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Archivio Settembre 2010

Rat-man

26 Settembre 2010 Nessun commento

fantasma

Un Dario Argento ormai in piena discesa creativa confeziona una tavanata galattica, tratta e realizzata approssimativamente dal romanzo omonimo (1910). Via gli elementi thriller, via la suspance, rimane un grand-guignol di sangue e devastazioni corporali fantasiosamente applicate, in un contesto operistico già di per sé suggestivo (che fa quindi da solo metà del lavoro). Citazionismo inutile e a go-go: l’opera messa in scena è “Romeo e Giulietta” (per specchiare la relazione tra Asia e il Fanstasma) di Charles Gounod, diretta dal medesimo; Edgar Degas che dipinge le ballerine; la storia stessa è una rivisitazione di “Notre Dame de Paris” di Vittorio Ugo, etc.

1998, regia Dario Argento, scritto da Argento e Bernard Brach (dal romanzo di Gaston Leroux), effetti speciali Sergio Stivaletti, musiche di Morricone, con Asia Argento, Nadia Rinaldi, e altri.

Categorie:Cinema Tag:

nessuni

22 Settembre 2010 Nessun commento

kiefer

MILANO – Hangar Bicocca: “Personnes”. L’installazione di Boltanski — una ‘semplice’ montagna colorata composta di abiti usati —, come molti suoi lavori precedenti, mette in luce la discrasia esistente tra l’idea di ‘identità’ e ‘anonimato’ ed è, in secondo luogo, un ribaltamento del ruolo tradizionale dell’artista. La montagna di abiti, assieme all’odore acre che invade l’ambiente che la ospita, e alla riproduzione amplificata delle registrazioni di battiti cardiaci umani che bisogna ascoltare per raggiungere l’opera, illustra l’impossibilità per l’artista di ottemperare nella contemporaneità ad un proprio compito tradizionale, quello del ritrattista, che si arrende di fronte all’impegno, utopistico e immane, di rappresentare l’umanità intera (o, meglio, piú che arrendersi, l’artista si impegna con sforzo inane a constatare e dimostrare quanto quest’impresa risulti irrealizzabile). Il titolo in francese esemplifica perfettamente questa contraddizione: “personnes” può essere inteso sia come ‘persone’ che come ‘nessuno’ (al plurale), ed in questo senso è una metafora funerea ed una critica impietosa della società moderna, dei consumi di massa e della massa indifferenziata in sé. Nonostante lo spiazzamento derivante dall’impatto apparentemente negativizzante rispetto all’oggetto cui ci troviamo di fronte, potrebbe anche essere autorizzata, viceversa, una lettura di senso contrario, positiva, ovvero: le cose materiali (gli abiti) non sono nulla senza le persone che le usano, e indossano, e gli danno un senso. Secondo un ultimo punto di vista, l’Artista afferma la propria identità mediante l’anonimato dell’Altro.

Nella foto: le impressionanti “Sette torri celesti” di Kiefer, installazione permanente, sempre all’Hangar Bicocca.

Categorie:arte Tag:

arviazioni sul tema

19 Settembre 2010 Nessun commento

alina

Se Arvo Pärt non avesse deciso di fare il musicista, sarebbe stato un ottimo geometra. “Spiegel im Spiegel”, contenuta in tre versioni nel cd “Alina” del 1999, esprime una concezione musicale basata su movimenti orizzontali e verticali, all’interno della quale il pianoforte e il violino (e violoncello in una delle tre versioni), rispecchiano i propri temi, differenti, accompagnando reciprocamente la graduale variazione ascendente o discendente. Ovviamente, l’alto e il basso della musica sono un rimando simbolico all’elevazione dello spirito. Anche in un brano rarefatto come questo, Pärt tradisce (traduce) la propria ispirazione alla musica antica: il pianoforte interpreta il suo ruolo più ancestrale, quello del contrappuntismo (seppure allargatissimo nei tempi), e altrettanto fa lo strumento ad arco, che produce un’aria cantabile, in ottemperanza al proprio originario compito imitativo della voce umana. “Alina” è, invece, un pezzo per solo piano (presente in due versioni), incredibilmente ancora più rarefatto, che fuoriesce dal campo geometrico di “Spiegel” per allargarsi, con l’uso della risonanza che riempie l’ampio vuoto tra le note, a quello spaziale (spazio interiore, spirituale). L’estrema regolarità di “Spiegel” diventa in “Alina” un andamento rapsodico, irregolare, quasi casuale, come se Pärt volesse indicare che l’equilibrio (o il senso) che andiamo ricercando può essere ritrovato sia per mezzo dell’osservazione di un ordine gerarchico di valori (scale ascendenti e discendenti), sia attraverso l’accettazione del caso e delle sue conseguenze (il caso e i suoi effetti, risonanza che riempie il vuoto).

Categorie:Contemporanea, Musica Tag:

non sono solo canzonette

18 Settembre 2010 Nessun commento

messaarcaica

Nel 1993, il buon Franchino Battiato decide di coagulare in un’unica opera, la “Messa Arcaica”, ciò che la sua aspirazione mistico-religiosa lo aveva portato a disseminare in termini di citazioni di tal genere in tutti i suoi dischi, a partire da “L’Era del Cinghiale Bianco”, 1979. Viaggiando un po’ sull’onda di Pärt, Penderecki e compagnia, Battiato si rifà alla tradizione cristiana più antica, partendo dal canto gregoriano, l’antifonario, un tuffo nel profano che ricorda i Carmina Burana, e arrivando al massimo fino a Gabrieli e Monteverdi, punto temporale sul quale Franchino si arresta, sì, ma solo per fare un balzo in avanti e condire il tutto con un’orchestrazione ideata secondo un rarefatto minimalismo contemporaneo. Non manca un velato richiamo al canto melodico della lettura coranica, che in antichità doveva somigliare molto al rito cristiano ortodosso. L’unico tocco ottocentista è costituito da alcune parti per soprano, nettamente ispirate — se non altro per la loro concezione e collocazione — al “Requiem” di Verdi. Una piccola messa, tutt’altro che solenne, ma che è al contrario fatta per favorire la meditazione o il raccoglimento spirituale; un’impresa non eccezionale ma nemmeno peggiore di altre messe di autori piú assidui nel frequentare questa forma musicale, e con alcuni pezzi di rilievo sparsi qua e là (l’”Agnus Dei” è il brano migliore).

i suicidi delle vergini

17 Settembre 2010 Nessun commento

virgin_suicides_ver2

Film stranissimo, opera prima della Sofia Coppola, assimilabile alla poetica degli ‘adolescenti turbati’, categoria che la Coppola abbandona dopo questo suo exploit, ma che Gus Van Sant porta avanti tuttora in maniera imperterrita. Alla luce delle esperienze successive della regista, si può azzardare che l’alternanza straniante fra momenti di ammorbante attesa e altri di stralunata serenità, scaturisce probabilmente dalla non ancora perfetta padronanza del mezzo espressivo. L’atmosfera morbosa viene appesantita ulteriormente da una non adeguata traduzione del linguaggio letterario in quello cinematografico (presenza superflua dell’io narrante). Ciononostante, rimane leggibile il tema centrale alla base della narrazione, ovvero il contrasto tra l’educazione puritana di una certa middle-class del country-side americano e la spinta vitale, anarchica, sensuale, delle giovani generazioni. Voto: dal 6 al 7.

1999, scritto e diretto da Sofia Coppola, sulla base del romanzo omonimo di un certo Jeffrey Eugenides, con Kirsten Dunst e altri, musica degli Air.

Categorie:Cinema Tag:

dylans dogs

14 Settembre 2010 Nessun commento

dylans

“I nuovi barbari” è una sciocchezza che non c’entra nulla con i delirii baricchiani (figuriamoci se gli autori di fumetti leggono i quotidiani: al massimo i titolisti, lo fanno).

Il Color Fest ha la copertina di Manara ma, a parte quello, non ha all’interno nulla di rilevante.

“Lavori forzati”, una storia passabile, tratta di un tema che poteva costituire l’occasione ideale per andare sui giornali — come accaduto qualche mese fa per la storia che tirava in ballo l’eutanasia. Il soggetto è infatti incentrato sulle morti sul lavoro. Forse i cronisti delle stupidate disegnate sono ancora in vacanza.

Categorie:fumetti Tag:

mirabile brave new world

8 Settembre 2010 Nessun commento

MondoNuovo_grande

Nel mondo alla rovescia descritto in “Brave New World” (1932), Huxley ipotizza una società divisa in caste, nella quale gli individui vengono fabbricati in serie, come polli in una batteria, e nei quali l’indole caratteriale — diversa a seconda della casta alla quale si appartiene — viene indotta attraverso interferenze, genetiche o comportamentali, applicate agli embrioni. A ben vedere, non è una condizione molto diversa da quella della società reale in cui viviamo, dove — per esempio — ai lavoratori dipendenti sono richieste determinate caratteristiche (l’esecuzione di ordini senza discutere), agli imprenditori altre (la libera iniziativa), altre ancora agli artisti, etc. In “B.N.W.”, la standardizzazione del fenotipo umano si estende dalla vita pubblica a quella privata, e difatti nella sfera affettiva e sessuale la monogamia è un concetto paradossale e le persone cambiano continuamente partner. I figli non vengono generati tramite l’atto sessuale, ma in laboratorio. Non esiste la figura genitoriale, e l’idea che un bambino possa avere un padre e una madre è considerata un’assurdità (un chiaro riferimento alla casta dei guerrieri descritta da Platone nella “Repubblica”). Il cortocircuito mentale che talvolta viene determinato da questo processo di massificazione collettiva, che annulla il dato individuale del quale ogni elemento di ogni specie vivente è espressione, viene ‘curato’ tramite una droga fornita legalmente dal governo. Il libro di Huxley non è, però, come ci si aspetterebbe, né romanzo ideologico (come l’insopportabile “La fattoria degli animali” di Orwell) né un’ipotesi futuribile di società, ma ‘soltanto’ un buon romanzo di fantascienza, nel quale le premesse sopra descritte fungono da punto di partenza per la messa in discussione di un modello di vita standardizzato, alla scoperta dell’individualità, e nel quale è evidentissimo il debito che “1984″ del già citato Orwell e “Il pianeta delle scimmie” (1963) hanno nei suoi confronti. Il riferimento al regime totalitario sovietico non è preponderante sulla dimensione narrativa — eventualità che avrebbe irrimediabilmente svilito l’opera — ma solo uno spunto per l’elaborazione fantastica dell’autore.

Schmerzen

3 Settembre 2010 Nessun commento

werther

Un classico esempio della poetica dello “Sturm und Drang”. Quasi un romanzo di formazione al contrario, di de-formazione, il libro inizia con un apparente richiamo arcadico — Werther che, come Sannazzaro, si rifugia nei boschi per ritrovare la pace interiore — nel quale il ricercato equilibrio (illuministico?) lascia subito posto alla passione pre-Romantica. La Natura passa allora in secondo piano, e — pur ancora non rappresentata con tinte pienamente simboliche — diventa l’accompagnamento del trapasso dalla Vita alla Morte (le lettere di Werther datano a partire dalla primavera per terminare in inverno). Il pessimismo esistenziale, pre-leopardiano, non potendo trovare più un solido salvacondotto nella religione — bandita dai lumi del Settecento — è costretto a rivolgersi al proprio sé interno per la ricerca delle risorse motivazionali per l’esistenza, cadendo preda di false mitologie (i canti di Ossian) e delle umane passioni. Il romanzo risente di una leggera ingenuità di fondo, attribuibile alla giovane età dell’autore (Goethe lo pubblicò nel 1774, a soli venti e rotti anni), ma come opera prima gliela si può concedere.

Che la vita dell’uomo non sia che un sogno, parecchi hanno già intuito, e anche da me questo sentimento non vuole dipartirsi. Se io considero le angustie in cui le forze attive e le intellettive dell’uomo sono costrette; se vedo come ogni operosità non tenda che a procurare la soddisfazione di certi bisogni, i quali alla lor volta non hanno alcuno scopo se non quello di prolungare questa nostra povera esistenza, e poi comprendo che ogni nostro acquetamento sopra a certi punti che volevamo indagare non è altro che sognante rassegnazione, e prigioni fra mura che abbiamo abbellite dipingendole di vivaci figure e di leggiadri orizzonti; tutto questo […] mi fa ammutolire.

(trad. G.A. Borgese)

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lelùsc

2 Settembre 2010 Nessun commento

lelouch

Dopo un inizio piuttosto scoppiettante, il film di Lelouch (“L’amante del tuo amante è la mia amante”, 1992) devia per tutt’altra direzione. Il regista sembra non credere fino in fondo all’idea principale, ma, in tal caso — invece di cambiare totalmente strada — poteva benissimo integrarla con la seconda, invece di accrocchiare due parti di film, quasi separate. Con tutto questo materiale, Truffaut — capacissimo a mescolare le carte — ci avrebbe fatto faville, ma non tutti sono Truffaut. Conclusione: due mezzi film non ne fanno uno sano.

Scritto e diretto da Claude Lelouch, con Alessandra Martines e figlia.

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darkstep tornado

1 Settembre 2010 Nessun commento

sclavi

Un uomo, confinato nella sua villa, abbandonato da moglie e figlia, confonde gli stimoli della realtà esterna con quelli provocati dall’alcool. Il sistematico passaggio da esterno a interno e viceversa ricorda di continuo la parte finale della “Signorina Else” di Schnitzler. Reduce dal penultimo “Non è successo niente” (1998) nel quale Sclavi annullava del tutto le regole abituali che stanno alla base di un romanzo appartenente al genere thriller (estremizzando le prerogative de “La promessa” di Dürrenmatt, 1958), nel “Tornado di valle Scuropasso” (2006) l’autore di Dylan Dog fa un piccolo passo indietro, recuperando nel finale una parvenza di senso che dà ragione del delirio mentale del protagonista. Non se ne sentiva il bisogno, e infatti le ultime pagine sanno di posticcio. Probabilmente si tratta di un passaggio suggerito dalla casa editrice per evitare lo spiazzamento totale del lettore (sempre ammesso sia servito a qualcosa).

Pag. 101 – Alla sera sono andato alla Alcolisti Anonimi. La sezione milanese, che si chiamava “Speranza”, me la ricordavo squallida ma piena di calore umano. Questa era squallida e fredda. C’era poca gente. Qualcuno mi ha salutato. Il tale a cui avevo telefonato al mattino mi ha detto: «Ah, sei quello nuovo.» «Be’, nuovo non proprio. Cioè, qui sì, ma…» Non mi ha lasciato finire, stava già parlando con qualcun altro.

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