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Archivio Marzo 2009

e io che sono Karletto …

31 Marzo 2009 Nessun commento

Nella “Critica al Programma di Gotha” il buon Marx si ingrifa alla grande contro il frutto del compromesso instaurato per fondere le due anime dei partiti operai tedeschi, quella radicale del partito di Eisenach e quella moderata guidata da Lassalle (1825-1864). Adoperando un linguaggio assai vivace e divertente, Karletto chiosa le parti troppo moderate, riformiste diremmo oggi, del programma fuoriuscito dal congresso tenutosi nel maggio del 1875: l’abbandono dell’idea di una necessaria fase temporanea di ‘dittatura del proletariato’ nel passaggio dal capitalismo al comunismo, la scarsa rilevanza attribuita all’internazionalismo socialista, e una serie di concetti di base ritenuti troppo generici per rispondere alla sua teoria. Il volumetto qui sopra rappresentato (1976) – che sicuramente non può far parte dei testi sacri del PD, ma che è comunque interessante da conoscere - raccoglie anche alcuni scritti di Engels e Lenin, che rilanceranno la critica di Marx in terra russa con risultati ben più efficaci, come sappiamo.

«È assolutamente da respingere una “educazione del popolo per opera dello Stato”. Fissare con una legge generale i mezzi delle scuole popolari, la qualifica del personale insegnante, i rami d’insegnamento, ecc., e, come accade negli Stati Uniti, sorvegliare per mezzo di ispettori dello Stato l’adempimento di queste prescrizioni legali, è tutt’altra cosa dal fare dello Stato l’educatore del popolo! Piuttosto si debbono escludere governo e chiesa da ogni influenza sulla scuola. Nell’Impero tedesco-prussiano […] è lo Stato, al contrario, che ha bisogno di un’assai rude educazione da parte del popolo.»

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una madre addolorata piangeva sotto la croce

30 Marzo 2009 2 commenti

Partito per andare a visionare la mostra della Beecroft in corso al PAC, un trafiletto del giornale mi fa deviare un paio di secoli all’indietro per assistere allo Stabat Mater pergolesiano nella chiesa di S. Bartolomeo, via Moscova (bene interpretato, seppure con troppi gorgheggi un po’ fuori luogo, da Denia Mazzola Gavazzeni ed Elena Serra). Pergolesi, che era stato chiamato dalla Confraternita della Vergine dei Dolori per sostituire l’ormai stagionato Stabat Mater composto da Alessandro Scarlatti, mantiene l’organico del brano originale (soprano, contralto + pochi strumenti ad arco) ma si distacca dalla soave generale pacatezza scarlattiana. Esordisce con un link dello stesso genere di quello effettuato tempo fa da Carboni nei confronti di Battisti*, copiando letteralmente l’incipit di un’altra composizione di Scarlatti (il “Salve Regina”), di tono esattamente opposto allo Stabat Mater, e da lì parte ad animare i dodici numeri della sequenza di versi attribuiti a Jacopone da Todi con una vivacità mirabile (soprattutto rispetto al più compassato precedente), versi che assumono valenze alternativamente dolenti e fiammeggianti, in un quadro di magistrale semplicità di mezzi espressivi utilizzati.

* Carboni ruba uno stralcio della solare “Canzone del sole” di Battisti (‘Un fiore in bocca può servire…’) per precipitarlo nella dimensione angosciante di “Farfallina” (‘… oppure no’).

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British Vivaldi

27 Marzo 2009 Nessun commento

Finalmente ho trovato un esempio più antico della progressione armonica ‘rubata’ a Vivaldi da Bach per inserirla nel suo III Brandeburghese (terzo tempo). La scoperta che diverse battute di quest’ultimo erano pressoché identiche ad un allegro di Vivaldi si scontrava col fatto che il concerto che lo ospita (l’RV 558) datasse 1740, mentre il lavoro di Bach è stato composto intorno al 1720. Ma ci DOVEVA evidentemente essere un precedente, sempre vivaldiano. Si trova infatti pari pari nella Corrente della VI sonata (e, parzialmente, nella Corrente della III) presente nella raccolta di XII sonate per violino e basso continuo, conosciute come “Sonate Manchester”, dal luogo di ritrovamento. Il pezzo di violino, ritmato e ripetitivo, con variazione nella conclusione della frase, è identico a quello di Bach e, a quanto ricordo, lo è anche l’armonizzazione sottostante. Sorge però un altro problema, perché le Sonate Manchester sono sonate da chiesa, quindi non vennero pubblicate, ma erano destinate ad esecuzioni durante funzioni sacre. Quindi, o copie di queste pagine circolavano in forma manoscritta, come l’originale del resto, oppure Vivaldi ha usato (ancora!) quel pezzo in qualche altra sua opera, probabilmente un concerto, per i quali andava più famoso e che godevano di maggior diffusione. Secondo Michael Talbot (mica un pirla qualsiasi, anche se non ha notato la somiglianza Vivaldi-Bach del pezzo in oggetto), infatti, questa raccolta risale al 1720, ed è composta da molto materiale riassemblato e riarrangiato dello stesso Prete Rosso. La caccia continua.

P.s.: le ‘sonate Manchester’ sono un perfetto mix tra sonata da chiesa e sonata da camera, ovvero sono composte da quattro movimenti alternando adagio e allegro, ma gli allegri sono sempre delle danze (corrente, giga, gavotta, etc.) e non è mai presente lo stile fugato tipico della vera e propria sonata da chiesa italiana (vedi Corelli, op. 1). Le tonalità non si ripetono (tranne una in do maggiore) e sembrano quasi essere servite da modello per le sonate dello stesso tipo di Handel, pubblicate a Londra. In questa lodevole registrazione (1996) sono interpretate da un giovanissimo Fabio Biondi, accompagnato da altri nomi illustri (Alessandrini, Pandolfo, etc.). Per completare questa teoria anglosassone di Vivaldi, bisogna dire che a Talbot è sfuggita tra l’altro (guai della eccessiva specializzazione) la somiglianza tra l’Aria Amorosa di Nicola Matteis (padre o figlio? boh, anch’essi comunque operanti in Inghilterra) e alcune battute dal preludio della IX sonata Manchester.

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contra juventus

26 Marzo 2009 Nessun commento

Non dice molto di nuovo, a chi sia mediamente informato, il fortunato pamphlet di Boeri & Galasso, ma ha il pregio di radunare una quantità di cifre, dati preoccupanti per lo stato di salute economico italiano, e di indirizzarne la chiave di lettura fin dal titolo, ovvero porre in evidenza lo squilibrio esistente tra le categorie già affermate della società (professionisti, pensionati, lavoratori a tempo indeterminato, etc.) e chi si affaccia da giovane (ma anche disoccupati di ritorno) sul mondo del lavoro con relativamente poche speranze di avere la meglio su quanti stanno abbarbicati alla loro piccola o grande poltrona. Altro merito di questo libro è quello di non limitarsi a criticare, ma di proporre una soluzione ad ognuna delle problematiche messe all’indice, secondo una concezione moderatamente liberista, volta appunto a smantellare i privilegi consolidati, ma senza dimenticare le protezioni sociali per compensare la maggiore instabilità che si verrebbe a determinare. Nulla di nuovo, appunto, ma il libro è leggibile, e sarebbe bello sapere se queste trovate siano affascinanti solo sulla carta o siano davvero realizzabili. Una piccola osservazione stilistica: volendo dare un taglio divulgativo ai contenuti, gli autori esagerano, a volte, nel cercare di accalappiare il lettore poco avvezzo alle cifre. È infatti stucchevole tutto il primo capitolo, che propone per una sorta di raffronto la situazione economica di sei personaggi simbolici, i cui nomi vengono poi richiamati per tutto il libro, ma che sicuramente non interessano a molti. La ciliegina è la citazione finale di una frase di Dylan Dog - fornitagli dai loro figli, a detta di B&G - che non ricordo di aver mai sentito pronunciare (e credo di averli letti tutti i D.D.). Curiosamente, sul numero di D.D. appena uscito si può trovare una ironica risposta ai timori sulla precarietà: un paio di personaggi, infatti, vanno verso una fine senz’altro peggiore di quella che preoccupa gli autori.

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uomini che guardano

24 Marzo 2009 Nessun commento

“Uomini guardanti” è un bellissimo film, ma è completamente inutile, e lo testimonia il fatto che sia già relegato in una saletta da pochi posti. Il tipo di pubblico che può capire davvero Watchmen (il fumetto, uscito nel 1985 o giù di lì) è ESCLUSIVAMENTE, o quasi, costituito da chi nell’Ottantacinque aveva intorno ai vent’anni, ovvero si affacciava alla maturità di pensiero, dopo aver divorato centinaia e centinaia di fumetti dei super-eroi. Il mondo colorato di questi ultimi non era esente da problematiche, soprattutto quello di stampo Marvel. La saga dell’Uomo Ragno è disseminata di morti (a cominciare dallo zio, la fidanzata), Capitan America è stato alle prese coi servizi segreti deviati, etc. Mai prima di “Watchmen” tutto questo genere di aspetti erano stati riuniti in un’opera narrativa di largo respiro e scritta da un vero artista, prestato al fumetto e non ancora restituito. In concomitanza col Batman di Frank Miller (che trattava tematiche analoghe), Alan Moore dipinge un vasto affresco che riunisce molti topoi narrativi del genere in questione, e non solo, all’interno di un quadro da guerra fredda. Si narra di un gruppo di super-eroi governativi in pensione, alcuni di loro macchiatisi dei peggiori crimini in nome della legge. L’opera è sofisticata, quindi i referenti ‘reali’ non sono del tutto espliciti, ma tutto questo mondo viene percepito come familiare. Il gruppo può essere assimilato agli Avengers, per la loro dipendenza dal governo federale, Dottor Manhattan ricorda la Cosa, un uomo intrappolato in un corpo mostruoso, etc. Decine di altre citazioni sicuramente sfuggiranno al pubblico italiano, digiuno delle centinaia di serie a fumetti USA mai tradotte da noi. L’opera cinematografica, però, è completamente priva di senso (una specie di bella copia, come lo “Psycho” di Van Sant). La produzione di pellicole precedenti che consentano di inquadrare questo film come pietra miliare è del tutto insufficiente, talmente da non renderlo passibile di una lettura apocalittica, di una nemesi di tutto il genere, un’opera che avrebbe potuto essere la conclusione di tutte le precedenti, nel fumetto, e che invece è stata un’ulteriore passo (meglio, un salto) seguito tutt’oggi da decine di autori con scarsa inventiva.

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baroque-yoga

23 Marzo 2009 Nessun commento

Dopo aver ascoltato le sei sonate e partite per violino di Bach si può anche tranquillamente decidere di schiantarsi al suolo e arrendersi alla prova dell’esistenza di Dio (o, magari, di suo figlio calato in una delle migliori epifanie storiche). Persino le ‘Rosenkranz Sonaten’ del più che austero Biber (o le sonate di Schmelzer) sembrano della Tafelmusik, in confronto a queste. Anche le suite di Bach sono composte da una sequenza di danze stilizzate secondo il modello francese, ma la gradevolezza che generalmente si associa a quelle viene qui prosciugata e ridotta a pura essenza e come tale induce ad una concentrazione assoluta, costituendo una valida alternativa ai sistemi di meditazione di qualsiasi tipo di yoga (d’altronde, lo yoga è nato prima di Bach, non è colpa loro: se l’avessero saputo si sarebbero risparmiati tutte quelle fregnacce sull’Ohm, etc.). I modelli musicali francesi di riferimento – pienamente rispettati nelle dodici suite per tastiera – in questo caso sono soltanto un punto di partenza, perché le gighe, correnti, etc. - che di solito vivono di frasi molto brevi – qui, al contrario, per la complessità della scrittura, diventano prolisse alla stregua di un’aria di cantata.

p.s.: inutile dire che quando provo a suonarle col mio violino made-in-China, le doppie corde mi vengono solo quando non dovrebbero, e viceversa (e non è colpa certo del violino).

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la sagra del raviolo

20 Marzo 2009 Nessun commento

Già il titolo italiano appioppato a “Le sacre du printemps” (1913) – ‘La SAGRA della primavera’ (rob de matt) – lascia capire quanto quest’opera fosse incompresa, inizialmente. Uno si aspetta una stupidata respighiana tipo “I pini di Roma”, e invece si ritrova dentro un’atmosfera alla Einstürzende Neubauten. Simile a quello del gruppo teutonico è il disfacimento delle coordinate musicali operato da Stravinsky rispetto alla tradizione, cui fece da catalizzatore l’esperienza poco precedente di altri compositori, tipo Debussy. Niente melodia, o meglio, lo svolgimento delle frasi è dato dall’intreccio dei giochi ritmici, estremamente stilizzati, di tutti gli strumenti (il secondo dei “Sea Interludes” di Britten pesca senza dubbio da qui). Dal punto di vista formale siamo su una linea strettamente parallela al linguaggio extra-musicale dell’epoca, le avanguardie figurative tipo Espressionismo e, soprattutto, Cubismo (l’immagine più evocata dalla musica di questo balletto è “Les demoiselles d’Avignon”, 1907). Come nel quadro di Picasso, infatti, anche nel “Sacre” c’è un recupero di una idea di cultura tribale: il sottotitolo del balletto (coreografato e interpretato da Nijinsky) è “Quadri della Russia pagana”. Siamo chiaramente in una posizione evoluta rispetto alle ricerche sulle tradizioni popolari di Bartok, in un affondamento nelle radici primitive dei popoli (caratteristica restituita soprattutto dalle percussioni).

Trasmesso da Raitre (senza nessuna parte coreutica, purtroppo), Orchestra Sinfonica della Rai diretta da Matthias Pintscher (registrato a novembre 2008).

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continuiamo a farci del male

19 Marzo 2009 37 commenti

Premessa: Di Pietro e il suo partito non li voto neanche se mi pagano. Ciò detto, secondo Repubblica la notizia di ieri non è quella che un magistrato presunto avversario del centrosinistra venga candidato dal partito fondato da un ex magistrato presunto avversario del centrodestra (il che dà quindi un risultato algebricamente neutro). No, la notizia principale, secondo loro – e anche secondo Il Giornale (!) - sarebbe che il suddetto tizio è stato indagato di un’ipotesi di accusa largamente aleatoria, e cioè per essersi lamentato con i suoi colleghi salernitani che, poveri fessi, gli hanno creduto. Il pezzo di oggi potevano intitolarlo “Chi fa la spia non è figlio di Maria”, sarebbe stato molto più serio.

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memorie di un pedofilo

18 Marzo 2009 Nessun commento

L’incipit di “Lolita” (1955) richiama (ahinoi) alla mente il riferimento poviesco alla ‘causa’ dell’omosessualità. Nabokov giustifica inizialmente, infatti, l’insana passione di Humbert Humbert per le ‘ninfette’ con una relazione nell’infanzia del protagonista tra lui e un’amica, tragicamente interrotta, che lo condanna quindi a cercare di portare a compimento per il resto della sua vita. Questo è, ovviamente, il paravento bacchettone per consentire il vaglio della censura (aggirata solo in parte, perché negli USA rifiutarono questo romanzo e N. dovette spedirlo a Parigi). Subito dopo, però, lo scrittore osserva che questo tipo di relazione, perfettamente accondiscesa da entrambe le parti, è vietata nella nostra società solo per convenzione, dal momento che presso altri tipi di organizzazioni sociali, più ‘primitive’, tali disparità anagrafiche sono/erano del tutto normali. Essendo ambientato nel moderno occidente, che rifiuta tale rapporto, la coppia del romanzo non può rivelarsi nell’ufficialità e per esistere è costretta ad un continuo girovagare automobilistico, un periplo che nella sua aleatorietà vuole probabilmente rappresentare l’altrettanto instabile legame amoroso che appare nella sua labilità ad ogni passo del libro. Infatti, in due righe, Lolita sparisce e la ritroviamo sposata qualche pagina dopo, non sappiamo se felicemente o no. Per ellissi, il finale riprende il senso del tragico iniziale, anche questa volta per condannare (apparentemente?) la vietata relazione. Un libro crudelissimo, scritto in una prosa bellissima, tale anche per le fantastiche circonlocuzioni cui l’autore è costretto a ricorrere per descrivere situazioni scabrose.

Lolita credeva, con una sorta di celestiale fiducia, in tutte le réclame e i consigli che apparivano su “Movie Love” o “Screen Land” – lo Sterasil stermina i foruncoli, o “Niente camicia fuori dai jeans, ragazze: Jill dice che proprio non si deve!”. Se un cartello stradale diceva: VISITATE IL NOSTRO NEGOZIO DI REGALI dovevamo visitarlo, dovevamo comprare le curiosità indiane, le bambole, la bigiotteria di rame, le caramelle a forma di cactus. Le parole “novità e souvenir” l’ipnotizzavano con la loro cadenza anapestica. Se l’insegna di un caffè proclamava Bibite Ghiacciate, automaticamente Lo si eccitava, anche se le bibite erano ghiacciate dappertutto. Erano dedicate a lei, tutte quelle réclame.

Adelphi, p. 187, trad. Giulia Arborio Mella

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Billy Bragg – The Internationale

17 Marzo 2009 Nessun commento

Per fortuna Billy Bragg se lo filano in pochi, in Italia. Così, la riedizione della sua discografia completa uscita un paio d’anni fa è passata direttamente dalla Fnac al Libraccio, con relativo dimezzamento di prezzo. Tutti gli album originali sono affiancati da un secondo cd contenente b-sides, versioni alternative delle canzoni, bootleg, etc. Uno dei più anomali e interessanti è “The Internationale”, un EP uscito nel 1990, completato da esecuzioni live, bonus tracks, etc. Già dal titolo, si capisce che è uno dei suoi lavori più connotati politicamente. La title-track è infatti l’inno dell’Internazionale Socialista, con testo di Bragg. Poi ci sono continui omaggi al suo background ispirativo (Woodie Guthrie – ovviamente, Phil Ochs, Sam Cooke, Bowie, brani tradizionali popolari di rivendicazione sociale, …). Last but not least, c’è in allegato un dvd con riprese live da un paio di concerti dell’86-87 nella Germania Est, e in URSS, effettuati in occasione di festival dedicati a tematiche del lavoro, all’interno di una cornice di comunismo più o meno allineato (nel concerto russo Bragg si spende in uno sperticato elogio della perestroika gorbacioviana). Il bello di Bragg è che il suo impegno politico - che trova sicuramente la sua scaturigine negli anni tatcheriani e negli scioperi dei minatori inglesi degli anni ’80 - è estremamente genuino e non scende mai a patti con la propaganda, eventualità nella quale l’ispirazione non avrebbe potuto assolutamente conservare una freschezza espressiva così duratura. Fa tenerezza pensare che di fronte a tanta mole di musica e di impegno appassionato (anche se Bragg nelle sue canzoni non parla solo di politica) gli anni ’80 di segno opposto abbiano potuto contrapporre solo la squallida e patetica “Russians” di Sting (peraltro senza mai dichiarare apertamente il furto sinfonico perpetrato verso Prokofiev).

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Antigone

16 Marzo 2009 2 commenti

All’indomani del sacrificio sull’altare della laicità di E.E., tra i molti che si sono esercitati in retorica ve ne sono stati alcuni che hanno fatto riferimento all’Antigone di Sofocle. I nessi tra la tragedia antica (442 a.C.) e quella moderna non sono però così univoci come si sarebbe voluto far credere, anzi, essendo essa un’opera d’arte, quindi dal significato molteplice, mal si presta ad essere utilizzata a fini strumentali, e questo è un aspetto che chi fa politica – probabilmente nell’urgenza di darsi un certo tono – spesso dimentica. Antigone mette in scena il conflitto tra il potere del monarca (Creonte) e la rivendicazione da parte di Antigone della giustezza della legge degli dèi (e della tradizione degli uomini). Come nella gran parte delle tragedie greche, una delle preoccupazioni è quella di portare avanti la causa della democrazia. Il tiranno viene infatti punito alla fine, ma chi rappresenta egli nella congiuntura contemporanea ritenuta omologa? Se rappresenta la Chiesa, che vuole tenere in vita il malato terminale (negando la sepoltura a Polinice), allora si può osservare che anche Antigone rivendica una legge divina che chiede che i morti vengano seppelliti (ovvero, ‘staccare la spina’, nel nostro caso). La pretesa di attribuire all’uno o all’altro attore contemporaneo un archetipo prevaricatorio si infrange contro la complessità degli intenti dell’opera in oggetto e contro le mutazioni sociali e scientifiche intervenute nei successivi duemilacinquecento anni.

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lully

13 Marzo 2009 Nessun commento

A dispetto della copertina, questo è forse il più bel disco edito dalla Alia Vox, dedicato dal Concert des Nations di Jordi Savall alle musiche delle comédie ballet (il teatro d’opera in stile francese, in pratica) di Gian Battista Lulli. È stato dopo aver ascoltato casualmente gli intermezzi del “Bourgeois Gentilhomme” sulla Filodiffusione una domenica mattina che mi è scaturita la voglia di comprare uno dei miei primissimi dischi di musica ‘classica’, questo, e gli oltre quattrocento che col tempo sono seguiti, in concatenazione logica. Se si vuole capire un terzo di Handel, per esempio, bisogna partire da qui: le sue ouvertures sono infatti ispirate paro paro a quelle di Lully. Oltre ad assumere la sontuosità necessaria per vestire degnamente le occasioni di intrattenimento di una corte regale quale quella di Luigi XIV, la musica di Lully sa anche diventare estremamente intima, confidenziale (non a caso fu uno dei maestri di Marin Marais). Esistono altre incisioni di queste musiche di scena (anche se non moltissime) ma la versione di Savall è stupenda per la scelta degli strumenti: sulle partiture della musica antica, infatti, non venivano indicati gli strumenti da utilizzare, quindi c’è un notevole margine discrezionale, e gli assortimenti studiati dal musicista catalano sono sempre tra i migliori possibili, in quanto a combinazione di tessiture sonore. Un intelligente escamotage adottato è quello di variare la distribuzione strumentale nei da capo: se nel primo passaggio si usano i violini, nel secondo gli oboi, per es., e viceversa. Il rispetto filologico esecutivo, campo di studi all’interno del quale Savall è stato uno dei pionieri, è assoluto (ça va sans dire). Fra gli oltre trenta brani del cd, almeno la metà sono superlativi, e su tutti le due ciaccone (quella del Borghese – immodestamente e scriteriatamente scelta per il mio primo saggio di violino a quarant’anni suonati – e quella dell’Amour Medecin).

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giornaletti

12 Marzo 2009 Nessun commento

Rat-Man n. 71 - Forse il peggior numero della serie.

Uomo Ragno n. 504 (nn. 564 e 565 di The Amazing Spider-Man, set.-ott. ’08) - Due storie abbastanza sceme scritte da un certo Guggenheim e disegnate da due diversi autori (entrambi però trovano ispirazione nella versione ragnesca di McFarlane). La storia degli ospiti (Thunderbolts n. 120, lug. ’08) è illeggibile come al solito, ma è pervasa da un piacevole alone di blasfemia.

Tex n. 581 – La prima delle storie di Faraci dedicate a Tex. La trama si deve ancora sviluppare, ma finalmente i dialoghi acquistano un respiro maggiore rispetto agli stereotipi sclerotizzati a cui ci eravamo abituati. Disegni dei Cestaro Bros, solidamente ispirati allo stile Mastantuono (ma curati meglio).

Jan Dix n. 6 – Si scopre come mai nel numero precedente non venisse citato Edward Hopper, il pittore a cui era ispirata la storia. Anche in questa, infatti, il nome di Jackson Pollock è vietato da una perversa interpretazione del diritto d’autore, e viene per questo usato uno pseudonimo.

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opinione di un pagliaccio

11 Marzo 2009 2 commenti

Nel 1963, data di uscita di “Opinioni di un clown”, era un po’ tardino per prendersela (esclusivamente) con la Borghesia (“Gli indifferenti” di Moravia risale a più di trent’anni prima, per esempio, per non parlare del teatro di Ibsen). Il lungo sproloquio di Böll aggiunge alla critica verso il mondo piccolo borghese anche quella verso altri due degli aspetti che lo caratterizzano (il cattolicesimo e il post-nazismo risolto/non risolto, contestualmente al tempo e al luogo di svolgimento della storia, la Germania renana post-bellica) facendolo diventare quindi solo uno dei vertici della triade che forma l’ordine costituito al quale il protagonista di questo romanzo non riesce ad adeguarsi. La descrizione della effettiva professione di clown, abbracciata per sfuggire alle aspettative social-familiari, viene soltanto accennata, tanto da lasciar intendere che i clown in realtà siano i personaggi che egli descrive, calati a recitare in maniera indolente il ruolo che la società impone, e al quale egli si sottrae con la stessa indolenza. Può essere un’osservazione banale, ma la lettura di questo libro ricorda in un certo qual modo il ritmo narrativo lento, tranquillo, indolente appunto, dell’Ispettore Derrick.

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Glucosius Fornaciarum – Opus I (MCMLXXXIII)

10 Marzo 2009 34 commenti

L’Opera Prima di Glucosius Fornaciarum viene pubblicata nel 1983 e si inscrive a pieno nel filone easy listening della musica di allora. Le due hit “Una notte che vola via” e “Nuvola” sono effettivamente le cose migliori e le più personali (aprivano infatti i lati A e B dell’antico padellone a 33 giri, e la prima partecipò al Festival di San Romolo). Gli altri pezzi risentono del repertorio più sdolcinato italico e nei frammenti più indovinati sparsi qua e là in questo disco un po’ scialbo si colgono influenze dei colleghi allora più quotati, quali Pappalardo, Michele Pecora, qualche timidissimo riferimento a Rino Gaetano, o persino un Battisti eccessivamente banalizzato. Manca in tutto l’album una canzone veramente sentita, ma basterà aspettare il disco successivo (“Piccolo aiuto”). Poi lo Zucchero partirà per gli States e si tramuterà nel barbone di oggidì (per fortuna). Le canzoni sono tutte di Zucchero e ad alcune ha collaborato L. Albertelli, che se non ricordo male dovrebbe essere quello che ha scritto le sigle di Goldrake. Altri collaboratori illustri, intervenuti quali session men, sono i gucciniani Ellade Bandini, Vince Tempera e Ares Tavolazzi.

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segni

9 Marzo 2009 Nessun commento
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cose da vietare ad A.B.

8 Marzo 2009 Nessun commento

Dopo le cazzate parasovietiche sparate da A.B. nelle scorse settimane, bisognerebbe promulgare una legge ad personam per vietargli l’ascolto, per esempio, della stupenda “Partenope” di G.F. Handel (1730), riportata in scena per la prima volta in epoca moderna dall’Accademia Bizantina di Ottavio Dantone a Ferrara il 15 gennaio scorso, e riproposta ieri sera da Radiotre. Quest’opera è una delle tantissime cadute nel dimenticatoio perché non contiene nessuna aria troppo famosa tipo “Ombra mai fu”, o “Lascia la spina”, etc., ma che nella sua qualità media (tale solo rispetto al metro di misura del compositore, ma eccelsa rispetto alla larga parte dei suoi colleghi dell’epoca) dà luogo un ascolto preziosissimo che, paradossalmente, qualsiasi legge di mercato avrebbe tralasciato a favore di un Nabucco o di una Aida (senza nulla togliere a questi, ma il troppo stroppia). La lettura filologica di Dantone riduce l’effetto globale a quello che doveva essere in origine, ossia grosso modo una cantata da camera molto estesa. L’organico di pochi strumenti utilizzato (probabilmente quasi a parti reali) conferisce la nitidezza e l’intimità che una lettura più pomposa avrebbe senza dubbio soffocato. La parte del castrato (Arsace) è stata affidata ad un soprano e l’unica pecca puramente veniale di questa rappresentazione era costituita da un tenore poco bravo nelle coloriture.

Categorie:Classica Tag:

i soliloqui della farfallina

6 Marzo 2009 Nessun commento

Boh. Sarà perché le aspettative vengono spesso deluse, ma questo “I monologhi della vagina” non colpisce tanto quanto ci si potrebbe aspettare. Eve Ensler lo scrisse nel 1996, ma avrebbe avuto più senso se fosse nato all’epoca del Rapporto Kinsey, di Wilhelm Reich, o poco dopo, negli anni Settanta del femminismo più acceso. Oggigiorno ha più che altro l’aspetto di un ‘esercizio sul tema’. La parte iniziale addirittura, per dimostrare quanto possa essere già vista, pare rubata dal celebre sketch di Benigni durante il quale elenca i vari modi di denominare gli organi sessuali (anche se potrebbe essere accaduto il contrario). La cosa più interessante, nella riproposizione di Rai Due di ieri sera, erano le interviste effettuate dalla Ensler a donne che si sono prestate a raccontare le loro esperienze personali. Particolarmente rilevante è stato il pragmatismo con il quale alcune di esse hanno raccontato di aver subito una violenza sessuale in passato e dimostrato, con il coraggio di parlarne, che anche traumi terribili come questi possano essere superati.

Scortic-Art

5 Marzo 2009 Nessun commento

Da quando, un anno fa, Philippe Daverio ha preso le redini di Art & Dossier, la rivista è migliorata parecchio. Non è certo a livello di competere con la blasonata FMR, ma ha perlomeno abbandonato quello stile da bollettino parrocchiale che aveva assunto ormai da tempo, ed è diventata il periodico di gran lunga migliore del suo ramo: prezzo popolare, contenuti né troppo infangati nel passato (come prima) né asserviti all’arte contemporanea e ad i suoi meccanismi commerciali. La ciliegina del numero appena uscito (monograficamente dedicato al binomio arte-scienza) è la scoperta di quello che è indubbiamente (e inconsapevolmente, forse) uno dei più grandi ‘artisti’ dal Settecento in qua, che a distanza di due o tre secoli proietta la sua provocazione facendo impallidire quelle contemporanee dei vari Hirsch, Cattelan, Nitsch, e compagnia bella. Nella collezione dell’anatomista Honoré Fragonard (cugino del celebre pittore rococò) conservata al Musée d’Alfort, si trova un assemblaggio dei cadaveri scorticati di un cavallo e di un uomo che sono una citazione del ‘Cavaliere dell’Apocalisse’ di Dürer. Se la professione di Fragonard era puramente scientifica, è innegabile l’intento artistico di questa sua ‘scultura’, sia per l’opera in sé, che per la parentela col pittore omonimo e per l’indole enciclopedistica tipica dell’Illuminismo. Un risultato di tale straordinaria efficacia è difficilmente immaginabile nei nostri tempi così politicamente corretti.

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Realizzato con il contributo del Ministero per i beni e le attività culturali

4 Marzo 2009 2 commenti

Nella querelle imbastita dal buon Baricco sulla proposta di deviare verso la Scuola i contributi statali attualmente destinati alla Cultura, querelle della quale vi è oggi su Repubblica una seconda puntata, non sarà sfuggito spero a chi ha giustamente polemizzato con lui il fatto che il suo primo e – ci si augura – ultimo film sia stato “realizzato con il contributo del Ministero per i beni e le attività culturali”. Dal momento che lo vidi in una saletta da pochi posti, per giunta semivuota, si evince che senza quei contributi, basandosi soltanto sulla legge del mercato, quel film non avrebbe potuto esistere. Pur non costituendo una pietra miliare nella storia del cinema, “Lezione 21″ non era una delle cose peggiori che si potessero vedere, ma sorge il dubbio che tutto il rimuginare dell’autore piemontese sia nato in seguito al cocente rimorso nel riconoscere di aver dilapidato inutilmente i soldi dei contribuenti.

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Echo

3 Marzo 2009 Nessun commento

Traduzione italiana dei primi cinque numeri della nuova serie di Terry Moore (quello di “Strangers in Paradise”). Negli USA sono arrivati soltanto al n. 10, quindi l’edizione italica è quasi in contemporanea. Moore sembra volersi avvicinare al mondo super-eroistico, raccontandolo con la sensibilità che abbiamo apprezzato nella sua serie precedente. “Echo” si può leggere, per ora, come una sorta di rivisitazione delle origini di Hulk, ma che amplifica all’ennesima potenza gli aspetti che Lee & Kirby avevano relegato in poche pagine. Consapevoli di questa sbrigatività, negli albi Marvel degli ultimi tempi si trovano spesso le rielaborazioni dei primi passi dei super-eroi, ma assumono quasi sempre un tono che sta tra l’epico e l’esegetico. Con Moore siamo invece di fronte ad uno scenario aperto, tratteggiato con la consueta cura per il lato umano dei personaggi. Non è un caso che i protagonisti di questo autore siano sempre femminili, quindi più complicati, e che si prestano ad occasioni narrative ed espressive di gran lunga più variegate. Opere da leggere per riconciliarsi, se ce ne fosse bisogno, con la cultura USA.

FreeBooks, 12,90 euro, pagine non numerate.

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giornaletti

1 Marzo 2009 Nessun commento

Devil & Hulk n. 146: la storia di Hulk (traduzione di Hulk vol. III n. 2, apr. ’08) continua la miniserie dedicata all’Hulk rosso (trattasi di pagine prevalentemente riempite da scazzottate). La storia di Devil (Daredevil II n. 108, ago. ’08) acquista un certo interesse, probabilmente anche perché, contrariamente a quella di Hulk, è veramente poco supereroistica, quindi bisogna sbattersi un po’ di più per metterci dentro dei contenuti. La terza avventura è dedicata ad Ercole (The Incredible Hercules n. 116, giu. ’08) ed è una cosa piuttosto incasinata.

Dylan Dog n. 270: una storia strampalata, vagamente sclaviana per il tentativo (non portato fino in fondo) di mettere al centro le bassezze di cui è capace l’animo umano per motivi di tornaconto personale. Disegnata malissimo.

Martin Mystère n. 301: uno dei pregi della serie ideata da Castelli è, da sempre, quello di portare in una storia a fumetti dei contenuti culturali provenienti dai campi più disparati. Non sempre però questi crocevia culturali producono buoni risultati. Mignacco infatti cerca di innestare la teoria dei non-luoghi di Marc Augé su una rievocazione degli dèi dell’antico Egitto, ma il risultato è posticcio.

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