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Archivio Gennaio 2009

L’Unità è un giornale davvero ‘obiettivo’

30 Gennaio 2009 17 commenti

Premettendo il fatto che è uno dei miei quotidiani preferiti, è sufficiente osservare il diverso trattamento fotografico riservato dall’Unità di oggi ai due colleghi di opposizione per far rimpiangere le palanche devolute dallo Stato a favore della stampa periodica. Se il personaggio in questione è il leader del partito di riferimento, oppure se è visto di buon occhio in quel dato momento contingente, allora il ‘servizio’ sarà quanto più agiografico possibile. Se invece si ha qualche motivo di critica nei suoi confronti, allora … Ed il bello è che gli altri giornali sono anche peggio di così, molto spesso (ma mi augurerei che chi sta dalla mia ‘parte’ non utilizzasse metodi così abbietti).

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il librettino rosso di Mao

29 Gennaio 2009 Nessun commento

Una selezione effettuata da Renata Pisu, nota sinologa pre-rampiniana, dal Libretto Rosso di Mao, che a sua volta era una selezione di Lin Biao dai libri del grande timoniere, operata nel 1966, all’alba della Rivoluzione Culturale. Letto oggi, non pare granché rivoluzionario, ma vien voglia di leggere qualche scritto completo che questi pensieri li conteneva. Il linguaggio è semplice, a volte troppo dogmatico, a volte rispondente a chiare motivazioni, e spesso si esprime per immagini allo scopo di rendere comprensibili i concetti ad un largo pubblico. L’elevazione culturale dei ceti bassi (o, più che altro, i contadini) era una delle maggiori preccupazioni di Tze-Tung, indispensabile  per la riuscita della rivoluzione di classe da lui sperata. Il pensiero di Mao era senz’altro più orientato verso la partecipazione rispetto a quello di uno dei suoi ispiratori principali (Lenin), più votato invece al dirigismo (probabilmente per mancanza di fiducia nei confronti dello stesso popolo che si voleva rappresentare). Ciò nonostante, si trovano frasi che farebbero bene a leggere anche i partiti odierni, eccessivamente propendenti verso la propaganda, invece che ad una sana sollecitazione culturale delle masse.

Dobbiamo usare bene la nostra testa e costringerla a riflettere a fondo su ogni cosa. Un proverbio dice: “Basta che corrughi la fronte e dalla testa nasce un piano”. In altre parole: la riflessione genera saggezza. Al fine di disfarsi dell’abitudine diffusa nel nostro Partito di agire ciecamente, bisogna adoperarsi perché la gente pensi, bisogna impossessarsi del metodo di analizzare le cose e i fenomeni, bisogna coltivare l’abitudine all’analisi.

C’è un tratto fondamentale, che distingue noi dagli altri partiti: la pratica coscienziosa dell’autocritica. Una stanza va spazzata tutti i giorni, altrimenti la polvere si accumulerà; la faccia va lavata regolarmente, se no si coprirà di sporcizia. Nelle menti dei nostri compagni e nel lavoro del nostro Partito può accumularsi polvere e perciò occorre scoparli e lavarli. Il proverbio: “L’acqua corrente non imputridisce, i tarli non rodono i cardini delle porte” significa che il movimento permanente ostacola l’azione distruttiva dei microbi e dei parassiti.

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hareyuku sora

28 Gennaio 2009 9 commenti

Anche in “Un cielo radioso” (2005) Taniguchi ritorna sul tema del transfert mentale-corporeo, reindirizzando in chiave metafisica quello che ne “In una lontana città” (1998) era presentato sotto un profilo più psicanalitico (siamo sempre a livello di letteratura popolare, quindi il tutto andrebbe messo tra virgolette). In quello che si potrebbe considerare un lungo sogno, ad uno dei protagonisti viene offerta l’opportunità di una riflessione estrema prima della vera e propria morte, incarnandosi nell’altro personaggio, e fuoriuscendone in un modo che vuole probabilmente ricordare (vagamente) il magistrale “La signorina Else” di Schnitzler. Contrariamente al calcolatissimo precedente, qui un finale troppo esteso contribuisce a diluire eccessivamente la storia, annacquandone la tenuta generale. Non si possono sempre produrre capolavori, evidentemente.

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dal giornalaio

27 Gennaio 2009 2 commenti

Nel n. 70 di Rat-Man si scopre che Stefano Bollani (il funambolico jazz-pianista) è un assiduo lettore di questo fumetto (c’è una intervista allo stesso). La storia a fumetti è una divertente parodia di Rambo (Ratto).

In Devil & Hulk n. 145 si inaugura la terza serie USA dedicata al colosso verde: si scopre l’esistenza di un secondo hulk, di colore rosso e dalla mente un po’ più sveglia del primo, che se ne va a spasso munito di pistola ed istinti omicidi (scritta e disegnata, male, da Loeb e McGuinness). Anche l’episodio di Daredevil inaugura un nuovo ciclo e continua a martellarci i cosiddetti con le atmosfere plumbee introspettive inaugurate da Frank Miller ormai quasi trent’anni fa: un po’ di fantasia, boys. Si salva solo per il tema, socialmente impegnato, della pena di morte (Brubaker + Lark).

Il Nathan Never n. 120equalcosa è anch’esso totalmente introspettivo, quasi bergmaniano: una scene da un matrimonio in riduzione a fumetti (‘ridotta male’, a dire il vero). Fantascienza nisba. Scritta da Riccardo Secchi e disegnata da Olivares.

from the bottom

26 Gennaio 2009 Nessun commento

Dopo essere stato condannato a due anni di lavori forzati per ‘indecenza’ (nel 1897), Oscar Wilde si mise a scrivere una lunghissima filippica rivolta ad Alfred Douglas, il giovane che lo aveva ‘infinocchiato’ (notare il raffinato doppiosenso). “De profundis” è in realtà una celebrazione del proprio decadimento, tanto promulgato sotto forma artistica, ed ora finalmente portato a compimento (coscientemente o no).

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sotto la pergola

23 Gennaio 2009 Nessun commento

È notte alta ed ero sveglio… non certo per Marzullo, ma per il terzo quartetto per archi di Brahms (1875), suonato dall’Emerson String Quartet al Teatro della Pergola di Firenze. Può sembrare strano che Brahms abbia scritto in tutto solo tre quartetti, quando si pensa che Haydn e Boccherini (i canonizzatori di questo genere) ne hanno scritti a quintalate. Effettivamente, dopo di loro, tutti quelli che si sono confrontati con la musica per questa formazione (Beethoven, Mendelssohn, Schumann, etc.), hanno via via rarefatto il numero di composizioni, probabilmente per il cambiamento dell’approccio alla musica da parte del pubblico, che non si accontentava più di consumare materiale troppo standardizzato (questa considerazione aprirebbe una lunga parentesi sul fatto che probabilmente è stato proprio nell’Ottocento che si è istituzionalizzato lo scollamento tra produzione musicale per la ‘massa’ – si può pensare al barocco come ultimo genere avente questa prerogativa - e quella destinata alle élites, relegando la musica cosiddetta ‘classica’ in un ghetto, seppur per ‘intenditori’). Per questo motivo risulta comprensibile quindi lo sforzo effettuato da Johannes nel doversi confrontare con tutta la tradizione precedente, per riuscire a tirar fuori qualcosa di originale. Il risultato è, in effetti, tardoromanticamente stupendo (bravo Brahms).

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calendario

21 Gennaio 2009 2 commenti

Finalmente la Mondadori ha mandato in collana economica “Calendario”, il più interessante tra i saggi che Cattabiani (1937-2003) ha dedicato alle tradizioni popolari. Il fatto che la versione Oscar sia arrivata con tanto ritardo non fa che testimoniare il successo del volume in questione. È un viaggio alla ricerca della spiegazione delle ragioni che stanno alla base di tutte le ricorrenze dell’anno, sia che si riferiscano a celebrazioni pagane, cristiane, civiche, etc., che squaderna l’infinita dottrina necessaria per comprendere fatti sui quali di solito sorvoliamo. Il libro si apre con un paio di paragrafi che da soli pongono in chiaro una delle questioni fondamentali, ovvero la concezione del tempo ciclico insita nella parolina ‘anno’, che si mette in contrapposizione a quello lineare, che prevede un inizio ed una fine, tipico della fede cristiano/cattolica (tema le cui implicazioni sono state sviscerate, tra le altre, nella prima parte del fondamentale ”Psiche e Techne“, del Galimba):

Immaginatevi un serpente circolare che si morde la coda: è il simbolo dell’anno che perpetuamente si rinnova mangiando la propria coda, ovvero l’anno vecchio. La sua circolarità è d’altronde implicita nell’etimo del termine latino ‘annus’: secondo Gaio Ateio Capitone gli antichi Romani solevano usare la particella ‘an’ per ‘circum’, intorno, come è testimoniato anche da un passo delle “Origines” di Catone dove si dice: «arator an terminum» ovvero «si ari intorno al confine». Da ‘an’ è derivato anche l’arcaico ‘annus’ con il significato di circolo, e ‘annulus’, anello.
‘Annus’ è dunque l’anello del tempo, il moto circolare che non è solo un’immagine poiché la terra gira realmente intorno al sole o, se volete, dal punto di vista di chi vive sul nostro pianeta, il sole intorno alla terra.

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com’è bello tinteggiar

20 Gennaio 2009 Nessun commento

Big respect per il compagno Obama, ma alla stessa maniera in cui facevano ridere le foto di Mussolini a torso nudo mentre fingeva di lavorare nei campi, fanno altrettanto sorridere atteggiamenti come questo. Un peccato veniale, colpa dello stress nell’attesa della casablanca, probabilmente.

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troppo pacifico

19 Gennaio 2009 Nessun commento

Ascoltato fugacemente alle Messaggerie, l’ultimo album di Pacifico sembra risentire, oltre che di un calo generale di idee musicali valide, anche di una certa imbalsamazione degli arrangiamenti, che erano uno dei punti di forza nei suoi album precedenti (almeno dei primi due), che univano molto bene strumenti acustici ed elettronici, parevano meglio curati, e influenzavano spesso il ritmo interno della canzone. Probabilmente questo ritorno a stilemi più tradizionali è dovuto al passaggio da una casa indipendente alla major della Caselli, produttrice di questo cd. Sempre piacevoli, invece, i testi.

Categorie:Musica, Pop Tag:

sette sterline

18 Gennaio 2009 4 commenti

È sempre sconsolante accertare il fatto che la maggior parte dei film strombazzati con tanto di ospitate al tg1 del protagonista si rivelino nei fatti dei prodotti di serie B. Il ‘messaggio’ che si può trarre dalla storia raccontata in “Sette anime” è quantomeno macabro, confezionato però in una falsa aura di insano buonismo. Secondo la regola del saggio Alfredo Castelli, quando si vuole costruire una trama con una idea ‘forte’ alla base, bisogna preoccuparsi accuratamente di fornire una o più sotto-trame con relativi sotto-finali allo spettatore che non può ‘accettare’ l’idea fondamentale. Questa regola non è stata osservata nella seconda prova registica statunitense di Muccino, e infatti l’idea che poteva essere buona per un racconto di un centinaio di pagine, spalmata su due ore di film e riempita di situazioni falso-commoventi e pseudo-misteriose (prima della fine del primo tempo si può già intuire la soluzione del rebus), non può che farlo naufragare miseramente.

P.s.: il finale è, probabilmente, ispirato dalla canzone “Occhi di speranza” di Eros Ramazzotti: potrebbe sembrare assurdo, ma non troppo, visto il successo mondiale del cantante e soprattutto tra i ‘latinos’ che abbondano in questa pellicola.

2008, regia Gabriele Muccino, sceneggiatura Grant Nieporte, con Will Smith, Rosario Dawson.

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nuovi realismi

17 Gennaio 2009 Nessun commento

Alla fine degli anni Cinquanta ci fu nel mondo dell’arte un ritorno generale al concreto, dopo l’egemonia dell’astrattismo di matrice soprattutto statunitense (quest’ultimo coadiuvato, come si è scoperto recentemente, dalla CIA per combattere anche sul piano culturale la battaglia contro l’URSS, si legga a questo proposito “La guerra fredda culturale“, uscito in traduzione italiana qualche anno fa). La mostra aperta in questi giorni al PAC di Milano è un omaggio al “Nouveau Realisme”, una branca di tale ritorno all’oggetto, costituito da una serie di artisti raccolti nel 1960 attorno a Pierre Restany, critico d’arte e anfitrione di una tendenza che comunque stava già procedendo di propria lena. Ognuno degli artisti del N.R. ha infatti una ben distinta personalità, il che fa pensare alla loro unione come ad una occasione promozionale e commerciale, più che ad una vera proposizione di ricerca in una direzione comune. César e le sue compressioni di auto fino a ridurle a parallelepipedi, Rotella con i suoi collage di manifesti, Niki de Saint Phalle con la sua commistione tra la propensione all’effetto casuale (tipica di un certo espressionismo astratto) e quello razionalmente ricercato (tipico dell’arte concettuale), Spoerri, etc., sono tutti comunque ispirati da una matrice dadaista (non a caso la tendenza omologa statunitense verrà ribattezzata New Dada) che vuole portare a rilievo artistico l’oggetto artigianale e soprattutto quello industriale, in modo diverso da quanto verrà operato poco dopo dalla Pop Art, che baserà anch’essa la propria poetica sull’oggetto, ma spostandone il perno sul ruolo della sua riproducibilità nella società mediatica moderna, oltre che su quella consumistica. I ‘novorealisti’, secondo varie direzioni, cercano un annullamento della funzione propria dell’oggetto (Christo che impacchetta i monumenti, per esempio, o le macchine elettriche senza scopo di Tinguely, etc.), senz’altro proponendo una più sana visione critica della nostra tendenza al consumo, che difficilmente sarà potuta essere oggetto delle strumentalizzazioni politiche di cui sopra. La mostra in corso a Milano propone anche le opere che gli appartenenti a questa corrente hanno prodotto dopo lo scioglimento (nel 1970). A parte Rotella, con i suoi manifesti perennemente uguali, e la Saint Phalle, arenatasi nel suo decorativismo, Spoerri e Arman sono tra quelli che hanno continuato fino ai nostri giorni la loro attività con esiti sorprendenti, orientandosi verso la tridimensionalità, dando vita ad opere molto interessanti e, a volte – come negli ‘idoli’ di Spoerri (un misto di oggetti industriali e scheletri animali) – davvero inquietanti e affascinanti.

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piratex

15 Gennaio 2009 2 commenti

La lunga avventura autunnale di Tex (nn. 576-578) ha proposto – finalmente – il ranger calato all’interno di tematiche più inconsuete, che ampliano il solito menâge western nel quale si barcamena di solito. In Louisiana, a New Orleans e dintorni, alle prese con spettri, pirati, tesori, codici da vinci, gangster alla camomilla, etc., questa storia sembra un po’ un ritorno al Bonelli fantastico che, del resto, rappresenta almeno un buon terzo della produzione texiana del ‘patriarca’. (Peraltro, il nesso col periodo d’oro è avvalorato dall’omaggio che Boselli rende a G.L.B. citando una scena - di una storia disegnata allora da Letteri o Nicolò – nella quale Tex e Carson rischiano di affogare in una stanza chiusa ermeticamente e inondata dall’acqua.) Purtroppo però gli attuali sceneggiatori sono poco avvezzi a questo tipo di atmosfere di tipo paranormale e, se non bastasse, presentano la solita tendenza a spiegare-spiegare-spiegare, quando sarebbe sufficiente ‘suggerire’. Anche a causa di tutte queste excusatio non petitae la narrazione si appesantisce (come nella fantascienza altrettanto menosa di Nathan Never) e quindi il risultato finale è la solita palla, ma almeno ha delle sfumature diverse dal solito. Scritta da Boselli e disegnata abbastanza decentemente da Bianchini & Santucci (ma dev’essere stata una fatica notevole, vista l’ambientazione tra città, foreste e antichi manieri).

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Maria Gorecki

14 Gennaio 2009 Nessun commento

Il Goretzki della Terza sinfonia (1976) pare il fratello gemello, o almeno il compagno di merende, di Arvo Pärt (per quanto ne so, però, il rapporto potrebbe benissimo essere di senso inverso). La sinfonia è divisa in tre movimenti disomogenei, ognuno dei quali contiene una parte per soprano, che determinano un trittico di ‘canti dolorosi’ (questo il nome dell’opera), i cui testi sono tratti rispettivamente da preghiere alla Vergine, da uno scritto di un prigioniero della Gestapo vergato sul muro di una prigione e da un canto popolare della Slesia. La relazione con Pärt è evidente soprattutto nel primo tempo: la scrittura musicale diventa simile ad una costruzione architettonica, che procede sommando elemento dopo elemento (un basso che disegna un canone, imitato volta per volta dagli altri elementi dell’orchestra che via via aumentano di numero, di intensità e di tonalità). Il dato mistico che sta alla base di questa concezione è evidente: la salita al monte Carmelo di San Giovanni della Croce, la salita al Calvario di Cristo, etc., potrebbero essere eccellentemente allegorizzati da questa prima parte della sinfonia. Il secondo brano apre uno squarcio in questo quadro mistico: anche qui c’è una somiglianza notevole con un altro compositore, e questa volta si tratta indubbiamente del Sibelius più descrittivo, un’apertura paesaggistica sul genere della “Mà Vlast” di Smetana, ma dai toni freddi e luminosi tipici del finlandese. Il terzo movimento acquista un tenore un po’ più popolare sia nel testo folk che nella melodia che lo accompagna, di sapore slavo, rimanendo comunque nell’essenzialità stilistica che caratterizza tutta l’opera, essendo accompagnato da un largo ostinato e asciutto degli archi in sottofondo.

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burocrazia aliena

13 Gennaio 2009 Nessun commento

La Torre Agbar di Barcellona, ricollocata in piena Londra, è un espediente scenografico abbastanza simpatico, che però avrebbe meritato di non essere sprecato in una storia piuttosto irrilevante, come quella dell’episodio di questo mese, scritto dal Recchioni, riuscita solo a metà. Dopo aver costruito una suspence non del tutto banale, saltando la descrizione della ‘situazione’ (superflua in una serie tanto longeva), ci si ritrova direttamente nella ’complicazione’. La storia, ben disegnata da un Brindisi in forma come sempre, è un misto di alieni e universi virtuali, ma delude nella ‘soluzione’ degli interrogativi suscitati nella prima parte, liquidati in maniera un po’ grossolana, senza troppa cura, forse per le poche pagine a disposizione (forse).

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deandreide poco faziosa

12 Gennaio 2009 3 commenti

Poteva andar peggio. Data la sindrome pretesca che affligge il (troppo) buon Fabio Fazio, ci si poteva aspettare una trasmissione eccessivamente patetica. Lo speciale di “Che tempo che fa” dedicato al decennale dalla dipartita di Fabrizio De André è stato invece per fortuna un ricordo abbastanza sobrio. Si è iniziato con una lunga intervista (registrata) a Renzo Piano (genovese e amico di De André), seguita dall’intro di “Le Nuvole”, un vero e proprio colpo al cuore. Alcune interpretazioni di certe sue canzoni un po’ ostiche a causa del loro stile-scioglilingua (“Don Raffaé” cantata da Dalla e “Bocca di Rosa” da Di Cioccio) sono state piuttosto deludenti, bilanciate però da quelle più dignitose della Nannini (“Via del Campo”), di Battiato (“Inverno”), della Ruggero (“non mi ricordo quale”) e di Piovani. Un po’ patetico è invece stato l’andare a ravanare tra le carte del cantautore, nel suo fondo archivistico.

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Tchaikovsky sinfonieggia per la Quinta volta

9 Gennaio 2009 Nessun commento

Non c’è un cavolo da dire: è proprio bella la Quinta di Tchaikovsky, composta nel 1888, ed eseguita stanotte verso le due dall’Orchestra del Teatro Bellini di Catania e diretta da mastro Ranzani. Al diavolo la diatriba se sia una sinfonia a programma o meno, l’importante è che a causa del rimuginamento sui perché e percome non si provochi un calo di attenzione nell’auditore, eventualità che ‘fatalmente’ in questo caso non accade. Senza Beethoven una musica del genere non avrebbe potuto esistere, ma all’epoca di Piotr Ilich si era ormai superata l’infatuazione che colse Mendelssohn (e che in effetti coglierà poi anche Mahler) nell’inserire nel movimento conclusivo dei brani corali. Piotr non ci casca in nessuna delle sue sei sinfonie. Nel caso della Quinta i brani infuocati iniziali e conclusivi vengono intercalati con un andante ed un interessante valzer d’Autore (forse ispirandosi al Berlioz della Phantastique?) che mette in pari i conti con le p…acchianerie degli Strauss, tanto in voga allora.

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U. D.

8 Gennaio 2009 Nessun commento

Il manifesto di “Umberto D.” (1952) di De Sica centra perfettamente la questione. Seppure il personaggio principale del film sia quello impersonato da Carlo Battisti (un fu glottologo fiorentino), esso viene relegato al secondo piano del poster, mentre viene posta in evidenza la domestica della sua padrona di casa, anch’ella – secondo i dettami del dogma neorealistico – un’attrice non professionista, ma protagonista di alcuni degli squarci più ‘veri’ di tutta la pellicola. La lunga scena nella cucina, quando accende sul muro due fiammiferi, si siede a macinare il caffè, etc. è una messa sotto osservazione di gesti banali e quotidiani, appartenenti potenzialmente a ciascuno degli spettatori. Viceversa, il personaggio del professore in pensione è trattato con un certo patetismo: alcune situazioni sembrano prese da un film muto di Chaplin, per quanto l’effetto narrativo viene affidato alla gestualità che deve essere abbastanza evidente per poter essere percepita (troppo evidente, in alcuni casi, quasi teatrale). In mezzo a questo patetismo un po’ troppo accentuato si trovano, oltre a quella citata, due scene piuttosto forti. La prima è quella del canile, nella quale gli animali vengono portati alla morte in quella che pare una camera a gas o un forno: è evidente il riferimento al recente Olocausto, ed è stata senza dubbio inserita con quell’intento (nonché come segno anticipatore di un possibile finale tragico). La seconda si svolge proprio nel finale, quando il professore, prima di suicidarsi, vuole vendere il suo cane ad una signora, e la frase che pronuncia è (più o meno): “Glielo regalo, dove lo trova un cane così, per niente”. Il personaggio non dice, per es., “un cane così bello”, ma soltanto “un cane così”. Il cane è, in realtà, un bastardino, e l’affermare che un cane così non ha prezzo, sottolinea l’importanza fondamentale da attribuire alla semplice identità di un essere vivente (in quanto tale), importanza che ad egli stesso viene negata programmaticamente fin dal titolo.

1952, regia di Vittorio De Sica, sceneggiatura di Cesare Zavattini, con Carlo Battisti, Maria Pia Casilio.

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Tsu Nam

7 Gennaio 2009 4 commenti

Il trio sta decisamente perdendo colpi. Per il loro nuovo film non sono nemmeno riusciti a costruire una storia intera, ma hanno dovuto suddividere le due ore in quattro episodi, intercalati da un siparietto orientale in cui Giacomo (o Giovanni?) impersona il maestro Tsu-Nam (il cui nome è una delle poche trovate divertenti di tutto il film). Si ride, qua e là, ma i tempi comici sembrano essersi smarriti ed ogni sketch dura troppo rispetto al già breve spazio riservatogli, perdurando spesso oltre quella che ci si augurerebbe essere la già scadente battuta finale.

Diretto da Marcello Cesena, con A.G.G., Raul Cremona, Angela Finocchiaro e Luciana Turina.

accanimenti terapeutici

5 Gennaio 2009 Nessun commento

Contrariamente alla solenne decisione di Bill Watterson, che staccò la spina allorquando si rese conto che il suo “Calvin & Hobbes” non aveva più nulla da dire, l’Uomo Ragno e il principale personaggio creato dal suo Vate italiano compiono i 40 anni di presenza nelle edicole della nostra penisola. “Alan Ford” è arrivato al n. 475 mentre il tessiragnatele può sommare i 283 numeri della prima serie, più i circa 50 del “Settimanale dell’U.R.”, più qualche decina della terza serie (sempre della Corno), più i 500 della quarta collana (Panini) = 283+50+~40+500 = ~870 numeri. Essendo un numero celebrativo, il cinquecentesimo Spider-man è ancora più ammorbante del solito, perché contiene le solite rivisitazioni a posteriori delle origini, con il solito intento di andare a cavare il ‘ragno’ dal buco, anche quando gli autori originali non ce lo avevano messo, più qualche storiella che supera di poco il nulla. Il giornaletto di Alan Ford è un numero doppio ma, dato che l’arteriosclerosi – evidentemente – galoppa, costa come un numero normale perché il n. 473, che era un numero normale, costava – per sbaglio – il doppio (!). Contiene due storie, una disegnata dal bravo Perucca (del quale bisogna apprezzare gli sforzi nel far di tutto per non far rimpiangere eccessivamente Magnus) e una disegnata dal veterano Piffarerio, da tempo pronto per la pensione, come l’autore delle storie.

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gotterdaemmerung

3 Gennaio 2009 Nessun commento

La ”Caduta degli dei” (1969) di Visconti si può leggere come una sorta di matrioska. Volendo descrivere la Germania nazista del 1933, l’ascesa di Hitler e dei meccanismi intimi che ne hanno determinato l’appoggio da parte della maggioranza dei tedeschi dell’epoca, rappresenta su scala familiare gli stessi identici feroci meccanismi di prevaricazione sull’altro, attuati attraverso la temporanea autorità assegnata volta per volta dallo stesso potere che usa e viene usato per i propri scopi e dei suoi rappresentanti, in una girandola (più che in una matrioska, in effetti) di inganni e tradimenti che non può inevitabilmente non portare verso il collasso totale del sistema. Come la Germania degenerata (tesi affermata da zio Adolf nel “Mein Kampf”) del primo dopoguerra ha generato il nazismo che la porterà alla distruzione, così la famiglia della nobiltà imprenditoriale, degenerata a sua volta, produce un figlio mentalmente instabile (interpretato da Helmut Berger) che finisce per stuprare la sua stessa madre.

1969, regia di Luchino Visconti, sceneggiatura di Nicola Badalucco, Enrico Medioli, Visconti. Con Helmut Berger, Umberto Orsini, Charlotte Rampling, Dirk Bogarde, Florinda Bolkan, etc. etc.

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