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Archivio Agosto 2010

adagii

31 Agosto 2010 Nessun commento

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Il problema di come risolvere l’esecuzione dell’Adagio del Quarto Concerto Grosso di Arcangelo Corelli sorge dal fatto che questo movimento si ritrovi incastonato in una sequenza di tempi allegri. Se ci si attiene alla lettera, come fa Trevor Pinnock nella versione da lui diretta, otteniamo un eccessivo contrasto dinamico tale da renderlo di una lentezza estenuante rispetto alla velocità necessaria per eseguire — e ascoltare — gli altri tre brani, veloci. Sembra non finire mai, e la regolarità prevedibile dei suoi quattro quarti eleva la lentezza all’ennesima potenza. La soluzione proposta dalla versione di Fabio Biondi e dalla sua Europa Galante è quella di accelerarne la velocità, rendendolo un Andante, quasi un Andante Molto. Indubbiamente più riuscita — perché contribuisce a conferire compattezza all’intero concerto — questa realizzazione ha però la pecca di uscire dal solco di una fedeltà filologica rispetto alla prassi esecutiva del Sei-Settecento, proprio per l’infrazione del limite di velocità. La terza ipotesi ci arriva da quella vecchia volpe di Jordi Savall. Il musicista catalano si attiene al tempo imposto dalla titolazione — lo stesso, grosso modo, assunto da Pinnock — ma, per rendere l’ascolto meno indigeribile, assegna agli elementi del concertino (i due violini e il basso continuo, realizzato con clavicembalo e violoncello) volta a volta, alternando una battuta per ciascuno per non sovrapporsi, il compito di rifiorire le note lunghe con passaggi di fantasia e cadenze. Nonostante l’esperienza dello scafato Savall, anche questa soluzione non convince del tutto, perché è lecito applicare le fioriture a brani lenti, questo sì, ma occorre che questi siano basati su una melodia libera, alla quale le improvvisazioni del solista si attacchino con la naturalezza di un ramo che, dalla sua natura ondulatoria, veda partire altre ramificazioni in ogni direzione. L’Adagio del Quarto Concerto svolge invece la funzione di raccordo tra due movimenti più caratterizzati fisionomicamente e modificare la sua geometrica razionalità infiorettandolo con voli di fantastia risulta disturbante. Per questo motivo si può affermare che la versione migliore sia senz’altro quella di Fabio Biondi, magari rallentatata lievemente, e assumendo che l’Adagio vada interpretato come Andante, presumendo che il frattanto deceduto Corelli non abbia potuto supervisionare il controllo delle bozze, ultimato infatti dal suo allievo, al quale potrebbe essere sfuggito questo particolare.

appunti partenopei

30 Agosto 2010 Nessun commento

vesuvio

Arrivo a Napoli verso le dieci di mattina. Parcheggio in una zona sul lungomare piena di palazzi ottocenteschi, viali ampli, vicino a Castel Dell’Ovo. Curiosamente, questa – che è la parte più nuova della città – corrisponde all’antica Paleopoli, il primissimo insediamento, precedente alla nuova Partenope.

Trovato un albergo, sposto la macchina in Corso Vittorio Emanuele, nel più vicino spazio libero fortunosamente trovato. Per misurare la distanza, scendo a piedi fino alla centrale Via Toledo (ecco perché Carosone e Murolo citano questo nome nelle loro canzoni: non è un riferimento al toponimo spagnolo, ma un luogo notissimo ai napoletani).  Attraverso in pieno i Quartieri Spagnoli (spaventosamente belli: sembrano un conglomerato di una decina di vecchi paesi del sud Italia, con le case però alte quattro o cinque piani). Chiedo informazioni alla prima persona che incontro, una signora di mezza età, dal viso molto bello, semicieca (un occhio aperto a metà con la pupilla grigia): mi fornisce gentilissimamente le notizie che mi servivano. Non avrò purtroppo il tempo di tornare in questa zona per farci un reportage fotoelettronico.

Camminata a piedi lungo tutto il lungomare Sud, fino ad arrivare in ‘goppa a Posillipo, al Parco Virgiliano (due ore buone). Da lì si vede un panorama spettacolare su Nisida, Ischia, Campi Flegrei, Bagnoli, etc. La sera, dopo essere tornato in centro, scopro che al Parco Virgiliano si trovava la tomba di Leopardi, mannaggia. E chi ci torna? Prima di rientrare in albergo prendo il sole sugli scogli artificiali, camminando lentamente e facendo attenzione a non cadere. Poco dopo arriva una giovane suora, vestita di tutto punto, che saltella vispamente da un masso all’altro e va a bagnarsi nel mare.

Nella camera d’albergo c’è un cartello che spiega che i prezzi della stanza vanno da 90 a 120 euro in alta stagione. Mi pento enormemente di non avere chiesto il costo alla reception prima di prenotarla. Scoprirò con piacere qualche giorno dopo alla partenza che, ad agosto, a Napoli, siamo in bassa stagione. Meno male.

Ogni giorno mi tocca risalire fino al posteggio dell’auto per avviare il mio ferrovecchio e verificare che non si sia scaricata la batteria, come succede spesso (ci manca solo che mi lasci a terra, qui). Fortunatamente scopro che c’è una linea della funicolare che vi arriva vicino. Fatica risparmiata, basta superare la paura della funicolare, ma la corsa non è molto lunga. Sulla salita di via Salvator Rosa c’è un magnifico angolo di ristoro dalla calura, con alberi che fanno ombra, panchine e una delle rare fontane di acqua fresca che si trovano in loco.

Il Museo Archeologico è molto interessante: contiene la collezione Farnese (statuaria greco-romana), gli affreschi di ville di Pompei ed Ercolano, e molto altro. Pensavo però fosse più grande e contenesse anche materiale precedente la colonizzazione greca e il periodo romano. Forse quei reperti sono stati trasferiti in qualche altro posto, ma dove? Mi fermo per mangiare una pizza, ma il gestore mi “obbliga” ad un pranzo a base di pesce. Ho fatto bene a lasciarmi obbligare.

Nel reparto musicale della Ricordi trovo la partitura della “Fairy Queen” di Purcell, della Dover Publishing, che acquisto immediatamente. Quei minchioni della sede di Milano, quando gli avevo chiesto se fosse possibile ordinarla, mi avevano risposto di no, naturalmente. Se ne valesse la pena, gliela porterei per dimostrargli quanto sono ignoranti. Ma non ne vale la pena.

Museo di Capodimonte. Faccio a piedi tutta la strada per arrivarci. In leggera salita progressiva, un paio d’ore di camminata. Alla cassa, davanti a me un gruppo di napoletani chiede se chi percepisce la pensione di invalidità possa entrare gratis. Sì, risponde la cassiera, ma non entra gratis chi dimentica la tessera di invalidità a casa. Accà nisciuno è fesso. Alcune sale (“Cristo alla colonna” di Caravaggio e alcuni caravaggeschi), sono aperte solo ad orari prestabiliti, quindi la visita acquisisce il brivido di potersi trovare la porta chiusa.

Piazza Dante, lungo via Toledo, è il paradiso del bibliofilo. Ci sono decine di librerie scolastiche che vendono libri usati o, comunque, a metà prezzo (deve esserci qualche facoltà universitaria, in zona). L’occasione ghiotta per trovare cose interessanti, o libri esauriti. Cerco di trattenermi un po’, per non esagerare, ma trovo roba da riempirne tre sacchetti.

Cose che puoi vedere solo a Napoli, credo: un’edicola in centro ha un centinaio di dvd che vende a tre e cinque euro: tutta roba che è passata negli scorsi mesi per le edicole, venduta a dieci e a quindici. Ne compro cinque titoli.

Vorrei fermarmi ancora qualche giorno per visitare altre chiese del centro storico, e per salire sul Vesuvio, ma i piedi fanno un male allucinante per aver camminato dieci-dodici ore al giorno, quindi “bisognerà” tornare una prossima volta.

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povera Italia

14 Agosto 2010 Nessun commento

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Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale i partiti italiani si misero di buona lena a ricostruire la baracca (oggi si chiamerebbero “larghe intese”). Se, all’inizio, trovarono nell’antifascismo il collante comune, ben presto – a causa dello spauracchio dell’URSS – si determinò il cosiddetto “bipolarismo imperfetto”, ovvero la DC si cuccava tutti i voti conservatori e moderati per creare un fronte all’avanzata del comunismo, mentre il PCI veniva condannato all’opposizione a vita. Piccoli partiti come Liberali e Repubblicani andavano e venivano, e il PSI solo verso la fine degli anni Sessanta si riuscì ad affacciare al governo. Durante tutto questo periodo c’è stata una grande presenza degli USA, sotto forma di aiuti economici e di interferenza dei servizi segreti, tesa ad evitare un’avanzata delle sinistre, mediante attentati, stragi, etc. Quando, a metà anni Settanta, Berlinguer propose a Moro un governo di larghe intese per sbloccare l’eterno balletto della partitocrazia italiota, quest’ultimo – guarda caso – fu tolto di mezzo. Poi arrivò Craxi, tangentopoli, e siamo ai giorni nostri. Un simpatico libro del dott. Barbagallo che permette di riordinare in una sequenza comprensibile la storia d’Italia, il tutto a grandi (grandissime) linee, e da una angolazione piuttosto di sinistra (quindi giusta).

Francesco Barbagallo, “Storia dell’Italia repubblicana. 1945-2008″, Carocci editore, 310 pagg., 23 euri.

sonate a tre

9 Agosto 2010 Nessun commento

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Interessantissimo libro nel quale Christopher Hogwood – insigne direttore handeliano e autore della sola vera biografia del Sassone - svolge una ricognizione attorno al concetto e alle forme storiche della sonata a tre parti. Nonostante il nobile intento, l’esame di Hogwood - non foss’altro per il numero limitato di pagine - è però solo parziale, perché la sonata a tre – nel suo excursus di un paio di secoli – è caratterizzata da una mutazione formale estrema, che ne rende difficile una classificazione razionale. Merito indiscusso di Arcangelo Corelli è stato quello di perfezionare questa forma musicale, e di canonizzarla nelle sue 48 sonate pubblicate sullo scorcio finale del Seicento. Anche Buxtehude, per esempio, in età avanzata – si è esercitato in un genere così di successo (pubblicò due opere, 14 sonate, negli anni ’90 del Seicento, dopo Corelli, quindi). Ma Buxtehude, come la maggior parte dei compositori d’Oltralpe – eccetto Purcell e Pachelbel, ma in maniera più contenuta - tende ad annullare il contrasto originario dato da due voci acute (due violini) e una di basso. Il compositore di Lubecca infatti diminuisce il tono acuto di uno dei violini a quello più morbido di una viola da gamba, creando così una tessitura sonora più equilibrata. Altri manterrano protagonista uno dei violini e relegheranno l’altro ad accompagnamento. La forma perfezionata da Corelli è proprio quella più sofisticata, dove due voci quasi identiche – ma la inevitabile differenza minima che pur esiste tra due suoni di due violini diversi determina un contrasto – creano un tessuto sonoro dove molto spesso non si distingue quale delle due è la voce principale, e il cui linguaggio, mirato alla poetica “degli affetti” tipica di questo periodo, è estremamente calibrato ed equilibrato, e proprio perché non c’è spazio per due solisti, obbligato ad una necessaria armonia.

Christopher Hogwood, “La sonata a tre”, 1979, Rugginenti editore, 2003.

Rokko

8 Agosto 2010 Nessun commento

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Fortunatamente, ogni tanto schiatta qualche grande vecchio del cinema italiano (la Cecchi D’Amico, qualche giorno fa), cosicché si può vedere in tv qualcosa di maiuscolo. “Rocco e i suoi fratelli” - capolavoro del post-neorealismo - è un’opera complessa che mette in scena una grande quantità di temi. Emigrazione, famiglia, amore, droga, sport, riscatto sociale, omosessualità, etc., temi assemblati in maniera esageratamente verosimile grazie ad una schiera di sceneggiatori da paura. Oltre ad apportare un eccezionale contributo alla società in termini di una maggior comprensione tra il mondo del Nord e gli immigrati meridionali – visti ‘da vicino’, in contrapposizione alle costruzioni massificanti della periferia milanese -, la grandezza del film sta nel non trattare il tema in senso agiografico ma, innanzitutto, nel dissimularlo attraverso la miriade di altre sotto-storie enunciate sopra, e, poi, nell’evidenziare che il disagio sociale, che l’immigrazione inevitabilmente contribuisce ad aumentare, non è determinato dalle qualità etnico-geografiche ma dalle condizioni di vita. Ci vorrebbe un film altrettanto magistrale nei confronti dell’immigrazione attuale, ma un cinema così i cineasti odierni possono solo sognarselo. Peccati veniali: un accento lucano piuttosto improbabile (sembra una via di mezzo tra il lucano, il campano e l’abruzzese di “Pane amore e fantasia”) e un Delon poco credibile - fisicamente - come pugile.

P.s.: scoperte dell’acqua calda: la canzone “Simone” di Flavio Giurato è ispirata a questo film e cita letteralmente una frase pronunciata da Delon.

1960, regia di Luchino Visconti, sceneggiatura di Visconti, Suso Cecchi D’Amico, Vasco Pratolini, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Enrico Medioli (con episodi tratti dal romanzo di Testori), musiche di Nino Rota, con Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot, Paolo Stoppa, Corrado Pani, Claudia Cardinale, Claudia Mori, Nino Castelnuovo.

l’invasione dei ruba-corpi

7 Agosto 2010 2 commenti

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“L’invasione degli ultracorpi” (1956), film-culto di fantascienza, un po’ come “The Blob” (1958) fu girato con pochissimi mezzi. Gli effetti speciali sono quindi ridotti al minimo ma, non essendo il punto forte di questa storia (tratta da un romanzo di Jack Finney, 1911-1995), sarebbe stato necessario uno sforzo supplementare dedicato alla creazione della suspence, anche perché ci sarebbe stato tutto lo spazio-tempo necessario (il film dura appena ottanta minuti). Si è scelto invece di rendere questa pellicola un fumetto-horror, un corrispondente cinematografico delle numerose storie a fumetti che venivano pubblicate in USA negli anni Cinquanta, dimostrando ancora una volta che la letteratura, se non opportunamente tradotta, è superiore al cinema. Il libro di Finney infatti, per il solo fatto di non poter mostrare visivamente le situazioni, rivela con la lentezza necessaria i particolari che nel film vengono spiattellati abbastanza velocemente, decostruendo l’effetto drammatico insito nel romanzo.

USA 1956, regia di Don Siegel, sceneggiatura di Daniel Mainwaring e Sam Peckinpah (tratta dal romanzo di Jack Finney, 1955), musiche di Carmen Dragon, con Kevin McCarthy (doppiato da Nando Gazzolo) e Dana Wynter.

saggi di un saggio

5 Agosto 2010 1 commento

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Un volumetto che raccoglie brevi scritti di Hesse sulla letteratura e sui libri. Escludendo un paio di passaggi nei quali si perde in esagerazioni feticistiche da bibliofilo, il buon Hermann ci rammenta i preziosi motivi per i quali la lettura costituisce un esercizio fondamentale per la mente e per l’anima, e nelle sue stesse parole c’è il gusto per la bella esposizione, che rappresenta un piccolo mondo nel quale trovano un felicissimo equilibrio le cose dette (i contenuti) e la maniera di esporle (le parole), equilibrio al quale avrà giovato senza meno la passione di Hesse per la sfera letteraria dell’estremo oriente.

«Leggere spensieratamente e distrattamente è come andare a spasso in un bel paesaggio con gli occhi bendati. Né dobbiamo leggere per dimenticare noi stessi e la nostra vita quotidiana, ma al contrario perché ci sia possibile riprendere in mano con maggior consapevolezza, fermezza e maturità la nostra esistenza. Dobbiamo accostarci ai libri non come uno scolaro impaurito si avvicina al gelido maestro, e neppure come il buono a nulla afferra la bottiglia d’acquavite, ma come lo scalatore si avvicina alle Alpi, come il combattente entra nell’arsenale: non da fuggitivi e disamorati della vita, ma da volonterosi che cercano amici capaci di aiutarli. Se cosí fosse e avvenisse non si leggerebbe molto piú della decima parte di quanto oggi vien letto, e tutti saremmo dieci volte piú lieti e piú ricchi.»

(trad. Emilio Castellani)

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Baarìa, il libro

3 Agosto 2010 2 commenti

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Nel libro Rizzoli dedicato a Tornatore si capisce abbastanza chiaramente come mai “Baarìa” sia venuto così male. Il regista afferma candidamente di essere ricorso ad appunti raccolti nel corso di decenni, relativi ad episodii realmente accaduti a Bagheria. La volontà di rievocare questi episodi caratteristici si è tradotta nella estrema frammentarietà di tutta la prima parte del film, stracolma di momenti pittoreschi, tra i quali non è stato lasciato nessuno spazio per respirare, diventando così una fiera dell’eccesso, quasi una versione in celluloide della “Vucciria” di Guttuso (ma non è un complimento). Poi c’è tutta una serie di fisime personali vòlte alla ricostruzione precisa della Bagheria dei suoi tempi, fattore che poteva essere importante per l’autore e i suoi compaesani al massimo, ma che ha distolto preziose energie da dedicare alla calibratura della ricezione del film da parte dello spettatore medio. Ci sono state, poi, numerose difficoltà tecniche, ma non sono state certo queste ultime ad influire sulla mediocrità del risultato.

Bagheria

1 Agosto 2010 Nessun commento

baaria

Pur avendo avuto l’opportunità di creare IL suo capolavoro, una specie di “C’era una volta in Sicilia”, Tornatore manca l’obiettivo e realizza un film a metà. Da buttare è tutta la prima parte, tanto frammentaria che, nell’enfasi di voler rappresentare al massimo grado il folclore siculo, affastella una serie di episodii pittoreschi che diventano caricaturali, e tra i quali si fa fatica ad individuare gli elementi e i personaggi che diverranno protagonisti della seconda parte, meglio riuscita e più equilibrata. Sarebbe bastato far partire fin dall’inizio un filo logico, diradando e sfrondando gli aspetti coloristici, di modo da dare maggior coerenza ai punti topici, azzeccati, costituiti dai rimandi simbolici e dalle ellissi che vengono adoperati con mestiere, magari avendo l’umiltà e il buon senso di scrivere una sceneggiatura in maniera corale, come si faceva una volta, e non affidandosi totalmente al proprio solipsismo (visto che non sei mica Fellini).

2009, scritto e diretto da Giuseppe Tornatore, girato in Tunisia, con varia gente.

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