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Archivio Gennaio 2010

daimon

31 Gennaio 2010 Nessun commento

La regia di “Demoni”, del 1985, porta la firma di Lamberto Bava ma il film è in realtà di Dario Argento (che nello stesso anno era occupato a girare “Phenomena”): gli autori, attori e sceneggiatori sono infatti gli stessi degli altri film del Dario, che lo ha anche prodotto. Una via di mezzo tra “La notte dei morti viventi” di Romero e “Thriller” di Michael Jackson, “Demoni” rasenta l’azzeramento del plot narrativo e dei dialoghi, riducendo il tutto ad un breve preambolo al quale fa seguito una catena di uccisioni e trasformazioni mostruose secondo una logica a metà tra il genere vampiresco e quello zombi. È divertente la trovata di meta-cinema iniziale - nella quale il pubblico vero in sala assiste ad un film ambientato a sua volta in una sala cinematografica che proietta una pellicola che anticipa gli eventi che poi colpiranno gli spettatori - ma, a parte questo, “Demoni” non è altro che un B-movie, che ha probabilmente ispirato la seconda parte del geniale “Dal tramonto all’alba” di Rodriguez, prodotto (guarda caso, a sua volta prodotto e non girato) da Quentin Tarantino.

1985, regia di Lamberto Bava, soggetto di Dardano Sacchetti, sceneggiatura di Sacchetti, Argento, Bava, Ferrini, musiche Claudio Simonetti.

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è la stampa, bellezza

28 Gennaio 2010 Nessun commento

Per capire quanto facciano pena i giornali e il sistema mass-mediatico italiani basta esaminare il seguente caso. Il numero scorso di Dylan Dog ha prodotto diversi articoli sui maggiori quotidiani (Corriere della Sera, l’Unità, etc.) perché la storia in esso contenuta (di qualità appena passabile) trattava in qualche modo il tema dell’eutanasia (in maniera talmente labile che, leggendola, quasi non ci si faceva caso). La storia del numero attuale (di qualità simile a quella precedente), invece, pur raccontando la morte cruenta di una decina di persone, sicuramente non susciterà nessun dibattito.

Categorie:fumetti Tag:

Pirlate No Limits

27 Gennaio 2010 Nessun commento

Se c’è una categoria di persone da sbattere in galera al gran completo, oltre ai cosiddetti Informatori Scientifici del Farmaco, questi sono gli psicologi, in particolar modo quei genii che vanno patrocinando la PNL (Programmazione Neuro Linguistica). Sotto un nome tanto altisonante (magari anche brevettato) non fanno altro che raccogliere nozioni derivanti da studii comportamentali già noti e stranoti, perlopiù orientati alla persuasione del prossimo, soprattutto a scopo meramente commerciale. Compiono così un’azione sacrilega, come quella di chi sfrutta le strategie dell’ “Arte della Guerra” di Sun Tzu, o dei testi orientali in generale, riciclandole come norme manageriali per imprenditori dalla scarsa fantasia. Ma la cosa peggiore, ovvero l’associare ‘programmaticamente’ il termine “Programmazione” a concetti attinenti il funzionamento della mente umana, è in sé qualcosa di veramente abietto, che basterebbe da sola a condannare alla lobotomizzazione di questi simpaticoni. Ma chi di PNL ferisce…

Categorie:Letteratura Tag:

e-lisa

25 Gennaio 2010 Nessun commento

L’ennesimo album di Lino Toffolo è all’insegna del menâge a trois. Oltre al duetto col Negramaro (mal rappresentato dal video-clip chiaramente realizzato sotto influenza etilica), c’è anche una collaborazione con Antony Egarthy, che grida vendetta - per aver costretto una voce così potenzialmente variegata all’interno di un brano che definire rachitico è un complimento. Testi ancora prevalentemente tardo-adolescenziali che si vorrebbe che la cantante del triveneto abbandonasse in favore di tematiche un poco più mature. Anche la confezione rock, alle volte rock pesante, che strizza l’occhio al successo internazionale dei Lacuna Coil o allo stile degli Evanescence, non fa che penalizzare la delicatezza di cui Lina Toffoli sa essere capace.

Voto: 6+.

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Categorie:Musica, Pop, Rock Tag:

Igor

20 Gennaio 2010 1 commento

Il motivo che spinse Stravinsky - nel 1935, a 53 anni – a scrivere una prima parte delle sue memorie (battezzate per questo motivo, scaramanticamente, ‘Cronache’) fu la preoccupazione che la sua personalità e la sua concezione della Musica non venissero travisate da una errata rappresentazione che il pubblico o la critica se ne potessero fare. Lo dichiara nella prefazione, e lo ribadisce implicitamente nel corso del racconto quando osserva che l’unico direttore capace di condurre un’orchestra su una propria partitura (a parte se stesso) era Ernest Ansermet, del quale ricorre il nome per tutto il libro. Ansermet si astiene dall’ ‘interpretare’ la partitura, ma si attiene scrupolosamente a quanto scritto (viene in mente la stroncatura data da Barenboim a Fazio quando quest’ultimo gli chiese appunto un parere sull’ ‘interpretazione’). Stravinsky è perciò contento come una pasqua quando la tecnologia gli consente di registrare su disco la sua versione, ufficiale, delle sue opere, cosicché non sia possibile renderle in maniera diversa da quella. A parte questo, un altro aspetto interessante di questa autobiografia è che è totalmente dedicata alla vita artistica. L’unica concessione al privato sta nella seguente frase: «Nella primavera del 1905 avevo finito i miei studi all’università; nell’autunno mi fidanzai e il mio matrimonio ebbe luogo nel gennaio del 1906». Tutto qui. Scritta in modo pacato ed oggettivo, senza nessuno slittamento verso notazioni di tipo caratteriale o personale che non fossero strettamente legate al contesto del quale si parlava, è utile per inquadrare le ragioni che portarono alla creazione delle opere che popolano il suo catalogo. Le sue composizioni iniziali furono scritte per àmbiti minori, non certo per i circuiti ufficiali: i balletti di Djagilev, il teatro ambulante, etc., e solo in seguito venne apprezzato dal pubblico e dalla critica.

«La diffusione della musica attraverso mezzi meccanici, come il disco e la radio, queste formidabili conquiste della scienza che hanno tutte le probabilità di svilupparsi ancora maggiormente, meritano un esame molto attento per quel che concerne la loro importanza e le loro conseguenze nel campo musicale. Evidentemente la possibilità per gli autori e per gli esecutori di arrivare alle grandi masse e la facilità per queste di venire a conoscenza delle opere rappresentano un vantaggio indiscutibile. Ma non bisogna nascondersi che questo vantaggio presenta, nello stesso tempo, un grande pericolo. Una volta un Johann Sebastian Bach era costretto a farsi dieci leghe a piedi, per andare in una città vicina a sentire Buxtehude eseguire le proprie opere. Oggi, l’abitante di qualsiasi paese non ha che da girare una manopola o da mettere un disco sul grammofono per sentire un brano di sua scelta. Ebbene, proprio nell’incredibile facilità, nell’assenza di ogni sforzo sta l’inconveniente di questo cosiddetto progresso. Poiché nella musica, più che in ogni altro ramo dell’arte, la comprensione non è concessa che a coloro che vi apportano uno sforzo attivo. La ricezione passiva non è sufficiente. Sentire certe combinazioni di suoni e abituarvisi automaticamente non implica, di necessità, il fatto di ascoltarle e di afferrarle, perché si può ascoltare senza sentire, come si può guardare senza vedere. La mancanza di uno sforzo attivo e il compiacersi di tale facilità rende pigra certa gente. Essa non ha più bisogno di spostarsi, come faceva Bach: la radio la dispensa. E non si trova più nella necessità di far musica per conto proprio e dedicare del tempo a studiare uno strumento per conoscere la letteratura musicale. Ci pensano la radio e il disco. A questo modo le facoltà attive – senza la partecipazione delle quali non è possibile assimilare la musica – non essendo più esercitate, a poco a poco, si atrofizzano nell’ascoltatore. Questa paralisi progressiva può produrre conseguenze estremamente gravi. Sovrassàtura di suoni, stufa delle loro più diverse combinazioni, la gente cade in una sorta di abbrutimento che le toglie ogni capacità di discernere e la rende indifferente alla qualità stessa dei pezzi che le sono offerti. È più che probabile che una simile disordinata sovralimentazione le farà perdere ben presto l’inclinazione e il diletto per la musica.»

(traduzione di Alberto Mantelli).

l’uomo spider

18 Gennaio 2010 Nessun commento

A distanza di quasi cinquant’anni dalla sua creazione, l’Uomo Ragno nelle sue storie è alle prese ancora con il materiale impostato alle origini: J.J. Jameson è diventato sindaco di New York e ce l’ha sempre a morte con Spider-man, il papà di J.J.J. ha una storia con zia May, torna l’Avvoltoio (uno dei primi super nemici), etc. Non c’è niente di male ad avere poca fantasia, peccato solo che il tutto strida con i disegni molto realistici con i quali si vogliono rappresentare queste cose insulse. In appendice, continua la serie “Thunderbolts”, che può ben figurare tra le più inutili mai scritte per la Marvel.

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diversità

17 Gennaio 2010 Nessun commento

Un agile libretto della Bollati Boringhieri che raccoglie un dialogo pubblico tenuto da Aime e Severino nell’ambito della kermesse “Torino Spiritualità”. Fino alla prima metà del libro ci si chiede se questi siano due filosofi o due tizii che si sono ritrovati al bar a chiacchierare di diversità, tanto appaiono scontate le loro considerazioni. Poi, per fortuna, il Severino salva un po’ la situazione tirando fuori un paio di concetti abbastanza rilevanti e non banali: la considerazione del diverso (l’immigrato, il malato mentale, etc.) come nemico è frutto di una naturale tendenza percettiva semplificatoria, atavica, attuata dalla mente per dividere il mondo in positivo/negativo, una classificazione di massima che consente di mettersi al sicuro di fronte ad un pericolo generico. Ad aggravare, ma allo stesso tempo a redimere, questa rozza discriminazione interviene lo spirito critico scientifico della società occidentale, che Severino considera superiore a quello della cultura orientale, che non ha sviluppato nulla di paragonabile in tal senso. Lo spirito filosofico/scientifico presume l’analisi, quindi il discernimento delle differenze tra gli elementi di natura. Se, ad un primo livello, questo atteggiamento è quello che spinge a considerare il diverso come negativo, perché in esso riconosciamo delle differenze rispetto a noi (ma anche perché non ne conosciamo l’origine, viene dal nulla, ex nihilo, e non da un background a noi comune), ad un livello più serio di approfondimento analitico, lo spirito critico consente di distinguere nella massa dei diversi (gli immigrati, per es.) le differenze che caratterizzano ognuno dei suoi componenti, come persona, e in tal modo – evidenziando gli aspetti umani comuni a tutte le etnie – ci fa riconoscere in esso un nostro simile.

p.s.: Severino è un discreto pensatore, peccato che non sia capace di esporre le sue idee in una sequenza logica decente (dovrebbe imparare dal suo allievo Galimberti).

giornaletti

14 Gennaio 2010 Nessun commento

Jan Dix - Ambrosini ha trovato un pozzo senza fondo dal quale attingere: la storia dell’arte. Peccato che lo faccia senza applicare un minimo di creatività nel rielaborare quel materiale in modo di tirarne fuori qualcosa di interessante, specialmente quando si tratta – come in questo numero – di Van Gogh.

Tex – La prima parte di una storia forse un filo diversa dal solito (forse).

Rat-Man – Il solito.

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mi cadono le palle

12 Gennaio 2010 1 commento

L’unica testimonianza sonora della fenomenologia dei castrati, cantanti evirati (a partire dal ’600) per conservare una voce di tono più elevato di quella maschile, tipicamente di contralto, adatta a sostituire le cantanti donne alle quali la Chiesa non permetteva di esibirsi in un contesto sacro (la pratica è poi degenerata e i castrati venivano utilizzati anche nelle opere profane di Handel & company). Alessandro Moreschi (1858-1922), sulla scia di Caruso, ad inizio Novecento incide la sua voce su disco e si esibisce su arie per la maggior parte dell’Ottocento. Aveva già una certa età e il risultato è piuttosto deludente (lo si sarebbe voluto ascoltare, tra l’altro, in qualche aria ‘furiosa’ di Handel) ma rimane comunque una testimonianza abbastanza inquietante.

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Pittura ’80

11 Gennaio 2010 Nessun commento

Dell’arte contemporanea si può dire di tutto, e il suo contrario. La mostra di Monza dedicata agli Anni ’80 offre una chiave di lettura che sottolinea quanto in quei famigerati anni si sia verificato un ritorno alla pittura ‘pura’, un riflusso rispetto all’impegno e all’arte concettuale degli anni ’60 e ’70. È una lettura abbastanza scontata, agevolata dalla vulgata che vede quegli anni come in preda al vuoto pneumatico, al disimpegno, alla milano da bere, etc. Fatto sta che l’arte presentata non si sottrae ai fenomeni della moda (l’ipervalutato Basquiat, per esempio) o dei volponi della critica (Bonito Oliva e la sua fantomatica Transavanguardia). Tolte le sovrastrutture, rimangono Schifano, Clemente, Paladino e pochi altri a testimoniare una sincera espressività pittorica: il resto è mancia. Alcune delle opere più interessanti, tra l’altro, sono sculture (Kapoor) o assemblaggi di materiali di scarto, a metà tra la pop art e il ‘nouveau realisme’ degli anni ’60 (e qui casca l’asino = il solito curatore delle mostre).

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Consoli

10 Gennaio 2010 4 commenti

All’insegna della tristezza anche l’ultimo album di Carmen Consoli. Dopo la canzone del suo esordio a Sanremo dedicata alla mamma, la prima traccia di “Elettra” è dedicata al papà, defunto (allegria! La posizione di questo brano è una probabile citazione gucciniana, se non altro involontaria, artista che apre ogni suo concerto con “Canzone per un’amica” [morta]). Carmen rimane in famiglia con “Mio zio”, dedicata anch’essa ad uno zio (morto anche lui) che la violentava da bambina (allegria 2). Un’altra citazione è l’arpeggio di chitarra iniziale di questa canzone, che ricorda la celebre “Balla” di Umberto Balsamo. Altra tristezza è portata da brani – alcuni dei quali piuttosto belli, e che sono decisamente nelle corde della cantautrice - che descrivono situazioni sentimentali difficoltose. Come da tradizione consoliana, è presente anche il solito brano in catanese (“‘A finestra”), trascurabile, tradizione che è ricollegabile alla consuetudine inaugurata dalla famosa canzone in siciliano di Battiato (“Stranizza d’amuri”), compaesano di Carmen, che non a caso fa una comparsata - sgalambresca, e abbastanza dimenticabile - in una canzone di questo disco. Un’ultima citazione riscontrata, questa volta davvero nobile, è ’se la lontananza è come il vento’, modugnesca, che introduce ”Col nome giusto”. Voto generale: 7.

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Giorgetto

6 Gennaio 2010 Nessun commento

Giorgione a Castelfranco Veneto – Una mostra assolutamente da evitare. Pochi i quadri del titolare, molti di questi sono di dubbia paternità, e limitati ai primi anni di lavoro. La mostra vorrebbe dimostrare quanto il Giorgione fosse stato influenzato dai fiamminghi, ma ci voleva tanto a capirlo? Basta vedere “La tempesta” (di sfuggita, per giunta). Paradossalmente, il quadro più interessante (la pala d’altare qui sopra) lo si può osservare gratuitamente nella chiesa accanto alla sede della mostra.

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Bersani (l’altro)

5 Gennaio 2010 13 commenti

Ce l’ha messa proprio tutta il buon Samuele per rendere ostico il suo ultimo album. Malinconia a tonnellate, musiche non facili, ispirazione jazz, dissonanze, continui cambi di tonalità ad ogni frase. Testi molto belli, ma non sempre veicolati da musiche felici come accaduto in passato (“Il mostro”, “Giudizi universali”, etc.). Canzoni molto sofisticate: se tutto fosse tradotto in inglese, potrebbe guadagnare punti, diventando un ottimo album per David Sylvian, per esempio.

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Telemacchio Signorini

4 Gennaio 2010 Nessun commento

Il buon Telemaco Signorini (1835-1901) ebbe la ventura di essere uno tra i primi Macchiaioli, un movimento che rinverdì (seppur molto limitatamente) le vecchie glorie della pittura toscana. La sua macchiaiolaggine però dura poco perché, sull’onda del fascino esercitato dai pittori parigini e dalla scuola di Barbizon, ben presto il Telemaco se ne allontana deliberatamente per ricercare un genere pittorico che ‘arrivasse’ con maggior facilità presso il pubblico. Questa sua aleatorietà di intenti si manifesta molte volte nel corso della sua carriera. Prima, quando si avvicina alle tematiche socialistico-utopiche di Proudhon, che lo portano a porre l’attenzione critica su argomenti come il lavoro, il carcere, il manicomio, etc. Poi, quando si avvicina al genere di figure in interni, per solleticare il palato della borghesia. In seguito, quando seguì il geniale De Nittis in giro per l’Europa (di De Nittis cercò di ripetere lo straordinario effetto realizzato in “Traversata dell’Appennino”, 1867, senza nemmeno sfiorarlo). Poi ancora, quando verso la fine carriera si fa influenzare dai tardo-impressionisti (su tutti, Toulouse-Lautrec). Insomma, essendo stato un artista dotato di una grande sensibilità, se non si fosse fatto sviare così spesso avrebbe forse mantenuto una maggiore omogeneità nel suo catalogo, consentendogli di raccogliere un maggior successo postumo (ma, forse comprensibilmente, era più interessato a quello più immediato).

In mostra a Padova, Palazzo Zabarella, fino a non so quando.

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