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Archivio Novembre 2009

Enfisemia

29 Novembre 2009 Nessun commento

Con il suo “Suspiria” (1976) Dario Argento si allontana dal genere thriller-spinto dei suoi primi film per approdare, sotto l’influenza di film come “L’esorcista” (1973), all’horror esoterico-paranormale. La scelta non è casuale: oltre a poter cavalcare un filone di grande successo, si trova così maggiormente a suo agio nel fatto di non dover più essere obbligato a costruire una trama rigorosa come quella richiesta dal thriller classico, indispensabile per rendere coerente la serie di ammazzamenti nei quali è specialista. Può così concentrarsi sul meccanismo della suspense e del suo successivo sfociare in truculenti omicidii, confezionati con un gusto sempre più sadico e splatter. Le sue licenze poetiche si confondono, in questo modo, nel carattere di irrealtà di tutta la storia e, anzi, assumono un tono di regressione infantile che ben si adatta allo spirito con il quale guardare questo tipo di cinema.

Regia di Dario Argento; sceneggiatura di Argento e Daria Nicolodi; con Flavio Bucci, Stefania Casini, Alida Valli, Miguel Bosè; musiche dei Goblin (molto belle ed efficaci).

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oh, cielo

27 Novembre 2009 1 commento

La Dalila, confinata in casa a causa di un dolore cronico al collo, non trova di meglio da fare che dedicarsi alla scrittura. Il suo primo libro (“Il mio cielo”, 2006) è la storia della sua vita, per sommi capi. Si incomincia con un’infanzia sfigata che Cenerentola al confronto era fortunatissima. Per esempio, la madre – albergatrice – convinceva lei e la sorella ad alzarsi dal letto la mattina gettandogli secchiate di acqua fredda. Poi, rimasta incinta giovanissima, si ritrova a vagare col pancione tra la casa dei suoi e quella del suo fidanzato, rifiutata di volta in volta dagli uni e dagli altri spietati parenti. Poi, una volta partorito il figlio, se lo dimentica per una decina d’anni, affidandolo alla madre (probabilmente un’imposizione di legge, ma lei non lo dice) e diventa fotomodella e poi attrice, passando da Andy Warhol a Lino Banfi, senza nemmeno capire che differenza passi tra i due. Vive la vita superficiale del mondo dello spettacolo fino a quando la morte del figlio non comincia a farla riflettere sulla vita del cavolo che ha condotto fino ad allora. Meglio tardi che mai.

ci fu un tempo

24 Novembre 2009 Nessun commento

Ci fu un tempo in cui la raccolta di 6 sonate per flauto e continuo “Il Pastor Fido” fu attribuita a Vivaldi, come effettivamente recitava l’edizione a stampa. In realtà era un falso composto nel 1749 da un certo Cledeville, un modesto franco mestierante, cinque anni dopo la morte del Red Priest. Per fortuna per lui che Vivaldi era già morto altrimenti, dopo averlo raggiunto, il flauto lo avrebbe usato per prendere a randellate il Cledeville, tanto quest’opera risulta scadente. Già dalla sua Opera Prima, la scrittura di Vivaldi era mille volte superiore (più complessa, e di gusto infinitamente più raffinato) rispetto a quella di queste sonate, che – basta ascoltarle distrattamente - sembrano rassomigliare agli esercizi che doveva comporre un musicista durante le vacanze estive, tra il primo e il secondo anno del suo corso di studi. Si tratta di filastrocche in forma binaria, con un utilizzo effettivamente insolito del contrappunto (se pensiamo all’anno di composizione) ma usato in maniera puramente scolastica, con tutte le regole di armonia applicate nel punto giusto, senza nemmeno una nota fuori dalla tonalità d’impianto. Figuriamoci se un pazzo come Vivaldi si sarebbe prestato mai ad una simile marchetta.

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deep in the blood

22 Novembre 2009 Nessun commento

Vedendolo per l’ennesima volta, risulta abbastanza chiaro il motivo per cui “Profondo Rosso” sia assurto ad emblema del cinema horror. Tutti gli elementi già presenti nei primi film di Dario Argento li si ritrova anche qui, ma calibrati con una cura estrema. Per non ricadere in una trama troppo scarna come quella dell’”Augello dalle piume…”, Argento si avvale di un valente collaboratore alla sceneggiatura (Zapponi) che lo aiuta a stemperare le botte di genuina inventiva e di licenze poetiche (chiamiamole così) che il regista non manca mai di inserire. Le riprese “in soggettiva” della visuale dell’assassino non sono più esagerate come nel “Gatto a nove code” ma limitate a pochi e significativi momenti. Tutta la sezione ‘motivazionale’ degli omicidi è stavolta molto ben costruita (sebbene sia richiesta sempre la solita ‘sospensione di credulità’, per vari motivi), ispirata ad un certo qual film di Hitchcock che non ricordo. Anche qui – in maniera molto bacchettona, ma erano altri tempi – è presente la ‘scena omosessuale’, che tende ad accrescere il senso di devianza di uno dei protagonisti (una scena simile in un film girato oggi sarebbe politicamente scorretta). Stavolta però assume un doppio significato, oltre a quello di caratterizzare in un senso malsano la situazione: l’omosessualità del personaggio (Gabriele Lavia) è il risultato dell’avversione per la madre assassina (un elemento psicanalitico un po’ d’accatto, ma abbastanza sofisticato da ritenere non poter essere farina del sacco di Argento). Un moderato ma efficace sadismo nel confezionare le scene degli assassinii completa il piatto.

p.s.: notevole importanza è affidata alla musica. Oltre alla inquietante cantilena infantile, il famoso brano simil organistico sembra proprio ispirato allo stile di una toccata di Bach.

1975, regia di Dario Argento, sceneggiatura di Argento e Bernardino Zapponi, con Marc Hemmings, Daria Nicolodi, Clara Calamai (diva dei ‘telefoni bianchi’ riscattata qui in una degna fine-carriera), Gabriele Lavia, musiche di Giorgio Gaslini suonate dai Goblin.

Hopper

20 Novembre 2009 Nessun commento

MILANO - Palazzo Reale. Probabilmente la più scalcinata tra le mostre mai dedicate al grande Edward Hopper. La quasi totalità dei quadri proviene dal Whitney Museum di New York (vicino Central Park) ma, a parte quella riprodotta sul biglietto d’ingresso, non è presente nessuna delle sue famosissime opere urbane con individui spaesati. Da quel che si capisce dopo la visita, l’Hopper ha avuto una formazione classica (classicissima, anzi) in America, dopo la quale fa una serie di viaggi a Parigi dai quali, pur trovandosi in pieno periodo di avanguardie artistiche, il suo gusto figurativo sclerotizzato riesce a ricavare soltanto una forma di tardo-impressionismo urbano, del quale si libera immediatamente al suo ritorno in patria. Gli rimane la fissa per l’architettura della città, non più sfavillante di vita parigina ma al contrario libera dalla presenza umana, se non sporadica, tanto da avvicinare il suo genere alla metafisica di De Chirico. Più di quest’ultimo, come per certo cinema di Antonioni, la metafisica è ancora più efficace in quanto ottenuta con i soli mezzi della realtà. Le presenze umane dei suoi paesaggi urbani desolati sembrano chiedersi il senso di questa modificazione del paesaggio creata dall’umanità stessa, concretizzato in una forma spaziale che non riconosce come di propria appartenenza. Ci sono le case, le persone, ma tra le une e le altre non vi è interazione, sono estranee ad esse stesse.

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spade

16 Novembre 2009 Nessun commento

Due album in un solo anno sembravano, effettivamente, troppi. “Swords” di Morrissey è infatti una raccolta dei ‘lati b’ dei singoli tratti dai suoi ultimi lavori (a saperlo prima…). La sensazione di stare ascoltando materiale di seconda scelta è abbastanza persistente, anche se diversi brani avrebbero fatto la loro porca figura sugli album ufficiali, non privi di parecchi riempitivi (il che fa pensare all’abbassamento dello standard qualitativo al quale si è abituato). Uno dei pezzi che giustificano l’acquisto è “Munich Air Disaster 1958″, nel quale il nostro – in una insolita veste di tifoso, ma nella consueta tradizione di presentare una tragedia con aria soave - ci informa che la squadra del Manchester United subì anch’essa la propria Superga (nove anni dopo). La musica è bella, ma il testo segna una netta differenza rispetto a quanto avrebbe potuto escogitare in termini poetici, da una decina d’anni fa in giù.

p.s.: in allegato, un impietoso live da Varsavia nel quale si poteva presagire il collasso che lo ha colto sul palco poche settimane fa.

We love them
we mourn for them
unlucky boys of red
I wish I’d gone down
gone down with them
to where mother nature makes their bed

We miss them
every night we kiss them
their faces fixed in our heads
I wish I’d gone down
gone down with them
to where mother nature makes their bed

They can’t hurt you
their style will never desert you
because they’re all safely dead.

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il gatto ena-caudato

16 Novembre 2009 Nessun commento

Il secondo film di Dario Argento (“Il gatto a nove code”, 1971), è più complesso del primo, la cui tensione era data soprattutto dall’unitarietà di poche piste che conducevano verso un finale che poteva apparire per questo motivo addirittura scontato, se non fosse stato introdotto un ribaltamento ulteriore allo scopo di non farlo risultare deludente (stratagemma utilizzato anche ne “Il cartaio” o “Non ho sonno”, uno dei due). Il “Gatto” ha invece una molteplicità di piste (le “nove code”, appunto) che sviano perfino troppo l’attenzione, tanto da far risultare l’assassino il classico signor nessuno, uno che si era visto appena per tutta la durata del film. Un altro punto debole è la tematica lombrosiana (seppure male interpretata) addotta per giustificare gli assassinii, francamente ridicola (anche in questo secondo film Argento mi cade sulle ‘motivazioni’). Per il resto il film è ben costruito, simpaticamente costellato di umorismo, grande uso di riprese in soggettiva dell’assassino, gli omicidii incominciano finalmente a diventare truculenti (rispetto alle morti un po’ troppo pulitine dell’opera prima), e ricorre anche qui – caricata molto più pesantemente – la tematica dell’omo/transessualità, forse utilizzata per introdurre in maniera (mal)celata il concetto di ‘devianza’, anticipatore del concetto di devianza omicida.

p.s.: particolare curioso: uno dei primi a morire è un ricercatore di nome Calabresi, principale fonte della serie di malvagità commesse nel film. Non si correrebbe il rischio di sbagliare se si cercasse un riferimento al commissario Luigi Calabresi, in quegli anni fortemente al centro della campagna (più o meno giusta, chissà) di condanna da parte di Lotta Continua & Company (company della quale deve aver fatto parte anche il Dario, evidentemente).

Regia di Dario Argento, scritto da Argento, Luigi Collo, Dardano Sacchetti, musiche di Morricone, con Catherine Spaak, Karl Malden e altra gente.

l’augello cristallino piumato

15 Novembre 2009 Nessun commento

Il primo film scritto e diretto da Dario Argento (“L’uccello dalle piume di cristallo”, 1970) è un capolavoro, con un solo paio di difetti, puramente veniali. Il primo è il titolo, piuttosto furbetto e pretestuoso, che non è indicativo del senso del film ma solo di una scena tutto sommato secondaria. Il secondo difetto riguarda il finale, che sbriga via in quattro e quattr’otto le motivazioni psicologiche dell’assassino seriale, ma è una pecca alla quale il Dario porrà in seguito rimedio in “Profondo Rosso”, con l’aiuto dell’ispirazione ad Hitchcock. Per il resto, seppure non manchino le numerose ingenuità tipiche di Argento, esse non pesano come nei suoi ultimissimi film (tanto da renderli ridicoli) ma, al contrario, l’ingenuità si traduce (e anagramma) in genuinità, sia nel senso della spigliata invenzione di soluzioni di sceneggiatura/scenografia – crudeli o meno – sia per le minori pretese che aveva il pubblico d’antan al quale il film si rivolgeva, la cui sospensione di credulità andava tutta a favore della scioltezza dell’azione, fatto che per certi versi penalizza lo spettatore odierno, più smaliziato, rendendo necessarie spiegazioni troppo prolisse che vanno inevitabilmente a detrimento dello svolgersi della storia.

Scritto e diretto da Dario Argento, musiche di Morricone, fotografia di Storaro, con Tony Musante, Enrico Maria Salerno.

numero dix

13 Novembre 2009 Nessun commento

La decima incursione fumettistica nel mondo paragnostico-artistico-poliziesco da parte di Jan Dix questa volta prende di mira Paul Cezanne. Ancora una volta l’arte – tema della serie – rimane un mero pretesto per ambientare la storia e non riesce a diventare il vero fulcro della situazione. Tutto molto artificioso (e noioso). Nota positiva: disegni di Bacilieri.

Categorie:fumetti Tag:

bèccati ‘sto Bach

12 Novembre 2009 Nessun commento

Le gemelline Pekinel si gettarono (ormai dieci anni fa) nella interpretazione delle riletture barocco-musicali di Jacques Loussier. Essendo due pianiste, presero in considerazione le composizioni intorno al BWV 1050-1060 del catalogo bachiano, ovvero quelle che furono trascritte dallo stesso autore in una versione per due clavicembali, essendo in origine destinate all’oboe e al violino come strumenti solisti. Le riletture di musica barocca in chiave jazz di Loussier sono sempre abbastanza godibili: conferiscono perlopiù ai testi esattissimi ai quali si ispirano un’aria lounge, dal carattere più sciolto e meno rigoroso, che li vedrebbe bene ascoltati come sottofondo in qualche piano bar alla moda. L’eccessivo annacquamento di alcuni brani fa però disperdere quel minimo di tensione necessaria per amalgamare una musica che si prefigga di portare avanti un discorso (di qualsiasi genere), ed infatti questo jazz-baroque è tantopiù interessante quanto meno si distanzia dall’originale.

p.s.: differenze e analogie tra la musica barocca e il jazz. La musica barocca, figlia dell’illuminismo e del barocco, appunto, prevede un discorso esatto, non privo di umorismo o di abbellimenti espressivi, ma perfettamente studiati e razionali, che conducano da un inizio ad una fine. Il jazz è un discorso tra due o più individui seduti oppure al bancone di un bar che, iniziando un dialogo (o trilogo o tetralogo) di un certo tipo in maniera seria, dopo qualche bicchiere incominciano a sragionare e il pensiero conduce le frasi in maniera ondivaga lungo percorsi anomali, che solo di tanto in tanto ricordano il punto di partenza, al quale ritornano con una relativa ritrovata sobrietà nel finale. Ogni tanto si concede uno sfogo personale a ciascuno dei partecipanti (è molto democratico, il jazz).

contro tutti

9 Novembre 2009 Nessun commento

“Leone Di Lernia Contro Tutti” è senza dubbio l’album della maturità del cantante pugliese. Di Lernia si inoltra con rinnovata passione nei temi a lui proprii – l’amore, il rapporto di coppia, l’amicizia, tematiche sociali, etc. – esprimendone al meglio le pertinenze attraverso il linguaggio poetico-figurato che ci ha da sempre abituati ad apprezzare e che trova nelle musiche accattivanti da lui adottate un veicolo efficacissimo per arrivare ad un pubblico quantomai eterogeneo, giovanile soprattutto, contribuendo inevitabilmente ad elevarne lo spirito.

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DD

3 Novembre 2009 Nessun commento

Una puntata giallo-horror, un po’ darioargentea, il cui finale (che viene puntualmente iniziato a spiegare già quando siamo ancora a tre quarti della storia) suscita un bel ‘e chissenefrega?’. Disegnata da un Alessandro Poli che copia Andrea Venturi che copia Castellini che copia John Buscema e Neal Adams.

Categorie:fumetti Tag:

da Apelle a Lucien Freud

2 Novembre 2009 Nessun commento

Prima o poi la allestiranno una mostra intitolata “Da Apelle a Lucien Freud”, per indicare l’assoluta genericità della proposta culturale offerta al pubblico. Quella che si svolge a Pavia in questi giorni si limita alla pittura che va “Da Velazquez a Murillo”, estrapolando dalla collezione dell’Hermitage una cinquantina di quadri di artisti spagnoli del ‘Siglo de Oro’. Troppo poche, e di livello generalmente minore, le opere esposte, insufficienti per articolare un discorso che abbia un senso esaustivo, ma vedere dal vivo un paio di Ribera val sempre la pena di sobbarcarsi un viaggetto.

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