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Archivio Luglio 2009

minchia, Sabry!

31 Luglio 2009 3 commenti

“Sabrina”, ovvero, Cenerentola sposa il fratello del principe azzurro. La figlia sfigata (Audrey Hepburn) dell’autista di casa Larrabee compie un viaggio di formazione stilistica nella vecchia Europa (a Parigi) dal quale ritorna praticamente identica, ma riesce – non si sa come - a colpire il playboy di casa (William Holden) che fino al giorno prima non aveva neanche degnata di uno sguardo. Per questioni di convenienza, viene dirottata verso il fratello maggiore (Bogart) che, altrettanto inspiegabilmente, riesce a conquistare la signorina. Una commedia leggerissima, tratta da un’opera teatrale di Samuel Taylor, dallo sviluppo non banale ma allo stesso tempo piena di luoghi comuni (formidabile il cuoco francese coi baffetti all’insù), con alcuni personaggi completamente sbagliati (Bogart), ma tutto sommato gradevole per la capacità degli autori di confezionare molte scene brillanti. Avrebbe potuto diventare anche un film di un certo spessore (si può pensare a “Colazione da Tiffany’s”, per restare in ambito hepburniano) - se si fosse deciso di mantenere un tono meno favolistico - il cui fulcro sarebbe stata senz’altro la scena, ambigua e affascinante, nella quale Sabrina bacia l’amato per interposta persona (il fratello, appunto).

1954, regia di Billy Wilder, tratto da “Sabrina Fair” di Samuel A. Taylor, sceneggiatura di Wilder ed Ernest Lehman, con Audrey Hepburn, William Holden ed Humphrey Bogart.

Categorie:Cinema Tag:

mens sana in Mensa Sonora

29 Luglio 2009 Nessun commento

La raccolta “Mensa Sonora” del boemo Heinrich Ignatz von Biber, pubblicata nel 1680 a Salisburgo (sua città d’adozione), ha il sapore di una vera e propria marchetta. Trattasi sempre di musica di qualità, ma lo spirito ascetico necessario per l’ascolto delle sonate della “Harmonia Artificiosa”, per esempio, sparisce tra le pietanze dei banchetti ai quali questo genere di musica era destinata (in tedesco veniva detta Tafelmusik, come quella omologa di Telemann). L’opera è composta da sei suite per quattro strumenti (in realtà per violino e accompagnamento, di viole e clavicembalo - siamo ancora lontani dalla formula del Quartetto del periodo classico) introdotte da un movimento in forma di sonata o di ouverture al quale fa seguito un giro di danze (gagliarda, ciaccona, etc.). La Sonata in La maggiore che intermezza la serie di suite (pervenuta manoscritta) è indicativa della differenza tra la musica di puro consumo (quella di “Mensa Sonora”) e quella destinata a scopi più alti: come nelle sonate rimaste manoscritte di Buxtehude (per citare un suo quasi conterraneo), Biber si concede maggior libertà ideativa, e fa largo ricorso alla tecnica della variazione, occasione per esercitare l’abilità dell’esecutore.

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lunar dog

28 Luglio 2009 2 commenti

La storia lunare di Dylan Dog capita a fagiuolo per festeggiare il quarantesimo anniversario dell’allunaggio umano. Peccato sia un’occasione sprecata, visto lo scadente risultato.

Categorie:Argomenti vari, fumetti Tag:

costruire una stamberga

27 Luglio 2009 Nessun commento

Anche il buon Letta Enrico ha scritto il suo bravo libro. Il titolo bruttino, ispirato da una frase del fu Beniamino Andreatta, induce a leggerlo soprattutto nella chiave strategica secondo la quale l’autore consiglia al Partito Democratico di volgere lo sguardo al Centro, per quanto riguarda le alleanze politiche elettorali (una teorizzazione confinata solo nelle ultime pagine, a dire il vero). In realtà, la copertina pseudo-mattottiana cela un excursus all’interno di gran parte dei temi sul piatto della (povera) società italiana, soprattutto riguardanti l’economia. Non manca un’analisi della linea del Partito, nella quale Letta assesta numerosi fendenti alla precedente reggenza veltroniana. In verità, probabilmente, questo testo potrebbe essere adottato in toto - e forse lo è già - come programma del candidato congressuale Bersani. La cattedrale evocata in continuazione, una simbologia che già rompe i maroni dopo le prime pagine, è la chiamata in causa di tutti gli strati della popolazione italiana a partecipare al risollevamento della Gloria Patria. Amen.

Categorie:Politica Tag:

orme scarlatte

24 Luglio 2009 1 commento

I tre splendidi Cristi cimiteriali in copertina lascerebbero intendere che ci si trovi di fronte a qualcosa di davvero dirompente. In realtà il terzo album delle Orme (“Collage”, 1971) non ha nulla di sacrilego. Il brano omonimo è un mix progressive di una toccata ispirata a Bach all’organo e una vera sonata di Domenico Scarlatti, che si incrive nella tendenza di quegli anni a recuperare la musica barocca in chiave rock (basti pensare al “Concerto Grosso” dei New Trolls o, perfino, a certi stilemi vivaldiani di alcune canzoni di Mia Martini – “Che vuoi che sia…”, per esempio). Non è certo un caso che il produttore di questo disco sia stato Gian Piero Reverberi, il futuro ideatore dei Rondò Veneziano, saccheggiatori e banalizzatori anch’essi di Vivaldi. La seconda canzone è dedicata ad una prostituta, ma forse De André aveva già composto la sua “Bocca di Rosa”. Il resto dell’album è costituito da brani tracciati dalla voce icastica di Tagliapietra e dalla consueta indole rock sinfonica, debitrice in larga parte ai Genesis, seppure si differenzii dal modello originale per una vena improvvisativa jazz coniugata ad un rock basato essenzialmente sulle percussioni ed anche evitando una certa epicità delle tematiche dei testi (di non grande spessore), diversamente da quanto fecero altre band contemporanee (persino i Pooh coi loro “Parsifal”, etc.).

Categorie:Rock Tag:

aria sorrentina

23 Luglio 2009 Nessun commento

Era partito subito in quarta, con il suo album d’esordio del 1972, il vecchio Alan. Il primo lato era una lunga suite dal titolo omonimo, con esili tracciati della voce a fare da legante in un sottofondo improvvisativo strumentale di stampo jazz-progressive. I modelli di riferimento sono da ricercare, ovviamente, all’estero, dalle parti dei Jethro Tull o di un certo folk anglosassone. Sul lato B si trovano un paio di brani di pop sofisticatissimo (“Vorrei incontrarti” e “Un fiume tranquillo”) ed i testi non sono assolutamente sofferenti di allucinazioni ma, al contrario, spesso sono ispiratissimi. Demetrio Stratos doveva ancora lanciarsi nelle sue ricerche vocali, più sistematiche, ma Sorrenti è stato senza dubbio un antecedente nell’utilizzo della voce come strumento. Formidabili quegli anni, come avrebbe detto qualcun altro, per altri motivi.

E solo il fiume di un paese morto
raccoglie nel suo letto tranquillo
il mio povero scrigno.

Un fiume tranquillo
che cancella i ricordi
una verde barella
dove un corpo stracciato
si dichiara un fallito.

La mia scarpa troverete
vicino a un marciapiede
e il mio corpo lontano
nelle sale di un dormitorio
la mia mano in un fosso
e il mio occhio nel cielo.

Quel fiume sa dove è la mia casa
quel fiume per me esiste.
Quel fiume per me esiste, perché io credo
perché amo la vita, amo la gioia
perché io piango, perché io rido
ed il sasso che trovi per terra,
quel sasso ti ama
e una voce che trovi per terra
quella voce ti ama
e io amo, io ti amo.

Categorie:Pop Tag:

Alan Sorgenti

22 Luglio 2009 4 commenti

Prima di diventare un figlio delle stelle, Alan Sorrenti era proprio un figlio dei fiori. L’album, omonimo, del 1974 è l’ultimo della serie prima della svolta pop di cui sopra e di “Tu sei l’unica donna per me” (con il quale concluse la carriera, bene o male, anzi male). Un disco all’insegna del miglior sperimentalismo anni Settanta (Battiato, Battisti, etc.) composto di sette canzoni, sei delle quali scritte dal cantante stesso, in uno stile tra il prog e lo psichedelico, che presentano testi ottenuti sotto evidente dettatura oppiacea. Spicca una bella versione di “Dicitencello vuje”, con effetti vocali che debbono molto alla Mina di “Ancora” (o viceversa, visto che quest’ultima è del ’78) e il cui 45 giri (momento proustiano) ricordo di aver tenuto tra le mani come fosse ieri a casa di mia zia Anna, in quegli anni. Tony Esposito alla batteria e percussioni.

N.B.: tutte le canzoni sono cantate con le “O” molto aperte, sembrano quasi “A” (altra influenza, questa volta nei riguardi di Roby Facchinetti?).

Oggi io parlo con te
perché ho visto uno stagno
inerte sul quale preme asfissiante
il grigio neon dell’ora calante.

Ho le piattole sulla pelle
sono stanco e ho voglia di una casa.

Un pallido sole dietro le nuvole
scioglie d’incanto i cristalli di ghiaccio
di un viso d’inverno
che scorre lento, troppo lento.

Categorie:Pop Tag:

Sofia Antonietta

21 Luglio 2009 2 commenti

La parabola ascendente e discendente di Maria Antonietta d’Austria, poi consorte di Luigi XVI, entrambi capitolati sul patibolo della Rivoluzione Francese. Tutto il film racconta della vita di corte, rivisitata probabilmente in maniera brillante, ma con una certa attenzione filologica. A parte i precisi fatti storici sui quali non saprei pronunciarmi, la musica barocca - retaggio del Re Sole - ha giustamente una grande rilevanza, anche se nella colonna sonora viene mescolata con quella contemporanea, da Siouxsie ad Aphex Twin. Nel secondo tempo casca a fagiolo una “Barricade Mysterieuse” al clavicembalo di François Couperin, musicista di corte di Versailles. La pittrice che ritrae i reali è riconoscibile nella Vigée-Le Brun. Eccetera. I passatempi di corte occupano quasi la totalità del film, escludendo la vita reale, che irrompe come un deus ex machina nel finale sotto forma del quarto stato che va a prendere marito e moglie direttamente a casa propria. È interessante confrontare questo film con “La nobildonna e il duca” di Rohmer (2001) nel quale la vita del popolo e quella dei nobili venivano spesso in contatto, permettendo a questi ultimi di rendersi conto della violenza che stava sorgendo e che invece Luigi e Maria Antonietta, confinati nella loro reggia, non riescono a percepire.

2006, regia di Sofia Coppola, sceneggiatura di S. Coppola da un romanzo di Antonia Fraser, con Kirsten Dunst, Asia Argento, Marianne Faithfull.

Categorie:Cinema Tag:

SOL(itu)DINI

17 Luglio 2009 Nessun commento

Come il fratello barcarolo, anche Silvio Soldini ha una predilezione per la solitarietà. Tale è la condizione di tutti i personaggi del suo “Pane e tulipani” (2000). La differenza è che, mentre il barcaiolo la solitudine la ricerca – nelle sue avventure marinare -, il regista tiene invece molto a far fuoriuscire i suoi personaggi da quella che considera una condizione deprecabile, stando almeno al ritratto che ne fa in questo film. Tutto molto bello, se non fosse che l’unica via d’uscita che Soldini ci propone è costituita dall’Amore, fatto che condanna i poveracci non baciati da questa rarissima fortuna a condurre un’esistenza depressa, come quella del cameriere, o del ‘detective’, o della massaggiatrice, etc. L’unica coppia ‘regolarmente’ sposata è insoddisfatta e cornificata, i solitari di cui sopra sono dei drop-outs, pieni di nevrosi. Insomma, dietro l’apparenza di una fiaba a lieto fine, in realtà “Pane e tulipani” è uno spaventoso film horror (che provoca depressione, per giunta, invece della catarsi propria di questi ultimi).

2000, regia di Silvio Soldini, sceneggiatura di Soldini e Doriana Leondeff, con Licia Maglietta, Bruno Ganz, Marina Massironi, Antonio Catania, cameo di Don Backy, musiche di Giovanni Venosta.

Categorie:Cinema Tag:

giornaloni e giornaletti

16 Luglio 2009 Nessun commento

Texone: una stanca e bolsa storia piena di retorica nella quale Tex e suo figliolo (descritto come un eterno ragazzino) fanno da intermediarii per la causa dei nativi del Sud America, repressi dalla colonizzazione spagnola (o portoghese?) alla stessa maniera dei loro sfortunati compaesani nordici. Un’idea di Sergio Bonelli, originata dai suoi viaggi esplorativi (vedi Mister No), costringe Boselli e Frisenda a lavorare per almeno un anno su una storia che non riesce a coinvolgerli per nulla. Quanto alla vicenda storica che l’avventura vorrebbe approfondire, basta leggersi un paio di paginette di libro, o della stessa prefazione, per acquisire molte più informazioni.

Jan Dix: il malcapitato Hans Hartung è l’artista preso di mira dalla storia di questo mese, nella quale c’entra come i cavoli a merenda.

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lo scècco bianco

14 Luglio 2009 4 commenti

Nota: questo blog non aderisce allo sciopero perché, comunque, nessuno se ne accorgerebbe.

Il primo film diretto da Fellini contiene già in nuce una buona parte delle tematiche che faranno parte delle sue pellicole successive. Quasi un esempio di meta-cinema (come “Otto e mezzo”) traslato però verso il fotoromanzo, scorre come un normale film dei ‘telefoni bianchi’ o simil-neorealistico fino all’apparizione dello Sceicco Bianco (Sordi) che ondeggia su un’altissima altalena. È questa la scena visionaria (per quanto in scala minore rispetto alle trovate tipiche del regista) che apre il varco al mondo felliniano: il sogno (ad occhi aperti, in questo caso), il set di ripresa fotografica sulla spiaggia (“8emezzo”), la musica circense (“I clowns”), le prostitute (“Cabiria”), la moglie maggiorata (“Amarcord”), etc. Il taglio di una scena sacrificata nella versione ufficiale (il marito che ‘tradisce’ la moglie con una prostituta) stempera l’amarezza del finale, ma solo fino ad un certo punto. È ben piú rilevante il tradimento, ‘solo’ platonico, della moglie, infatti.

1952, regia di Federico Fellini, sceneggiatura di Fellini, Antonioni, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, con Alberto Sordi, Leopoldo Trieste, Brunella Bovo, Giulietta Masina, musiche di Nino Rota.

Amuleto

13 Luglio 2009 Nessun commento

Uno dice: mi faccio una videoteca di un 50-70 titoli teatrali (la collana di dvd appena terminata – per fortuna! – edita dalla Rai) così riesco ad avere un’ampia visuale sulla storia del teatro, occidentale almeno. Col cavolo. Mancano all’appello, tanto per cominciare, i circa milleseicento anni che separano la tragedia greca da Shakespeare, che la suddetta collana tratta come se in mezzo non sia esistito nulla. I punti in comune tra “Amleto” (1600) e, per esempio, “Medea” (400-e-rotti a.C.) in effetti rimangono molti. Omicidi, tradimenti, vendette di sangue, genitori risposatisi con legami al limite dell’incestuoso (tesi assecondata dalla lettura altrettanto incestuosa del rapporto tra Amleto e sua madre nella versione del 1951-54 proposta da Squarzina/Gassman, contenuta nel dvd). La laconicità espressiva della tragedia greca viene però riempita dal Grande Bardo con la poesia e con una ricchezza di sfumature psicologiche ed umoristiche (molto ‘inglesi’, queste ultime, ricordano molto Wilde) che lasciano capire che qualcosa debba pur essere avvenuto, nel frattempo. Un testo tutt’ora di estrema modernità, anche se la suddivisione delle scene sembra rifarsi a quella dell’Opera o, meglio, il contrario, perché l’Opera non era ancora nata: ogni scena presenta infatti o un monologo, o un dialogo o un trio, di personaggi diversi, secondo tipologie assimilabili ad un’aria o ad un duetto, o un trio, del teatro d’opera. Il famoso ‘essere, non essere’, è un funebre monologo sull’opportunità di vivere, combattendo le difficoltà, o porvi fine con la morte, oppure considerare la vita come un sogno (tema ricorrente, da Shakespeare stesso, a Calderon de la Barca, a Marzullo). Curioso il fatto che ci si immagini che in questa scena Amleto stia con il teschio in mano, invece qui tiene in mano un libro, mentre la scena del teschio è nel finale, sulla tomba della sua ‘fidanzata’. Il finale della “Vita Agra” di Bianciardi è chiaramente, a questo punto, una citazione di “Amleto”, abilissimamente dissimulata. Amleto è un eroe problematico, rispetto agli eroi greci, come L’Uomo Ragno viveva un’esistenza problematica rispetto ai super-eroi dell’antichità (Superman). Come per tutti i ‘classici’ (super-classici, in questo caso) capita di riconoscere, tra una parola sì e una … pure, una quantità di situazioni, topos narrativi, modi di dire, che hanno ispirato le migliaia di opere, e non solo, di tutti i generi, a seguire.

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giornaletti

10 Luglio 2009 Nessun commento

Sia il Rat-Man 73 che il Dylan Dog 274 sono all’insegna dei cross-over spazio-temporali ed inter-fumettistici. Ortolani + Di Gregorio/Casertano (che non fa più i pupazzetti, per fortuna).

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L’Estro Ormonico

9 Luglio 2009 Nessun commento

Anche se Vivaldi non è stato l’inventore del concerto solistico – come Presley non è stato l’inventore del rock’n'roll – con la sua Opera Terza, “L’Estro Armonico” (1711), il concerto venne canonizzato e il Prete Rosso ne divenne il suo profeta. Sagacemente, invece di stamparlo a Venezia, Vivaldi lo mandò da Estienne Roger di Amsterdam, specializzato nell’editoria musicale di qualità, garantendosi nel contempo una maggiore diffusione internazionale. Dopo l’Opera Prima – le sonate a tre di diretta ascendenza corelliana – e l’Opera Seconda – sonate per violino e basso nelle quali l’inventiva si fa via via maggiore - con l’Estro Armonico Vivaldi incomincia davvero a scatenare gli ormoni della sua creatività. Si tratta di dodici concerti, suddivisi esattamente in quattro blocchi di concerti a 4, 2 e 1 violino. La tipologia è ancora ibrida. Il debito verso Corelli si fa sentire ancora una volta, sia negli spazi che ricordano il concerto grosso, nei quali il violino è parte di una scrittura in tre parti, sia negli Adagi, molti dei quali sono caratterizzati dallo ‘staccato’ regolare dei medesimi di Corelli, oppure nell’accompagnamento degli archi che spesso assume una fisionomia ‘classica’. Le interrelazioni tra gli autori dei concerti di questi anni del Settecento andrebbero indagate in profondità: il dodicesimo concerto grosso di Corelli è infatti in realtà un concerto per violino solista, la cui qualità di scrittura si avvicina molto ad alcune sonate dell’Op. II di Vivaldi e a qualche movimento della stessa Opera Terza. Convivono con questi arcaismi le novità peculiari introdotte dal compositore veneziano: la disinvoltura con la quale tratta i motivi che compongono i suoi pezzi, basati sul contrasto, azzardato per l’epoca, tra gli archi e la voce solista. Un’altra innovazione è la reale ‘solitudine’ del violino che in molti pezzi si esibisce senza la parte armonica sottostante o, varie volte, accompagnato dai suoi confratelli di tono acuto, sperimentando effetti che troveranno il loro culmine nelle Quattro Stagioni. Il piglio assertivo di certi motivi, fatto di poche note ribattute in inizio di frase, ricorda da vicino un certo tipo di modalità per le quali è noto Beethoven, e che parrebbe strano non abbia conosciuto le stesse sue prerogative nell’opera di Vivaldi (è esemplare soprattutto il secondo Allegro del concerto n. 8).

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acchiappare un ladro

7 Luglio 2009 2 commenti

Piú che un soft-thriller, “Caccia al ladro”, con le sue corse in auto sulle scogliere e nell’entroterra, era un perfetto spot promozionale per la Costa Azzurra. Mancano la vera suspence e la sagacia hitchcockiana, trascurate forse proprio per non rovinare l’effetto dépliant. Il personaggio del ladro nottambulo che rapina le riccone, insieme all’ambientazione fra la nobiltà ingioiellata, può probabilmente essere stato una fonte di ispirazione per creare Diabolik (a suffragio di questa ipotesi – o tesi – si nota che fondendo i cognomi degli attori protagonisti viene infatti fuori il cognome della compagna di Diabolik: Kelly + Grant = Kant).

1955, regia di Alfred Hitchcock, con Cary Grant, Grace Kelly, tratto da un racconto di un certo David Dodge.

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la vita grama

6 Luglio 2009 Nessun commento

La trasposizione cinematografica (1964) del romanzo “La vita agra” (1962), pur essendo riuscitissima – per la grande capacità degli autori di riscrivere soggetto e sceneggiatura per adeguarli ad un linguaggio completamente diverso – compie uno snaturamento del ‘messaggio’ di Bianciardi. Le premesse sono identiche, ma è diversa la risposta ad esse del protagonista: se, nel romanzo, Luciano Bianchi (alter ego di Luciano Bianciardi) si capacita della impossibile impresa di modificare il ‘sistema’ e si limita a trovare un proprio rifugio che gli consenta perlomeno di sopravvivere, il Tognazzi che lo interpreta nel film preferisce – in maniera molto piú cinica, ma piú realista - arrendersi alle convenzioni del sistema, approfittando delle opportunità che questa organizzazione sociale (per quanto detestabile) gli offre per conseguire il proprio successo. Un bel film, tipico esempio di commedia all’italiana, ma personalmente preferisco decisamente la soluzione proposta dalla versione originale.

Regia di Carlo Lizzani, soggetto di Bianciardi e Lizzani, sceneggiatura di Lizzani, Sergio Amidei e Luciano Vincenzoni, con Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli, con cameo di un esordiente Enzo Jannacci (nemmeno accreditato nei titoli).

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la Spettinatura

3 Luglio 2009 2 commenti

Milano – Palazzo Reale: “La Scapigliatura”. Meno male che c’è l’”Argan” (il malefico libro di testo delle superiori, allora incomprensibile ma oggi gustosissimo). La lettura di poche pagine de l’”Arte Moderna” permette infatti di inquadrare correttamente il periodo della Scapigliatura, meglio di quanto non faccia la visione dell’intera mostra, a meno che non ci si legga il costoso catalogo. Ad Argan non stava molto simpatica, come tutto l’Ottocento italiano del resto (troppo provinciale, effettivamente). Caratteristica comune degli esponenti di questo movimento (sia in letteratura che nelle belle arti) è la negazione dell’aulicità richiesta agli artisti dal neonato stato italiano. I temi (ritratti, scene tardoromantiche, soggetti popolari) sono affrontati in maniera semplice, con la volontà di riprodurre situazioni quotidiane, e il disfacimento del disegno non è l’analisi pre-impressionistica dei Macchiaioli, ma l’estensione delle forme all’atmosfera che le contiene (aspetto portato al massimo grado in scultura da Medardo Rosso). C’è a volte (come nel caso di Tranquillo Cremona) una certa melensaggine, che sembra far sconfinare il Romanticismo in Romanticheria, ma è limitato a pochi casi. Perlopiù, l’indefinitezza del disegno sembra invece voler aggiungere un quid all’indeterminatezza del soggetto (umano) e alla sua recalcitranza a farsi definire da connotati che tentino di racchiudere la sua ineffabilità.

Tranquillo Cremona, “L’edera”, 1878, Galleria d’Arte Moderna, Torino.

una gita ad Assisi

2 Luglio 2009 Nessun commento

In questi giorni i quotidiani ci offrono delle ‘astutissime’ osservazioni su un presunto autoritratto di Michelangelo riconosciuto in uno dei personaggi degli affreschi della Cappella Sistina (a parte che lo vede anche un bambino, ma in ogni caso sai che novità sarebbe…). La monografia dei Lorenzetti, allegata al numero appena uscito di Art & Dossier, suscita invece - involontariamente – delle ipotesi molto più interessanti. La donna che sostiene l’avambraccio di Gesú, baciandolo, nella “Deposizione” (1315-19) affrescata da Pietro Lorenzetti nella Basilica di San Francesco ad Assisi, richiama subito alla memoria la “Pietà” della parte sommitale del polittico di San Domenico (1508), di Lorenzo Lotto, conservato nella pinacoteca di Recanati. Se si andasse a rovistare nei taccuini del Lotto, se mai si fossero conservati, ci sarebbero probabilmente delle prove di un suo viaggio alla Basilica di San Francesco di Assisi, fatto che spiegherebbe la particolarissima posizione della donna che compie lo stesso gesto nella sua Pietà, in una posa iconograficamente come minimo insolita, che non trova descrizione nei vangeli, e che si spiega soltanto con una visita agli affreschi dell’antico maestro (sempre che non ci sia una fonte precedente, alla quale abbiano attinto entrambi). Lotto potrebbe aver compiuto una gita ad Assisi per studiare gli affreschi di Giotto, come fece del resto anche Michelangelo – il che equivale a riconoscere, banalissimamente del resto, che la basilica era una meta di studio per gli artisti del tempo - e nel contempo aver preso visione anche di tutta la decorazione affrescata, anche degli altri autori.

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post-stratos

1 Luglio 2009 1 commento

Fondamentalmente, ai sessantamila spettatori del concerto tenutosi trent’anni fa all’Arena di Milano all’indomani della sua morte, di Demetrio Stratos non fregava una mazza. Erano lì per ascoltare “Lunga e diritta correva la straaadaa…” oppure “Bomba o non boomba…”. Lo si capisce dall’impietosa accoglienza tributata all’unico brano sperimentale della serata, che più si avvicinava al tipo di ricerca portata avanti dal cantante di origine greca, scritto da Sylvano Bussotti e interpretato al pianoforte e alla voce da Giancarlo Cardini. Il dvd allegato all’Espresso, troppo breve per soddisfare l’appassionato, avrebbe dovuto perlomeno essere doppio per assumere una certa consistenza. Cionondimeno, si ha la possibilità di vedere alcuni cantautori italiani in giovane età (Branduardi, un Ludovico Einaudi baffuto, etc.) e assaporare per un po’ il gusto di suonare dal vivo che animava i numerosi gruppi italiani degli anni Settanta (Area, Banco del Mutuo Soccorso, PFM, oltre a varie ensemble di strumentisti allestite in maniera più o meno estemporanea), spirito che oggi si è quasi totalmente perso, almeno nei circuiti mainstream della musica.

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