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Archivio Febbraio 2010

testa bacata

24 Febbraio 2010 Nessun commento

malatesta

Libercolo che raccoglie due lunghi articoli dell’anarchico Malatesta, apparsi su riviste inglesi e americane ad inizio Novecento. L’Anarchia ha tutta l’aria di essere stata una “ideologia” sorta nell’Ottocento, nel crogiuolo del malcontento social-proletario che generò prima il socialismo utopico (di Proudhon, per es.), poi il socialismo scientifico di Marx, poi la Democrazia etc. Le ideologie, come tutti i sistemi di pensiero, hanno una forte connotazione utopica, appunto, per la loro naturale inclinazione a pretendere di sistematizzare le cose della realtà che sono a loro volta per natura recalcitranti ad essere assoggettate. L’Anarchia è forse la più utopica (o utopistica?) delle ideologie, e per questo è la più simpatica. Una via di mezzo tra il socialismo, il liberalismo e la democrazia, confida nella spontanea collaborazione delle persone e dei raggruppamenti che costituiscono la società che, se lasciati sviluppare in santa pace – al riparo da chi vuole profittare dei propri interessi personali, garantiti dal Potere dello Stato - darebbero luogo ad una armoniosa collaborazione economico-sociale che tenderebbe naturalmente verso il bene comune. Simpatici illusi. Nonostante ciò, nel saggio del Malatesta si trovano passi illuminantissimi, tipo:

“Fino a che l’uomo non fu capace di produrre di più di quello che bastava strettamente al suo mantenimento, i vincitori non potevano che fugare o massacrare i vinti ed impossessarsi degli alimenti da essi raccolti. Poi, quando con la scoperta della pastorizia e dell’agricoltura un uomo potette produrre più di ciò che gli occorreva per vivere, i vincitori trovarono più conveniente ridurre i vinti in schiavitù e farli lavorare per loro. Più tardi, i vincitori si avvisarono che era più comodo, più produttivo e più sicuro sfruttare il lavoro altrui con un altro sistema: ritenere per sé la proprietà esclusiva della terra e di tutti i mezzi di lavoro, e lasciar nominalmente liberi gli spogliati, i quali poi, non avendo mezzi di vivere, erano costretti a ricorrere ai proprietari ed a lavorare per loro conto, ai patti che essi volevano.”

Un genio.

fiori di Bach

13 Febbraio 2010 Nessun commento

Philippe - voce d’angelo - Jaroussky ha inciso una serie di arie di rarissimo ascolto (se non nullo, addirittura), tratte dal repertorio operistico dell’ultimo dei figli di J.S. Bach, Johann Christian (1735-1782). L’operazione è nobilissima, indispensabile per conoscere meglio il lavoro di questo compositore, noto perlopiù per le incisioni delle sue sinfonie abbastanza insulse, o di lavori per tastiera, alcuni dei quali pregevoli (le sonate dell’Op. V, per esempio, o sono del fratello? boh, non mi ricordo). Le arie di questo cd - interessanti, ma comunque di una qualità che non rasenta neanche lontanamente quelle degli italiani o di Handel - sono esclusivamente costituite da quelle scritte per il ruolo di ‘castrato’, e nella maggior parte dei casi appartengono ad opere scritte a Londra, città nella quale Johann Christian raccolse e portò avanti il retaggio dell’Handel operistico della prima metà del secolo. Ma l’opera seria era in declino, a favore di quella buffa e a quella riformata da Gluck, e così pure declinò la fortuna di J.C. Bach, che si spense a soli 45 anni. Amen.

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giro giro tondo

10 Febbraio 2010 26 commenti

È difficile non leggere i dieci atti unici di “Reigen” (Girotondo, 1900), di Arthur Schnitzler, come un contraltare di ambito freudiano al nevrastenico rapporto di coppia messo invece in scena nella “Danza macabra” di Strindberg. Entrambe le opere si possono leggere come una conseguenza della crisi della coppia e del suo assunto sociale scaturente da “Casa di bambola” di Ibsen (1879) ma, mentre per Strindberg lo sfaldamento dell’equilibrio su cui si reggeva il matrimonio determina una nevrosi (Totentanz = danza di morte) causata dall’incapacità di superare in maniera oggettiva la perdita del proprio sistema di riferimento, la proposta di Schnitzler – che, non a caso, rimane in tema di ‘danze’ – è quella di un allegro Girotondo, nel quale i partecipanti sono perfettamente consapevoli delle pulsioni dell’Es, che lasciano giungere al proprio Io senza intermediazione alcuna del proprio Super-io, o meglio, le azioni vengono mediate quel tanto che basta tramite una consapevole recita preliminare che è solo apparentemente inibitoria ma che in realtà è un mero elemento di una facile filastrocca, l’unico residuo di convenzione sociale che si frappone alla realizzazione dei proprii desiderii. La pièce di Schnitzler oscilla tra il cinico e l’onirico, e senza dubbio non rappresentava il pensiero dell’autore ma piuttosto una estremizzazione esemplificatoria degli effetti apatici (o addirittura atarassici) che può determinare la perdita di quei pesi e contrappesi necessari a regolare i rapporti sociali e personali.

giocando col piano

8 Febbraio 2010 Nessun commento

Disco dell’anno scorso, tutto pianistico, nel quale il Sakamoto Ryuichi alterna brani originali a riduzioni per tastiera di alcuni suoi pezzi famosi (“Forbidden Colours”, “L’ultimo imperatore”, etc.). In questo secondo caso, potrebbero a loro volta essere considerati dei brani originali, visto che il Saka li avrà senza dubbio composti usando questo stesso strumento. Sakamoto non è di sicuro Chopin, ma neanche uno sciammannato quale Einaudi o Allevi.

p.s.: “Forbidden Colours” regge anche senza la voce di David Sylvian.

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diabolikazzate

3 Febbraio 2010 Nessun commento

Poca azione e troppa spiegazione. Succedono appena TRE cose, nell’ultimo numero di Diabolik, ma vengono spiegate MOLTO bene. È una storia inedita, acquistata solo perché alla sceneggiatura c’è il sig. Cajelli, ma sembra di leggere una ristampa degli anni sessanta: i disegni sono dello stagionato Facciolo (quanti anni avrà?) e i testi sono di una prolissità decisamente fuori luogo, oltre a fare uno smodato uso di flashback. Bocciata.

p.s.: alla fine però c’è un gustoso spetegulès: dev’esserci maretta tra Ginko e Althea (anche se dopo quasi cinquant’anni di matrimonio qualche frizzo può anche essere normale).

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Peiwoh

2 Febbraio 2010 Nessun commento

Sulla scia dei due (o tre?) precedenti, anche l’ultimo album di Arianna Savall si muove tra sonorità antiche e moderne (più antiche, a dire il vero, in special modo celtico-iberico-gaeliche). Oltre a far contento il papà Jordi, la soave Arianna dimostra di essersi saputa appropriare dei mezzi propri di questo tipo di linguaggio antiquato, e non sono poche le composizioni originali ben riuscitegli. La barbosità di certi momenti che si protraggono troppo a lungo sono da scusarsi con la generosità posta nel voler riempire completamente lo spazio disponibile del cd e, comunque, si tratta sicuramente di composizioni che in generale costituiscono una valida alternativa alle nenie di Enya o della McKennit, per stare in tema. Forse per risparmiare le royalties per i diritti d’autore, i testi – a parte quelli di mano della stessa Arianna, che firma tutte le musiche - sono stati trafugati da autori superclassici, più o meno misticheggianti (San Francesco D’Assisi, San Giovanni della Croce, Rilke, Garcia Lorca, etc.).

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