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Archivio Aprile 2009

senilità

30 Aprile 2009 2 commenti

L’ultimo – speriamo! – album di I.V.A. Zanicchi, nonostante si avvalga di alcune buone firme (Tiziano Ferro, Mariella Nava, Cristiano Malgioglio, una canzone di Battisti inedita, e altri), rasenta e a volte oltrepassa i bassifondi della musica pop. Seppure non vi sia una canzone decente dall’inizio alla fine (è presente anche il famigerato brano di Sanremo di quest’anno), non manca qualche passaggio interessante sparso qua e là. I testi banalissimi, al pari delle musiche, parlano quasi esclusivamente di rapporti consolidati, con audaci recriminazioni (‘tu non sai prendere la vita per le palle’) o sagaci gioci di parole (‘sei il mio amore amaro’). Alcune soluzioni di arrangiamento spaventano per il livello di kitsch che riescono a raggiungere ma, se si trascurano queste forzose originalità, rimane comunque un disco con diversi lenti ideali per far ballare un pubblico anzianotto.

Categorie:Pop Tag:

tesori nascosti

29 Aprile 2009 Nessun commento

Da quando ascoltai per la prima volta un paio di brani di Nicola Matteis (diversi anni fa ormai, verso le sei di mattina nel programma di classica del risveglio di Radiotre – guarda te dove bisogna andare a scovare certi tesori) è sempre stato un problema reperire qualche registrazione dedicata alla affascinante musica di questo autore misconosciuto. Tuttalpiù si trovavano dei cd antologici dove i pezzi per violino del Matteis erano mescolati con quelli di altri autori e – orrore! – alle volte suonati con chitarre e pifferi vari. La bravissima Hélène Schmitt, dopo le sue incisioni delle sonate di Bach nonché di autori semi-dimenticati quali Schmelzer e altri, finalmente pone rimedio a questa notevole lacuna discografica, ripescando 6 suite per violino e accompagnamento che paiono essere solo la prima tranche di una serie piuttosto corposa e succulenta di pezzi di questo genere. Matteis nacque in Italia nel ‘?’ e si trasferì in Inghilterra (morì dopo il 1714). Le fonti letterarie ce lo raccontano bene o male alla stessa maniera con la quale descrivono ognuno degli eccellenti violinisti e compositori italiani dell’epoca (da Vivaldi a Paganini, sembrano tutti parlare della stessa persona). La sua musica però parla da sé. Pur essendo presumibilmente coetaneo di Corelli, si esprime con un linguaggio molto diverso, concedendo poco ai francesismi abbracciati dal bolognese. La formazione napoletana di Matteis, cristallizzatasi ad un certo stadio a causa dell’emigrazione albionica, oscilla tra una sentita cantabilità, una tensione severa ma lieta e ad una fantasia inventiva che fa largo uso della tecnica della variazione, che troviamo nello stesso periodo – più che in Italia – nella mitteleuropa di Pachelbel, Muffat o Biber (sa il diavolo perché).

Categorie:Classica Tag:

Casa di Bambola 2.0

28 Aprile 2009 Nessun commento

“Danza di morte” (1900) di August Strindberg sarebbe impensabile senza il precedente di “Casa di bambola” di Ibsen di qualche decennio prima. I personaggi principali, per prima cosa, sono gli stessi (i due coniugi e l’amico/vittima sacrificale della dinamica coniugale). Il tema della rivalsa della moglie, Nora, germogliata nella splendida pièce di Ibsen, si evolve in questo dramma di Strindberg (senza dubbio meno ispirato, artisticamente) in un còmpito ossessivo di rivendicazione della propria individualità, quasi come se, nel matrimonio, la perdita dell’antica attribuzione dei ruoli non abbia saputo ritrovarsi attorno ad un nuovo assetto stabile. Il sottile filo psicologico che si dipana in “Casa di bambola” subisce un decadente sprofondamento nichilistico. L’esempio principe di questa perdita di valori morali è, ancora una volta, emblematicamente rappresentato per mezzo della seduzione femminile, che nel primo caso – quello di Nora - riveste i panni di un sottile ammiccamento, mentre viene trasformato in una vera e propria aggressione fisica nell’opera di Strindberg. La coppia coniugale di fine Ottocento era profondamente inserita in un contesto di relazioni sociali (borghesi) che ne reggevano l’equilibrio che, una volta perduto, ne annulla il senso e la riduce ad una cellula isolata dal mondo, connessa all’esterno solo per mezzo di un apparecchio telegrafico. L’autore sembra volerci dire che un rapporto di coppia immaturo non possa stare in piedi senza un appoggio esterno (fatto del quale i due protagonisti sono inconsciamente consapevoli = fagocitazione del terzo personaggio).

p.s.: Ingmar Bergman si incaricherà di approfondire queste tematiche in numerosi suoi film.

Categorie:Teatro Tag:

Jiro Miyazaki

27 Aprile 2009 Nessun commento

Alla sua imperterrita produzione fumettistica, Jiro Taniguchi aggiunge questa fiaba, appena uscita presso Rizzoli/Lizard (tradotta dalla versione francese, Casterman, compresa una interessante intervista). L’autore nipponico continua a raccontare il mondo adolescenziale, e ripresenta anche gli elementi paranormali dei suoi ultimi lavori, ma rivestiti di magia (compresi esseri soprannaturali in forma di salamandre e demoni acquatici, che richiamano direttamente lo shintoismo), tanto da far rassomigliare “La montagna magica” ad un film d’animazione di Miyazaki in miniatura. Non siamo nei pressi di una grande opera, come nel caso di “In una lontana città”, ma è una lettura piacevole.

p.s.: non si sa perché, la ‘madre’ che figura negli ultimi libri di Taniguchi ha SEMPRE lo stesso aspetto, pur non essendo mai la stessa persona (un omaggio a qualcuno?).

Categorie:fumetti Tag:

i toni neri di Toni Negri

24 Aprile 2009 5 commenti

Leggere sempre gli stessi quotidiani alle volte fa venire l’idrofobia. Così stamattina, al ricordo della Repubblica di ieri con l’ennesima anticipazione dell’ennesimo libro di Zagrebelsky dedicato all’ennesima considerazione sulla Costituzione o a sa-la-madonna-che-cosa, stamattina – dicevo – ho preso il Manifesto, e Libero, per controbilanciare. Anche se costano uguali, un Manifesto vale circa una ventina di Liberi, e infatti sono bastate le fondamentali recensioni di un paio di libri nelle pagine di cultura, uno di Marco Lolli sulla depressione e uno di un certo John Rawls sul liberalismo, a risollevare il morale dopo tanta fuffa letta in settimana sui quotidiani più ‘rinomati’. L’unica pecca è stata l’antico vizio di Toni Negri (il recensore del librone di Rawls) di usare un linguaggio pesantemente allusivo, degno degli anni di piombo, che ha rovinato l’altrimenti più che condivisibile sua critica al liberismo spinto propugnato da Rawls. Perché lo fai, Toni, perché?

Categorie:Politica Tag:

valduga

23 Aprile 2009 16 commenti

Libretto del 1998 che riunisce le precedenti raccolte valdughiane ”Donna di dolori” (1991) e “Corsia degli incurabili” (1996), e alle quali aggiunge un botta-e-risposta tra la poetessa ed un fantomatico collega (“Carteggio”). La prima parte è un bellissimo monologo – tutto in endecasillabi in rima – di una donna da poco morta e seppellita, allo stato ‘colliquativo’, che ricorda i miserandi fatti della propria vita recente, macilenti come la propria carne di ora. “Corsia degli incurabili” è uno sguardo in terzine – appena meno terribile del primo monologo - dall’interno di un ospedale, che spazia attraverso varie tematiche: la poesia, la malattia, la critica sociale. Tutte le poesie passano di continuo tra vari registri espressivi: riferimenti cólti, tono discorsivo, irriverenza, disperazione, etc. Dopo morta, per stare in tema, la valorizzeranno senz’altro come le è dovuto, la Valduga.

Oh non così! Io qui uno sgocciolio?
una lumaca che si squaglia… io?
col cuore che si scioglie, che mi sciacqua
le viscere, le cosce… tutta in acqua…
E se continua, e come dubitarne?,
a poco a poco anche questa carne
si scava la sua via, se ne va via.
Oh, non ancora, no no, non la mia,
non ancora, ho tempo, dicevo, ho tempo.
Ma quale tempo, osso affamato, il tempo
del cane! Ecco, tutto mi è trascorso,
in anni e anni e anni a dar di morso,
in rodermi il cervello a scorza a scorza.

Categorie:Letteratura Tag:

Tempo/Verità – Bellezza: 2 a 0… seee, magari

22 Aprile 2009 Nessun commento

“Il Trionfo del Tempo e del Disinganno” è il primo oratorio composto da Handel una volta arrivato a Roma (1707) e, assieme a tutta la sua produzione italiana, è tra le cose migliori che abbia mai scritto. Il libretto del cardinal Benedetto Pamphili mette in ‘scena’ la disputa orale tra le figure allegoriche della Bellezza, del Tempo e della Verità (il Disinganno), che vede inesorabilmente capitolare la prima nei confronti dei secondi (una magra, o grassa se consideriamo la strepitosa qualità della musica, consolazione per le truppe dei prelati romani e i loro adepti). Essendo uno dei suoi primi importanti banchi di prova italiani, il Sassone dà il meglio di sé ed offre un vastissimo campionario di modelli musicali e di strumenti impiegati con una maestria che ha dell’incredibile per la giovane età dell’autore. Lo stile generale sembra più debitore alla vivacità della musica veneziana – che aveva probabilmente conosciuto quando era ancora in patria – che a quella romana, più composta. Esempi di questo secondo caso si trovano già nella sinfonia d’apertura in forma di concerto grosso che, pare, fu posta in sostituzione della iniziale ouverture in stile francese, poco gradita ad un Corelli ormai sessantenne, che suonava in quest’opera come primo violino. Nella seconda parte, altre arie accompagnate da uno o due violini sembrano proprio destinate all’anziano maestro. Per i brani più vivaci, in generale vige la regola del contrasto. La musica inoltre non è mai solo accompagnamento ma al contrario assume pieno significato già da sola e costituisce pezzi di bravura a sé, ora fiammeggianti ora suadenti, che sommati al virtuosismo delle voci (due soprani, castrato e tenore) formano tanti piccoli capolavori che non a caso Handel riciclò ampiamente in altre sue opere successive, già a cominciare dalla sinfonia introduttiva, trapiantata nel suo secondo oratorio (“La Resurrezione”, 1708).

L’intero “Trionfo”, del resto, fu rimaneggiato e riproposto due volte per adeguarlo al pubblico anglosassone, nella nuova patria del compositore. Il primo adattamento è del 1737 (ribattezzato “Il Trionfo del Tempo e della Verità”): si aggiunge il coro, nuovi brani per questo organico vengono presi in prestito perlopiù da altre opere del compositore e i recitativi vengono ridotti drasticamente (essendo in una lingua straniera, interessavano poco). Nella terza versione del 1757 (“The Triumph of Time and Truth”), il libretto viene tradotto in inglese ed adattato da Thomas Morell, sostituendo la sinfonia ‘italiana’ iniziale con la famosa originale ouverture alla francese – magari non proprio quella ma in stile. Questa debita/indebita sottrazione di un importante elemento di ascendenza corelliana viene però implicitamente ripagata da una nuova aria, di tono arcadico, verso l’inizio del secondo atto, che ricorda innegabilmente la Pastorale dell’ottavo concerto grosso di Corelli, che Handel doveva conoscere senza dubbio molto bene. Un’altra estromissione è quella operata nei confronti dell’aria “Lascia la spina”, ormai inflazionata dal riciclaggio in molte altre fortunate versioni nel corso della carriera. L’opera si conclude con l’aggiunta di un Alleluia corale, molto più sobrio di quello del “Messiah”.

Dal punto di vista letterario non siamo di fronte ad un capolavoro: i versi di Pamphili, e il senso tutto dell’opera, soffrono di eccessiva retorica moralistica, ma non mancano di un certo fascino anche a causa della poetica involuzione che ne rende spesso oscuro il significato. A questo proposito non si può non accennare al concetto di ‘vaghezza’, più volte riproposto, tanto caro all’estetica barocca, che aveva una multipla accezione che stava a metà tra ‘bellezza’ e ‘indeterminatezza’: una valenza che nel nostro lessico si è perduta, e che ci dice quanto la bellezza fosse ritenuta tale soltanto nella sua incompleta rivelazione.

Se la bellezza / perde vaghezza / se cade o more / non torna più.
E un sol momento / ride contento / il vago fiore / di gioventù.


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Gei Ar junior

21 Aprile 2009 Nessun commento

Il ritorno di John Romita jr ai disegni di Spider-Man coincide con la fine del mio ennesimo tentativo di rimettersi a leggere i supereroi: spreco di talento dei disegnatori e di tempo dei lettori dedicato a leggere queste ciofeche.

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il loculo dei frutti di bosco

20 Aprile 2009 Nessun commento

Mentre nell’Italia degli anni Cinquanta si costruiva la commedia italiana, più al nord il cinema era ossessionato da temi decisamente meno leggeri. Come Dreyer in “Ordet” (1955) anche Ingmar Bergman inanella una sequela di film fortemente incentrati sulla Morte. Il marcatissimo linguaggio simbolico cui il regista svedese era ricorso nel “Settimo sigillo”, cede il passo ad una articolazione molto più sottile nel “Posto delle fragole” (1957). L’ottantenne dottor Isak Borg riceve l’invito a ritirare il premio giubilare per i suoi 50 anni di carriera, ma un incubo kafkiano gli guasta le feste e gli consegna il vero significato di quell’evento: esso rappresenta in realtà la partecipazione al proprio funerale. Decide, allora, di scartare l’aereo per intraprendere il viaggio in auto, per ripercorrere (altro simbolismo) i luoghi fisici e mentali della propria infanzia (il posto delle fragole). Se il tragitto automobilistico lo mette a contatto con gli accidenti della realtà (dei quali è alla disperata ricerca), quello mentale diventa un’auto-psicanalisi, onirica, anche quando apparentemente si limita a ripercorre il nastro dei ricordi. Bergman dissemina particolari che fanno intendere che la memoria di Borg è filtrata dalla personalità che egli ha acquisito nel corso degli anni ed è, comunque, falsata dal tempo trascorso (gli elementi che segnalano questa distorsione sono le gemelle che parlano all’unisono, per esempio, oppure i momenti impossibili da ricordare perché non vissuti personalmente dal protagonista, etc.). Borg parteciperà poi alla lugubre cerimonia giubilare, celebrata in latino (una lingua morta, appunto, a suffragare il presentimento avuto all’inizio del film). In maniera speculare, la storia si conclude con un sogno, dal risvolto pacifico questa volta, nel quale il dottor Borg ritrova i suoi genitori in una immagine di serena tranquillità, che lo chiamano da lontano, come a segnalargli che il suo percorso interiore ha avuto successo e può ora riconciliarsi con la vita e con se stesso, ed essere davvero pronto per la propria fine.
Scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Victor Sjöström, Bibi Andersson, Ingrid Thulin

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shostabrahms

17 Aprile 2009 Nessun commento

Bisogna comunicare a quegli smandrappati di Raitre che Brahms non è stato il solo a comporre un concerto per violino. L’Op. 77 di Brahms (1878) l’hanno data infatti tre volte da circa un anno e mezzo in qua (sempre a notte fonda). A onor del vero, qualche mese fa trasmisero anche il primo concerto di Paganini, ma potevano tranquillamente barattare due Brahms con un Tchaikovsky e un Bach, per esempio. Repetita, comunque, juvant. A parte il fatto che si tratta di bella musica - esclusi alcuni momenti un po’ svaccati in cui ci si perde per strada - si nota infatti chiaramente che, dopo una breve introduzione orchestrale, il ‘gesto’ beethoveniano che parte dalla battuta 17, un salto Forte di ottava e poi di settima diminuita, è stato certamente ispiratore verso Shostakovich di un passaggio di una sua sinfonia (la Quinta, mi pare), che lo utilizza in ordine inverso, ed è lo stesso campionato da Morrissey nell’intro di “The teachers are afraid of the pupils”.

Orchestra di S. Cecilia, Pappano direttore, Christian Tetzlaff violinista.

Categorie:Classica Tag:

Tuis

16 Aprile 2009 Nessun commento

Sergio Tuis è uno dei tanti poveracci ai quali andai a rompere le scatole (almeno tre volte, fu gentilissimo) dopo la maturità per chiedere dritte per poter diventare fumettaro. (Altri sfortunati furono lo Studio If di Gianni Bono nel quale lavorava già il sig. Faraci se non ricordo male, lo studio di Ambrosini Casertano e Cimpellin, Montanari di Dylan Dog, Luca Boschi via telefono, Max Bunker idem, e mi sa che ne dimentico qualcuno.) Dopo tanti anni Tuis torna ad illustrare un Martin Mystère e si ritrova alle prese con lo stesso problema che mi confidò all’epoca, tipo vent’anni fa: una storiella scontatissima (scritta da Ruju) che proprio non deve avergli suscitato nessuna voglia di impegnarsi nel disegnarla. La mano del fumettaro si è un po’ persa nella frequentazione maggiore del settore – quanto mai anonimo, ma più redditizio - dell’illustrazione copertine di dvd, ed il risultato è infatti appena passabile, in linea con la storia, comunque.

La pagina di Tuis.

Categorie:fumetti Tag:

alda boesia

15 Aprile 2009 Nessun commento

Il tizio che ha scritto la prefazione di questa raccolta di poesie di Alda Merini punta quasi tutta la sua argomentazione sulla nota permanenza della scrittrice in un ospedale psichiatrico. Troppo facile (inevitabilmente, da questo punto di vista, evocando il mito di Orfeo e il “De profundis”). In realtà, io invertirei l’ordine dei fattori: le cose più belle e toccanti che si trovano in questo volumetto einaudiano (che raccoglie poesie che vanno dal 1996 al 1999), sono infatti delle liriche semplicissime eppure spiazzanti che rivelano una sensibilissima personalità ferita che, questa sì, può aver contribuito - in un’èra medievale della Psicologia – a portarcela in manicomio, quella persona.

Perché lasciate vostra madre sola
ferma in un canto come una moneta da spendere
senza darle il buongiorno e metterle
un lume sulla parete
che guidi i suoi passi stanchi…
Perché non andate a vegliare
la sua solitudine di vecchia
che pensa che il letto è vuoto
da molti anni e le coperte scendono
su un pavimento ormai senza livore…
Perché non sfiorate i suoi pensieri di carne
da cui siete nati?
Perché in manicomio ho messo fonde radici
al fine di pensarvi.

Lasciami andare contro la parete
tu che hai un fucile carico d’inganni
e che vuoi farmi morta con la vita.
Non morirò ché la tua donna è eterna
solo perché ti ha guardato negli occhi
dentro il gran giorno della primavera.

Felice te che spargi sementi ovunque
e sei dedito al tuo sogno di corallo
come il pescatore che grida
nelle risacche e lancia reti e addii
e parte per infinite terre.
Felice te che credi che il mondo sia immenso
mentre è solo un salvacondotto impuro
per la morte del giorno.

Mi guardi con occhi penetranti
e dici che nessuno ti ha mai resistito
e non capisci perché io ti resisto.
Ma vedi, piuttosto che cederti,
io mi addormento.

Potevi essere la canzone del mio umile sguardo
e sei diventato l’inferno delle mie ore.
Potevi tradire finalmente il destino
e sei diventato aquila di furbizia.

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Boyàt

14 Aprile 2009 2 commenti

Un volgarissimo film di bassissima lega ottenuto mixando spunti tratti da ”Totò Peppino e la malafemmina” e i Monthy Pyton, copiati male. Non è certo il fatto che sia politicamente scorretto a nuocergli, anzi, questo poteva costituire un punto a suo favore, ma purtroppo è calato in una cornice volgarmente idiota. Forse guadagna qualcosa se visto in lingua originale, perché il doppiaggio italiano fa pena.

2006, regia Larry Charles, sceneggiatura di Cohen, Baynham, Hines, Mazer, Phillips, con Sacha Baron Cohen, Pamela Anderson.

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Eugenio Ysaye

10 Aprile 2009 2 commenti

Se si vuole ascoltare qualcosa di davvero interessante, ogni tanto bisogna smetterla di fare i micragnosi e spendere venti euri per comprare un cd a prezzo pieno, come quello delle sonate per violino di Eugène Ysaye. Il violinista belga (1858-1931) se ne infischia altamente della pirotecnica raccolta di Paganini, a lui più vicina nel tempo, e torna a confrontarsi col magistero bachiano. Del resto, pare che l’idea gli sia sorta proprio ascoltando Szigeti suonare i pezzi del kantor di Lipsia. In queste sei sonate (composte nel 1923 e dedicate ognuna ad un amico violinista*) c’è un continuo richiamo stilistico alle fughe, contrappunti, sarabande, doppie voci, doppie corde, etc. della raccolta di Bach. Nella sonata n. 2 c’è addirittura una spiritosa citazione letterale di un preludio, cominciato più volte e interrotto, una simpatica presa per i fondelli dell’ascoltatore. Gli ultimi brani della serie cedono il passo ad uno stile più moderno ma, come suggerito da tutto quanto ascoltato finora, non siamo di fronte ad un mero virtuosismo, ma ad uno sfoggio di tecnica associato ad un discorso espressivo estremamente rigoroso ed austero. Eccellente incisione di una certa Fanny Clamagirand.

* Szigeti, Thibaud, Enesco, Kreisler, Crickboom, Quiroga

Categorie:Classica Tag:

Hsiao Chin

9 Aprile 2009 Nessun commento

Per fortuna l’antologica di Hsiao Chin alla Triennale Bovisa è ad ingresso gratuito (oltre ad essere ad ingresso labirintico, per la fatica che si fa ad arrivarvi). Non che non vi si trovi nulla di interessante, ma secondo quanto esposto, il suo intero percorso figurativo si riduce a pochi passi fondamentali. Fin dall’inizio la sua pittura prende il via dal calligrafismo orientale (giapponese, forse) e i suoi quadri, tutti di grandi dimensioni, sono composti principalmente da segni con valenza ideogrammatica, utilizzando il colore per variarne la semantica. Il segno successivamente si disfa del carattere grafico per assumere quello semplicemente pittorico, all’interno di una ricerca simbolica esperita attraverso le masse colorate (è il periodo migliore, ed è infatti quello raffigurato sul catalogo). L’ultima parte della sua carriera (che da un cinquantennio si svolge in Italia), vede questo segno compositivo trasformarsi in un geometrismo rappresentativo di uno spazio (spesso inteso proprio figurativamente come universo) che lo ha portato a risultati un po’ sterili.

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il conformista

8 Aprile 2009 Nessun commento

Il conformismo gode di una pessima fama (si veda la nota canzone di Gaber o, peggio ancora, il libro di Moravia/film di Bertolucci). L’agile libello della signora Angelica (uscito nel 1998) amplia il quadro all’interno del quale si attua questo tipo di comportamento. Oltre ad essere utilizzato come strumento (consapevolmente o no) di approvazione sociale, il conformismo è parte di quella caratteristica connaturata alla specie umana (e di quella animale in genere) che fa sì che, adottando mimeticamente il comportamento o il punto di vista della maggioranza, sia consentita una semplificazione percettiva della complessità del reale, una comoda via per limitare gli sforzi di sopravvivenza altrimenti necessari alla ricerca di soluzioni personalizzate, da applicare in qualsiasi ambito. L’atteggiamento conformista diventa limitante quando si sclerotizza in una visuale completamente a-critica, e può essere fonte di gravi danni di ritorno al ‘gruppo’ che, invece, ha la pretesa di utilizzarlo a suo favore. Sarebbe particolarmente interessante approfondire il tema (introdotto fin da Tocqueville) di quanto la Democrazia sia fonte di conformismo, e di quanto questo sia responsabile del successo o meno di questa forma di governo. La Religione si situa per utilizzo del conformismo a metà tra la democrazia (dove l’adeguamento alla maggioranza è perlopiù indotto in maniera consensuale) e la dittatura (dove si tramuta in obbedienza). Al pari della versione troppo rigida del conformismo, anche l’anticonformismo integrale è pericoloso perché tende a rigettare le idee/norme della maggioranza in toto, non valutando quali possano essere giuste o meno, a ragion veduta, e diventando così una passiva fotocopia in negativo della ‘normalità’.

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2 giornaletti

7 Aprile 2009 1 commento
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beecroft

6 Aprile 2009 Nessun commento

Tutte le performance di Vanessa Beecroft hanno la caratteristica comune di ricondurre l’esperienza artistica ad un livello estremo di essenzialità. Non è certo un caso che la colonna sonora ambientale della video-mostra appena conclusasi al PAC fossero – con mio sommo piacere – i brani che preferisco in assoluto di Arvo Pärt. Come per la musica del compositore estone, la riduzione al minimo concettuale dell’idea da esprimere (sia essa visuale o musicale) non costringe ad una fruizione eminentemente edonistica dell’opera, ma al contrario consente immediatamente di liberarsi dal forte impatto visivo iniziale per ricercare nessi, motivazioni, allusioni, di queste ‘costruzioni’ di semplicissima ricezione e trascendenti allo stesso tempo. Il paragone più naturale è quello con i lavori di Marina Abramovich, la quale preferisce invece utilizzare mezzi più variegati per esprimere concetti più complessi, ma anche più limitanti in quanto a libertà di interpretazione da parte del pubblico. La Beecroft utilizza i corpi come materiale compositivo, evitando l’effetto seriale-omologante che qualsiasi presentazione multipla di oggetti potrebbe creare, ma ottenendo invece una risultante che per accumulazione rende macroscopico l’effetto generale senza abbandonare la specificità di ogni singolo soggetto.

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musica d’essai

3 Aprile 2009 Nessun commento

Alé, anche l’ultimo cd dei Sigur Ros (2008, che tradotto si intitolerebbe ”Con le orecchie ronzanti suoniamo all’infinito”) è sceso a nove-e-novanta. È il loro disco complessivamente più bello, finora. I testi, tra quelli in lingua e le cantilene, sono incomprensibili, ma la musica è, spesso, fantastica. Come accade nel caso del loro collega scandinavo (Jean Sibelius) i brani più densi di suono, quelli con sali-scendi del wall-of-sound elettronico di sottofondo, sembrano suggerire aperture paesaggistiche sconfinate.

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Walking on the Wild Side

2 Aprile 2009 Nessun commento

Un libro abbastanza bislacco, scritto da Henry David Thoreau (1817-1862) nel 1861 e pubblicato furbescamente in questa collana Mondadori che fa tanto new age, ma che con quest’ultima non c’entra proprio nulla. Thoreau era un intellettuale atipico, per la sua epoca: precursore del pacifismo, obiettore di coscienza, naturalista, etc. Il suo piccolo saggio “Walking” parte effettivamente come un elogio del camminare, su strade di campagna. Subito dopo però si perde in un ingenuo pippone colonialista, che con un simpatico volo pindarico fa corrispondere il suo andare verso Ovest all’avanzata gloriosa della conquista del West americano, senza nemmeno una parola di rimpianto per i nativi, sfrattati dai loro territori, a dimostrare quanto anche uno spirito illuminato possa essere in fin dei conti impastoiato nel ‘pensiero unico’ del proprio tempo*. Per fortuna Thoreau abbandona, poi, queste insane riflessioni apologetiche per deviare il discorso verso un elogio della vita selvaggia, in parallelo probabilmente con le riflessioni pedagogiche di un Rousseau, o similia. Bravo Thoreau, ma potevi far di meglio.

«Life consists with wildness. The most alive is the wildest. Not yet subdued to man, its presence refreshes him. One who pressed forward incessantly and never rested from his labors, who grew fast and made infinite demands on life, would always find himself in a new country or wilderness, and surrounded by the raw material of life.»

* Caro Veltroni, è questa la POTENZA del pensiero unico, non quella che attribuivi al principale schieramento avverso al nostro (per definizione incapace di averlo, un pensiero, addirittura). Studiare, studiare.

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Nello stormo

1 Aprile 2009 1 commento

In alto, ancora,
ancora un poco,
ecco,
quassù non giunge
la furente sparatoria
ma attento, attento,
ahimè questo bruciore
tra le piume, quella stilla
di sangue che mi cola,
ecco cede la lena,
la forza mi vien meno,
sì, sono io
quel grumo
che crolla a piombo sul selciato…
Oh Dio del mondo
quando sarò rinato?

(Mario Luzi)

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