale hanno operato e che ha determinato molte di quelle (drastiche) scelte.

p.s.: ho anche scoperto di essere un materialista storico.

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viola da zampa

5 Settembre 2008 Nessun commento

Jordi Savall è uno dei principali responsabili del positivo riscontro da parte del pubblico che la musica antica ha di questi tempi. Saranno quattro decadi che va riscoprendo con la sua viola da gamba le pagine più trascurate di compositori spagnoli o francesi, soprattutto, ma il momento clou penso sia stato raggiunto con la sua collaborazione al film “Tutte le mattine del mondo” (inizio anni ’90), dedicato ai musicisti di Versailles sotto Luigi XIV (Lully, Marais, Saint Colombe). In questo disco si sposta in avanti nel tempo per affrontare (insieme a Koopman) le tre sonate per viola da gamba e cembalo di Bach. (Successivamente si è spinto anche più oltre, rispetto al repertorio antico, interpretando con il suo gruppo alcune opere di Boccherini e Mozart.) Le sonate BWV 1027-1029 non sono riferibili ad una data certa, ma si suppone risalgano al periodo tra Weimar e Köthen (tra primo e il secondo decennio del Settecento). Una sola di queste è autografa, mentre le altre sono trascrizioni di altri e comunque tutte sono state reimpiegate o derivate dallo stesso Bach per altre sonate per flauto. Anche secondo il mio modesto parere l’ipotesi è corretta, perché le altre composizioni bachiane per strumento ad arco solista (quelle per violino o per violoncello) hanno la caratteristica comune di essere costituite da una sequenza di danze, secondo il modello francese. Queste sonate invece sono strutturalmente e stilisticamente riconducibili alla sonata o al concerto di tipo italiano, ed è lo stesso modello che seguono le sonate vere e proprie per flauto di Bach, quelle intorno al n. 1030 di catalogo. Come sottolineato da Paolo Terni nel suo ciclo di trasmissioni di agosto su Radiotre, poi, siamo in realtà di fronte a vere e proprie ’sonate a tre’, perché le parti musicali in gioco sono raddoppiate nel clavicembalo (tema della mano sx + tema della mano dx). Alcuni momenti di queste composizioni sono eccezionali, densissimi della scrittura fatta di lunghe frasi melodiche e serrate allo stesso tempo magistralmente dal contrappunto tipico di Johann Sebastian. Un marchio di fabbrica. I due esecutori aggiungono nel disco una terza sonata ottenuta da essi stessi trascrivendo una composizione per organo per adattarla al loro organico (la BWV 529).

münchen

4 Settembre 2008 Nessun commento

Monaco di Baviera è ad un tiro di schioppo da Milano (circa 6-7 ore di auto) e l’Italia – in effetti, pur trovandoci in terra nordica - la ricorda ad ogni passo. È disseminata di negozi di moda italiani (Armani, Gucci, etc.); piena di bar e ristoranti italiani; molte chiese – essendo, mi pare, di rito cattolico – sono in stile barocco (inquinato però da cupole e cupolette austroungariche); i giovani – soprattutto – si congedano con un “ciao” (che devono trovare somigliante al loro “tchuss”); i quotidiani italiani si trovano nelle edicole già dal mattino, etc. Soprattutto, poi, il loro puritanesimo calvinista deve essere più forte della sacralità nostrana: la domenica, infatti, pur essendo una media città europea turistica, non c’è un negozio aperto (esclusi i bar e ristoranti). Lo spunto per la visita è stato il richiamo della Alte Pinakothek che, come ognuno degli altri musei d’arte della città, richiede una mezza giornata dedicata alla sua perlustrazione. Altri aspetti positivi: la sera è piena di buoni ensemble di musica classica che si esibiscono per le strade (probabilmente studenti del conservatorio locale, ma non solo). L’albergo ti regala il Suddeutsche Zeitung (oggetto del mio rito esoterico mattutino di traduzione dal tedesco); il motivo principale è che lo stesso quotidiano ha sede a Monaco, in Sendlinger Strasse n. 8 (ci sono passato davanti parecchie volte, e spesso gli stessi addetti al negozio lo offrivano ai passanti). Essendo sede dell’Oktober Fest, la birra presa seduti in un bar si paga relativamente poco, rispetto a noi (3-4 euri). Un’altra gradevole sorpresa è che i numerosi negozi di libri usati sono pieni di spartiti musicali a metà prezzo. Anche qui, come in Inghilterra, è presente l’organizzazione Oxfam, una specie di Libraccio a scopo beneficienza, durante la cui visita ho ascoltato un bellissimo concerto per clavicembalo del quale purtroppo non ho chiesto l’autore, e che ora mi sento costretto a ritrovare (doveva essere un Jiri Benda, o un J.C. Bach, o giù di lì).

edicola

3 Settembre 2008 Nessun commento

Trascurabili i Tex (una storia di Boselli + Font) e il Dylan Dog (qualcuno + Piccatto). Simpatico invece il Martin Mystère, con un Morales che è entrato finalmente nelle corde dello stile Castelli e ha confezionato una buona avventura che affonda nella storia vera (d’Italia, tra l’altro), nella migliore tradizione dell’indianajones nostrano (segno che la bimestralità ha portato bene alla qualità della serie). Illustrato da Ambrosini.

Categorie:fumetti Tag:

se devo esser sincero …

2 Settembre 2008 Nessun commento

Se devo esser sincero … preferisco i lavori del Ferrario-documentarista a quelli del commediografo (soprattutto “Mondonuovo”, con Gianni Celati come narratore, ambientato sulla Via Emilia). Probabilmente però si guadagna qualcosa in più, con le commedie. Questa è infatti una storia sentimentale con sottofondo giallo, divertente ma non perfettamente amalgamata, soprattutto nella caratterizzazione di alcuni personaggi e specialmente di quello della Littizzetto, alla quale – essendo stata il principale richiamo per questo film - viene lasciata forse un po’ troppa libertà.

2004, regia Davide Ferrario, soggetto tratto da “La collega tatuata” di M. Oggero, sceneggiatura di A.M. Pivignano e L. Littizzetto.

heart of darkness

1 Settembre 2008 Nessun commento

Contrariamente a quanto mi aspettavo, “Cuore di tenebra” non è un racconto a tema, o un romanzo filosofico, ma è essenzialmente un’avventura crepuscolare. Scritto da Conrad nel 1898 sulla base di sue esperienze marinare, è la descrizione dell’avventura coloniale inglese da un punto di vista tutt’altro che positivo, che sottolinea sovente la distinzione tra natura selvaggia e civiltà, senza prendere una posizione ma guardando a volte con fascino, a volte prendendone le distanze, ora all’una e ora all’altra parte del binomio. Dopo la lettura di questo libro, il film di Coppola non risulta pessimo come immaginavo all’inizio, ma la nuova luce sotto la quale viene posto dalla prosa conradiana fa emergere più chiaramente le scelte attuate in “Apocalypse Now”. Trasmutando in chiave visiva le considerazioni che il testo scritto fa a proposito di natura-civiltà, il regista opera uno slittamento ed accentua notevolmente il tema della follia verso la quale la ragione rischia di andare incontro se non interpreta correttamente le regole di coesistenza di quei due fattori. Per esempio, oltre a Kurtz, il personaggio ‘folle’ di entrambe le opere, Coppola aggiunge clamorosamente, già dall’inizio, la follia del comandante dell’esercito USA che ordina di fare surf sotto il tiro dei Vietcong. La pazzia (calcolata) di quel gesto vuole probabilmente rappresentare un esempio di coabitazione riuscita tra istinto e razionalità (infatti nessuno dei surfisti viene colpito), al contrario della follia negativa di Kurtz. In “Cuore di tenebra” la sfida rappresentata dal gesto del comandante USA è presente, significativamente nella stessa posizione del flusso narrativo, ma infinitamente meno rilevante. Conrad la espone nelle ‘vesti’ del gestore di un avamposto della compagnia marittima, capace (al contrario di Kurtz) di mantenere una condotta ferrea e riuscire a convivere tra i selvaggi mantenendo i vestiti in ordine e il colletto della camicia inamidato.