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Archivio Settembre 2009

inkiostri

30 Settembre 2009 2 commenti

Del fatto che Andrea Pazienza sia stato un genio (o, meglio, un dio) se ne trova conferma in ogni dove. Nella sua opera prima, la catanese Cannatella lo cita subito, all’inizio, per togliersi il pensiero. “Inchiostro di Jack” è un ‘romanzo’ di formazione, che racconta delle esperienze sentimentali della protagonista, attraverso un dialogo immaginario, con una continua inversione di ruoli, tra se stessa e il suo personaggio. Certamente autobiografico, per la sensibilità con la quale si tratta il tema, rivela anche un solido background di riferimenti, utilizzati con una certa padronanza (si va dallo stesso Pazienza, a Spiegelman, alla Vanna Vinci de “L’altra parte”, ai manga, etc.). Fa sempre piacere leggere storie a fumetti ‘al femminile’, profondamente diverse dalle trucidità che di solito i maschietti ci propinano, anche se le nuove leve di questi ultimi fanno ben sperare. E qui si torna a Pazienza, maestro inimitabile nel riassumere in una sola persona la sensibilità più estrema, indissolubilmente unita ad un’altrettanto estrema e poetica trucidità. La narrazione della Cannatella procede forse in maniera un po’ troppo precisina, con poche traslazioni di significato che il fumetto si presterebbe bene ad offrire, ma in fondo è ancora giovane e l’unico dubbio è se, come altre sue colleghe/i (la Satrapi, lo stesso Spiegelman, etc.), vedrà esaurirsi la propria spinta creativa con la inevitabile relativa conclusione delle esperienze personali da poter trasformare in letteratura disegnata, oppure, si spera, no.

speciale

29 Settembre 2009 Nessun commento

Una vagonata di minchiate, speciali, però.

Categorie:fumetti Tag:

l’Atalanta

27 Settembre 2009 Nessun commento

Un film che piacque molto a Truffaut e agli autori della Nouvelle Vague, “L’Atalante” (1934) – l’ultimo dei pochi realizzati da Jean Vigo – ha una trama semplicissima, e tutta la sua attrattività è data dai caratteri dei personaggi e delle loro relazioni. Come tutti i film girati poco dopo l’avvento del sonoro, risente di uno stile di recitazione alle volte eccessivo, anche se simpatico: se un uomo si impermalosisce, eccolo gettare puntualmente la sigaretta per terra, per esempio; il comandante della barca è il corrispettivo del ‘vecchietto del far west’, etc. Allo stesso tempo, però, il regista è attento alla descrizione del lato intimo della coppia di sposi, impegnati in una bislacca luna di miele sulla Senna a bordo dell’Atalante. Il climax poetico-simbolico dell’”Atalante” è stato sottratto da Ghezzi per la nota sigla di “Fuori orario”, nella quale il marito, depresso per la perdita della moglie, si tuffa in acqua per ritrovarne l’immagine (e avere così la conferma di ritrovarla di persona). Oltre alla cinematografia francese, anche quella danese, nella fattispecie “Ordet” di C.T. Dreyer, si deve essere ispirata, almeno formalmente, a questo film: la scena, con camera fissa, di persone che salgono o scendono una scarpata sterrata è ricorrente in questo film come in “Ordet” (1955).

Categorie:Cinema Tag: ,

metallurgia

25 Settembre 2009 2 commenti

La musica dei Metallica, almeno all’epoca di “Master of Puppets” (1986), è basata su brevi frasi (musicali), spesso di cattivo gusto o quantomeno molto semplici, rivestite da un arrangiamento heavy metal. Gli arrangiamenti sono in effetti il lato più interessante: molto più pesanti dei contemporanei Iron Maiden (o poco precedenti), lasciano intravedere futuri esiti stilistici validi ancora oggi (lo speed-metal, dei System of a Down, per esempio), e rivelano i tratti più riusciti negli assoli di chitarra. Le tematiche dei testi sono le solite pirlate epico-fantaeroiche proprie di questo genere musicale, che sicuramente derivano dal retaggio di Peter Gabriel all’epoca dei Genesis.

Categorie:Musica, Rock Tag:

aveux et anathèmes

24 Settembre 2009 Nessun commento

Fondamentalmente, alle decine di libri di Émile Cioran si potrebbero intercambiare i titoli senza per questo procurare nessun danno alla sua opera che, del resto, appare come un libro gigante composto da tanti capitoli quanti sono i suoi volumi scomposti. Alla base di tutto ci sono i suoi soliti aforismi, o brevi pensieri, annegati nel cinismo, nel disincanto e in un lucido misticismo, che hanno un denominatore comune che permette di differenziare solo per sommi capi i vari raggruppamenti che vanno a costituire. In “Confessioni e anatemi” (1987), se si vuole, si può ritrovare una prevalenza di pensieri sulla morte, ed infatti questo è l’ultimo libro che Cioran ha pubblicato ancora in vita.

cut-up

All’origine del minimo pensiero si profila un leggero squilibrio. Che dire allora di quello da cui deriva il pensiero stesso?

Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta.

Il fatto che la vita non abbia alcun senso è una ragione di vivere – la sola, del resto.

Più si detestano gli uomini, più si è maturi per Dio, per un dialogo con nessuno.

Ciò che non è straziante è superfluo, almeno in musica.

Per scorgere l’essenziale non bisogna esercitare alcun mestiere. Restare tutto il giorno distesi, e gemere…

Bisogna che una sensazione sia caduta bene in basso perché si degni di mutarsi in idea.

Dato che l’uomo è un animale malaticcio, i suoi gesti e le sue parole hanno tutti indistintamente valore di sintomo.

Vi è del ciarlatano in chiunque trionfi in qualsiasi campo.

etc.

Biblioteca Adelphi n. 515, pag. 136, 14,00 euri, traduzione di Mario Bortolotto (lo sentivo che era un grande, e ne ho trovato qui la conferma)

il Fatto

23 Settembre 2009 1 commento

Erano in pochi, probabilmente, a sentire la mancanza di un nuovo quotidiano (a parte i giornalisti che vi scrivono o i tipografi, etc.). Fatto sta che “Il Fatto Quotidiano” non è così male come ci si poteva aspettare. Dotato di un numero sufficiente di pagine (al contrario dei fogli tipo Il Riformista, Europa, Liberazione, etc.), che comunque non lo esimono dal suo destino di secondo quotidiano da affiancare ad uno più generalista (Corriere o Repubblica), ha il pregio di vantarsi di non usufruire di nessun contributo pubblico. Vi scrive, tra l’altro, un gran numero di firme più o meno grandi del giornalismo italiano (Barbacetto, Beha, Padellaro, Colombo, Travaglio, Gomez, etc., tutti i satrapi italiani, insomma) e ciò ne costituisce al tempo stesso il pregio e il difetto: da un lato ne aumenta l’attrattiva, dall’altro dà l’impressione di leggere il giornale di sempre, un collage di tanti altri quotidiani. Pregio di questo primo numero è che, forti della non appartenenza a nessun padrone, assestano critiche a destra e a manca senza problemi, e in modo non qualunquistico (almeno da quanto è dato capire). Da ricomprare.

vatti a fidare

22 Settembre 2009 3 commenti

Anche se lo sconosciutissimo Frantisek Tuma (1704-1774) non dice nulla a nessuno, il nome di Rinaldo Alessandrini posto a fianco è un garanzia di qualità. Tuma, compositore boemo che lavorò a Vienna, è all’incirca contemporaneo di Carl Philip Emanuel Bach, e le sonate per archi del primo ricordano molto stilisticamente quelle per violino e clavicembalo del secondo. Ci si trova in un punto di passaggio tra lo stile barocco e quello galante, ma le composizioni sono ancora piene di contrappunto e il basso continuo vi gioca un ruolo fondamentale. La severità del barocco è ancora tutta presente, e le aperture alla semplificazione galante non hanno ancora preso il sopravvento, per fortuna. A differenza del figlio di Bach, Tuma si prende maggiori libertà espressive, ricercando effetti particolari di drammaticità, riconducibili ai lavori per archi del suo quasi omologo Biber (anche quest’ultimo era boemo e operò in Austria, a Salisburgo). Il disco contiene una serie di suite per archi, a tre e a quattro elementi, di bellezza via via decrescente, ma il livello di partenza è altissimo, quindi…

Video importato

YouTube Video
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ammazza i curati

21 Settembre 2009 Nessun commento

Bando alle affinità elettive. Il ritorno di fiamma che colpisce il buon Stefano Accorsi, nei riguardi di una sua ‘vecchia’ avventura, Maya Sansa, è costituito da pura passione fisica. Senza dubbio, questa può da sola bastare a surclassare il legame puramente virtuale esistente verso la sua famiglia legale (moglie e figlio vengono presentati fugacemente solo nel finale, infatti). Il treno gioca un ruolo importante come luogo di incontro, occasione di spostamento, che ha come significato traslato la transito-rietà del legame esistente tra i due (un riferimento a “Lolita” di Nabokov). Tratto da un romanzo di Cassola (“Una relazione”, 1969), il film di Mazzacurati (2004) è ambientato negli anni ’30, ma in pratica potrebbe esserlo in un periodo qualsiasi, visto il quasi totale slegamento dal contesto di contorno della vicenda, che la camera da presa osserva in modo quasi esclusivo, a volte claustrofobico, scivolando spesso e volentieri nel voyerismo. Solo nel finale si può capire il motivo di tale retrodatazione: la fine della Seconda Guerra Mondiale viene introdotta come un deus-ex-machina per rimuovere le macerie del passato e ricostruire una nuova vita.

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re-volver

18 Settembre 2009 Nessun commento

Estrapolando il plot da un episodio di un suo film precedente, “Il fiore del mio segreto”, Almodóvar lo espande, scrivendo un film tutto al femminile, facilmente riconducibile, per evocazioni ed atmosfere, al suo passato personale, trascorso probabilmente in prevalenza di tale compagnia a causa della sua gayezza. Le vicissitudini della nonna sono ripetute – senza saperlo - dalla figlia, e anche la nipote rischia di essere condannata allo stesso destino, fino a quando l’antico dramma familiare che ne ha determinato la dinamica non viene infine rivelato, dando la possibilità alle generazioni future di liberarsi dal suo segreto condizionamento.

2006, scritto e diretto da Pedro, con Penelope Cruz e Carmen Maura.

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the she-devil

17 Settembre 2009 Nessun commento

Il brutto anatroccolo viene assunto, per sbaglio, da Vogue. Nonostante tutta la sua involontarietà, e in assoluta buona fede, riesce comunque a far le scarpe alle ar-riviste più agguerrite. A parte la protagonista, le due cattive (la Streep e un’altra tizia) sono tagliate con l’accetta (ricordano infatti, specialmente la prima, la cattiva del cartone animato “La carica dei 101″). Un finale scontato fa da suggello alla banalità di tutta la pellicola (anche se ben realizzata). Un filmetto che non merita certo tutta la sua fama.

2006, diretto da David Frankel, scritto da Lauren Weisberger e Aline Brosh McKenna, con Meryl Streep, Anne Hathaway.

Categorie:Cinema Tag:

rattix

15 Settembre 2009 Nessun commento

Roba senza infamia né lode. Tex è disegnato da un Venturi che emula piuttosto bene John Buscema (uno dei pochi italiani ad averne avuto il coraggio, dopo Leone Frollo), ma che non riesce ancora a raggiungere la sua sobrietà, sia compositiva che di atteggiamento dei personaggi (recitano troppo). Gravi pecche di sceneggiatura nel finale di Jan Dix. Rat-Man fa ridere.

Categorie:Argomenti vari, fumetti Tag:

Mao Tze!

14 Settembre 2009 Nessun commento

Nonostante abbia cambiato nome, alla Festa Democratica si possono (per fortuna) trovare ancora dei testi politicamente scorretti, come “Politica e cultura”, di Mao Tse-Tung, edito nel 1969 da una casa editrice abbastanza fantomatica. Il volumetto raccoglie due conferenze di Mao (una del 1937 e una del 1942) alle quali se ne aggiunge una terza di un suo seguace, Kuo Mo-jo, del 1949. La prima delle tre, “A proposito della pratica”, tratta del materialismo dialettico marxista-leninista. Suppergiú, pare di leggere delle banalità: il metodo comunista consisterebbe nel partire dalla pratica, per arrivare alla teoria, e poi tornare alla pratica per un continuo feedback. Si contrapporrebbe al metodo idealista, basato solo sulla teoria, e quello empirico, votato soltanto all’esperienza. Chi non sottoscriverebbe un tale approccio? L’apparente idiozia di questa prima conferenza acquista valore soltanto leggendo la seconda (“Artisti e scrittori nella nuova Cina”). In questa il buon Mao esige che gli scrittori e gli artisti debbano calarsi nella vita reale del proletariato, e rappresentarla nelle proprie opere. Il processo non si ferma qui, però, altrimenti saremmo di fronte ad un ideale simile a quello berlusconiano, ovvero dare in pasto alla gente ciò che riesce a comprendere e gradire. La rivoluzione cinese si promette di elevare il livello culturale delle masse, prima attraverso un avvicinamento (ed un abbassamento) degli intellettuali al loro livello, ma questo è solo il primo passo per alzare gradualmente il tenore dei contenuti delle opere artistiche o letterarie, con un continuo controllo dei risultati che queste ottengono quando vengono fruite dal popolo. Non so se un programma tanto ambizioso sia mai stato realizzato, ma non mi pare.

new age

10 Settembre 2009 Nessun commento

Agenore Incrocci, della premiata ditta Age & Skarpelli, nel ’96 scrisse un libricino che l’editore ebbe la pretesa di sottotitolare ‘manuale di sceneggiatura’. Ci vuole un bel coraggio per affermare che in 120 pagine si possa insegnare l’arte della scrittura cinematografica. Ciò nonostante, dalla sua lettura si possono trarre alcuni spunti utili per la decodifica critica di diversi aspetti tecnici della Nona Arte.

Categorie:Cinema Tag:

Evaristo 3

9 Settembre 2009 Nessun commento

Per certi versi, la carriera di Dall’Abaco è comparabile con quella di Corelli. Come quest’ultimo, anche l’Evaristo ha pubblicato solo 6 opere, e tutte consistono in musica strumentale per archi (tra sonate e concerti). Anche nei concerti della Sesta e ultima raccolta (1735) si ravvisano dei richiami ai modelli corelliani: nei gravi - dallo stile staccato e largo, di breve durata - e nel basso continuo forsennato dell’Allegro ma non troppo del concerto VI. Fondamentalmente lo stile di tutta l’opera è però ispirato a Vivaldi e al concerto veneziano, in tre movimenti. La scrittura abbandona sempre più il contrappunto e viene costruita per blocchi di masse sonore compatte. Se questa è una caratteristica del concerto veneziano in generale, un elemento vivaldiano inconfutabile lo si ritrova in molti degli Adagi centrali, che ricalcano spesso il modello corrispondente dell’Inverno: una patetica melodia disegnata dal violino solista, con sottofondo ad andamento regolare di corde pizzicate.

vado a vivere in campagna

8 Settembre 2009 Nessun commento

Il buon Franchino Kafka, tra il 1917 e il 18, se ne va in campagna a Zürau illudendosi di sfuggire agli scarafaggi e di curare la sua tubercolosi. Si mette a scrivere un centinaio di foglietti di quaderno che contengono una serie di aforismi e storielle che stanno a metà – e al di sopra, forse - tra Epicuro e lo stoicismo e che, da soli, valgono almeno quanto il resto della sua produzione letteraria. Pensare al fatto che li ha scritti quando aveva solo trent’anni può essere demoralizzante.

Exempla:

La vera via passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena al di sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa.

Da un certo punto in là non vi è più ritorno. Questo è il punto da raggiungere.

Se fosse così, che tu procedi su un piano, con la buona volontà di andare avanti e però fai dei passi indietro, allora sarebbe una situazione disperata; ma poiché ti stai arrampicando su un pendio ripido, così ripido come tu stesso appari visto dal basso, i passi indietro possono anche essere causati soltanto dalla natura del terreno e non devi disperare.

Come un sentiero d’autunno: appena è tutto spazzato, si copre nuovamente di foglie secche.

Leopardi irrompono nel tempio e svuotano i vasi sacrificali; questo si ripete continuamente; alla fine lo si può calcolare in anticipo e diventa una parte della cerimonia.

Tu sei il compito. Nessun allievo in vista, da nessuna parte.

È ridicolo come ti sei bardato per questo mondo.

Venne data loro la possibilità di scegliere fra diventare re o corrieri del re. Come bambini, vollero tutti essere corrieri. Per questo ci sono soltanto corrieri, scorrazzano per il mondo e, poiché di re non ce ne sono, gridano i messaggi ormai privi di senso l’uno all’altro. Volentieri porrebbero fine alla loro miserevole vita, ma non osano farlo per via del giuramento che hanno prestato.

Mettiti alla prova con l’umanità. Essa fa dubitare chi dubita, fa credere chi crede.

Questa sensazione: «Qui non getto l’ancora» e subito sentirsi trascinati dai flutti ondeggianti.

Due compiti per iniziare la vita: restringere il tuo cerchio sempre più e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi nascosto da qualche parte al di fuori del tuo cerchio.

Etc. etc.

(traduzione di Roberto Calasso).

Categorie:Argomenti vari, Letteratura Tag:

fascisti marziani

7 Settembre 2009 Nessun commento

Telekabul si gioca le ultime carte, prima della probabile ‘normalizzazione’, con “Fascisti su Marte” di Guzzanti. Già i singoli sketch inseriti a suo tempo nel programma della Dandini erano abbastanza pesanti, ma l’idea di farci un film completo è stata veramente folle. Il risultato è spesso divertente, ma completamente anacronistico, e lo sfoggio di bravura e cultura dell’autore si risolve però in una grande pesantezza complessiva. Corrisponde più o meno all’idea di Nanni Moretti di girare il suo famoso film sul pasticciere (o ballerino?) trotzkysta che, non a caso, non ha mai realizzato.

2006, scritto e diretto da Corrado Guzzanti, con Mazzocca, Andrea Purgatori (!), Lillo.

Categorie:Cinema Tag:

Evaristo 2

4 Settembre 2009 Nessun commento

All’alba della sua Opera Quinta (1719, stampata ad Amsterdam), il buon Evaristo Dall’Abaco era già andato a rane. Se nelle sonate conservava ancora una decisa vêrve italica, in questi concerti dedicati al grande elettore bavarese – dal quale si trovava a servizio - il gusto veneziano derivato dai concerti di Vivaldi e Albinoni perde irrimediabilmente il suo essenziale carattere drammatico e si trasforma in quella musica cortigiana, sinfonica, che sembra far da anello di congiunzione tra le sue e le opere dei suoi incapaci contemporanei nordici (i vari Zelenka, Wagenseil, Fasch, etc.). Roba per gente di bocca buona, da ascoltare come sottofondo ad una buona birra, e basta.

forattini

3 Settembre 2009 2 commenti

 

Forattini, invecchiando, peggiora. La mostra “Coraggio, libertà, sberleffo“, che si svolge attualmente a Milano, però, riunisce il meglio della sua piú che trentennale produzione e, anche se ultimamente si è buttato un po’ piú a destra, l’effetto globale è di una intelligenza straordinaria e altrettanto divertente.

Categorie:Argomenti vari, fumetti Tag:

Evaristo

2 Settembre 2009 Nessun commento

 

Un bel disco della benemerita Stradivarius che contiene una selezione di sonate per violino e per due violini, rispettivamente dalle opere Prima e Terza di Evaristo Felice Dall’Abaco, da Verona. Nonostante sia un compositore quasi ignoto, già da queste sue prime opere dimostra una propria personalità, sia per il distacco dai modelli imperanti nell’ambito di questi generi, sia per la notevole varietà di idee proprie che instilla nelle sue sonate, sia per la convinzione con la quale modella alcune ascendenze francesi all’interno della concisione del linguaggio italiano. Mi torna in mente, a paragone, uno schifosissimo disco di Dieuxpart (sempre della Stradivarius), più o meno contemporaneo dell’Evaristo, dove le suites sono talmente dilatate e prive di unitarietà tali da formare una melassa, al confronto con l’equilibrio e la compattezza di quelle di Corelli. Di quest’ultimo e di Vivaldi, nelle sonate di Dall’Abaco si sentono comunque i riferimenti, letterali in alcune parti, ma integrati in modo da non costituire un plagio, ma una citazione, piuttosto, operato tra compositori di pari livello.

la vecchia e il mare

1 Settembre 2009 Nessun commento

 

Spiace dirlo, ma è impossibile non aver tirato un sospiro di sollievo alla notizia della dipartita della Nanda Pivano. Da decenni ormai era diventata nient’altro che un simbolo, glorificato insopportabilmente dai vari giornalisti, di Red Ronnie, Jovanotti, etc., che approfittavano della sua arteriosclerosi per farsi belli, loro. Anche negli articoli che il Corriere le concedeva di scrivere, ultimamente, non mi pare di aver mai letto qualcosa di men che banale. Per omaggiarla veramente l’unica cosa da fare era leggersi una delle sue traduzioni degli americani che sponsorizzò negli anni Cinquanta. La traduzione di “The Old Man and the Sea” (1952) è, infatti, impeccabile, al contrario di quella imprecisa di “Of Mice and Men” del suo amico Pavese (1937). Voler proiettare su questo racconto marinaro la pletora di ‘significati’ che molti critici hanno riconosciuto in esso è un esercizio quantomeno sterile e pretenzioso. È meglio aderire alla tesi di Montale secondo cui ci troviamo di fronte ad un racconto ‘puro’: i significati traslati, se ci sono, sono talmente evidenti che è inutile sottolinearli. Hemingway invece sembra preso dall’effettiva volontà di trascinare il lettore in un’avventura nuda e cruda (come il pesce spada azzannato dagli squali) e, inoltre, il premio Nobel (o Pulitzer) assegnatogli per questa storiella pare più un premio dedicato ‘alla carriera’ piuttosto che all’effettivo valore dell’opera in sé.