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Archivio Giugno 2009

c’era una volta Cioran

30 Giugno 2009 3 commenti

L’editore francese “Cahiers de l’Herne” pubblica i famigerati scritti giovanili del Cioran filonazista (540 pagg. a 39 euri). L’ampio stralcio anticipato dal Corriere della Sera di oggi lascia intendere che si tratta di materiale molto interessante, anche se probabilmente non al pari dei libri contemporanei di Julius Evola, per esempio, ricchi di evocazioni mistiche ed esoteriche, punti di riferimento che non dovrebbero far parte del background del ventenne rumeno. Vanno presi in considerazione per quel che sono, ovvero il frutto della fascinazione che in quell’epoca il nazismo poteva esercitare anche verso personaggi di una certa caratura intellettuale, e non solo verso le masse o verso chi sfruttava la situazione politica a proprio favore. Sarà interessante verificare quanto la misantropia del filosofo maturo fosse già presente in questa sua prima fase (poi rinnegata), ma chissà se qualcuno avrà il coraggio di tradurli in italiano.

Giacomo Ensor

29 Giugno 2009 Nessun commento

James Ensor (1860-1949) fa parte di quel gruppo di artisti che, a cominciare da Odilon Redon (1840-1916), sul finire dell’Ottocento si erano belli e stufati delle vuotaggini dell’Impressionismo e, seguendo il filone che pervadeva tutta la cultura e la scienza del periodo, iniziarono a concepire l’arte come espressione del proprio Sé, aprendo la strada all’Espressionismo - da una parte – e al Simbolismo – dall’altra. Ensor sta più dalla parte di quest’ultimo filone, coniugando l’abilità incisoria del suo conterraneo Rembrandt al gusto satirico dei più antichi Bosch e Bruegel e associando a tutto ciò l’impronta di denuncia sociale tipica del Goya incisore. Nelle stampe presenti nella mostra appena chiusa tenutasi a Palazzo Perego di Legnano, che raccoglieva una larga parte della sua opera incisoria, si trovano una quantità di spunti differenti che vanno dal paesaggio, alla caricatura satirica verso il potere (riconducibile alle illustrazioni analoghe di Honoré Daumier), alla dissacrazione religiosa e delle masse popolari, rappresentate spesso come maschere carnevalesche, al tema della morte. Le tematiche più lugubri di questo tipo, unite ad un pessimismo kafkiano, saranno le prerogative principali di un altro grande incisore quale fu il boemo Alfred Kubin. La fine-Ottocento è stato un periodo molto prolifico per Ensor, ma la sua creatività si arresta entro la soglia del secolo (ben poche sono le opere interessanti che varcano tale limite), probabilmente a causa dell’incapacità di abbandonare temi tanto forti ed allinearsi ai frequenti cambi di passo delle avanguardie di inizio Novecento.

p.s.: la ‘colonna sonora’ di questa mostra dava l’idea esatta del perché i vari Ludovico Einaudi e Allevi siano degli asini (seppur ispirati): era un brano per pianoforte composto dallo stesso Ensor ad inizio Novecento che ricorda il Satie più ottimista e che era uguale in tutto e per tutto ad alcuni pezzi dei suddetti contemporanei.

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pesca grossa

25 Giugno 2009 Nessun commento

In “Catching the Big Fish”, David Lynch racconta la sua esperienza creativa e meditativa. In realtà, la meditazione trascendentale, che il regista attua da tempo, non è utilizzabile come fonte diretta di idee per la propria arte, ma contribuisce a creare una dimensione spirituale che alleggerisce la mente dal peso delle passioni (queste ultime, sì, fonte di ispirazione oggettiva, ma deleterie se predominanti in chi ha il compito di rappresentarle). Le tecniche creative sono le stesse che mi è capitato di leggere in un libro simile di Moebius (“Il mio doppio io”, specialmente nei passi in cui rivaluta l’errore, considerandolo fonte di ispirazione per seguire percorsi prima non immaginati), e sono senza dubbio, comunque, riconducibili – se non alla meditazione vera e propria – ad un approccio molto ‘orientale’ al comportamento. Molti capitoli sono infatti introdotti da stralci di libri sacri indiani (il “Bhagavad Gita” o l’”Upanisad”) e trattano di continui inviti ad approfondire la propria coscienza.

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Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell’acqua bassa. Se invece vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. Laggiú i pesci sono piú forti, piú puri. Sono enormi e astratti. Davvero stupendi.
Io cerco un tipo di pesce che per me sia importante, che si possa trasporre in un film. In quelle profondità nuotano però pesci di ogni specie. Per gli affari, per lo sport. Ci sono pesci per tutto. E tutto, ogni singola cosa esistente proviene dal livello piú profondo. La fisica moderna lo chiama “campo unificato”. Piú la tua coscienza – la consapevolezza – è dilatata, piú scendi in profondità verso questa sorgente e piú grosso è il pesce che puoi pescare.
Il programma di meditazione trascendentale che pratico da trentatré anni ha svolto un ruolo fondamentale per il mio lavoro nell’ambito del cinema e della pittura e per ogni sfera della mia vita. È stato il modo per immergermi in acque profonde a caccia del pesce grosso.

Mondadori, 210 pagg., 8,80 euri, traduzione di Michela Pistidda.

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Savall (un altro)

24 Giugno 2009 1 commento

Stufo (almeno momentaneamente) di accompagnare papà Jordi nelle sue performance di musica rinascimental-barocca, il buon Ferran Savall decide di seguire le orme della sorella Arianna e pubblica un disco nel quale, nella gran parte dei brani, ri-arrangia pezzi tradizionali catalani, ebraici, etc. Nei rimanenti brani di questo cd, sempre giocati con chitarre che comunque si rifanno sovente a sonorità del repertorio antico, mette in musica una poesia di Rilke su consiglio della mamma (Montserrat Figueras, che famigliola) e interpreta anche qualche brano originale o di autori più recenti.

(P) 2009, etichetta Alia Vox.

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la straniera

23 Giugno 2009 2 commenti

Probabilmente “La sconosciuta” (2006) è il film più truce di Tornatore. Come “Malèna”, è fortemente incentrato su di un personaggio femminile vessato dal contesto sociale in cui vive. Una ex-prostituta ucraina (interpretata da una antonomasica Xenia Rappoport) che, alla ricerca della propria figlia data in adozione, riesce a portare per sbaglio la tragedia in una tranquilla famigliola (della serie, l’inferno è lastricato di buone intenzioni). Film di ottima fattura, ma che spesso rasenta involontariamente il grottesco, sia per via di un eccessivo patetismo che per una forzata caricatura di certe situazioni. Una conferma della triste situazione in cui versa il cinema italiano di questi anni.

2006, scritto e diretto da Gabriele Tornatore, con Xenia Rappoport, Claudia Gerini, Alessandro Haber, Piera Degli Esposti, Michele Placido, Margherita Buy.

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antalgia del futuro

22 Giugno 2009 Nessun commento

L’unico punto di disaccordo che ho trovato leggendo il recentissimo pamphlet di Civati - una scorsa sulle promesse (finora) mancate del PD, condita da raffinate citazioni - è stata la recriminazione per la poco democratica elezione di Veltroni e Franceschini alla guida del PD e della successiva ascesa di quest’ultimo dopo le dimissioni del primo. A parte il fatto che ho sempre trovato abbastanza impudente il fatto che che il PD abbia voluto arrogarsi l’aggettivo Democratico, quasi affermando che gli altri partiti italiani non lo siano (più onesta era in effetti la denominazione Democratici di Sinistra assunta dall’ex PCI). Non si può sottacere il fatto che, se davvero il quadro dirigente del partito fosse stato eletto secondo una legge puramente numerica, la componente DS avrebbe prevalso largamente su quella della Margherita. La scelta del segretario e del suo vice è stata effettuata quindi, (giustamente secondo me, data la ristrettezza dei tempi a disposizione, inadatta ad una piena maturazione degli aderenti al PD) con un criterio ‘liberale’, che potesse garantire anche la minoranza. L’intento Democratico del PD può costituire un obiettivo reale, che faccia la differenza rispetto agli altri partiti, se perseguito – come suggerisce Civati – attraverso un superamento delle vecchie eredità storico-ideologiche e di una profonda attivazione delle forze che sul territorio devono concorrere alla vitalità di questa organizzazione. L’eventualità di non essere diventato il ‘delfino’ di nessuno è un fatto che testimonia la sincerità dell’autore rispetto al primo dei propositi e nello stesso tempo questo sganciamento da particolari correnti permette di porre l’attenzione su questioni concrete, slegate da dibattiti sui massimi sistemi. Forse anche per le poche pagine a disposizione, il tema della laicità è stato risolto grazie al ricorso al pluri-inflazionato Enzo Bianchi, ma ciò si può intendere come un suggerimento di uno sguardo da lanciare verso l’area più avanzata di un certo tipo di pensiero cristiano, che prende le distanze dai dogmi papalini.

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Egypt before sands

18 Giugno 2009 Nessun commento

Il buon Fazio (Fabio) potrà aspirare al titolo di persona seria quando – durante i suoi dialoghi televisivi – incomincerà a chiedere a Battiato qualcosa riguardo il suo “L’Egitto prima delle sabbie”, 1978. Viceversa, ha preferito ridurre Franchino al ruolo di eremita-intellettuale, quasi fosse una versione poco meno idiota di Celentano; nello stesso tempo, Fazio Fazio ama farsi passare per intenditore di musica classica ospitando un Pollini o un Lang Lang di tanto in tanto, dando al pubblico un contentino per illuderlo di essersi arricchito culturalmente. Il percorso musicale di Battiato invece è interessantissimo. Nato come cantante pop sul finire degli anni Sessanta, dal 1971 al 1978 passa ad una ‘fase sperimentale’, dapprima operando sulle suggestioni musicali e di contenuto (è il caso di “Fetus” e “Pollution”) e poi mano mano passando verso una analisi strutturale del materiale compositivo, percorso che lo portò a questo “Egitto prima delle sabbie”, il cui primo brano omonimo è costituito interamente da un quarto d’ora di arpeggio di pianoforte, una scala ascendente e la sua risonanza, ripetute costantemente a distanza differente, con la sola variante, qua e là, della divisione in due parti della suddetta scala, creando in tal modo i punti focali del brano e concludendosi con una scala in tonalità diversa. Sul vecchio lato B si trovava “Sud Afternoon”: i pianoforti questa volta sono due (Antonio Ballista, esecutore anche nel primo pezzo, e Bruno Canino). Gli arpeggi di “Egitto” diventano accordi spezzati, e la ricerca è svolta sul piano del ritmo e della ripetizione. Riassumendo: alla fine dei Sixties il cantante di Riposto era uno sfigato, come molti altri; dopo la fase di studio, durante la quale ha CAPITO cos’è la MUSICA, Battiato ha incominciato dal 1979 a sfornare interessantissimi album a metà tra il pop e il colto, pieni di suggestioni musicali allora aliene dal contesto generale della musica italiana, fino a raggiungere il boom de “La voce del padrone” e continuando a coniugare la commercialità con riferimenti culturali profondissimi. Si spera quindi che, prima o poi, Fabio Fabio incominci a interrogarlo sulla musica.

giornaletti

17 Giugno 2009 Nessun commento

Due storie bonelliane all’insegna della Storia (americana). Martin Mystère n. 303: è incentrato sul leggendario coltello di Jim Bowie, eroe – insieme a Davy Crockett - della battaglia di Alamo per l’indipendenza del Texas (praticamente, due Alberti da Giussano d’oltreoceano, visto che l’indipendenza in questione era quella del nordico Texas nei confronti del meridionale Messico). Il coltello di Bowie si scopre essere stato forgiato con un metallo rarissimo, contenuto in una discarica abusiva di alieni del passato (!). La storia è firmata Alfredo Castelli ma, come è successo altre volte, probabilmente è stata solo supervisionata dal Maestro perché il Mystère protagonista non è il chiacchierone che dovrebbe essere e mancano del tutto i riferimenti alle sue indolenze private – le stesse di Castelli – e i testi sono privi quasi totalmente di ironia. Lilith n. 2: prosegue il viaggio nel tempo a caccia del triacanto, essere simbolico costituito da energia, da estirpare a cuore vivo dai poveracci nei quali si rifugia. Essendo ambientato nel Mar dei Caraibi dell’Ottocento, la ‘rivelazione’ è che i corsari – a differenza dei pirati – erano in realtà dei predoni legalizzati dalle rispettive nazioni di appartenenza per mezzo di una ‘lettera di corsa’ che gli permetteva di assalire i vascelli della nazione nemica. Sia tra gli uni che tra gli altri, inoltre, vigeva una inaspettata democrazia esercitata per mezzo di quote di voto assegnate ad ogni componente dell’equipaggio a seconda della sua condotta.

presenze

15 Giugno 2009 1 commento

Quando leggo libri di questo genere mi torna sempre alla mente il mònito della mia ex, formulato eoni or sono, allorché mi vide acquistare una copia di “Dianetics” di Hubbard: «Oddio, adesso diventi scemo!». Le caratteristiche per inscimunire il lettore, in effetti, “La pratica della presenza” di tal Almaas le possiede tutte, anche se la Presenza propugnata dall’autore non è il semplice – e insopportabile – invito al ‘carpe diem’ che si trova nel “Potere di Adesso” di Eckhart Tolle (di quest’ultimo, è odioso soprattutto l’annullamento del senso di colpa che, se esiste, deve avere le sue ragioni). La Presenza proposta dal Almaas è invece il raggiungimento di uno stato libero dai condizionamenti dell’ego, dalla cultura accumulata, delle sicurezze psicologiche alle quali ci aggrappiamo per sopravvivere, che permetta di ‘sentire’ ogni istante per mezzo della ‘vera Natura’ di ognuno, uno stadio di coscienza nel quale la personalità è ridotta a ‘pura luce’, scevra dai suoi costrutti storici, che ci definiscono e che, allo stesso tempo, ci limitano nella corretta interpretazione delle cose. Il sistema di pensiero che sta alla base di queste considerazioni è una via di mezzo tra lo Zen e un certo tipo di filosofia indiana (si sente chiara l’evocazione dello ‘spazio della conoscenza originaria non concettuale’ dei “Centomila canti di Milarepa”, per esempio) e l’apparente nichilismo che deriverebbe dalla perdita dei riferimenti consueti è in realtà il suggerimento di una continua ricollocazione del sistema di coordinate attraverso il quale percepiamo la realtà. Anche lo stato di Natura, che dovrebbe essere il punto di arrivo del percorso che questo furbacchione insegna senz’altro in qualche costosissima scuola statunitense, è un concetto al quale non bisogna affezionarsi, perché diventerebbe esso stesso uno di quei riferimenti che ci tengono legati.

Ignoranza appresa. Esistono due tipi di ignoranza, che dobbiamo riconoscere e comprendere per non farcene piú controllare e definire. Una volta compresi per quello che sono, smetteranno di fungere da ostacoli.
Il primo tipo è detto ignoranza appresa, ma c’è chi la definisce sviluppata o accumulata. Talora viene usata anche l’espressione ignoranza concettuale, il che significa che, sviluppando la nostra mente e acquisendo la capacità di concettualizzare, creiamo un genere di ignoranza specificamente umana. A livello genetico, gli animali e altri esseri non la possiedono, perché occorre impararla affinché si sviluppi.
Essa si sviluppa solitamente come conoscenza. Ciò significa che gran parte della nostra conoscenza su noi stessi e il mondo è in realtà ignoranza appresa. È tale perché sbagliata, incapace di riflettere la realtà. Nutriamo numerose idee e convinzioni sulla realtà che non sono affatto vere. Affermiamo posizioni, filosofie e ideologie su noi stessi, su come funzionano le cose e su cosa le fa accadere, ma molte sono imprecise. È ovviamente difficile vedere tutto ciò come ignoranza, perché è ciò che sappiamo e crediamo sia la nostra conoscenza. (pag. 118)

Edizioni Astrolabio, 2008, 240 pagg., 23 euro, traduzione di Daniele Ballarini.

scontro a turno

11 Giugno 2009 2 commenti

Uno degli ultimi film di uno dei ‘migliori’ registi italiani odierni (e nello stesso tempo dei più sopravvalutati, se appena ci si sposta dal contesto nazionale). Sarebbe sufficiente eliminare la forte matrice omosessuale che lega gran parte dei protagonisti (e che contribuisce a rendere leggermente più interessante questo film) per ridurre il tutto ad un semplice gioco di infelicità sentimentali collettive, o poco più, tema estrinsecato meglio in innumerevoli altre occasioni, come “Il grande freddo” di Kasdan, per esempio, o “Il più bel giorno della mia vita” della Comencini. Come nel caso del film di quest’ultima, il personaggio più maturo è una bambina, dotata del disincanto necessario per non renderla una vittima delle infantilità del mondo degli ‘adulti’ (come avviene invece, più realisticamente, nel drammatico “Grande Cocomero” della Archibugi). ‘Saturno’ è il pianeta avverso della oroscopista Ambra, ma saturnino è anche il carattere malinconico del morituro co-protagonista, orfano di madre, quest’ultima emblematicamente sostituita da una vincente Minerva (la matrigna). L’unico rapporto di coppia ‘sano’ è quello della ozpetekiana attrice turca che, come in precedenza avvenuto, si può permettere per tale motivo di svolgere il ruolo di consulente sentimentale.

2007, regia di Ferzan Ozpetek, sceneggiatura di Ozpetek e Gianni Romoli, con Ambra Angiolini, Margherita Buy, Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi, Isabella Ferrari, Serra Ylmaz, Ennio Fantastichini, Milena Vukotic, Lunetta Savino, un sacco di gente, insomma. Musiche di Neffa.

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caravanserraj

10 Giugno 2009 Nessun commento

La nuova miniserie di una quindicina di numeri della Bonelli. Scritta da Michele “Nathan Never” Medda e disegnata da Roberto De Angelis (più belli i disegni della storia per adesso). La lettura del primo numero lascia aperte due ipotesi: ci troviamo in pieno filone film-catastrofistico oppure in quello fantascientifico? Probabilmente sarà qualcosa a metà strada tra i due generi. L’Attesa dell’evento ricorda vagamente (ma molto, molto vagamente) la parte iniziale - centellinata magistralmente – dello stesso tipo dell”Eternauta” di Oesterheld, ma sarà difficile, se non impossibile, anche solo pensare di avvicinarsi a tanto.

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Dio atomico

8 Giugno 2009 Nessun commento

Se me la piglio spesso con Repubblica è soltanto perché è il quotidiano che leggo piú di frequente, il piú completo, anche se non il migliore (preferisco il Manifesto, per esempio, che non ha pagine da sprecare per fastidiosi articoli di costume). Dopo le appropriazioni di comodo delle dichiarazioni vaticane qualche giorno fa, ora siamo tornati alla messa in ridicolo della Chiesa attraverso le presunte superstizioni religiose di cui si farebbe portatrice. In una pagina interna del giornale di oggi c’è una sibillina messa in ridicolo dell’affermazione di Ratzinger secondo la quale traccia di Dio si trovi anche a livello molecolare. Il materialismo estremo scalfariano di cui è tuttora impregnata Repubblica non può farsi una ragione del fatto che il nostro mondo possa stare in piedi soltanto grazie ad una profonda infusione spirituale in ogni singolo atomo dell’universo (cosa della quale io sono profondamente convinto). Per colmare questa ignoranza abissale (una delle tante, probabilmente) i giornalisti del quotidiano romano potrebbero iniziare a leggersi il fondamentale “Il Tao della fisica” di Fritjof Capra, e forse incomincerebbero a piantarla di ridere di cose di questo tipo, di una serietà assoluta.

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intermedii

4 Giugno 2009 2 commenti

“La Serva Padrona” di Pergolesi, del 1733 circa, è il più famoso degli “intermezzi”, una forma di opera buffa musicale tipica del teatro napoletano della prima metà del XVIII secolo. Nascevano proprio per intervallare con una storiella di tono scanzonato le due o più parti che componevano le estenuanti opere serie dell’epoca, ed erano scritte principalmente per due caratteri interpretati da un soprano e un basso, in una divertente querelle a base di inganni e turlupinature. Il tipo di personaggio derivava a sua volta da una parte dalla commedia dell’arte – coi suoi schematismi - e dall’altra dalla stessa opera seria, estrapolandone i ruoli più leggeri che talvolta vi erano. Molti grandi compositori, napoletani e non, hanno scritto musica per questo genere di commedia, tra i quali Alessandro Scarlatti, Domenico Sarri, Bononcini, Gasparini, tra gli altri, e il Pergolesi. L’intermezzo di Sarri contenuto in questo cd Naxos – “Moschetta e Grullo” (!), del 1727 - contiene un duetto di soprano e basso, appunto, che sembra essere stato il modello del noto omologo pergolesiano nel quale i due simulano il battito (musicale) del cuore: ti-pi-tì (Serpina), ta-pa-tà (Uberto). L’aria “Il soldato che va in guerra” del Sarri contiene infatti anch’essa un ta-pa-tà, questa volta il suono del tamburo; poi c’è la trombetta che fa tu-tu-tù. Se le datazioni delle opere sono corrette, Pergolesi aveva senz’altro ascoltato “Moschetta e Grullo” (anche se la responsabilità sarebbe soprattutto del ‘paroliere’, l’intonazione è pressoché la stessa nelle due versioni). La “Serva Padrona” è però giustamente più famosa per la superiore qualità energica della sua musica, che ne fa quasi una versione gioviale dello “Stabat Mater”.

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i Pooh danno Battaglia (junior) per il PdL

3 Giugno 2009 Nessun commento

Il Popolino delle Libertà non bada a spese per la sua corsa all’arrembaggio dei seggi della neo-Provincia brianzola. Dopo aver tappezzato la città che diede i natali ad un papa controverso con manifesti abusivi che, complice il laissez-faire dell’amministrazione, coprono spazi non leciti, dopo aver dilapidato chissà quale cifra per offrire a centinaia di giovani del circondario una festa da ballo in villa storica con tanto di telefonata berlusconiana, dopo diverse altre cose, hanno deciso di dare davvero Battaglia, in tutti i sensi. Per l’Avvento in loco della Ministra Gelmini, oltre all’ossequio indecente – e improprio, tra l’altro – di alcuni degli amministratori locali, è stato organizzato un concerto – presentato da Patrizia Rossetti di Canile Cinque - che vedeva alla voce Daniele Battaglia, il figlio di Dodi chitarrista dei Pooh, che con alcune canzoni del gruppo del papà ha intrattenuto il pubblico nell’attesa delle istituzioni.

p.s.: viste le recenti vicissitudini del Cavaliere, la scelta di interpretare “L’altra donna”, una delle tante apologie dell’adulterio del gruppo dell’orsetto, forse non è stata delle più felici (ma quanti di quei beoti se ne saranno accorti?).

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Nalyd God n. 273

1 Giugno 2009 Nessun commento

Passatempi e sciocchezzuole, scritti e disegnati da Marzano & Freghieri.

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