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Archivio Dicembre 2008

ritorno a Montefreddo

30 Dicembre 2008 Nessun commento

Il compianto Minghella (1954-2008) non è proprio riuscito a rendere credibile la parte fondamentale di “Cold Mountain”, quella che doveva dare senso a tutto il film, ovvero il rapporto sentimentale tra la Nicoletta Monellino e Giuda Legge. Le scene di ‘dialogo’ tra i due sono la parte meno convincente, probabilmente meglio descritte nel romanzo originario, la cui buona riuscita non è stata agevolata dalle scarse capacità recitative di Law. A parte questo, si narra della tragica epopea del ritorno a casa di un soldato sudista nella Guerra di Secessione, con tutti gli ingredienti che ci si aspetta di trovare in un film ‘western’ (in sostanza, è poco più di una ‘casa nella prateria’ in versione un po’ tragica).

2003, regia e sceneggiatura Anthony Minghella, da un romanzo di Charles Frazier, con Nicole Kidman, Jude Law, Renée Zellweger, Natalie Portman.

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koki è rinato, ma renato?

24 Dicembre 2008 Nessun commento

Un impietoso ritorno teatrale del duo meneghino. Il loro spettacolo dello scorso anno ”Canzoni e ragionamenti” era ottenuto mediante un copia e incolla di vecchi sketch, aggiungendo – forse – giusto qualcosa di nuovo, intercalati dalle solite vecchie canzoni di Jannacci, riarrangiate e suonate da un gruppo chiamato “Goodfellas” (anche in questo caso facevano eccezione un paio di brani nuovi, uno dei quali dedicato all’aeroporto di Malpensa). Peccato che i brani venissero cantati con una coreografia che ricorda due ‘pali’ della Banda dell’Ortica. A parte qualche breve momento di grazia, tutto lo spettacolo suscita più che altro pena, per il vecchiume del materiale (geniale, all’epoca, ma riproposto pari pari, come niente fosse) e per come viene malamente reinterpretato. Decisamente ‘più Cochi che Renato’. Mentre il primo è rimasto sostanzialmente identico, sia fisicamente che attitudinalmente, il secondo appare gravato dall’età in entrambi i sensi, non riuscendo a reincarnare la surreale ingenuità delle gag di quarant’anni prima. Chi gliel’avrà fatto fare?

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concerti natalizi

23 Dicembre 2008 3 commenti

Ben vengano i concerti di provincia. Anche se la professionalità dei musicisti non è paragonabile lontanamente a quella di un concerto alla Scala, il rapporto qualità-prezzo è eccellente (essendo gratis). Il programma di quest’anno si apriva col concerto grosso n. 8 di Corelli, seguito da una serie interessante di brani corali di Praetorius, il “Magnificat” di Durante, e qualcos’altro. I cori, specialmente quelli amatoriali, sono come un motore diesel, e la risposta agli ordini del direttore soffre sempre di un certo ritardo, quindi la dinamica delle voci può sortire un risultato non ottimale, ma l’effetto generale è stato comunque soddisfacente. Anche i solisti non hanno sfigurato. L’interesse maggiore però è stato suscitato dal concerto di Corelli (non eccessivamente apprezzato dal pubblico, non come mi sarei augurato, almeno). I due violini del concertino non erano impeccabili, ma la cosa interessante è stata il notare lo sforzo fisico al quale è sottoposto il violoncellista durante il primo allegro, nel quale il compositore fa uso del basso veloce cadenzato che tanto gli era caro (gli inglesi, con una bella espressione, lo chiamano ‘moving bass’), e che ha usato tanto spesso sia negli altri concerti che nelle sonate. Il brano si apre con i due violini che giocano a rincorrersi, su una traiettoria di note lunghe, alternati, e che richiamano l’immagine di due rondini che volino in linea retta, incrociandosi. Al di ‘sotto’ di essi, il violoncello impone il suo sostenuto dettato ritmico e armonico, che visto eseguire dal vivo (più che soltanto ascoltarlo dal disco) si ha modo di apprezzare a pieno. Bellissimo pezzo. Corelli, in brani come questo, ha saputo conferire un effetto più deciso al suo discorso musicale (si immagina che Handel vi abbia trovato ispirazione anche in questo senso), senza rinunciare alla sua tipica grazia espressiva.

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ravanelli

22 Dicembre 2008 3 commenti

Un film dalla trama deboluccia e piuttosto antiquata, incentrato sul mito della televisione, più consono a periodi ormai passati. Sarebbe stato più azzeccato e tempestivo se realizzato nell’effimero degli anni Ottanta, al limite. Viene salvato, però, dalla simpatia dei protagonisti: oltre alla Littizzetto, spicca un irresistibile Massimo Venturiello.

2001, regia Gianni Costantino, soggetto di Fabio Bonifacci, sceneggiatura Bonifacci & Littizzetto. Con Littizzetto, Venturiello e Neri Marcoré.

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dica Dukas

19 Dicembre 2008 Nessun commento

Notte fonda, Raitre: concerto sinfonico dell’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia, diretta da Ticciati. Il primo brano, “L’apprenti sorcier” (1897) è l’unico brano conosciuto ai più di Paul Dukas (1865-1935). Ispirato al poema scherzoso di Goethe (“Der Zauberlehrling”, 1797), reso famoso alle masse dal noto episodio di “Fantasia” (1940) di Disney, è uno Scherzo al quale è stato negato l’invito a partecipare ad una sinfonia intera. Anche se è un brano divertente, come tutti i poemi sinfonici non riesce a coinvolgere a causa della macchinosità richiesta all’ascoltatore per collegare la poesia alla musica (equivale più o meno ad ascoltare la colonna sonora di un film senza vederne le immagini). Particolarmente azzeccato è stato quindi il lavoro di Disney nell’associarlo inscindibilmente ad un cartone animato. Il secondo brano è, come per una legge del contrappasso, un brano sconosciuto di un compositore noto per tutt’altro genere di musiche, ovvero il secondo concerto per violoncello (1973) di Nino Rota (1911-1979). Interpretato da Mario Brunello, non è un brano che finisca generando la voglia di riascoltarlo immediatamente, per usare un’espressione eufemistica, ma fa piacere che la letteratura per violoncello sia stata arricchita nel Novecento anche da un nostro compatriota.

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Lektüre für Minuten

18 Dicembre 2008 Nessun commento

Nel 1971 il buon Volker Michels (chissà chi diavolo era) si prese la briga di leggersi “Peter Camenzind”, “Siddharta”, “Il lupo della steppa”, “Sotto la ruota” e vari scritti inediti di Hermann Hesse, estrapolandone degli stralci in forma di aforisma. Le operazioni di questo tipo (si sprecano soprattutto nel caso di Oscar Wilde, per esempio) sono sempre discutibili. Non si sa mai, infatti, quanto i brani selezionati possano essere vere convinzioni dell’autore e quanto invece vadano pensati rispetto al contesto narrativo, dei personaggi che li incarnano. Non si fa fatica, comunque, a rintracciare i pensieri più ‘autentici’, tipo:

Per lo più, i periodi avversi e torpidi, dopo mi fanno meglio di quelli apparentemente prosperi e vivaci.

Io debbo avere pazienza, non esercitare la ragione. Debbo spingere le radici più in profondità, non scuotere i rami.

Le opinioni mi interessano solo nella misura in cui conducono ad azioni e a prestazioni. Preferisco di gran lunga un uomo di parere contrario al mio, ma che come persona mi vada a genio e mi conquisti, a un qualsiasi compagno di fede che magari è un vigliacco o un pettegolo.

La tua vita non sarà piatta e scialba se saprai che la tua lotta non avrà successo. Sarà molto più piatta se tu, combattendo per qualcosa di degno e di spirituale, pensi che lo dovresti anche ottenere.

Chi non si adatta al mondo, è sempre vicino a trovare se stesso. Chi si adatta al mondo non si trova mai, ma può diventare consigliere nazionale.

Noi intellettuali, nonostante tutti i rulli compressori e le normalizzazioni, dobbiamo esercitare la distinzione e non la generalizzazione.

L’autentico santo, anche se impone a se stesso alti gradi di ascesi, è moderato, anzi indulgente nelle sollecitazioni ascetiche da imporre agli altri.

In natura non esiste nulla di così perfido, selvaggio e crudele come la gente normale.

Anche le formiche fanno la guerra, anche le api hanno uno Stato, anche i castori accumulano beni di consumo.

Il livellamento, anche se compiuto con le migliori intenzioni, è contro natura. Esso porta al fanatismo e alla guerra.

Rizzoli, 1990, trad. Maria Teresa Giannelli.

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miti d’oggi

17 Dicembre 2008 Nessun commento

Lode al grande Muntadar al Zeidi, giornalista, che il 15 dicembre lanciò una scarpa diretta alla zucca presumibilmente vuota del presidente uscente degli USA, schivando il bersaglio, purtroppo (sarebbe stato bello poter sentire il suono di vuoto che ne sarebbe derivato). E invece di fargli un monumento, lo hanno messo in galera. Il mondo va proprio ‘alla roversa’.

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il guerriero Gianfilippo

16 Dicembre 2008 Nessun commento

Anche senza conoscere quel poco che rimane della biografia di Johann Philip Krieger (Norimberga 1651-Zittau 1735), dalla sua raccolta di sonate a tre del 1688 si può dedurre che anche lui aveva fatto il suo bel master di studio musicale in Italia. Le sue dodici sonate per due violini e basso, oltre ad appartenere ad un genere tipicamente italiano, sono infatti un concentrato dei due stili principali dell’epoca: quello romano/bolognese e quello veneziano. Alla compostezza armonica e contrappuntistica propria della scuola di Pasquini e Corelli (con il primo aveva effettivamente studiato) si unisce la più libera invenzione veneziana, il cui riferimento particolare può essere individuato dalle parti di Legrenzi, e che sfocierà poi da un lato in Vivaldi, e dall’altro nel cosiddetto ‘stylus phantasticus’, il cui principale esponente fu Buxtehude con le sue due raccolte di sonate, pubblicate guarda caso proprio pochi anni dopo l’opera di Krieger, e molto somiglianti sotto varie forme a quelle di quest’ultimo. Lo stylus phantasticus, anche se non gode di un riconoscimento ufficiale nella casistica dei generi musicali, è inconfondibile. Innanzitutto, deve il suo nome alla ‘fantasia’, in contrapposizione alla ‘danza’, che era la matrice fondamentale della musica francese. Ma, se la fantasia può essere esercitata in varie forme, quella dello S.F. è caratterizzata dalla ricerca dell’effetto particolarmente originale, quasi bizzarro, ottenuto attraverso l’uso di materiali musicali, spesso molto brevi, in modo ripetitivo, quasi ossessivo, sempre alla ricerca di un effetto sonoro/melodico di espressa bellezza ed efficacia (ma che non ha nulla a che fare con l’inventiva vivaldiana). Bisogna poi aggiungere che le duecento cantate superstiti di Krieger (più o meno quanto quelle di Bach) sono solo un decimo delle circa duemila che si suppone abbia composto, oltre a diversi melodrammi: può bastare ciò per intuire che un personaggio come questo, del quale si fa fatica a trovare un disco che rappresenti il suo repertorio, sia stato probabilmente uno dei punti nodali della storia della musica occidentale, o comunque qualcuno la cui opera avrebbe molto da dire.

sigh… ma…

15 Dicembre 2008 Nessun commento

La miniserie ‘David Murphy’ prosegue nella noia più assoluta (e pensare che è arrivata solo al n. 2). Più che alla Legge di Murphy, il protagonista è affetto dalla Nuvola di Fantozzi, ovvero, ovunque vada si porta dietro catastrofi di ogni genere, e per questo motivo è oggetto di attenzione da parte di pseudo-servizi segreti per il suo potenziale utilizzo come arma terroristica. Bah.

‘Sighma’, invece (scritto dalla Barbato, disegnato da Casini), pur non essendo una storia particolarmente originale, è un filmone a fumetti che si muove abbastanza bene nel genere fantascientifico, generando una certa suspense e – cosa non facile – senza cadere in eccessive banalità. Magari un altro disegnatore avrebbe giovato, ma poteva anche andar peggio.

Categorie:fumetti Tag:

Zwei kleinen Nachtmusik

12 Dicembre 2008 4 commenti

La sostanziale omogenea mediocrità delle oltre cento sinfonie scritte da Haydn durante la sua carriera denota chiaramente la mancanza di gusto della famiglia Esterhazy, che se lo tenne in casa per decine di anni a comporre musica (un po’ come noi al giorno d’oggi teniamo una radio o un televisore), accontentandosi del minimo sindacale. La sinfonia n. 102, in realtà, Haydn la scrisse a Londra nel 1795, e fa parte delle 12 che compose dopo l’abbandono della suddetta famiglia, ma ormai il cliché era quello. Sul piano formale non si può non riconoscere che il Franco Giuseppe è stato tra quelli che hanno definito lo stile della sinfonia classica, ma non ho ancora trovato qualcosa di suo (a parte uno dei concerti per violoncello) capace di emozionare come, per rimanere al periodo e allo stile considerato, poteva fare Mozart con un passaggio di quattro battute nel minuetto della K 201, per citare solo un piccolissimo esempio. La sua Sinfonia è fatta dei soliti quattro movimenti, allegro-adagio-minuetto-allegro: il primo e l’ultimo nella tonalità d’impianto (si bemolle maggiore) e i due centrali in tonalità diverse, ma ogni movimento si appiattisce sulla propria scala tonale, molto prevedibilmente. Capita tutto il contrario nel concerto per violino in re maggiore (1931) di Stravinsky: più che un concerto, si tratta di un ‘moltetto’ per violino, perché l’orchestra non suona quasi mai tutta assieme, ma il solista è accompagnato volta per volta dai diversi strumenti che la compongono. Il re maggiore va presto farsi benedire, lasciando il posto a dissonanze e a carambole per tutta la scala tonale, attraverso le quali il violinista (in questo caso si trattava di un certo Kolja Blacher) si esercita in acrobazie che ricordano il concerto n. 1 di Paganini. Il sound risultante non è ‘piacevole’ come quello haydniano, ma infinitamente più interessante.

Orchestra sinfonica della Rai, diretta da un certo Christoph Poppen, la notte scorsa su Rai Tre (yaahwn!).

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c-mule

11 Dicembre 2008 Nessun commento

Il secondo disco solista dell’ex leader dei Ramblatori Modenesi. Al contrario del Pelù che, nonostante la bella voce e il physique du rôle, dopo essersi messo in proprio si è rivelato essere lo sfigato del gruppo (musicalmente parlando), il Cisco è stato invece chiaramente la vera anima della band. Era sua, ed è ancora tale, la verve retorica partigiana-socialista-campesina-etc., una prosopopea da saltimbanco, alle volte un po’ fastidiosa, ma necessaria per caricare di entusiasmo le performance più corali e dare un certo tono ai brani più impegnati (o meglio, quelli più ‘schierati’, perché impegnati lo sono tutti). Non deve essere stato difficile rimpiazzare i vecchi musicisti con i nuovi, dato che il revival folk irlandese è ancora più che mai vivo, ma le musiche più azzeccate (la bella ‘Sotto le nuvole’, per esempio), devono essere farina del suo sacco, come lo era probabilmente quella della vecchia ‘Oltre il ponte’. Niente di eclatante, ma la qualità generale del disco, comunque, merita l’approvazione.

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ciao Lauzier

10 Dicembre 2008 7 commenti

Ci mancherà, Gérard Lauzier (1932-2008), uno dei più intelligenti cartoonist d’oltralpe. Arrivato al fumetto in età adulta, ha dato vita a delle vere e proprie commedie a fumetti, il cui punto di forza principale erano i dialoghi - brillanti, impegnativi ed pieni d’ironia - non certo destinati ad un pubblico adolescenziale. Il suo grande talento non poteva rimanere confinato al mondo del fumetto (sebbene quest’ultimo in Francia sia tenuto molto più in considerazione rispetto a quanto avviene da noi*) ed ha infatti sconfinato volentieri nella sceneggiatura cinematografica e teatrale. Adieu.

* Per ricordarne la recentissima scomparsa si è scomodato persino il ministro della cultura.

Ici un souvenir.

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easy life

9 Dicembre 2008 Nessun commento

Può sembrare strano che questo film del 1962, diretto dal recentemente trapassato Dino Risi, sia potuto diventare un cult-movie, al punto da ispirare l’altrettanto famoso “Easy rider” (che ha parafrasato il titolo dato alla sua versione americana, ovvero ”Easy life”). Rispetto a lavori italiani ben più raffinati dello stesso periodo (si può pensare a Fellini o a Scola, che del resto è qui alla sceneggiatura), esso si basa su un plot molto lineare, quasi scarnificato. È una sorta di riproposizione del binomio Pinocchio-Lucignolo, che vede il secondo (Gassman) irretire Trintignant in una lunghissima cavalcata automobilistica lungo i luoghi (comuni) dell’epoca: il mito dell’automobile, la bella vita, le vacanze, etc., probabilmente teso (sulla scia della “Dolce vita” di Fellini, 1960) a rivelarne il loro carattere effimero. Fin dal principio, i discorsi del personaggio di Gassman avvertono che non ci troviamo di fronte ad un’opera di grosse pretese, magari elitaria (come i film di Antonioni dell’incomunicabilità, si cita “L’eclisse” trattandolo un po’ come una boiata alla Corazzata Potëmkin). Al contrario, l’intento del “Sorpasso” è quasi insopportabilmente moralistico, senonché l’avvertenza che gli autori pare vogliano dare non è quella di criticare in assoluto certi comportamenti eccessivamente leggeri indotti dal benessere, ma piuttosto quella di vivere all’interno delle contraddizioni della vita moderna con sguardo lucido (come tutto sommato fa Gassman, riuscendo a spassarsela) invece di farsi trascinare dalle conseguenze di tali eventi senza averne piena coscienza, o quantomeno esserne abbastanza avveduti.

1962, regia Dino Risi, sceneggiatura di Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari, con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak.

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nous Bressons, allée allée

5 Dicembre 2008 Nessun commento

Il grande Robert Bresson (1907-1999) raccolse in un libro le sue riflessioni sull’arte cinematografica, della quale è stato uno dei pionieri. (In realtà, della sua filmografia, ho visto solo “Au hasard, Balthazar”, e non lo ricordo nemmeno tanto bene.) Con piglio zen, sintetizza le sue riflessioni stilistiche in eccezionali aforismi, degni di un Lao-Tze in celluloide. Come tutte le condensazioni di principii che riguardano una qualsiasi arte o un qualsiasi campo umanistico, sono in fondo universalmente applicabili in astratto anche al di fuori dell’ambito che le ha generate.

Gli attori: non è importante quel che mi fanno vedere, ma quel che mi nascondono, e soprattutto quel che non sospettano che vi sia in loro.

Un insieme di buone immagini può essere detestabile.

Scava sul posto, non scivolare altrove. Doppio, triplo fondo delle cose.

Sii certo di aver esaurito tutto ciò che si comunica attraverso l’immobilità e il silenzio.

I nove decimi dei nostri movimenti obbediscono all’abitudine e all’automatismo. È contronatura subordinarli alla volontà e al pensiero.

Un’immagine troppo attesa (cliché) non sembrerà mai giusta, nemmeno se lo è.

Chi può con il meno può con il più. Chi può con il più non può necessariamente con il meno.

Non abile, ma agile.

Quel che è passato attraverso un’arte e ne ha serbato l’impronta non può più entrare in un’altra.

Etc. etc.

 

Trad. Ginevra Bompiani, Marsilio, 130 pagg., 13,00 euri.

skìscia ‘l butùn

4 Dicembre 2008 Nessun commento

Dylan Dog n. 267: la terza prova di Di Gregorio per questo numero è scritta bene, come le precedenti, ma al contrario di quelle risulta un po’ troppo prevedibile. Arrivati intorno a pagina 50 si capisce chiaramente che le molte incoerenze della storia sono dovute al fatto che ci si trova in un universo parallelo virtuale-informatico (‘Second Life’, anche se non viene nominato). A metà del fumetto si è quindi scoperto l’arcano, e il resto della storia si riduce ad un completamento di ormai nessun interesse. Era più sorprendente la prima delle storie dylandoghiane di Di Gregorio, costruita sulla medesima idea di universo parallelo, ma che attingeva alle regole del Gioco dell’Oca, abbastanza lontano nei ricordi del lettore moderno, e quindi più sorprendente. Disegnato da Casertano.

Trigger n. 1: Ade Capone, ormai semi-disoccupato dopo la chiusura del suo Lazarus Ledd, inizia (sempre per Star Comics) la sua nuova miniserie, con una quadrupla partenza. Ci sono infatti quattro diversi disegnatori (a me sconosciuti) che illustrano altrettanti preludi di storie apparentemente distaccatate l’una dall’altra (solo per ora, probabilmente), ambientate in luoghi geografici diversi (Milano, Hong Kong, Africa, etc.). L’idea esoterica comune a questa tetralogia sembra copiata dal manga giapponese “Homunculus”, mentre le atmosfere vogliono richiamare il mondo giovanile che gira intorno allo stile MTV (rap, Tokyo Hotel, etc.). Nel complesso, abbastanza deludente.

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la botte piena e la moglie ubriaca

3 Dicembre 2008 Nessun commento

I giullari di corte coi paraocchi che affollano il mondo della politica centro-mancina nostrana (giornalisti, sguatteri, etc.) non vedranno di buon occhio la controindagine sul caso De Magistris e, come minimo, la attribuiranno al cambio del vento politico dopo la vittoria del centro-dx* (che mi fa schifo, ma è un altro discorso). Preoccupati che le indagini dell’ex pm di Catanzaro toccassero esponenti (perlopiù meschini, tipo il Re di Ceppalonia) della loro parte mentre eravamo al governo, invece di incoraggiare che fosse fatta chiarezza verso il pubblico, stesero un vibrante silenzio di omertà che contribuì a far sì che per questioni procedurali fossero effettivamente scippate le inchieste al loro titolare. Non valse neanche l’intervista (registrata) andata in onda ad Anno Zero per chiarire tutti i dubbi e, anzi, fu l’occasione ideale per accusare il magistrato di intemperanza mediatica (assieme alla Forleo), e toglierlo definitivamente di torno. Ci vantiamo tanto delle nostre toghe rosse (quanto ci piace il ‘resistere, resistere, resistere’ di Borrelli), ma quando salta fuori una toga neutra o vagamente colorata della tinta avversa alla nostra, allora non ci va più bene che svolga il proprio lavoro. Poveri cagnolini ammaestrati (o, nel migliore dei casi, soltanto disinformati, ma allora che cambino mestiere, per il bene di tutti).

* Puntualmente verificabile nella versione che ne dà Repubblica, col suo consueto mistificatorio fair play con il quale ha da sempre trattato le notizie su questo tema.

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Oops, I bombed it again…

2 Dicembre 2008 Nessun commento

Manco fossimo in un film di Mel Brooks, Bush ammette solo ora, rammaricandosene, di aver fatto un ‘piccolo’ errore di valutazione nell’invadere l’Iraq alla ricerca di armi chimiche (della cui assenza si era già invece accorto chiunque in quei giorni leggesse persino il Corriere della Sera, senza bisogno di andare a caccia di organi di controinformazione). Peccato che questa piccola svista sia costata (e continui a farlo) la vita a centinaia di migliaia (milioni?) di Iracheni. E nessuno lo lincia?

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soprossediamo

1 Dicembre 2008 Nessun commento

Serata musicale un po’ fiacca, quella di Radiotre Suite di ieri. Dopo una prima tavanata contemporanea sui mali della guerra, composta da non ricordo chi, il cartellone più corposo era dedicato ad un concerto del pianista Roberto Prosseda, registrato un paio d’anni fa (preceduto da una interessante intervista in diretta effettuata dal buon Guido Zaccagnini). Prosseda ha all’attivo un paio di dischi nei quali ha interpretato – spesso in prima assoluta – dei brani trascurati di Felix Mendelssohn Bartholdy. Purtroppo questa indole particolaristica ha dato luogo ad un programma a prima vista interessante, ma che all’ascolto si è rivelato poco riuscito. Il menu concatenava pezzi di autori diversi: due preludii e fughe di Bach dal II libro del Clavicembalo Ben Temperato, seguiti ognuno da una fuga di Mendelssohn; una sonata dello stesso Mendelssohn, brani di Aldo Clementi, Dalla Piccola, Chopin, Arvo Pärt, e altri. Questa eccessiva frammentazione, seppure effettuata secondo una certa logica, richiedeva ogni volta all’ascoltatore un ripensamento delle coordinate stilistiche musicali, dando luogo ad uno sfaldamento dell’impatto complessivo della performance.

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