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Archivio Novembre 2008

Pärt remembering Britten

28 Novembre 2008 Nessun commento

Finalmente ho trovato l’antecedente dello struggevole “Silentium” di Arvo Pärt. È, almeno fino ad altro ritrovamento, “Cantus in memory of Benjamin Britten”, trasmesso ieri notte da Raitre (Orchestra della Scala, diretta da Robin Ticciati - un bambino, praticamente). Il brano, scritto dal compositore estone nel 1977 in onore della morte del suo collega inglese, è un concentrato simbolico di incredibile intensità. Costruito su due dimensioni: quella verticale, degli archi, che partono da registri molto alti (ma non quasi ultrasonici come in “Silentium”), in una cadenza regolare ad intervalli discendenti, arrivano alla fine ad uniformarsi in un tono (forse attorno ad un Sol, ad orecchio non-assoluto), che è come una tenebrosa vibrazione di fondo. La rappresentazione immediata che viene alla mente è quella del passaggio dalla vita (note altissime) alla morte (registro basso). A questa discesa verticale è associata una linea orizzontale, regolare anche questa ma ad intervalli più larghi, di una campana: batte il ritmo della vita, ma il suono è significativamente di tono grave, a rammentare che ogni momento della vita è un passo verso la morte (il rintocco finale). Musica che emoziona, come poche altre. Per sciogliere questa inquietante architettura sonora, che resta – comunque – in fondo imperscrutabile, il gruppo vacanze di cui sopra, insieme a Rudolph Buchbinder, ha interpretato il concerto per pianoforte K 503 di Mozart. E pensare che Gelli, il conduttore di La Musica di Raitre, aveva annunciato che la composizione mozartiana era stata scritta in un periodo non troppo felice per lui (1786), ma in confronto alla tensione della musica di Pärt è sembrata acqua fresca.

Una pallida riproduzione, dove la campana non è purtroppo in evidenza come nell’esecuzione scaligera:

Video importato

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caravaggio maniscalco

27 Novembre 2008 8 commenti

Sembra un po’ una barzelletta, quella raccontata dai critici in occasione della attuale esposizione a Palazzo Marino della “Conversione di San Paolo” del Caravaggio. Ci sono diverse cose che non tornano. Le date, prima di tutto. I nobili della famiglia Cerasi commissionarono nel 1600 al Merisi due grandi dipinti raffiguranti la conversione di Paolo e il martirio di Pietro, per loro cappella familiare. Quelli (magnifici) attualmente in sede a Santa Maria del Popolo a Roma sono ritenuti una seconda versione della commissione, perché la prima sarebbe stata rifiutata. Quello della collezione Odescalchi, invece, sarebbe quello originale (mentre del gemello di San Pietro non sarebbe rimasta traccia, molto stranamente). Gia, secondo me, questo dipinto suscita dei dubbi sulla effettiva attribuzione a Caravaggio. Quanti ‘caravaggi’ sono presenti nei musei, che si possono ritenere quantomeno di incerta paternità? Tanti, per esempio la “Cena in Emmaus” della National Gallery, sicuramente una copia contemporanea. Lo stile di questa ‘conversione’ sembra infatti ricordare maggiormente i modi di Cerano o Giulio Cesare Procaccini, per la fortissima componente tardomanierista, tendenza che Caravaggio non ha mai abbracciato. La composizione, tutta costruita su diagonali, la posa contorsionistica del cavallo, il paesaggio sullo sfondo, costituiscono gli elementi maggiori di dubitazione. D’altra parte, espressamente caravaggeschi sono il Cristo che si tuffa dal lato superiore destro, come in molte sue opere, e la posa goffa del soldato barbuto che ricorda alcune goffaggini degli arti nella “Deposizione”, e l’angioletto con le fattezze del bambino della “Vocazione di Matteo”. Il tutto è, comunque, decisamente troppo decorativo, per essere attendibile. In buona sostanza, al più bisognerebbe considerare quest’opera come un unicum, un anello mancante nell’evoluzione dello stile del maestro, che partiva dal realismo lombardo, passando per il manierismo romano e per finire al suo eccezionale realismo drammatico. Ed il fatto che il Merisi si attardasse, dopo il ’600, su modelli tanto antiquati, quando era in procinto di effettuare la sua rivoluzione artistica, pare piuttosto strano.

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i perché degli avi

26 Novembre 2008 2 commenti

Sono ormai diversi anni che la radio-trasmissione “Uomini e profeti” è diventata la mia ora (e mezza) di religione settimanale. È proprio così che andrebbe insegnata la religione nelle scuole, e resa obbligatoria al pari di tutte le altre materie, magari limitandola alle scuole superiori, per questioni di comprendonio. La mitica conduttrice (e il suo staff) spaziano tra tutte le religioni, con una certa propensione per le radici ebraiche di quella cattolica, ma non mancano le monografie sugli argomenti più disparati (il “Don Chisciotte”, etc.). Anche un ateo la può trovare interessante, perché non è impostata in modo dogmatico ma al contrario si affrontano i temi riguardanti le ragioni antropologiche che stanno alla base delle credenze, che hanno fondamentalmente una matrice comune, molto interessante da comprendere. Oltretutto, gli ospiti cattolici sono quasi sempre esponenti del dissenso all’interno della Chiesa ratzingeriana (Enzo Bianchi, Paolo De Benedetti, Paolo Ricca, etc.), quindi l’angolo visivo degli ospiti è molto ampio. È stato in una puntata di qualche anno fa che De Benedetti tenne un ciclo sui “Pirké Avòt”, i detti dei padri, una parte della Mishnà, che dovrebbe essere uno dei tanti libri della tradizione ebraica. Finalmente sono riuscito a trovare una edizione di queste massime che ricordano molto la antichissima lapidarietà del Qohelet (anch’esse devono risalire a prima dell’anno zero). Sebbene la spiegazione orale di De Benedetti (o era Bianchi?) sia indispensabile per penetrare a fondo nel significato di queste raggrumazioni di sapienza e dottrina, sforzandosi un po’ si riesce a trovare qualche passo sublime, come questo:

La Torà è più grande del sacerdozio e più del regno; perché il regno si acquista con trenta gradini e il sacerdozio con ventiquattro, mentre la Torà si acquista attraverso quarantotto requisiti e cioè: lo studio, l’attenzione, la pronuncia delle parole, la comprensione col cuore, il timore, la riverenza, l’umiltà, la letizia, la purezza, la frequentazione dei saggi, gli scambi con i compagni, la discussione con gli allievi, la mente lucida, le cognizioni bibliche, le cognizioni della Mishnà, i pochi affari, il poco sonno, le poche chiacchiere, i pochi scherzi, i pochi divertimenti, i pochi contatti, la longanimità, il buon cuore, la fiducia nei maestri, la rassegnazione nelle punizioni, la coscienza del proprio posto, la soddisfazione della propria sorte, la prudenza nei discorsi, il non attribuire merito a se stessi, l’esser amabili, amanti di Hashèm, amanti delle creature, amanti della giustizia, delle ammonizioni, della rettitudine, l’allontanarsi dagli onori, il non insuperbirsi per il proprio studio, il non godere nel dar sentenze, l’unirsi al prossimo nel sopportare i gioghi, il giudicarlo in senso favorevole avviandolo alla verità e alla pace, l’aver quieta la mente nello studio, il domandare e il rispondere, l’ascoltare e aggiungere nuove cognizioni, lo studiare a scopo di insegnare, lo studiare a scopo di eseguire, il rendere più sapiente il proprio maestro, il meditare la sua lezione e il dire una cosa citando il nome di chi l’ha detta. Tu sai, infatti, che chi riporta una cosa col nome del suo autore è causa di redenzione al mondo.

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Bryan Autostoppista

25 Novembre 2008 Nessun commento

Il fatto che Millar e Hitch abbiano preso le redini della serie è l’occasione per ricominciare per un po’ a leggere le storie dei Fantastici Quattro, giunti al 290esimo numero della seconda serie a loro dedicata. Ho preso quasi tutti gli “Ultimates” prodotti dal duo inglese (senza leggerne nemmeno uno, per ora), anche se la principale ragione risiede negli splendidi disegni del secondo. Bryan Hitch, insieme a Bradstreet e Deodato (e qualche altro), è una delle migliori firme del fumetto statunitense attuale. Purtroppo, pur essendo bravissimo, gli manca qualcosa per poter diventare una leggenda (al pari di un Neal Adams per esempio, al quale è riconducibile per lo stile realistico). La maggior parte dei nuovi disegnatori realistici che opera nel campo dei super-eroi ha il difetto di ricorrere troppo alle fotografie come fonte di ispirazione. Alex Ross ne è l’esempio culmine: i suoi stupendi disegni sono tanto belli quanto statici, mancando della dinamicità tipica necessaria per far vivere le vignette, specialmente all’interno di questo genere. Adams e tutta la vecchia schiera (John Buscema, etc.) affiancavano impeccabilmente la corretta consequenzialità della sceneggiatura allo sfoggio di bravura pittorica. Hitch, invece, oltre a rivelare clamorosamente quando fa uso di modelli fotografici (non che sia un peccato, ma toglie naturalità all’impressione di immediatezza che una storia a fumetti deve suscitare, anche a costo di abbassare il tenore di verosimiglianza), oltre a questo, inanella una serie di ‘toppate’ in sceneggiatura, assegnando a volte un’importanza esagerata a singole inquadrature che dovrebbero avere il solo scopo di fungere da passaggio da una scena ad un’altra, esponendo la sua bravura ma rendendo un pessimo servizio al motore funzionale della storia (non eclatante, comunque, a giudicare dal preludio di questo primo episodio).

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PD (ovvero Punti di Domanda)

24 Novembre 2008 Nessun commento

Un paio di settimane fa il Partito Democratico ha votato contro (o si è astenuto) rispetto a diversi emendamenti presentati alla Finanziaria dall’Italia dei Valori. Alcuni di questi mi sono parsi frutto della demagogia che sovente Di Pietro utilizza, più che per strategia di ritorno di consensi - credo – per grossolanità di visione politica. Un paio di questi, però, erano sacrosanti. 1) La soppressione del rimborso elettorale ai partiti quando la legislatura si interrompe prematuramente (è il caso in vigore attualmente), che sarebbe un deterrente alla volatilità istituzionale cui siamo abituati. 2) L’abolizione del doppio stipendio qualora un parlamentare diventi ministro (stipendio da parlamentare + stipendio da ministro). Il PD durante la campagna elettorale ha parlato spesso di ‘casta’, e non saprei considerare altrimenti questi privilegi. Ovviamente sarebbero stati provvedimenti di scarso effetto sullo stato finanziario italiano, e comunque sarebbero stati bocciati dalla maggioranza, ma avrebbero avuto un certo significato simbolico, per cui davo per scontato che il partito li avrebbe appoggiati. Se si chiede un po’, come ho fatto sia virtualmente che realmente, all’interno della cerchia del partito, l’impressione è che l’apparato se ne sbatta allegramente di queste tematiche e, nel migliore dei casi, tace per non figurare come chi ‘rema contro’ e quindi precludersi in qualche modo l’ascesa ai piani alti. La probabile - triste – risposta a questi interrogativi l’ho trovata solo ad Anno Zero: il PD non avrebbe votato questi emendamenti per riproporli a nome proprio e quindi metterci su la targa, togliendo il merito al Di Pietro. Se così fosse, è proprio un modo di merda di fare politica (scusate il francesismo).

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Lilith

21 Novembre 2008 Nessun commento

Colpito, affondato. La nuova fatica a fumetti di Luca Enoch (dal nome altrettanto biblico), almeno in questo primo episodio, colpisce nel segno. L’editoriale di Sergio Bonelli la ritiene irriducibile ad un genere particolare, ma ci si può sforzare di riconoscerne almeno tre, la cui sintesi è perfettamente riuscita: il fantasy, la fantascienza, il genere storico. Il ri-trito espediente del viaggio nel passato (tema fondante di “A spasso nel tempo” con Boldi e De Sica, per esempio), allo scopo di distruggere una entità maligna, permette di esplorare in maniera molto riuscita il mito della battaglia di Troia, con carneficine inconsuete per gli albi di Via Buonarroti. Da consumato narratore, Enoch le costruisce in modo da trovare sorpreso il lettore, in una maniera che ricorda molto Tarantino e i suoi ascendenti. Allo spirito dell’avventura si sposa la tematica filosofica (anche questa più che già vista) della opportunità o meno di modificare eventi già accaduti, con le conseguenti ripercussioni sul futuro. L’autore dribbla con nonchalance questo tema che difficilmente avrebbe potuto elevare al di sopra della banalità, e ne sposta il significato sulla moralità degli atti omicidi indispensabili alla protagonista per compiere la propria missione (descritti con un realismo di inconsueta efficacia per un semplice fumetto, viene in mente Ranxerox), constatando consolatoriamente che gli esseri – a volte innocenti – che dovrà sopprimere, sono in realtà “fantasmi, già morti da millenni”. È una considerazione di una profondità estrema, riciclabile con intenzioni meno cruente nella realtà della vita di chiunque si trovi costretto a dover sopportare situazioni opprimenti da parte di altre persone.

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i concerti grossi di Corelli

20 Novembre 2008 Nessun commento

I concerti grossi di Arcangelo Corelli (Fusignano, 1653 – Roma, 1713) videro la luce ad Amsterdam nel 1714. Come per le precedenti sue opere (le sonate a tre e le sonate per violino), Corelli non è stato un rivoluzionario, non ha inventato nulla ma ha, per così dire, canonizzato ognuna delle forme musicali che da allora e per molti decenni (secoli, forse) sono rimaste a lui riferite come modello. Il compositore stesso seguì per corrispondenza l’iter contrattuale per la stampa dell’Opera Sesta presso l’editore olandese Estienne Roger, anche se poi la conclusione postuma spettò al suo pupillo Matteo Fornari.

Non essendo pervenuti i manoscritti autografi relativi a questa pubblicazione risulta difficoltoso assegnargli una data certa di composizione. L’analisi stilistica induce a pensare che siano stati scritti in un arco di tempo piuttosto lungo e solo alla fine furono perfezionati per essere dati alle stampe. Rappresentano infatti una summa di tutte le precedenti varianti compositive intraprese da Corelli ma, con grande signorilità, prive del minimo riciclo di materiale già edito, a parte le cadenze in finale di periodo, contrariamente a quanto avrebbe fatto – e fece – quel simpatico maneggione di Handel.

L’idea di base è quella di fondere la sonata a tre (principale occupazione del compositore nei suoi primi vent’anni di carriera) con il concerto solistico, per violino in questo caso. Le analogie si ravvisano già a partire dalle sonate da chiesa dell’Op. I (del 1681), con il loro stile imitativo e i singoli movimenti spesso arcaicamente non omogenei e suddivisi internamente in una alternanza di modo lento e veloce (modalità abbandonata nelle sonate successive, nelle quali ogni movimento ha una grande compattezza). Anche per questi dodici concerti c’è la consueta ricerca generale di equilibrio e, nello specifico, nella distinzione tra quelli ‘da chiesa’ e quelli ‘da camera’: curiosamente, questo equilibrio non è perfetto come in passato ma il rapporto è di otto da chiesa su quattro da camera. Non sappiamo se questa discrepanza rispetto alla meticolosità leggendaria dell’autore sia stata dovuta alla mancanza di tempo oppure ad un relativo abbandono della suite di danze alla francese, ormai sempre più desueta, a favore della maggiore ispirazione inventiva necessaria a quelle del primo tipo.

Caratteristica comune a quasi tutti i concerti è di essere in tonalità maggiori, segno del desiderio di fondo di voler ispirare buon umore. Inoltre, gli attacchi di quasi tutti i primi tempi hanno un incedere sontuoso, staccato, regale, a parte i tre che concludono la serie, che hanno un preludio di derivazione sonatistica. Un altro elemento che rientra nella tradizione del compositore è quello di introdurre un brano dal sapore popolare, che spicca sul contesto sonoro omogeneo di tutti gli altri: è la Pastorale del concerto n. 8 (come aveva fatto in precedenza per la Ciaccona dell’Op. II e la Follia dell’Op. V).

Questa raccolta è stata fondamentale in tutta Europa e soprattutto nell’Inghilterra di quasi tutto il Settecento: Geminiani, Handel, Locatelli, Avison, etc. sono stati i principali beneficiari del suo successo, dando a loro l’opportunità di proseguirne la tradizione e, a loro volta, arricchirla con eccezionali contributi.

Appunti:

Concerto n. 1 in re maggiore: il primo movimento è gia in se stesso, con la sua successione di tempi lenti e veloci, un concerto grosso in miniatura (come le ouverture di Handel) e ricorda la frammentazione delle prime sonate da chiesa dell’op. 1
Concerto n. 2 in fa maggiore: anche in questo caso il primo tempo frammentario è un concerto a sé. Delizioso l’allegro del finale, quasi un minuetto, un duetto d’opera buffa, strutturato con le diverse parti che dialogano per frasi con domanda e risposta.
Concerto n. 3 in do minore: entrata regale nel largo. Il vivace col basso regolarmente cadenzato che detta il ritmo (come in diverse sonate dell’op. IV, l’Ottava per esempio).
Concerto n. 4 in re maggiore: è il più bello, secondo me. Quattro movimenti, compatti, con prevalenza di allegri.
Concerto n. 5 in si bemolle maggiore: un finale spiritosissimo, un battibecco allegro tra le sezioni.
Concerto n. 6 in fa maggiore: basso continuo incalzante anche nell’allegro finale di questo concerto.
Concerto n. 7 in re maggiore.
Concerto n. 8 in sol minore: è il concerto ‘fatto per la notte di Natale’. Contiene la famosa Pastorale, brano che si può considerare l’unica testimonianza musicale del Corelli arcadico (ribattezzatosi Arcomelo), accademia frequentata assieme a Scarlatti padre e a Pasquini.
Concerti nn. 9 e 10 in fa e do maggiori: nel finale si affaccia per la prima volta un minuetto, stile di danza destinato a primeggiare nelle centinaia di sinfonie scritte da Haydn, Boccherini, Mozart, etc.
Concerto n. 11 in si bemolle maggiore: il preludio adotta il tipico metodo di molte sue sonate a tre (la Settima dell’Op. II, per esempio), ovvero primo breve tema – pausa – stesso tema elevato di grado – pausa – sviluppo.
Concerto n. 12 in fa maggiore: anche qui il preludio è più intimo rispetto all’ufficialità dei primi nove.

ian dics 4

19 Novembre 2008 Nessun commento

Siamo solo al n. 4 di Jan Dix, e già le ripetizioni si sprecano. Come nella prima avventura (dedicata a Vermeer), anche qui la pittura di riferimento è quella fiamminga (la scelta più ovvia che si potesse fare, visto che la serie è ambientata ad Amsterdam). Storia di fantasmi, con il 25 per cento delle pagine dedicato al finale (anzi, a tre finali, uno più sottotono dell’altro). Ambrosini + Ornigotti.

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lesson twenty-one

18 Novembre 2008 2 commenti

Alessandro Baricco ha di sicuro gradito “Musikanten”. Lo prova il fatto che anche il suo film su Beethoven (focalizzato sulla Nona sinfonia) segue un percorso atipico rispetto al cinema tradizionale, e presenta diverse analogie con quello di Battiato. Basato sulla immaginaria ricostruzione di una lezione universitaria sulla Sinfonia, si svolge su due piani temporali diversi, che occasionalmente si fondono generando un ironico cortocircuito verso il futuro. A Baricco non riesce di fare a meno di cedere spesso alla scrittura lo spazio che si sarebbe voluto più appropriatamente fosse stato lasciato alla narrazione figurativa: il film è popolato di strani personaggi, presupposti contemporanei di Beethoven, che parlano delle impressioni che suscitò a suo tempo l’opera. Alcune di queste figure presentano delle incoerenze visuali (seminudi, etc.) che credo possano voler alludere alla inattendibilità delle testimonianze scritte sulle quali ci possiamo basare oggigiorno per formulare un quadro esatto dell’accoglienza che ebbe la sinfonia presso il pubblico di allora. Questi ‘quadretti’ risultano però un po’ pesanti. Piú riusciti, pur non trovando apparente spiegazione, sono invece i momenti delle scene di silenzio iniziali e finali, poeticamente allusive alla morte. La Nona è infatti presentata da Baricco come l’opera di un vecchio, fuori dal proprio tempo, e anche l’ambientazione in un’Austria (in realtà il Trentino) congelata è un’allegoria per la fine di un ciclo della vita.

Con Noah Taylor, John Hurt, guest star Daniel Harding, visual consulting di Tanino Liberatore.

la compagna Elettra

17 Novembre 2008 Nessun commento

Nella sua “Elettra” di inizio Novecento, Hugo von Hofmannsthal (1874-1929) punta la lente di ingrandimento sulla sorella di Oreste, che uccise sua madre Clitennestra, che uccise suo padre Agamennone, che uccise un sacco di Troiani, etc. etc. La tragedia di Sofocle, alla quale Hofmannsthal si rifà, dà una versione differente del mito di Elettra rispetto a quella di Eschilo nell’”Orestea”. In quest’ultima, Oreste è oggetto della voglia di vendetta personale della sorella, che successivamente tramuterà in giudizio da affidare ad un tribunale. Nella pièce di Hofmannsthal, invece, viene descritta l’ossessione della protagonista per il desiderio che sia il fratello ad uccidere la madre fedifraga. Nella messa in scena del 1983 di Sergio Sequi al Teatro Olimpico di Vicenza, interpretata da Ottavia Piccolo, si punta tutto sulla dimensione schizofrenica, quasi al limite dell’epilessia, e della carnalità incestuosa, dell’ossessione psichica. La scena è composta di drappi rossi, che richiamano il sangue versato e quello da versare, il coro è trasformato in una serie di dame vestite di nero con una lampada in mano (che sta allegoricamente per Elettra-luce, la luce che deve essere fatta perché la giustizia si compia, e che la stessa Elettra accenderà nel finale).

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psycho 1998

14 Novembre 2008 Nessun commento

La rievocazione di Psycho diretta da Gus Van Sant nel 1998 è quasi un ricalco dell’originale hitchcokiano (del 1960). Anche senza aver visto l’originale per intero, dallo stile generale di questo remake (i tagli fissi frontali di guidatori d’auto girati in studio, inquadrature paradigmatiche, etc.) si capisce che il regista moderno ha voluto ricostruire filologicamente l’opera di partenza. Le uniche concessioni alla modernità sono state fatte grazie al colore (gli abiti e gli oggetti di contorno sono addirittura sgargianti) e all’aggiunta di qualche volgarità di troppo, del resto così in linea con i tempi che viviamo. Non si capisce molto, però, il senso generale di un’operazione di questo tipo. Il film di Hitchcock era un capolavoro: lo era per l’idea di base, e per la volontà di concentrarsi su pochi fatti e pochi personaggi, senza distogliere l’attenzione dello spettatore (anzi, ogni particolare inquadrato è un protagonista della sceneggiatura). Il piccolo problema è che i quarant’anni che sono passati (ormai sono diventati cinquanta) hanno permesso, nel frattempo, alle tematiche in questione di passare al pubblico attraverso gli innumerevoli film horror che se ne sono ispirati (Dario Argento su tutti) e alcune ingenuità, perfettamente ammissibili all’epoca, trovano lo smaliziato spettatore odierno (anche quei pochi ignari della fonte) in grado di prevedere l’esito di alcune soluzioni.

Regia Gus Van Sant, sceneggiatura Joseph Stefano (da un romanzo di Robert Bloch), con Vince Vaughn, Anne Heche, Viggo Mortensen, Julianne Moore.

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nei chioschi italiani

12 Novembre 2008 Nessun commento

Dylan Dog: storiella di Ruju e Cossu (la ‘banda dei sardi’ n. 2?) a base di Yakuza e poteri ESP.

Rat-Man: si conclude un fantomatico ciclo di storie di cui nessuno ha capito l’intreccio, infatti interessano solo le gag, spesso ben riuscite, come sempre.

David Murphy 911: una nuova miniserie della Panini che va ad affollare le edicole e della quale non si sentiva nessun bisogno. Roberto Recchioni, l’autore, si ispira al cinema catastrofistico e al fumetto indipendente USA (“Stray Bullets” e il ciclo di Terry Moore, fra tutti) e ambienta nel Mid-West americano una storia che vorrebbe assumere un tono epico, condita di intrecci spionistici e destini ereditari. Bah.

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hymnen

11 Novembre 2008 Nessun commento

Prima o poi Radiotre lo dovrà pur trasmettere, in una delle sue serate domenicali dedicate alla musica contemporanea, il “Concerto per elicotteri” di Stockhausen (1992). Solo per l’idea si sarebbe dovuto assegnare il nobel al compositore (ma, forse, il nobel per la musica non esiste nemmeno, chissà perché). Comunque, la scorsa domenica è stata la volta di “Hymnen” (Inni), composto attorno 1967. Si tratta di due ore e mezza, suddivise in quattro parti, di con-fusione sonora, una massa magmatica elettronica e orchestrale (quest’ultima viene definita ‘concreta’), dalla quale di tanto in tanto affiorano materiali sonori riconoscibili, quali brani di inni nazionali, motivi popolari, etc. Oltre ad essere molto interessante, l’ascolto di Stock chiarisce i famosi legami alla musica contemporanea del Battiato tra il 1974 e il 1978 (“L’Egitto prima delle sabbie”, “Sulle corde di Aries”, etc.). Ogni disco del cantante siculo di quegli anni, in realtà, affrontava la composizione con approcci diversi, ma ricordo uno di questi vinili nel quale la filosofia del ‘trovarobe’ metteva insieme brandelli della “Canzone di Orlando” in dialetto, a scale musicali al pianoforte, rumori, lettura di brani di poesie, etc. L’effetto generale nei lavori di Battiato è più rarefatto, rispetto ad “Hymnen”, ma il principio che ne è alla base è lo stesso.

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le chat

10 Novembre 2008 Nessun commento

Pellicola grottesca del 1977, diretta da Luigi Comencini. Tognazzi e la Melato sono fratello e sorella, romani, locatori di uno stabile che vorrebbero vendere (tramite l’avvocato, interpretato da Bruno Gambarotta), ma non possono farlo prima di essere riusciti a cacciare con vari sotterfugi tutti gli inquilini. Il tono casinaro della storia ricorda molto i primi film di Almodóvar, ancora da venire, e rispecchia un po’ l’atmosfera spesso presente nel cinema italiano di quegli anni (Nanni Moretti, etc.). I film meno riusciti della figlia Cristina (“Liberate i pesci”, per esempio) sono senza dubbio tali perché troppo debitori di questa fase stilistica dai caratteri esagerati del padre, poco in sintonia con i nostri tempi. La cosa più interessante è, comunque, che in uno degli appartamenti da sfittare abitano quattro persone attempate che formano un quartetto d’archi (dedito anche, simpaticamente, al traffico di cocaina) nelle quali pare di riconoscere i membri del celebre Quartetto Italiano, ma su internèt non se ne trova conferma. Se non lo fossero, il riferimento a quell’ensemble è comunque palese.

Interpreti: Ugo Tognazzi, Mariangela Melato, Michel Galabru, Dalila Di Lazzaro, Jean Martin, Mario Brega, Bruno Gambarotta, Philippe Leroy
Soggetto: Rodolfo Sonego
Sceneggiatura: Augusto Caminito e Rodolfo Sonego
Fotografia: Ennio Guarnieri
Scenografia: Dante Ferretti
Prodotto da Sergio Leone
Musiche: Ennio Morricone

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a ritroso

7 Novembre 2008 2 commenti

Ecco un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che ritengono che i fumetti non possano raggiungere il livello dell’arte (l’ultimo che ho sentito dire questo tipo di idiozie è stato Quirino Principe, che – da raffinato quale si ritiene - riesce a macerarsi solo ascoltando Bach o Beethoven). Jiro Taniguchi, il mangaka della calma, costruisce un lungo romanzo (ormai risalente a dieci anni fa, pubblicato l’anno scorso da Rizzoli), un’escursione auto-psicanalitica che – effettuata con la delicatezza e leggerezza tipica di questo autore – è resa alla portata anche del pubblico adolescenziale, alla quale era in effetti principalmente destinata. Taniguchi è maestro nel mescolare lo stile narrativo giapponese con quello occidentale, utilizzando un linguaggio che deve molto al cinema, alla poesia, agli haiku, e si sofferma spesso su particolari (il fruscio del vento nelle fronde, la risacca del mare, etc.) altrimenti lasciati perdere dalla sensibilità o dalle consuetudini della maggioranza degli autori di fumetto, spesso dediti in maniera eccessivamente funzionalistica al puro espletamento della sceneggiatura.

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cantieri edíli

6 Novembre 2008 Nessun commento

Ho aspettato che si dimezzasse, ma il quarto cd dei Baustelle valeva il prezzo pieno. Nel corso dell’evoluzione del proprio stile il gruppo dimostra di sapersi muovere con piena cognizione, valorizzando le proprie peculiarità, nella storia del pop italiano. Realizza così un ‘prodotto’ che, oltre per le numerose trovate musicali ben riuscite, acquista interesse anche per la nutrita lista di riferimenti all’interno dei quali si colloca. Le citazioni letterarie e culturali in genere, apparentemente gratuite (come faceva il Battiato di un tempo), non sono altro che un mantra evocativo recitato sulle musiche (questo fattore ritualistico è sottolineato anche dal titolo dell’album), alla ricerca di un effetto sonoro e percettivo che le rafforzi. L’atmosfera generale del disco è rock, e spesso di tipo molto efficace, ma in alcuni brani invece ci si avvicina alla melodia italiana più recente (ascoltando “Aeroplano” viene in mente il miglior Minghi). Un altro pilastro di questo disco, che allarga in modo sottile i riferimenti a livello internazionale, è “Alfredo”, in ricordo di Alfredino Rampi morto nel pozzo artesiano agli inizi degli anni ’80: qui il richiamo, tematico, è a “I don’t like Mondays” dei Boomtown Rats e a “Suffer little children” degli Smiths, tacciati a suo tempo di sfruttare in maniera altrettanto ardita un tema tanto bruciante. I Baustelle non sono però soltanto la somma di queste influenze, ma una band dalla forte personalità che si permette di assimilare e rielaborare con coscienza i propri ascendenti musicali e non.

ALFREDO
Un pezzetto bello tondo di cielo d’estate sta sopra di me. Non ci credo. Lo vedo restringersi. Conto le stelle. Ora. Sento tutte queste voci. Tutta questa gente ha già capito che ho sbagliato. Sono scivolato. Son caduto dentro il buco. Bravi, son venuti subito. Son stato stupido. Ma sono qua gli aiuti. Quelli dei pompieri. I carabinieri. Intanto Dio guardava il Figlio Suo. E in onda lo mandò. A Woytila e alla P2. A tutti lo indicò. A Cossiga e alla Dc. A BR e Platini. A Repubblica e alla Rai. La morte ricordò. Scivolo nel fango gelido. Il cielo è un punto. Non lo vedo più. L’Uomo Ragno mi ha tirato un polso. Si è spezzato l’osso. Ora. Dormo oppure sto sognando, perché parlo ma la voce non è mia. Dico Ave Maria. Che bimbo stupido. Piena di grazia. Mamma. Padre Nostro. Con la terra in bocca. Non respiro. La tua volontà sia fatta. Non ricordo bene. Ho paura. Sei nei cieli. E Lui guardava il Figlio Suo. In diretta lo mandò. A Woytila e alla P2. A tutti lo mostrò. A Forlani e alla Dc. A Pertini e Platini. A chi mai dentro di sé il Vuoto misurò.

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il Qohèlet di Erri De Luka

4 Novembre 2008 Nessun commento

Chi volesse avvicinarsi per la prima volta al biblico Qohèlet dovrebbe evitare accuratamente questa traduzione di Erri De Luca. Già nei suoi romanzi, la scrittura di De Luca è tutt’altro che scorrevole: pare di trovarsi di fronte ad una pagina di poesia, invece di una di narrativa, per quanta attenzione richiedono le sue parole, accuratamente cesellate una per una. Nella sua versione dell’Ecclesiaste, infatti, egli ha voluto ridonare un carattere arcaico al testo, traducendolo con tutte le sue immagini legate all’antico mondo ebraico, che hanno perso il senso nel nostro lessico e che, comunque, sono opportunamente spiegate nelle note. Lo sforzo di ri-traduzione è comunque notevole, e vale la pena avvicinarsi a questa versione dopo aver assimilato il senso complessivo dell’opera, perché qui De Luca propone molte sue interpretazioni originali. La più importante è quella, che non mi pare di aver constatato nelle altre (poche) traduzioni di Qohelet da me lette, è quella di “hèvel”, il famoso “vanitas” della primissima traduzione latina, che De Luca traspone con “spreco” (per Ravasi era “fame di vento”, per Ceronetti “vuoto”, mi pare). Il valore aggiunto proposto è quello di trovare il legame evidente tra “hèvel” ed Abele, che in ebraico antico suona identico, e non si può evitare di dargli ragione, perché quale miglior esempio di “spreco” si può trovare rispetto alla vita di Abele? Il commento contiene molte altre ispirate interpretazioni di questo tipo.

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la dalia grigia

3 Novembre 2008 2 commenti

La versione a fumetti (1981) del film omonimo (1946). Oreste del Buono donò al gruppo di Frigidaire i diritti della sceneggiatura chandleriana in suo possesso, probabilmente destinata originariamente a diventare fumetto su Alter o Linus. Scòzzari la tradusse diligentemente su tavola, rispettandola piuttosto fedelmente. Alcune divergenze rispetto alla pellicola definitiva sono dovute all’esigenza di adattamento della stessa rispetto alle contingenze della produzione del film (un attore secondario si era azzoppato, quindi furono costretti a cambiare almeno una scena, nel secondo tempo). Altri cambiamenti minimali sono attribuibili allo Scòzzari che, annoiato da un lavoro tanto impegnativo, dopo le prime tavole portate avanti in maniera abbastanza canonica, nel corso della progressione del lavoro si divertì a dissacrare l’opera, disseminandola di battute sferzanti di tasca propria e arricchendo le vignette di particolari tipici del proprio mondo figurativo (un po’ secondo il metodo Jacovitti). Disegnato e colorato a retini e mezzatinta in maniera un po’ discontinua, è un prodotto abbastanza amorfo, forse inutile, il cui unico pregio può essere stato quello di costringere il ‘fumettaro’ a confrontarsi con una sceneggiatura di alto livello che gli può senz’altro essere servita da scuola.

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