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Archivio Marzo 2010

Siouxsie – Opus I

31 Marzo 2010 Nessun commento

siouxsie

“The Scream”, il titolo del primo album di Siouxsie (1978), rafforza il concetto espresso dal nome della band che accompagna la cantante fin dagli esordii: il termine “Banshees” è infatti pescato dalla mitologia irlandese, ed indica creature gnomiche caratterizzate dall’emissione di urla più o meno infernali, o di dolore. La breve traccia introduttiva (“Pure”) è infatti costituita esclusivamente da lamenti e urla, simulate dal basso e dalla chitarra e interpretate dalla voce della cantante. Il resto del disco contiene parecchi immarcescibili capolavori. Nato nell’ambito del punk inglese, lo stesso Syd Vicious ne fece parte prima di entrare nei Sex Pistols, il gruppo si differenzia immediatamente dallo stretto e quasi esclusivo legame verso il rock’n'roll che caratterizzava i Pistols e i Clash, e inaugura la cosiddetta new wave, affrontando in maniera molto raffinata la composizione dei brani, con una certa varietà nella strumentazione e spesso insistendo sulla ripetitività di moduli ritmici e sonori (alla stregua dei New Order), mettendo sempre bene in evidenza il basso elettrico e, in generale, prediligendo il registro sonoro più profondo, che mette le basi per il successivo sviluppo del genere ‘dark’ (Robert Smith fu infatti, per un breve periodo, il chitarrista dei Banshees). La degenerazione del rock’n'roll operata dal punk trova un parallelo anche in Siouxsie, che ripesca un brano dei Beatles, non dal periodo classico – indicativamente – ma da quello del “White Album” (ovverossia “Helter Skelter”, forse il pezzo più ‘urlato’ dei Beatles, appunto, probabilmente scritto da Lennon), restituendo un’idea di decadimento e disgregazione ancor più estrema di quanto non facesse l’originale.

p.s. Il legame con i Sex Pistols si rivela chiaramente in un paio di pezzi, nei quali il modo di cantare di Siouxsie e di Johnny Rotten è praticamente identico.

cesarina

27 Marzo 2010 2 commenti

CesariaEvora_RadioMindelo_1_-2

Un disco di un paio d’anni fa che raccoglie le prime registrazioni effettuate da Cesaria Evora in un paio di radio capoverdiane. Materiale che risale ai primi anni ’60, stilisticamente identico ai lavori più recenti della Evora, magari più sofisticati negli arrangiamenti (alcune canzoni riarrangiate in epoca moderna sono già presenti in queste incisioni). Il fatto che la quasi totalità delle canzoni si regga su ritmi di ballo (la ‘coladera’ questa volta, e non la ‘morna’) mette in evidenza l’origine popolare di questa musica, la cui struttura circolare ( presente in tutte le culture, almeno quelle occidentali) si contrappone alla esattezza geometrica della musica sacra. Ma, se di ballo si tratta, è una danza non allegra, ma avvolta dalla malinconia, e il contrasto di questi due intenti rende affascinanti queste musiche, nonostante la loro ripetitività.

Categorie:Musica, Pop Tag:

valzer

19 Marzo 2010 Nessun commento

valzer_con_bashir

“Valzer con Bashir” (letto nella sua riduzione a fumetto) è il riflesso simmetrico di “Paradise Now”, film di qualche anno fa sulla genesi dei kamikaze palestinesi. Anche in questo caso, i giovani militari israeliani si trovano coinvolti e sfruttati incoscientemente nel contesto di eventi piú grandi di loro. Al contrario dei kamikaze che non ne riportano conseguenze psicologiche (fondamentalmente perché non ne hanno il tempo, a causa del tritolo che li disintegra da giovani) i protagonisti di “Valzer con Bashir” devono andare da grandi dallo psicanalista per venire a capo di quello che hanno combinato. Nella fattispecie di questa storia, l’esercito israeliano è stato quello che ha potuto (deliberatamente) permettere ai falangisti cristiani libanesi di compiere la nota strage di Sabra e Chatila, per ‘vendicare’  l’assassinio del loro presidente (Bashir Gemayel). Corsi e ricorsi storici: gli ebrei, vittime dell’olocausto, si ritrovano questa volta nelle vesti dei carnefici etnici.

Categorie:Cinema, fumetti Tag:

decameron

12 Marzo 2010 Nessun commento

luttazzi-105-stadium-rimini

Divertentissimo DVD, allegato al Fatto Quotidiano di qualche settimana fa, che raccoglie una data dell’ultimo spettacolo di Luttazzi, una registrazione risalente alla primavera scorsa. Gli ingredienti del sottotitolo sono abilmente mescolati per poter condurre un monologo di due ore e mezza, recitato senza nessun intervallo (!). Tre quarti dello spettacolo sono incentrati sulla Politica, sulla falsariga della tendenza satirica grilliana-travagliesco-simonaguzzantiana di questi ultimi anni, ovvero non si capisce bene dove finisca la satira e dove cominci l’informazione. Il fatto che la satira si ritrovi a dover essere un surrogato dei medium informativi lascia, comunque, pensare seriamente a come possa essersi ridotta l’informazione pubblica dalle nostre parti. Il Sesso costituisce semplicemente il sale che Luttazzi sparge qua e là per assestare dei colpi bassi per tenere sveglia l’attenzione del pubblico. L’ultima parte è dedicata alla Religione, ed è forse la meno riuscita perché, pur essendo molto divertente, sa un po’ di stantio e anche chi è laico o agnostico o ateo trova molte falle in un questo anticlericalismo di vecchia data che si ferma ad una molto ovvia critica alle usanze religiose ma senza dare una risposta ad una esigenza di spiritualità che, comunque, la Chiesa offre a chi non ha le capacità o il tempo o la voglia di approfondire le istanze che stanno alla base. Di talebani epistemologici come Boncinelli o Oddifreddi ne abbiamo già piene le scatole di nostro, senza bisogno che ci si metta anche Luttazzi a dargli man forte.

giornaletti

11 Marzo 2010 Nessun commento

Untitled-1

Martin Mystère - Storia di spionaggio (leggerla è una perdita di tempo, se non fosse per i bei disegni di Alessandrini).

Rat-Man - Un excursus nel mondo marvel-supereroistico: fa ridere (persino la pagina della posta).

Tex – Rievocazione abbastanza insipida di Buffalo Bill, Wild Bill Hickock, Calamity Jane, etc., disegnata da un Alfonso Font che ha ormai manifestamente deciso di appendere le matite al chiodo.

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uno skiantos

10 Marzo 2010 Nessun commento

skiantos

A giudicare dal numero di ristampe (sette edizioni in sei mesi, ottobre 1991-aprile 1992) questo libro di Beppe Starnazza/’Freak’ Antoni/etc. deve aver avuto un notevole successo, all’epoca. Il titolo ricalca quello di un ciclo di trasmissioni che gli Skiantos fecero su Radiopopolare, più o meno in quel periodo. Oggigiorno invece gli Skiantos paiono abbastanza dimenticati, viste le poco considerate apparizioni televisive recenti (a Colorado Cafè o roba simile), per nulla capiti dal pubblico (ignorante) odierno. Il libro, frutto dell’inventore del ‘demenziale’ italiano (ben prima di Elio & Storie Tese, e ideatore dei celebri motti “La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”, “Una volta toccato il fondo, incominciamo a scavare”), fa però tuttora ridere.

LE POESIE SEMBRANO STRONZATE
Le poesie sembrano stronzate
di gente triste
che parla strano
Pensavamo:
per chi scrivono i poeti
e tu dicesti
continua
a sputare nel
piatto
dove mangi
sorridendo
quand’io chiesi “scusa, ma che cazzo dici?”
e accendemmo il televisore…

SINTESI DELLA LETTERATURA OCCIDENTALE
Nel mezzo del cammin di nostra vita,
essere o non essere
chiamatemi Ismaele
e m’illumino d’immenso.

AL MONDO
Perché star bene
quando si può soffrire?!

etc.

Opera

7 Marzo 2010 Nessun commento

opera

Dopo i trascorsi esoterici-paranormali, nel 1987 Dario Argento ritorna al suo coté classico con “Opera”. L’aura eccentrica è però garantita dall’ambientazione operistica (con il “Macbeth” di Verdi protagonista, su tutti), che dà un carattere surreale di per sé a tutta la vicenda, in quanto portatrice di un fattore antico, amalgamato in maniera perfetta nei tempi moderni nei quali si svolge la storia. Il binomio antico-moderno si dipana parallelamente anche a descrivere le origini nel passato della violenza omicida dell’assassino di turno. Un certo sbilanciamento di quest’ultima istanza, ovvero la troppo succinta rappresentazione delle valenze psicologiche che danno luogo alla devianza del soggetto, diminuiscono il valore generale di questa pellicola, che comunque si assesta su un buon livello, grazie anche ad alcune ‘invenzioni’ veramente eccellenti (le ‘sottociglia’ pungenti che impediscono crudelmente alla protagonista di chiudere gli occhi di fronte agli assassinii di suoi conoscenti e il fantastico e truce squartamento del torace della tizia per ripescare il braccialetto ingoiato, quest’ultima scena davvero da manuale).

P.s.: non manca la citazione di Hitchcock, nella fattispecie incarnata dai corvi che alla fine identificano e accecano parzialmente l’assassino.

Scritto e diretto da Dario Argento; sceneggiatura di Argento e Franco Ferrini; con Daria Nicolodi e Michele Soavi (in un cameo nelle parti di uno sfortunato poliziotto, quasi omonimo).

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deadly games

1 Marzo 2010 2 commenti

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Varie interpretazioni possibili, per il “Funny Games” (1997-2008) scritto e diretto da Haneke. La prima, se si tralasciano alcuni particolari – fondamentali per una lettura di secondo tipo – è quella della mancanza di senso degli eventi della vita. Su una tranquillissima famigliola si abbatte il sadismo omicida di una coppia di giovani, catapultati qui direttamente da “Arancia Meccanica”. Senza alcuna ragione, se non un piccolo affronto derivato da uno schiaffo, madre padre e figlio vanno incontro ad una morte cinica. Il film però una ragione la dà, e sta nella scena iniziale in cui la moglie in cucina affetta col coltello un grosso pezzo di carne. La nonchalance con la quale tratta la carne (di un animale ucciso) sarà la stessa che subirà (insieme a figlio e marito) da parte dei due giovani sadici. Un’altra scena preliminare chiave, anche questa apparentemente dissimulata, è la strana insistenza con la quale la macchina da presa indugia sulla pulitura delle uova sfracellate sul pavimento. Anche in questo caso si tratta di vite animali interrotte, che chiudiamo in frigorifero senza quasi mai pensare alle implicazioni di questi piccoli gesti quotidiani. Sarebbe bastato questo a giustificare l’angosciosa trama di “Funny Games”: questi elementi palesi ma nascosti, non spiegati, avrebbero del resto fatto il paio con lo stesso principio utilizzato qualche anno dopo nello splendido “Caché” (“Niente da nascondere”, in italiano). Per palesare la sua volontà di non formulare un’agiografia della violenza insensata, Haneke introduce una seconda chiave di lettura, dalla decodificazione più facile, toccando il tema del rapporto tra finzione e realtà. Per diverse volte Michael Pitt si rivolge direttamente allo spettatore (come Ellery Queen nei suoi telefilm), e questo ci ricorda che stiamo assistendo ad una messa in scena e, se questo non bastasse, ecco la trovata del “rewind” che riavvolge all’indietro la ‘pellicola’ cinematografica per riformulare l’evento appena accaduto. I due giovani sadici si comportano nei confronti della tranquilla famiglia come degli spettatori che a loro volta stiano assistendo ad un film o, meglio, ad un gioco elettronico con il quale si può interagire. Più sofisticata la prima chiave di lettura, comunque.