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Archivio Dicembre 2009

un uomo serio

31 Dicembre 2009 2 commenti

C’è qualcosa che non quadra nei film dei fratelli Coen. Sempre molto curati, con citazioni coltissime, pieni di ironia. Forse è proprio il loro sguardo eccessivamente ironico ad impedire di prendere con un minimo di serietà le situazioni a volte drammatiche di cui le loro tragi-commedie non sono prive e, di conseguenza, a privarle dell’anima. Anche in questo caso, tutto il film è basato sulla cultura ebraica e, giustamente, i fratelli non mancano di sottolineare l’ironia insita in quella tradizione (che raggiunge il culmine nelle risposte date dai rabbini al protagonista e ai suoi problemi). Forse è proprio il senso dell’ironia ereditato da questo tipo di cultura ad impedire di entrare in sim-patia con questo tipo di cinema troppo preciso e troppo sofisticato per poter entrare nell’anima dello spettatore (almeno la mia).

cado dalle nubi

30 Dicembre 2009 Nessun commento

Come ci si poteva aspettare, il film è un po’ un collage di gag. Alcune fanno morire dal ridere, altre, anche per la scarsa dimestichezza coi tempi del cinema, sono un po’ deludenti. Tutto sommato non è male, anche perché c’è una sorta di storia alla Pieraccioni che fa da canovaccio per tenere insieme le due ore. A tratti irresistibile, risente della fretta dovuta al confezionare per tempo un film che uscisse sotto Natale e che sfruttasse il momento buono del cabarettista.

abbracci rotti

29 Dicembre 2009 Nessun commento

Ennesima variante sul tema di ‘cinema nel cinema’, l’ultimo film di Almodòvar si allontana dagli esercizi di stile canzonatorii di Truffaut (“Effetto notte”) o circensi di Fellini (“Otto e mezzo”) e costruisce una grande storia d’amore dove tutto il ‘materiale’ presentato è strettamente interconnesso e non c’è nulla che faccia da sfondo o da spalla a qualcosa di più importante. Una trama quasi perfettamente costruita, con il solo difetto di protrarsi troppo - a film ‘già finito’ – nel voler spiegare allo spettatore alcuni particolari tutto sommato non rilevanti. Pedro ha tributato il suo (definitivo?) omaggio al Cinema: il protagonista del film – un regista che gira un film in stile perfettamento old-almodovariano – per la legge del contrappasso diviene cieco, perdendo uno dei sensi fondamentali per esercitare il proprio mestiere. Significativamente, egli viene allo stesso tempo condannato e - alla fine - redento, da un altro tipo di cinema, amatoriale, che nella società contemporanea rappresenta una sorta di Grande Fratello diffuso, ovvero il desiderio di registrare attimi di vita reali che il cinema tradizionale può solo (ri)costruire artificiosamente. Con il doppio esito, drammatico e consolatorio, di questo occhio segreto, il Pedro vuole probabilmente avvertirci dell’insidiosità della Verità, che all’interno di un progetto artistico può venire controllata, ma non può assolutamente esserlo nella realtà anarchica contemporanea che ci circonda.

Muzzioli

28 Dicembre 2009 Nessun commento

Giovanni Muzzioli (1854-1894), un onesto pittore modenese che nel secondo Ottocento si barcamena tra gli stili più o meno allora in voga: macchiaiolismo, pitture rievocative di scene dell’antichità (praticamente un epigono italiano di Alma-Tadema), etc. La pittura storica-oleografica può essere vista come una degenerazione del movimento artistico inglese dei puristi-nazareni (o una cosa del genere) guidato da Burne-Jones, Millais, etc. Grande qualità pittorica, ma evanescenza dei contenuti, in una fase della storia dell’arte veramente povera di sostanza e che nella sua pervicacia decorativa e illustrativa anticipa il Liberty e che in Austria la Secessione (con Klimt in testa) surclasserà con nonchalance (almeno dal punto di vista formale). A Carpi fino a fine gennaio.

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la madre di tutte le malattie

26 Dicembre 2009 1 commento

Big respect per l’esperienza della sua malattia che l’autore ha con coraggio riversato in questo numero, ma da qui a pensare di ottenere una storia memorabile ce ne passa. Come tutte le storie ‘a tema’ (si veda il pessimo “Johnny Freak”) rischia di deludere chi non riesca ad entrare in sintonia con l’atmosfera narrativa, non offrendo altri elementi alternativi a cui appigliarsi (ma bisognerebbe chiedersi anche quanti sforzi l’autore abbia fatto per farci entrare, in quella sintonia). Molto meglio diluire le considerazioni esistenziali all’interno di più storie a struttura tradizionale (come nell’ottima prima parte di tutta la produzione sclaviana).

p.s.: l’alberello coi morti appesi è probabilmente ispirato alla similare installazione milanese di Cattelan, risalente a qualche anno fa.

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martin

23 Dicembre 2009 1 commento

Una storia di quelle che dopo averle lette ti dici: “Embè?!”.

Categorie:fumetti Tag:

pergolesi

21 Dicembre 2009 Nessun commento

Viviamo in un mondo imperfetto. Ce ne sono segni ovunque. Uno degli ultimi riscontrati è il fatto che di un grande come Pergolesi non sia dato avere il benché minimo materiale informativo in lingua italiana, a parte alcuni saggi di inizio Novecento. Per saperne di più sulla sua vita e le sue opere bisogna imbattersi per caso in un libricino in francese, piuttosto ben realizzato a dispetto della sua brevità. Il buon Patrick Barbier, specializzato nell’opera barocca, traccia una veloce biografia del compositore e ne analizza, seppur sommariamente, alcune delle sue opere certe, discernendole tra le centinaia a lui attribuite. La sua analisi è condotta in maniera critica, non nascondendo le parti pergolesiane meno convincenti, e la tesi di fondo che ci consegna è che Pergolesi sia stato un esponente dello stile preclassico, ossia uno gli anelli di congiunzione tra lo stile barocco e lo stile galante, vedendo in Mozart un diretto discendente di Pergolesi (anche se probabilmente Wolfgang non sapeva neanche chi fosse stato, ma forse suo papà Leopold sì, ma chi se lo fila, Leopold?).

p.s.: un peccato veniale, frutto dell’eccessiva specializzazione, di questo libretto è che asserisce che Alessandro Scarlatti (uno dei padri putativi di Pergolesi) fosse nato a Roma – dove pure operò - invece che a Palermo.

cose turche

18 Dicembre 2009 Nessun commento

Un buon modo per risparmiare i diciotto euri del prezzo dell’ultimo libro a fumetti di Manara è quello di leggerselo direttamente in libreria: basta meno di un quarto d’ora. Dopo Jodorowsky – la cui serie dedicata ai Borgia probabilmente non vedrà mai la conclusione – il buon Milo si affida ai testi di Vincenzo Cerami, che gli confeziona una storiellina turca che andrebbe bene per riempire appena dieci minuti di un film sceneggiato da lui: facendo i debiti rapporti con il prezzo di una proiezione cinematografica, questo libro dovrebbe costare meno di un euro (anche i disegni sono quasi a livello di storyboard).

Piani di Bobbio

15 Dicembre 2009 3 commenti

A leggerlo oggi, a quindici anni di distanza, il pamphlet di Bobbio sembra proprio figlio legittimo (o, forse, padre putativo, essendo certamente il risultato di riflessioni precedenti, più o meno pubbliche) della stagione che portò alla modifica della legge elettorale italiana in senso maggioritario (è uscito infatti nel 1994). Il Norberto dà per scontata una lettura binaria della realtà, data per contrapposizione di due elementi non compatibili. Nasconde, al pubblico e a se stesso, che una visione di questo tipo è una forma di semplificazione percettiva che la povera umanità si dà per non soccombere di fronte alla infinita complessità del mondo. La diade destra-sinistra, nata all’epoca della rivoluzione francese, è solo la variante contemporanea di altre contrapposizioni storico-sociali (guelfi-ghibellini, etc.) e che, in questo senso, non ha perso nulla del suo valore di distinzione assiologica, essendo un puro strumento spaziale per classificare delle differenze ideologiche di fondo tra gruppi politici di un tipo o dell’altro. Bobbio spiega chiaramente come il Partito Democratico (seppure ancora non esistente, all’epoca) non debba essere reticente nel pronunciare la parola ‘Sinistra’, essendo lo stesso partito nato per contrapporsi ad un blocco avversario che non si può non denominare come ‘Destra’ (quindi se esiste la destra, deve esistere per contrapposizione anche la sinistra, all’interno della quale si possono eventualmente individuare delle componenti moderate o estremiste: il PCI era un partito di sinistra, ma non di estrema sinistra, come Democrazia Proletaria, per esempio). Questa teoria bobbiana era un evidente portare acqua al mulino del sistema maggioritario, e della trasformazione del sistema politico italiano da proporzionale a bipartitico, mascherata da indagine sulle ragioni di sussistenza o meno di termini apparentemente desueti come quelli del titolo. Il filosofo torinese adotta un metodo espositivo di tipo platonico-socratico: ripercorre la succinta bibliografia che lo ha indotto ad individuare quelle che in ultima istanza sono le ragioni fondanti dei due schieramenti, scartando via via le elucubrazioni di altri studiosi del tema per arrivare ad evidenziare il valore dell’Uguaglianza, che per la sinistra è considerato in maniera positiva come il riconoscimento dei fattori che accomunano le diverse categorie sociali e umane, mentre per la destra è vissuto impropriamente come un livellamento negativo di ogni istanza umana e sociale (ma forse soprattutto economica, a voler essere realisti).

tenebre

13 Dicembre 2009 Nessun commento

Resosi conto della tavanata galattico-paranormale che aveva prodotto con “Inferno”, Dario Argento due anni dopo ritorna al thriller con “Tenebre”. L’impianto narrativo sottostante al grand-guignol sanguinolento che il Dario mette in scena non è però la strepitosa e serrata spirale psicologica e angosciante di “Profondo Rosso”. È piuttosto soltanto una traccia che consente di giustapporre scene di violenza omicida sempre più sadiche - alcune davvero memorabili, come quella dell’inseguimento del cane che fa cadere la povera vittima dalla padella nella brace. Il film termina con un’apoteosi esoplasmatica, in un appartamento nel quale si contano ben quattro morti ammazzati a colpi di accetta, tra i quali la futura signora Berlusconi che finisce tristemente con un braccio amputato e qualche mazzata d’ascia nella pancia. Quest’ultima scena ricorda, per quantità di morti e di sangue, il finale di “Le iene” di Tarantino, che aveva sicuramente i film del regista italiano come riferimento (insieme a quelli di Leone ai quali, guarda caso, Dario Argento aveva collaborato).

1982, scritto e diretto da Dario Argento, con Anthony Franciosa, Daria Nicolodi, Veronica Lario, Eva Robin’s, Giuliano Gemma.

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Carmèn

10 Dicembre 2009 2 commenti

Fondamentalmente, le musiche della “Carmen” di George Bizet mi hanno sempre fatto cagare (almeno quelle più note: l’ouverture, l’Habanera, Toreador, etc.). Guardando l’opera completa, invece, assumono tutt’altro senso. Ascoltare solo la musica di quest’opera (come di tutte quelle ottocentesche) è come sentire la colonna sonora di un film senza guardare le immagini. (L’opera settecentesca invece sta in piedi benissimo anche senza guardarla, anzi, il complicato aspetto teatrale – dell’opera seria, perlomeno - rischia di distrarre dalla fruizione delle musiche, sempre ad un livello medio pressoché eccellente.) Nella “Carmen” scaligera di Sant’Ambroeus l’unione di teatro, musica e scenografia dà luogo ad un risultato che è molto più della somma delle parti. Musiche meno belle, in generale, ma infinitamente più variegate rispetto alla stilizzazione barocca, che descrivono i diversi aspetti della narrazione, di volta in volta serii, comici, sensuali, erotici addirittura, etc. Il pezzo di gran lunga piú bello è il gorgheggio seduttivo verso la fine del primo atto.

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edo-nismo

8 Dicembre 2009 Nessun commento

Ormai le mostre sull’arte giapponese vanno via come il pane (più o meno come quelle degli impressionisti): tanto, non c’è niente da capire, quindi sono l’ideale per illudersi, dopo averle visitate, di saperne qualcosa di più. In realtà, almeno nel caso della mostra di Palazzo Reale di Milano dedicata al periodo Edo (sempre lui), si tratta di una quantità enorme di paraventi illustrati da anonimi pittori nipponici (non certo da Hokusai, Hiroshige e compagnia bella). Interessanti, alle volte anche belli (soprattutto quando il disegno rimane al livello di una descrizione calligrafica e sintetica – richiamandosi allo zen – della realtà), ma niente di più. Si evince chiaramente come, in termini generali, la storia dell’arte orientale sia di poco superiore al decorativismo islamico (tranne i casi eminenti di cui sopra), non rasentando nemmeno lontanamente la potenza espressiva raggiunta dall’arte occidentale (non a caso la grafica giapponese fu prediletta da quelle teste vuote degli impressionisti).

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le tre marie

6 Dicembre 2009 Nessun commento

Da “Inferno” (1980) in poi il cervello di Dario Argento comincia ad andare in pappa. Abbandonato qualsiasi riferimento al thriller (riferimenti ancora tutto sommato presenti nel precedente “Suspiria”) ci si ritrova in un contesto totalmente esoterico-satanico. Di conseguenza, pretendere una qualsiasi parvenza di logicità nella trama è impresa vana. È il primo episodio del ciclo delle Tre Madri (bah) e si salvano solo un paio di scene truculente e la citazione di Gurdjieff (sebbene lo si faccia passare per uno stregone). Le musiche, questa volta affidate a Keith Emerson, non aiutano, anzi, peggiorano le cose senza aggiungere nulla in fatto di creazione della suspense (di fronte alla colonna sonora di “Inferno” si può capire quanto siano state importanti le musiche di “Suspiria” e “Profondo Rosso”).

Regia, soggetto e sceneggiatura di Dario Argento; con Eleonora Giorgi, Alida Valli, Gabriele Lavia, Leopoldo Mastelloni, Daria Nicolodi.

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mossi

3 Dicembre 2009 Nessun commento

Scava che ti riscava, ogni tanto salta fuori qualche ‘nuova’ raccolta di sonate per violino del primo Settecento. L’Opera Prima di Giovanni Mossi (1680-1742) vide la luce nella Roma del 1719. Visto il periodo e soprattutto l’ubicazione geografica, dal punto di vista formale la raccolta non poteva non essere debitrice dell’Opera Quinta di Corelli (1700): è composta infatti da sei sonate da chiesa + sei sonate da camera. Pur costituendo un bellissimo ascolto, si capisce come mai queste sonate non siano emerse prima d’oggi: i pezzi di Mossi non hanno né il disegno chiarissimo di quelli del Corelli, né le spettacolari acrobazie di quelle di Vivaldi, né il genio inventivo del primo Dall’Abaco, etc. Mossi si inventa delle linee musicali non originalissime sulle quali applicare tutta la tecnica dell’epoca, che di certo non gli manca. E quindi c’è un po’ di tutto: trilli, diminuzioni (variazioni), moti perpetui, ribaltamenti melodici, etc., ma i brani mancano di un carattere che permetta di renderli indimenticabili. Come fossero un bel vestito fatto indossare ad un manichino, e non ad una persona in carne ed ossa.

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lilith

2 Dicembre 2009 Nessun commento

Terzo episodio della serie dark-fantasy scritta e disegnata da Luca Enoch. L’idea del viaggio del tempo cada episodio lascia aperto un numero di possibilità di racconto praticamente infinito. Stavolta siamo nelle Alpi Carniche durante la prima guerra mondiale: soldati vittime dei cecchini, del fuoco amico, di fucilazioni esemplari e politicamente scorrette. Come nel miglior fumetto educativo di stampo alfredocastelliano, l’avventura si sposa con la divulgazione storica ma, diversamente da quello, qui non si finisce mai a tarallucci e vino, anzi. La prerogativa della serie è quella di riscattare sempre la vita con la morte, come avviene nella realtà ai più vari livelli, figurati e non: una severa – e nerissima - lezione per chi pretenderebbe che la vita debba essere una cosa pulita pulita, per la quale non sia necessario sporcarsi mai le mani. Il bene e il male si confondono nella loro relativizzazione rispetto ad un bene e ad un male superiori.

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dyd 279

1 Dicembre 2009 Nessun commento

Non conosco la Barbato come romanziera, ma le sue storie scritte per Dylan Dog fino ad ora non mi avevano colpito in maniera particolarmente favorevole. “Il giardino delle illusioni” comincia in una maniera che ti fa pensare ‘questa non è una storia di DD’. Non vi figurano né Groucho né altri personaggi della serie, tanto per cominciare, e non viene percorsa la classica struttura delle storie tipiche della serie, ma consiste in un viaggio introspettivo nell’illusorio subconscio del solo protagonista. Se, però, all’inizio, questa sensazione risulta un po’ fastidiosa, constatando poi che la storia consiste ‘solo’ in questo, non si può non rammentare uno dei proverbi infernali di William Blake (‘Se il pazzo persistesse nella propria follia andrebbe incontro alla saggezza’) e considerare che un modello narrativo di questo tipo può essere una valida alternativa ad un canone che ormai – dopo 23 anni – si è davvero sclerotizzato, e che non permetterebbe di dire molto di nuovo e che alla lunga porterebbe all’esaurimento della serie di DD. La storia in sé non è particolarmente eclatante, ma sempre meglio delle insulse e poco coraggiose variazioni sul tema di altri autori post-sclaviani.

p.s.: una delle cose poco riuscite è la tendenza della Barbato a mettere in bocca a Dylan Dog delle frasi chiaramente derivate dal proprio ‘privato’, del tutto differente da quello di chi creò la serie, e che ne snaturano non poco la personalità.

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