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Archivio Ottobre 2008

piano, violino, piano

31 Ottobre 2008 1 commento

Le tre sonate (più un Arioso in la maggiore) per clavicembalo e violino di quel gran figlio di Bach che era Carl Philip Emanuel, oltre ad essere molto belle, costituiscono uno dei punti essenziali per capire il passaggio dalla tipologia della sonata per violino e clavicembalo a quella per clavicembalo e violino (cambiando l’ordine degli addendi il prodotto cambia, in questo caso). In epoca barocca, quella del primo tipo era in realtà chiamata anche ‘a violino solo’ perché il clavicembalo infatti svolgeva il ruolo di basso continuo, ossia serviva fondamentalmente da base armonica e contrappuntisca per consentire al violino di esibirsi, virtuosisticamente. Basti pensare alle sonate di Vivaldi (o alle ultime di Handel, perfettamente contemporanee a quelle di questo disco, ma ancora pienamente ‘barocche’). Il ruolo della tastiera non era comunque esclusivamente di secondo piano: nelle sonate di Corelli, per esempio, spesso veniva messo in particolare evidenza, ma con moderazione. Altro discorso, ancora, è quello di quel pazzo forsennato di J.S. Bach: nelle sue sonate per violino (o anche quelle per viola da gamba) e continuo, il papà di C.P.E. amava talmente il suo strumento (la tastiera) da sovrapporre in alcuni movimenti due sonate distinte, una per clavicembalo e una per violino, con la stessa tonalità e gli stessi tempi metrici, ma completamente indipendenti e allo stesso tempo strettamente legate l’una all’altra, tanto che si potrebbero tranquillamente separare ed ottenere due sonate per strumento singolo. Carl Philip Emanuel ha imparato la lezione di quel fuori di zucca che era suo padre, ed infatti, specialmente nella prima di queste composizioni (1731), si trova una scrittura densissima ed interrelata delle parti dei due strumenti. A mano a mano che si prosegue nel corso del XVIII secolo (le sonate successive sono del 1763 e del 1781), si avverte chiaramente il mutamento del gusto musicale. Il violino ammorbidisce la sua esuberanza, le sue impennate, e lascia lo spazio necessario per poter dialogare col clavicembalo. Nell’arioso del 1781 addirittura ci troviamo apertamente di fronte al ribaltamento di posizione: il violino, oltre a lasciar ‘parlare’ molto più spesso l’altro, sovente fa esso stesso da contrappunto alla sonata solitaria del suo compare. Durante questo periodo, infatti, anche Mozart (meglio sarebbe a dire Leopold) avrebbe composto le sonate K6-9 per tastiera e violino, contribuendo alla nascita dello stile galante.

il poeta

30 Ottobre 2008 40 commenti

Finché Apollo non chiede al poeta
un santo sacrificio,
tra le cure del vano mondo
egli è, pusillanime, immerso;
tace la sua sacra lira;
assapora l’anima un freddo sogno,
e tra i figli miserevoli del mondo,
forse, egli è il più miserevole di tutti.

Ma non appena la voce del dio
sfiora il suo sensibile udito,
l’anima del poeta si scuote,
come un’aquila risvegliata.
Egli allora si angoscia tra i piaceri del mondo,
è estraneo alle chiacchiere umane,
ai piedi dell’idolo del popolo
egli non piega l’orgogliosa testa;
egli corre, selvaggio e severo,
colmo di suoni e di turbamento,
sulle rive delle onde deserte,
nei querceti dal largo mormorio…

(Pushkin, 1827, trad. Bazzarelli)

orestiade

29 Ottobre 2008 Nessun commento

Da diversi mesi ormai sto comprando in maniera semi-automatica questa bella collana di dvd che porta in edicola le produzioni teatrali Rai degli anni 60-70. (Evito accuratamente gli adattamenti derivati da romanzi, pessima pratica.) È giunta l’ora di cominciare a guardarli, se non altro per scoprire se non contengano difetti di fabbrica. Dopo “Casa di bambola” ora è toccato all’”Orestiade” (458 a.C.) di Eschilo. Si tratta dell’allestimento di Ronconi del 1971 e il video-dischetto ne contiene una selezione di scene, perché la versione completa pare durasse sei ore. La vicenda degli Atridi dopo la vittoria su Troia viene interpretata come il passaggio dalla legge della vendetta personale a quella della giustizia degli uomini, dallo stato selvaggio alla civiltà. La prima parte della trilogia, “Agamennone”, è infatti icasticamente declamata dagli attori in modo arcaico. A mano a mano che si procede nelle altre due fasi (“Coefore” e “Le Eumenidi”), compaiono attori (Oreste stesso, per esempio) che recitano in una maniera più moderna e vicina ai nostri canoni. Questa evoluzione stilistica che parte da un linguaggio antico per arrivare ad uno più moderno è il contraltare di quella sostanziale e di medesimo segno che vede il tribunale giudicante il matricidio di Oreste in sostituzione della potenzialmente tradizionale vendetta personale della sorella. L’allestimento è minimale: pochi attori (il coro è ridotto a poche voci), un piccolo palcoscenico quadrilatero semovibile, figure immobili oppure che si muovono lentamente, alcune bellissime interpretazioni (la Melato come Cassandra).

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no control

27 Ottobre 2008 4 commenti

I due film dedicati alle icone del post-punk inglese – Joe Strummer e Ian Curtis – usciti quest’anno in Italia presentano entrambi un concerto dei Sex Pistols come il fattore scatenante della loro propulsione creativa (nel caso di Curtis) o dello scarto stilistico (in quello di Strummer). La filosofia dell’”everybody can do it” fu il principio e la base costitutiva della loro musica: i componenti dei Clash impararono infatti a suonare strada facendo, e la ripetitività ossessiva di molti pezzi dei Joy Division è un classico esempio di necessità che diventa virtù. Semplificando, i Clash hanno successivamente mescolato al punk-rock le influenze reggae, creando atmosfere congeniali all’approccio verso il sociale dei loro testi. I J.D. si sono evoluti a partire da quel genere secondo un discorso di stampo più personale, introspettivo (grazie ai testi di Curtis), calando su di esso un manto di plumbea cupezza, e ponendo certamente le basi del dark (alla faccia dei Cure che si vantano di tale merito, ma che hanno comunque avuto il merito di isolare quella tendenza ed interpretarla anche scenograficamente). Solo la tragica fine del giovanissimo cantante ha tolto linfa a quella vena che si è poi esaurita coi New Order. Sempre semplificando, s’intende. Mentre “The Future is Unwritten” era una sorta di documentario, il “Control” di Anton Corbijn (girato, non a caso, in bianco e NERO) ricostruisce invece in forma narrativa la parabola di Ian Curtis, adattando un libro scritto dalla sua vedova. Per rimanere il più possibile aderente ai fatti, ed anche perché in questo modo lo stile del film si adatta meravigliosamente a quello della musica, “Control” è una esposizione quasi ieratica di episodi concernenti la vita e la carriera di Curtis, che il non appassionato potrà trovare noiosa e un po’ stucchevole nei dialoghi, ma che è un doveroso omaggio che finalmente si è voluto rendere.

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modernariato

24 Ottobre 2008 Nessun commento

In occasione del ventesimo anniversario della (seconda) collana italiana dei Fantastici Quattro, e per segnare l’inizio dal prossimo numero di una serie di storie di Millar e Hitch, la Panini Comics pubblica una storia di Lee & Kirby dalla vicenda tormentata. Era una delle ultime storie disegnate per la Marvel da Kirby prima di passare alla D.C. Comics. Le tavole rimasero al solo livello di matite, e non vennero né inchiostrate e nemmeno furono completate dei testi definitivi, perché ritenute inadeguate. Si capisce subito che non era altro che un riempitivo, un episodio unico, che oltretutto pareva risentire dei malumori della fase finale di “The King”: mezza pagina, infatti, è dedicata alla Cosa e alla Torcia che prendono un ascensore, con un dilungamento inutile su alcuni particolari insignificanti. Non venne quindi mai pubblicata come tale ma, qualche mese dopo (intorno al 1971) venne rimontata e riciclata in un’altra simile, con la sottrazione del prologo e l’aggiunta di alcune scene disegnate da John Buscema e John Romita, che ne cambiarono il senso e diventò il preludio ad un episodio seguente che vedeva il ritorno di Anhilus dalla zona negativa. Anche se la storia è davvero di basso profilo, il fatto di riproporla diventa l’occasione per ricordare quanto fossero scanzonati e divertiti i toni di Stan Lee nelle storie dei F.Q. Dialoghi da commedia brillante (determinati anche dal metodo apparentemente assurdo di collaborazione disegnatore-scrittore, fondato sull’improvvisazione), sempre in bilico tra la pretestuosa giustificazione scientifica dei ritrovati di Reed Richards e la implicita messa in ridicolo degli stessi principii. Anni dopo la storia originale venne completata da Ron Frenz e dialogata, e viene anch’essa pubblicata in quest’albo.

Categorie:fumetti Tag:

i segreti del corallo

23 Ottobre 2008 Nessun commento

A breve distanza di tempo dall’EP (non entusiasmante) dell’anno scorso, Moltheni torna con un album – come al solito – tra l’ipnotico e lo psichedelico. Le chitarre acustiche di sottofondo ricordano quelle di Giorgio Canali dei PGR, ma sono dell’omo(cogno)nimo Pietro. Sulle ripetitive sonorità di fondo Moltheni canta le sue liriche evocative, molto affascinanti. Alle volte il risultato è quasi pop (“Vita rubina”), anche se questa raccolta pare di ascolto meno facile rispetto al penultimo “Toilette memoria”, che offriva in maggior numero momenti di ottimismo musicale. Qui il tono è più cupo e servono numerosi ascolti per introdursi in queste atmosfere. Ma ne vale la pena.

L’altra notte mentre uscivo dalla discoteca mi è passata a quattro metri la mia vita,
camminava col bicchiere e un vestito nero, mi ha guardato ma non mi ha cagato.
La conosco è in collera con me, mi rimprovera le cose che non ho voluto fare,
mi rimprovera parole che non ho voluto dire, che mi avrebbero cambiato in meglio insieme a lei.

Una bella recensione.

Categorie:Musica, Rock Tag:

A Radio Padania …

22 Ottobre 2008 2 commenti

A Radio Padania:
- Si salutano dicendo “Padania Libera” o “Buona Padania” oppure “Padania Libera e Gloriosa”

- Trasmettono Giorgio Gaber, perché lo considerano qualunquista, e quindi leghista (secondo loro)

- Trasmettono Van de Sfroos perché canta in dialetto (ma se ascoltassero i testi capirebbero che le sue canzoni parlano con simpatia degli stessi reietti che loro vedrebbero bene in gattabuia)

- Trasmettono “Tre parole” di Valeria Rossi in versione dialetto milanese (piena di parol…acce raffinate tipo “va’ a dà via ‘l cü”, etc.)

- Si autodenominano, per brevità, RPL (radio padania libera) per assonanza con la più gettonata RTL

- Sono entusiasti delle minoranze etniche (irlandesi, aborigeni australiani, etc.) purché queste minoranze stiano ‘a casa loro’

- Trasmettono musica delle suddette minoranze etniche, evitando accuratamente quelle arabe, africane, etc. (ovvero le stesse che ci vengono a trovare in Italia, temendo che altrimenti ci risulterebbero più simpatiche)

- Hanno l’arditezza di citare Guccini (sic!)

- C’è una trasmissione dedicata alla promozione del dialetto nella quale se si telefona e si parla in italiano viene tagliata la telefonata (specialmente se non si ha da dire qualcosa favorevole alla causa padana)

- I Romani (intesi come impero romano) sono definiti ‘invasori e colonizzatori latini’

- Difendono il leghista Flavio Tosi (sindaco di Verona) condannato soltanto perché nel 2001 lanciò una campagna contro alcuni insediamenti rom al grido di «gli zingari devono essere mandati via perché dove arrivano ci sono furti»

- Unico lato positivo riscontrato finora: come a Radiopopolare, le telefonate non sono filtrate, e quando chiama un ‘diversamente abile’ lo stanno gentilmente ad ascoltare

(…continua)

Categorie:Politica Tag:

la dalia azzurra

21 Ottobre 2008 Nessun commento

Nel 1945 Alan Ladd, un georgeclooney di quei tempi, era stato chiamato alla leva, motivo per cui alla Paramount restavano pochi mesi per sfruttare il suo ingaggio prima della partenza. La casa hollywoodiana si trovò così a dover imbastire in tutta fretta una produzione cinematografica, affibbiando il compito di redigere la sceneggiatura al mitico Raymond Chandler. La storia di questo cult-movie contiene tutti gli elementi del genere noir/hard boiled, che egli stesso aveva contribuito ad instaurare nei suoi romanzi: prevalenza di scene notturne, pioggia, mistero, donne fatali, uomini rudi, intrighi, gangster, etc. Anche per la ristrettezza del tempo disponibile, Chandler consegnava la sceneggiatura a puntate, e queste venivano intanto girate, mentre l’autore non sapeva ancora come sarebbe andato a sviluppare e a concludere la vicenda. È uno dei motivi per cui Chandler non perse occasione per attaccarsi alla bottiglia per trovare la forza di portare a termine l’opera, ed il finale, effettivamente, è un po’ goffo e frettoloso, rispetto a tutto lo sviluppo della storia.

Categorie:Cinema Tag:

Visionauti

20 Ottobre 2008 Nessun commento

I Visionauti sono 32 artisti italiani e stranieri che hanno realizzato, a scopo benefico, un calendario in 2 versioni per conto della sezione di Prato dell’Unione Nazionale Italiana Volontari pro Ciechi. Fra di loro ricordiamo: Scott Morse, Ivo Milazzo, Miguel Angel Martin, Leo Ortolani, Paolo Bacilieri, Aleksandar Zograf, Werther Dell’Edera, Massimo Bonfatti, Stefano Misesti, Massimo Giacon e Dave Taylor. Le 2 versioni differiscono completamente l’una dall’altra e contengono ciascuna 15 disegni ed un racconto di Lorenzo Bartoli (tutto materiale inedito). I proventi della vendita serviranno interamente per continuare a garantire servizi utili ai portatori di handicap della vista.

Si può acquistare, al costo di 10 euro, nei seguenti modi:

- alla prossima Lucca Comics (30 ottobre-2 novembre, presso gli stand Double Shot, Leopoldo Bloom, Passenger Press, ReNoir, Tespi/Nicola Pesce e Tunuè)

- attraverso il catalogo Anteprima che presenterà il calendario nel numero di novembre;

- presso la fumetteria “Mondi Paralleli” di Prato (v. Ser Lapo Mazzei n° 26, tel. 0574-41903, e-mail mondi_paralleli@inwind.it);

- scrivendo all’indirizzo: visionauti@gmail.com

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minus

17 Ottobre 2008 1 commento

Un bel volume che raccoglie le storielle minimali del personaggio di Marcello Jori, sia quelle uscite su Linus negli Eighties che quelle create in seguito per la giapponese Kodansha (anche se ad occhio e croce non è una raccolta completa, ma una selezione). Tènere e sadiche allo stesso tempo, all’epoca non le digerivo proprio, ma viste adesso non si può fare a meno di trovarle geniali. Si tratta quantomeno di un precedente delle storie del pluricensurato Miguel Angel Martin, anche se la crudeltà nella letteratura per ragazzi ha una lunghissima tradizione, a cominciare dalle fiabe. Nel preambolo lo stesso Jori racconta le simpatiche e fortuite eventualità che hanno portato alla sua collaborazione col Linus di O.d.B.

Editore Comma 22, 22 euri.

Categorie:fumetti Tag:

jazz rinascimentale

16 Ottobre 2008 Nessun commento

Il più bello, secondo me, tra i tanti dischi sfornati dalla premiata ditta Jordi Savall & Hespèrion XX-XXI. ‘Ostinato’ è il modello musicale di tutte le composizioni qui presentate, basate su una cellula ritmica regolare che si ripete ostinatamente uguale dall’inizio alla fine, suonata con gli strumenti dedicati al basso continuo (viola, liuto, clavicembalo) e sulla quale i violini (ma volta per volta anche gli stessi che realizzano la linea di basso) improvvisano degli assoli, seguendo più o meno lo stesso principio fatto proprio in seguito dal jazz. Il concetto di improvvisazione in realtà appartiene alla musica di qualche anno prima, oppure a contesti musicali meno raffinati di quelli dei compositori qui considerati. Nel XVI-XVII secolo di Falconiero, Ortiz, Merula, Purcell, etc., infatti, l’improvvisazione veniva scritta in partitura e diventava la parte essenziale del brano e, allo stesso tempo, la prima testimonianza del virtuosismo in musica. Oltre a riprendere gli standard dell’epoca (‘Greensleevs’, ‘Ruggiero’, etc.) l’ensemble di Savall si cimenta essa stessa in una propria jazz-session all’antica, per dimostrare l’applicazione di quel metodo.

Contenuto: Antonio Valente – Gallarda Napolitana; Diego Ortiz – Zarabanda (Passamezzo antico V); Romanesca (VII) – Passamezzo Moderno (II); Ruggiero (Quinta pars IX); Salomone Rossi – Sopra l’Aria di Ruggiero; Andrea Falconiero – Passacalle – Ciaccona; Tarquinio Merula – Ruggiero; Biagio Marini – Passacalio; Francisco Correa de Arrauxo – 3 Glosas sobre Todo el mundo en general; Tarquinio Merula – Ciaccona; Henry Purcell – Sonata a 2 – 3 parts upon a Ground; Johann Pachelbel – Kanon und Gigue; Anonymous – Greensleeves to a Ground; Canarios (improvisation)

Registrato nella Chiesa di San Giorgio, Morbio Inferiore, Switzerland, 2000-2001.

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acciuffiamoli!

15 Ottobre 2008 Nessun commento

Il Texone di 330 pagine si fa ricordare solo per la frequenza con la quale viene usato il verbo “acciuffare” (i malviventi): almeno una decina di volte. Tutta la suspence è rivolta all’attesa della prossima ricorrenza di quella buffa parola, perché la trama è una ‘telefonata’ unica dall’inizio alla fine. D’accordo, erano altri tempi, più sempliciotti, ma Bonelli nei 200 numeri da lui scritti ha buttato dentro tanto di quel materiale estraneo al genere western che contribuiva a mettere un po’ di sale nelle avventure. Gli sceneggiatori attuali si guardano bene dall’uscire dal canone della storiella western, e per paura di rendersi ridicoli diventano mortalmente noiosi.

Per quanto riguarda Martyn Mystère, dopo lo scorso episodio abbastanza ben riuscito, siamo alle solite. Un pastiche ottenuto mescolando il ‘Codice Da Vinci’, Giovanna d’Arco e Mago Merlino. La storia in sé non è male, ma non si è badato a costruirla nella maniera migliore ed è infatti strapiena di insopportabili flashback.

p.s.: entrambi gli albi sono disegnati alla membro di segugio.

Categorie:fumetti Tag:

storie brevi

14 Ottobre 2008 50 commenti

Gli eredi di Pazienza stanno giustamente sparpagliando, a chiunque le voglia ristampare, i diritti delle opere del maestro (un po’ alla Jeff Buckley). Ora tocca alla Fandango di Baricco, che pubblica un bel volume di storie brevi (ma anche non-storie, trip di una pagina sola). Non è una raccolta completa, ma contiene molte tra le cose che non si sono mai più viste dopo la pubblicazione su rivista (tipo “Il giorno della befana”), tratte dal Male, Cannibale e Frigidaire + una serie di bozze di lavoro. Visto che, a memoria, mancano ancora diverse pagine all’appello, si prevedono altre raccolte del genere. Bella, la prefazione di Francesco Piccolo (finalmente ‘uno che capisce’).

Categorie:fumetti Tag:

chirurgia impressionista

13 Ottobre 2008 Nessun commento

Il divisionismo (o post/neo-impressionismo, o puntinismo) mi è sempre apparso come un momento di stallo dopo la rivoluzione impressionista. L’esposizione appena inaugurata a Palazzo Reale di Milano non fa che confermarlo. Sono pochi infatti gli esiti ben riusciti da parte degli esponenti di questa corrente (e, purtroppo, mancano in mostra entrambi i due grandi quadri di Seurat che la inaugurarono, la ‘Grand Jatte’ ed ‘Asnières’, intorno al 1884). Contemporaneamente agli studi sulla fotografia, sul colore (Chevreul, etc.) di quegli anni, alcuni artisti hanno tentato di applicare in pittura i principi dell’associazione dei colori e della loro percezione, ma la maggior parte dei risultati rasentano lo scialbo, perché tendono ad un equilibrio cromatico complessivo che smorza qualsiasi contrasto. È stata un’ubriacatura ‘tecnica’, più o meno equivalente a quella quattrocentesca successiva alla scoperta della tecnica di rappresentazione prospettica, che ha prodotto una quantità di fondali da studio di architettura più che adatti alla pittura. Il divisionismo non è comunque esistito inutilmente perché ha determinato la variante italiana (Segantini, Previati, etc.) all’interno della quale si sono applicate quelle concezioni ottenendo un effetto particolarmente vibrante all’interno dei loro soggetti, poco impressionisti e più legati a tematiche sociali o simboliche, che ne hanno caricato la forza espressiva e, successivamente, da quello stesso terreno di sperimentazione sugli effetti di luce (e movimento) mossero i primi passi i fondatori del Futurismo (Boccioni, Balla).

p.s.: nelle didascalie delle ultime sale si afferma, abbastanza sorprendentemente, che l’ultima fase di Signac (1905) avesse ispirato i fauves (Gauguin, etc.), ma Van Gogh già nella seconda metà degli anni Ottanta dell’Ottocento aveva prodotto delle opere ben più dirompenti.

George Seurat, “Torre Eiffel”, 1889, The Fine Arts Museums of San Francisco.

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jula de palma

10 Ottobre 2008 Nessun commento

Un adattamento piuttosto malriuscito dell’opera omonima di James Ellroy, che come in ‘L.A. Confidential’ – anche se con minore rilevanza - ama rappresentare la non perfetta cristallinità di intenti che si annida nelle forze dell’ordine. Il film porta a compimento l’opera di omaggio a ‘The Blue Dahlia’ (sceneggiato nel 1947 da Chandler) al quale già il romanzo strizzava l’occhio apertamente. Si fa però una gran fatica a seguire la vicenda per i molti personaggi in ballo, prezzo pagato al voler tradurre in celluloide un’opera destinata ad un altro media, senza i dovuti sforzi di adattamento. Non a caso l’industria cinematografica dei Fourties chiese a Chandler una sceneggiatura ex-novo per il film diretto da Marshall, e non un adattamento da uno dei suoi romanzi. Chissà perché questa pratica è così negletta, ai giorni nostri: forse perché costerebbe di più - ma vogliamo immaginare i risultati molto più convincenti che genererebbe? Totalmente sbagliata, poi, la scelta della Johansson per il ruolo assegnatole.

2006, regia Brian De Palma, sceneggiatura di Josh Friedman, con Scarlett Johansson, Hilary Swank (finezza: K.D. Lang interpreta la cantante – se stessa – in un lesbo-night club).

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lolli-pop

9 Ottobre 2008 Nessun commento

“Aspettando Godot” di Claudio Lolli, del 1972 - trovato a prezzi stracciati - pur costituendo il suo esordio discografico è un prodotto musicale già pienamente maturo. Si differenzia dalla verbosità cantautorale gucciniana-deandreiana dei loro esordi (e, ancora, di quegli anni) e punta maggiormente sulle musiche e soprattutto sugli arrangiamenti, molto coerenti in tutto il disco (si vedano, per contrasto, l’eccessiva eterogeneità dei modelli musicali del De André degi inizi, e la monotonia del Guccini). Direi che si pone a metà tra la vecchia e la nuova generazione di cantautori italiani (tra i due già citati, da una parte, e i nascenti De Gregori, Gaetano, Venditti, Manfredi, etc.). Probabilmente il Lolli ha trovato anche ispirazione oltreoceano o, perlomeno, oltremanica: segnatamente nello stile-menestrello (‘Michel’, ‘Borghesia’, etc.), e a volte anche per alcuni sentori folk di sottofondo, anche se questi sembrano da addebitare alla produzione della EMI, e a session men quali Tavolazzi e Bandini - che, non a caso, diverranno i compagni di un secondo Guccini maggiormente attento alle atmosfere sonore delle sue canzoni. Se anche se ci fossero state, le influenze d’oltralpe, Lolli trova il modo di amalgamarle nel suo stile molto personale e ben caratterizzato, che dà coerenza al tutto anche nei testi (qua e là un po’ irrisolti metricamente, unica pecca ravvisabile in cotanta profondità e originalità).

Dentro a un cielo nato grigio, si infilzano le gru
ricoperte dalle case, le colline non si vedon più.
Sulle antenne conficcate nella crosta della terra
corron nuvole frustate, come va un esercito alla guerra.

Le baracche hanno lanciato, il loro urlo di dolore,
circondando la città, con grosse tenaglie di vergogna.
Ma il rumore delle auto, ha già asfissiato ogni rimorso,
giace morto sul selciato, un bimbo che faceva il muratore.

Nelle case dei signori, la tristezza ha messo piede,
dietro gli squallidi amori, l’usura delle corde ormai si vede.
Come pere ormai marcite, dal sedere troppo tondo,
le fortune ricucite, mostrano i loro vermi al mondo.

Fai un salto alla stazione, per cercare il tuo treno,
troverai disperazione, che per venire qui lascia il sereno.
Fai un salto alla partita, troverai mille persone,
che si calciano la vita, fissi dietro un unico pallone.

La campagna circostante, triste aspetta di morire,
per le strade quanta gente, è in fila per entrare o per uscire.
Chiude l’ultima serranda, poi la luce dice addio,
la città si raccomanda, la sua sporca anima a dio.

E la voce che mi esce, si disperde tra le case,
sempre più lontana, se non la conosci, è l’angoscia metropolitana.

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eravamo otto amici al bar

8 Ottobre 2008 47 commenti

Ero convinto che la filosofia greca nascesse in antitesi alle credenze irrazionali della mitologia. Leggendo il ‘Simposio’, invece, si capisce chiaramente come essa si basasse su qualsiasi oggetto capitasse a tiro (ed perciò anche proprio su tali credenze) per sviluppare il pensiero logico. ‘Filo-sofia’ sta infatti per ‘attitudine alla conoscenza’, e non è equivalente di ‘illuminismo’. L’oggetto della disputa retorica del libro di Platone è infatti proprio il dio Eros, del quale i convitati fanno a gara nel tesserne le lodi, guardandosi bene dal metterne in dubbio l’esistenza. Platone inscena un incontro avvenuto a casa di Agatone, raccontato da Apollodoro, e questo espediente della terza persona narratrice è quello che gli permette di prendersi le libertà necessarie per mettere in scena la rappresentazione delle diverse scuole di pensiero, impersonate ognuna da un diverso attore con la propria tesi. Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane, Agatone stesso, la raccontano alla loro maniera, ma la parte più importante è assegnata al discorso finale di Socrate, che a sua volta parla tramite la sacerdotessa Diotima, per astrarre ancora di più la posizione, in stretta causalità con l’astrazione operata dal suo ragionamento. Il discorso di Socrate è infatti il più articolato e convincente nel descrivere Eros (l’amore) come simbolo di uno stato imperfetto, in continua ricerca di completamento, passando via via dal contesto della sensualità materiale a quello (più nobile?) dell’idea di conoscenza.

Categorie:Letteratura Tag: ,

doppio Ruju

7 Ottobre 2008 Nessun commento

Due discrete storie scritte da Pasquale Ruju in edicola, contemporaneamente. La prima, che è la migliore, tratta di paragnostica e reincarnazioni e come tale è stata giustamente affidata ai disegni di Roi. La seconda unisce il mito delle sirene a tematiche ecologiche (disegnata da Freghieri).

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l’allievo del mago

6 Ottobre 2008 Nessun commento

La Salerno Editrice ha spedito nel circuito dei remainders l’intera collana “Minima”, costituita da circa un centinaio di titoli molto sfiziosi. Uno di questi è il n. 36, dedicato al poema giocoso “Der Zauberlehrling” (1797) di Goethe, ripreso esattamente cent’anni dopo da Paul Dukas per il suo poema sinfonico “L’apprenti sorcier”, brano che Disney utilizzerà per il noto episodio topolinesco del suo poema animato, “Fantasia”, del 1940. Questo volumetto contiene l’originale in tedesco, varie traduzioni in italiano effettuate in periodi diversi da diversi autori, più qualche altra ballata dello stesso tipo. Ma la scoperta più interessante è che Goethe trovò l’ispirazione del suo poema in un racconto quasi identico delle “Philopseudes” di Luciano di Samosata (120-180 d.C.), anch’esso riportato in queste pagine (Eucrate = l’apprendista = Topolino; Pancrate = lo stregone).

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L’angelo

3 Ottobre 2008 56 commenti

Alle porte dell’eden un tenero angelo
Con la testa china risplendeva,
E un demone tenebroso e ribelle
Volava sull’abisso dell’inferno.

Lo spirito della negazione, lo spirito del dubbio
Mirava quel puro angelo
E un involontario calore di tenerezza
Per la prima volta confusamente provò.

«Perdonami, disse, io ti ho veduto,
E tu non invano a me splendevi:
Non tutto io nel cielo ho odiato,
Non tutto nel mondo ho disprezzato».

(Pushkin, 1827, trad. Bazzarelli)

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sao ke kelle terre …

2 Ottobre 2008 Nessun commento

L’unica cosa che troverei da ridire sull’abbazia di Montecassino è che per poterla fondare, nel 529, san Benedetto da Norcia cancellò il tempio di Apollo che vi sorgeva fino ad allora (alla faccia del sincretismo). Questo peccato originale è stato però abbondantemente ripagato dal fatto che la fabbrica di questo gigantesco monastero ha costituito il più grande centro di raccolta di artisti e opere d’arte di tutta la zona dell’agro pontino, carente di grossi centri urbani. Gli americani, con grande lungimiranza, l’hanno rasa al suolo nel febbraio del 1944 e gli italiani, testardi, l’hanno poi ricostruita paro paro, grazie ai numerosissimi disegni e progetti esistenti. Gli affreschi purtroppo sono andati perduti, ma l’archivio e diverse opere sono state portate in salvo prima del bombardamento. Tra gli oggetti notevoli vi si conserva il famoso ritmo cassinese (“Sao ke kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette Sancti Benedicti”) primissima testimonianza scritta dell’uso del volgare che, in sintonia altrettanto volgare, non è che un atto notarile. Ci si consola col fatto che anche testimonianze molto più antiche (la scrittura cuneiforme, per esempio) derivano anch’esse da una forma di notazione contabile. Per arrivare all’abbazia si percorre in auto una strada che sembra portare in cielo, ma in realtà siamo solo a 500 m s.l.m. Si può visitare la chiesa, il museo, etc., ma la cosa più spettacolare è il sistema dei cortili: gironzolando al loro interno pare di trovarsi dentro un fantastico set teatrale, grazie al riuscitissimo gioco di archi, scalinate, panorami, etc. (si vocifera che questa parte sia stata progettata da Bramante, ma non è certo, anzi probabilmente è falso).

Buxtehude’s Greatest Hits

1 Ottobre 2008 Nessun commento

Per avvicinarsi alla musica di Dietrich Buxtehude (1637-1707) non c’è nulla di meglio di questo cd della Alpha (che se, invece di un compact disc, fosse stato un vinile lo avrei già ridotto ad una frittura). Vale senz’altro la pena farlo, visto che persino Bach, di quasi cinquant’anni più giovane, si sobbarcò il famoso viaggio fino a Lubecca per andarlo a conoscere di persona. La gran parte del suo catalogo è costituita da brani per organo che, richiedendo un approccio del tutto particolare, vengono qui tralasciati: un paio di essi basati sul giro di ciaccona e passacaglia vengono però adattati per archi (viola e violino) e secondo me quest’operazione non fa che esaltare le caratteristiche della scrittura, separando le diverse voci e donandogli un sound più appassionato ed intimo. Un’altra componente del corpus buxtehudiano sono le cantate, e anche in questo caso ne sono state scelte un paio brevi tra le più belle, per soprano e per basso, anch’esse costruite su un tema di ciaccona (è la prerogativa di tutto il disco). Per quanto concerne la musica strumentale Buxtehude ha pubblicato soltanto due raccolte di sonate a tre (violino, viola e violoncello). Questo disco presenta due sonate dell’op. 2 più altre due che ci sono pervenute manoscritte. È interessante notare come l’autore si prenda delle libertà maggiori in quelle non destinate alla pubblicazione (più tradizionali), sperimentando temi ed effetti del tutto particolari, ma di più difficile esecuzione, che conferiscono a queste composizioni maggiore originalità, e che Pablo Valetti interpreta magistralmente (si veda il confronto con le stesse edite dalla Naxos).

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