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Archivio Maggio 2009

Monet, ultimi spiccioli

29 Maggio 2009 Nessun commento

“Monet, il tempo delle ninfee”, Milano – Palazzo Reale. Dopo aver suonato il La della Rivoluzione dell’arte moderna con il suo fantastico “Impression, soleil levant” (1872), Monet passa meritatamente i suoi ultimi venti o trent’anni ritirato presso la sua casa di campagna di Giverny a dipingere i fiori, perlopiù ninfee, del suo laghetto personale. Quasi un’ossessione maniacale, coadiuvata dall’ispirazione nipponica delle stampe di Hokusai, Hiroshige, etc. (presenti in mostra), che trova l’artista spesso insoddisfatto, tanto che distrugge sovente i molti quadri che considera poco validi. Peccato che, forse a causa della illuminazione artificiale (un controsenso rispetto alla pittura en plein air degli impressionisti), o per il fatto che il Musée Marmottan di Parigi non si sia potuto privare dei pezzi migliori, la sensazione è che in questa mostra siano presenti molte tele delle quali Monet avrebbe senza dubbio voluto disfarsi.

p.s.: la cosa più divertente delle mostre sugli impressionisti è notare quanto i ciceroni delle visite guidate debbano arrampicarsi sugli specchi per riempire di contenuto la loro oretta di chiacchierata per spiegare cose che sarebbe sufficiente dire in due frasi (Forma e Sostanza: nell’Impressionismo la seconda è bandita, infatti).

Teste di Radio

28 Maggio 2009 2 commenti

“In Rainbows” (2008) dei Radiohead lo piazzo un paio di gradini sotto il loro miglior album (“Hail to the Thief”, 2003), sia per quanto concerne le musiche che per i testi. Probabilmente il discreto calo qualitativo è stato causato dall’impegno contemporaneo - più o meno - di Thom Yorke al suo “The Eraser”, molto più bello, ispirato, e curato nelle musiche e negli arrangiamenti, in effetti. Il testo migliore, comunque rimane “Fitter Happier”, da “OK Computer”.

Fitter, happier, more productive,
comfortable,
not drinking too much,
regular exercise at the gym
(3 days a week),
getting on better with your associate employee contemporaries,
at ease,
eating well
(no more microwave dinners and saturated fats),
a patient better driver,
a safer car
(baby smiling in back seat),
sleeping well
(no bad dreams),
no paranoia,
careful to all animals
(never washing spiders down the plughole),
keep in contact with old friends
(enjoy a drink now and then),
will frequently check credit at (moral) bank (hole in the wall),
favors for favors,
fond but not in love,
charity standing orders,
on Sundays ring road supermarket
(no killing moths or putting boiling water on the ants),
car wash
(also on Sundays),
no longer afraid of the dark or midday shadows
nothing so ridiculously teenage and desperate,
nothing so childish – at a better pace,
slower and more calculated,
no chance of escape,
now self-employed,
concerned (but powerless),
an empowered and informed member of society
(pragmatism not idealism),
will not cry in public,
less chance of illness,
tires that grip in the wet
(shot of baby strapped in back seat),
a good memory,
still cries at a good film,
still kisses with saliva,
no longer empty and frantic like a cat tied to a stick,
that’s driven into frozen winter shit
(the ability to laugh at weakness),
calm,
fitter,
healthier and more productive
a pig in a cage on antibiotics.

Categorie:Rock Tag:

Lessico Flaming

27 Maggio 2009 Nessun commento

Prologo. Libreria Feltrinelli, Milano. Collana Einaudi Tascabili in offerta (non tutti, come vedremo). Personaggi: Qohelet e una commessa. Qohelet, porgendo i libri - «Prendo questi». Commessa, scorrendo i titoli di sfuggita - «Ah, sì, ma “Lessico Flaming” (sic!) non è scontato».

Ai Classici mi avvicino sempre con circospezione, cercando di scoprirne il Perché. “Lessico famigliare” ha senza dubbio goduto di grande successo, nell’ambito della cultura di sinistra del secondo dopoguerra, soprattutto per la descrizione in prima persona da parte dell’autrice di un certo giro di personaggi, politici e letterati famosissimi, facenti parte appunto dell’ambiente di cui sopra: Turati, Pavese, Adriano Olivetti, Pajetta, Vittorio Foa, etc. La più interessante è però soltanto la prima terza parte del libro, ovvero quella che rievoca proustianamente i ricordi più lontani, infantili, le cui frasi che li compongono vanno a formare perlappunto quel ‘lessico familiare’ così particolare. Chiunque legga è indotto a scandagliare la propria memoria per trovare qualcosa di analogo, ovvero frasi, modi di dire, appartenenti esclusivamente a ciascuna famiglia e magici per la capacità di rievocare un intero mondo di sensazioni per mezzo di poche parole. Il lato geniale di questa prima parte è dato dal contrasto tra il tono lieve con il quale l’autrice ci descrive i proprii familiari e l’accenno ai tragici avvenimenti storici che fanno da sfondo (la famiglia è di origine ebrea e ci troviamo nella Torino degli anni ’20-30 del Novecento, durante il sorgere e lo svilupparsi del Fascismo). Quando la Ginzburg passa, col trascorrere del racconto, a parlare della Resistenza, delle vicende della casa editrice Einaudi, etc., l’atmosfera magica svanisce, sia a causa della più precisa caratterizzazione dei personaggi, già di per sé conosciuti al pubblico, che costringe la fantasia del lettore all’interno di confini già noti, sia perché l’Io narrante è diventato adulto e non risulta più credibile l’espediente di ricostruire le personalità dei personaggi per mezzo di puri brandelli fraseologici. Il libro assume allora il valore di semplice testimonianza diretta, pur di fatti importanti, ma esce inevitabilmente dalla categoria del Capolavoro nella quale pareva essersi instradato all’inizio. Voto: 6–

Arcangelo Corelli – Opus I

25 Maggio 2009 Nessun commento

La figura che rappresenta la pagina scritta del primo movimento della IV sonata a tre dall’Opera Prima (1681) di Arcangelo Corelli è emblematica di tutta la raccolta d’esordio del compositore. In essa Corelli, molto più che inventare di sana pianta, applica diligentemente e con grande grazia* le regole apprese negli studii di composizione, armonia e contrappunto. A parte gli Adagio, che in quest’opera sono di secondaria importanza – melodie poco elaborate e spesso poco originali, quasi un raccordo tra i movimenti veloci - è negli Allegri che basta un breve tema, alle volte una semplice scala ascendente o discendente, per diventare oggetto di combinazione, moltiplicazione, imitazione, sovrapposizione a gradi differenti sul pentagramma, in una ossessiva ed estenuante ricerca di nuances, di variazioni nella tessitura delle voci dei due violini e del basso. Trattandosi di sonate da chiesa, sono assenti i ritmi di danza, quindi tutto si gioca su fughe – di breve o brevissima durata – che ricordano da vicinissimo il primo movimento della Quinta Sinfonia di Beethoven, totalmente pervaso alla stessa maniera, ma in un’ottica molto più grandiosa, dalle stesse quattro note rigirate e incastrate sotto infinite forme. Per rendersi conto dell’economia dei mezzi utilizzati dal Corelli in questo suo primo lavoro, basta ascoltare i primi due o tre tempi dell’Opera V (1700) e si troverà solo in quelli una quantità di idee, superiori per numero alla totalità delle dodici sonate dell’Op. I (il musicista a quel tempo era ormai affermato, e non doveva più limitarsi a dimostrare di conoscere le regole della buona pratica).

Nell’introduzione della sonata VII, inoltre, si trova una traccia semi-occulta della tacita regola di Corelli di presentare un brano dal sapore popolare (come accade nelle opere II – ciaccona, V – follia e VI – pastorale; la III e la IV devo ancora verificarle adeguatamente).

Dalla seconda alla quarta battuta il primo violino suona come una cornamusa un brano quasi natalizio o dal carattere nordico, sicuramente sottratto a qualche suonatore di strada dell’epoca.

* Corelli è il compositore che più di ogni altro merita di abusare di questo termine.

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storie parallele

21 Maggio 2009 Nessun commento

Per comprendere chiaramente lo sfasamento esistito tra la Musica e la Pittura, almeno fino ad una certa fase della Storia, non c’è di meglio da fare che considerare le figure di Rubens (1577-1640) e di Handel (1685-1759). Entrambi rappresentano il punto di eccellenza raggiunto dallo stile Barocco, ma la distanza che li separa è di un secolo quasi esatto. Negli anni di Rubens troviamo l’esempio musicale di Monteverdi, che era l’avanguardia del tempo, ma considerare quest’ultimo pienamente barocco costituisce una grossa forzatura: in molta della musica da lui scritta c’è un forte legame con lo stile ‘rinascimentale’, e solo verso la fine del suo excursus si possono riconoscere elementi barocchi, che egli stesso contribuì a formulare, del resto. In Handel ed in Rubens troviamo invece lo stesso tipo di personalità e lo stesso approccio alla loro rispettiva arte e cioè il servirsi di quanto di meglio la tradizione (italiana, soprattutto, in entrambi i casi), e i capiscuola che la rielaboravano in nuove forme, avessero saputo offrire fino ad allora e, fagocitandole con il loro genio, le reinterpretarono esattamente nello stesso senso, ovvero in chiave fortemente caratterizzata individualmente all’interno di una grandiosità espressiva, moltiplicata in una quantità incredibile di opere prodotte (avvalendosi della bottega, l’uno, e del riciclo sfacciato del proprio materiale, l’altro). Viceversa, nel periodo di Handel la pittura era già arrivata ad esprimersi in forme rococò, anticipandone la galanteria in campo musicale verso la metà del XVIII secolo. Col Romanticismo ottocentesco ci sarà il riallineamento tra i due campi artistici che da allora viaggeranno a braccetto (va beh, più o meno).

Pieter-Paul Rubens, ”Crocifissione” (dettaglio), 1610, Olio su tavola, 460 x 340 cm, O.-L. Vrouwekathedraal, Anversa

Philip Mercier, “G.F. Handel” (ca. 1730), Handelhaus, Halle an der Saale

giornaletti

20 Maggio 2009 1 commento

Jan Dix n. 7: lo sfortunato artista preso di mira questa volta è Henry Rousseau, “Il Doganiere”, i cui quadri sono protagonisti e ispiratori medianici di una serie di assassinii. Sigh. Triste constatare che al settimo numero l’autore sia già così a corto di idee (già da tempo, a dire il vero). Unica consolazione: è disegnato da Bacilieri, del quale si attende con impazienza una storia che sia anche scritta da lui, oltre che disegnata.

Rat-Man n. 72: le solite divertenti pazzie di Ortolani.

la vita acre

19 Maggio 2009 1 commento

Un fantastico romanzo (1962) del toscanaccio, anarchico, cane sciolto, Luciano Bianciardi, che anticipa una quantità di tematiche che si presenteranno nella società italiana degli anni seguenti e tuttora attuali: il terrorismo, la critica al ‘sistema’, alla società moderna dei consumi, etc. È la storia para-autobiografica di un giornalista che, dalla provincia toscana, si trasferisce nella Milano del boom economico, alla quale non riesce e non vuole adeguarsi e i cui abitanti osserva con occhio disincantato. Non facendo parte della stirpe di scrittori che nel dopoguerra esaltarono la retorica Resistente (i vari Pavese, Rigoni Stern, Revelli, etc., brava gente comunque, neh?), non poteva entrare nel nòvero dei Santi della Sinistra, egemone della cultura del tempo e nella quale comunque militò da giovane. Forse anche per non essere stato il paladino di nessuno, se non di se stesso, non sopravvisse al successo del suo capolavoro (come Alessandro Manzoni, come Art Spiegelman, e molti altri). La sua dissociazione dalla società del suo tempo è solo occasionale: probabilmente lo stesso sarebbe accaduto in qualunque altro contesto sociale men che vicino ad una dimensione estremamente privata, se non solitaria. Il sonno con cui si conclude il romanzo (che rammenta l’”oggi sono spento” di Vasco Rossi) è lo staccare la spina, un suicidio temporaneo, nei confronti dell’attività alla quale la Vita ci costringe, nonostante la nostra volontà.

Categorie:Letteratura Tag:

ho perso la Bubola

18 Maggio 2009 1 commento

Disco di un cantautore genovese, bravino ma un po’ sfigato, con canzoni che oscillano tra lo stile di Massimo Bubola e Gianmaria Testa (con questi ascendenti sfigati non poteva uscire qualcosa di valido). I brani sono però ben suonati e, nei migliori, si sente anche l’influenza etnica del Mauro Pagani di “Crêuza de mä” (un altro che girava nella cerchia genovese di De André, del quale è presente la voce all’interno di un pezzo del disco). L’autoironica simpatia di molti dei testi del Max Manfredi contribuiscono a non precipitarlo del tutto nella sfigata seriosità dei primi due pallosissimi modelli ispiratori.

Categorie:Pop Tag:

Abel

15 Maggio 2009 2 commenti

Carl Friedrich Abel (1723-1787) è noto, per quei pochissimi che se lo filano, per essere stato uno dei numi ispiratori del giovane Mozart sinfonico (insieme a C.P.E. – o J.C.? - Bach), tanto che alcune sinfonie di Abel furono in passato attribuite al salisburghese. Venuto su a stretto contatto con l’ambiente di papà Bach e dei suoi figli, è stato uno dei forgiatori dello stile galante/classico, attraverso una semplificazione e – si potrebbe dire – un ammorbidimento delle severe architetture musicali barocche. È meno noto, ma comprensibile viste le premesse, che Abel fosse un maestro nella viola da gamba. Sia Johann Sebastian che Carl Philip Emanuel hanno infatti scritto diverse sonate per viola da gamba e basso continuo. Il ‘manoscritto di Drexel’, fonte della interessante interpretazione di Paolo Pandolfo qua riprodotta, è costituito invece da 29 brani per viola da gamba solitaria. È un lavoro abbastanza ibrido, perché se da un lato fa pensare ai libri di Marin Marais per questo strumento, per il loro frequente carattere intimo, dall’altro ricorda le 6 suite per violoncello di J.S. Bach (il preludio del manoscritto di Drexel è chiaramente ispirato al preludio della prima suite di Bach). Non c’è, però, un intento estensivamente pedagogico: i brani sono quasi totalmente in tonalità di Re maggiore o minore e la struttura non è quella impalcatura cartesianamente ineccepibile che troviamo nel lavoro di Bach. Si nota però una ricerca sperimentale di soluzioni virtuosistiche, armoniche e melodiche (arpeggi, progressioni armoniche, bariolage, passaggi in doppie corde, etc.). Un altro fattore che denota il carattere incompleto di quest’opera è dato dal fatto che il buon Pandolfo ha dovuto, per dare un taglio leggibile al suo disco, riordinare i 28 brani scelti in tre suite, sequenzialità che non è presente nell’autografo. Essendo nati a contatto con l’ambiente bachiano, i pezzi di Abel subiscono una forte influenza italiana rispetto a quella francese che ci si potrebbe aspettare, e l’unico aspetto danzereccio (che invece si ritrova costantemente e in maniera multiforme in Marais) è dato dalla presenza del Minuetto (almeno otto pezzi), forma di danza che in quel periodo stava assumendo una preponderanza perfino eccessiva, tanto da diventare un elemento fisso delle sinfonie e dei quartetti e di tutta la musica da camera del periodo classico (Haydn, Boccherini, etc.). L’ulteriore fatto divertente di tutto ciò è che Abel si attardasse nel cimentarsi con uno strumento da tempo desueto (il suo ultimo concerto per v.d.g. lo tenne proprio nell’anno della sua dipartita), strumento già ampiamente abbandonato in favore del violoncello, che aveva una voce più sonora adatta per farsi ascoltare in una sala di maggior ampiezza (più o meno, lo stesso destino del clavicembalo rispetto al pianoforte, avvenuto nello stesso periodo).

Categorie:Classica Tag:

skizofrenie papaline

14 Maggio 2009 2 commenti

Il quadratone della prima pagina di Repubblica di oggi fa schiantare dalle risate (a prescindere dall’editoriale di D’Avanzo dedicato ad un tema serissimo quale quello delle presunte corna della famiglia Berlusconi). Dopo aver sguinzagliato per settimane il buon Cazzullo (o era il Berselli?) alla ricerca delle illiceità finanziarie della Chiesa di Roma, dopo aver sbattuto a caratteri cubitali ogni ovvietà pronunciata da qualche prelato sui temi etici dell’eutanasia, degli anticoncezionali, del blabla, etc., oggi il giornale diretto da Mauro (e da mamma-Scalfari) strumentalizza senza ritegno ben DUE dichiarazioni papal-vescovili di altrettanta ovvietà nei riguardi delle persecuzioni nei confronti degli immigrati e dei Palestinesi. Ragazzi, decidetevi: o demonio, o santità, altrimenti gli adepti della Repubblica non sapranno più cosa diavolo debbono pensare.

Missouri-Baghdad

12 Maggio 2009 1 commento

Tex torna con la memoria ai tempi della Guerra di Secessione (con inevitabile rimembranza della mitica “Quando tuona il cannone” di G.L. Bonelli). I tempi cambiano, e la Storia non può venire raccontata ancora in bianco e nero – asservita all’Avventura – quindi, pur non essendo un trattato sull’argomento, Boselli approfondisce le zone grigie di quel conflitto. Bande di soldati-terroristi che portano tanto a pensare alla guerriglia talebana o irakena dei giorni nostri; rapimenti di personalità a scopo di estorsione; sacrifici di innocenti ritenuti spie, che ricordano da vicino la sorte sfortunata di Enzo Baldoni, per esempio (il riferimento è probabilmente intenzionale, vista la sua vicinanza all’ambiente del fumetto). Un fumetto maturo, un po’ palloso magari (di Bonelli non ne nascono di frequente), ma maturo.

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paolino filonov

8 Maggio 2009 Nessun commento

Fanno sempre sorridere i criterii utilizzati dai curatori per promuovere le spesso inutili mostre che si allestiscono qua e là. Quella che si svolge attualmente alla Villa Olmo di Como avrebbe dovuto essere intitolata, per esempio, ”Aspetti dell’avanguardia figurativa nella Russia di inizio secolo”, con eventualmente il sottotitolo “Le esperienze di Chagall, Kandinsky, Malevich e Filonov”. Alle solite, invece, si sparano a caratteri cubitali i tre nomi di richiamo e si dimentica il quarto, più interessante di tutti perché sconosciuto ai più, e quello che avrebbe dovuto essere il vero titolo viene relegato in un angolino. La mostra offre ai visitatori una scelta tra i primi anni di carriera dei famosi pittori, partendo dal Kandinsky figurativo, dallo Chagall immaturo, dalla ‘poliedrica’ applicazione del Futurismo da parte di Malevich. Tutto molto bello, anche se l’impressione è sempre quella di un’operazione un po’ furbetta. La parte più interessante è comunque quella delle ultime sale, nelle quali ci si presenta tale Pavel Filonov (1883-1941, morto di fame – ! – durante l’assedio di Leningrado). A grandi linee, la sua produzione è divisa in due grossi tronconi: una prima fase che appare comune all’esperienza di uno Chagall, che ricorda anche il Van Gogh degli inizii, caratterizzata da una rappresentazione di tematiche legate al mondo popolare, contadino, coadiuvate spesso da un esplicito simbolismo e da una tecnica pittorica dettagliatissima che lascia trapelare lo stile che sfocierà nella seconda fase della pittura di Filonov in un personalissimo mondo caleidoscopico, da lui stesso definito ‘cubismo analitico’, nel quale le figure si perdono in un crogiolo miniaturistico e geometrico, che sfiora l’astrattismo e può a volte sembrare un’anticipazione dello stile di Pollock. Questa ossessione maniacale per il particolare, pari quasi a quella di un miniaturista medievale, e la effettiva scarsa attrazione che esercita sui sensi, ha confinato il Paolino in un angolino della storia dell’arte, che comunque i comaschi hanno avuto il buon gusto di tornare ad illuminare, sebbene con un coraggio non eccessivo.

Pavel Filonov, “Sacra famiglia” (1914), olio su tela, cm 160 x 117, San Pietroburgo.

dylan dog 273

7 Maggio 2009 5 commenti

Nell’ultimo numero di Dylan Dog si ha la netta percezione del perché la testata sia (ineluttabilmente) in declino. I risvolti angoscianti di vita ordinaria che Sclavi ha descritto in maniera eccezionalmente realistica in tutte le storie da lui scritte - testimoniando chiaramente la sofferta partecipazione psicologica dell’autore - si trasformano, per opera del pur bravo Di Gregorio, in considerazioni esistenziali spicciole, da incarto di cioccolatino, se va bene.

Categorie:Argomenti vari, fumetti Tag:

per un dollaro in pugno

6 Maggio 2009 Nessun commento

Il primo degli spaghetti-western di Sergio Leone (1964), e si vede. Manca del tutto lo stile che Tarantino ruberà al nostro – la suspence, soprattutto, il ’fermarsi’ dello scorrere del tempo - e la storia (tratta da un film di Kurosawa di tre anni prima) si riduce ad una noiosissima partita a rimpiattino tra i potestà di un paese messicano fra i quali il vecchio Clint rimbalzerà per ottenere il quantitativo monetario del titolo. Le musiche di Morricone, comunque molto ben riuscite, non avevano ancora raggiunto l’idea del tema-emblema, che figurerà nei film leoneschi a seguire.

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ite missa est

5 Maggio 2009 Nessun commento

I comizi politici – specie quelli elettorali – sono l’equivalente di una messa (laica? mah!, la fede richiesta a volte è superiore a quella pronunciata nel Credo). Anche nel caso dei partiti ‘amici’, purtroppo, la regola non viene smentita. Si comincia la preghiera con una sequela di videoclip-giaculatoria girati tra la ggente, che – spiace dirlo – ripetono una serie di luoghi comuni già sentiti tutti i santi giorni alla tv o sui giornali: non avrebbe fatto male vedere qualcosa di VERO, anche realizzato con meno professionalità, eventualmente. La funzione vera e propria viene introdotta da due ggiovani chierichette, nella fattispecie due ragazze parecchio sotto i trenta candidate sindaco e consigliere provinciale. In questo caso, nonostante l’apprezzabile vèrve e la spigliatezza delle due tipe, vige la Legge di Scòzzari, ovvero: chiunque sia sotto i trent’anni non ha il diritto di dire nulla al prossimo, semplicemente perché non ha ancora vissuto abbastanza esperienze (e sofferenza) per maturare qualcosa di personale da raccontare, sempreché non ci si voglia accontentare dei suddetti luoghi comuni. Ci sono sempre i bambini prodigio, chiaro, ma non era il caso di ieri sera (conferenza Penati-Franceschini). Il sermone (che è la parte di gran lunga più interessante della messa) era svolto da tre officianti d’eccezione: Casati, Penati, Franceschini. Scremando la parte rituale che anche questi tre oratori sono costretti a pronunciare, è qui che si è ascoltata qualche parola/messaggio (pochi) da conservare e portare a casa. Lo squillo iniziale delle trombe di Michele Novaro (il Kyrie Eleison?) è il segnale che la messa è finita (tutti in piedi, ovviamente, neh?!).

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per pietà

4 Maggio 2009 Nessun commento

L’attribuzione a Michelangelo del piccolo crocifisso ligneo ci può anche stare, in effetti. Anche se il buon Vasari ne ha spesso sparate di grosse (tanto, chi lo controllava?) e sorvolando sul fatto che tutti hanno da guadagnare nell’attribuire un’opera ad un artista eccellente come il Buonarroti (quanti caravaggi ci sono in giro, infatti, che sono perlomeno dubbii?), si nota una notevole somiglianza stilistica con il Cristo della “Sepoltura” (1502, National Gallery). Bisognerebbe leggere del materiale degli studii più approfonditi che hanno portato a questo riconoscimento, ma i pochi elementi a non convincere sono proprio quelli vantati nell’opuscolo informativo e cioè l’inscrivibilità dell’intera figura all’interno di un cerchio/quadrato (più conforme ad una scelta che avrebbe potuto effettuare Leonardo, per esempio – si veda l’uomo vitruviano) e la eccessiva compostezza della composizione - nonostante la testa piegata.

La piccola scultura è esposta in questi giorni al Castello Sforzesco, di fronte alla “Pietà Rondanini”, che viene venduta al pubblico come il testamento di Michelangelo, spacciandola per un’opera che non ebbe il tempo di completare (come i “Prigioni” per esempio) mentre, trovandovisi di fronte, si capisce chiaramente che non è altro che uno scarto di bottega (sia pure l’ultimo), valorizzato in maniera probabilmente eccessiva per i motivi di cui sopra (è pur sempre l’unica ‘opera’ milanese del maestro).

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