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Archivio Aprile 2011

angouleme

30 Aprile 2011 Nessun commento

cinquemila

Meritatissimo premio Angouleme 2011, per una storia a fumetti che in poche pagine riesce a sviluppare e a rendere appassionanti i tragitti incrociati delle vite dei personaggi, dall’adolescenza alla maturità, conducendoli ad un finale nostalgico e amaro. Un fumetto maturo, leggero come gli acquerelli che lo illustrano, intimistico, perfettamente costruito, che lascia trasparire i migliori riferimenti assimilati — direttamente, o di riflesso — dal giovane autore (Loustal, Bergman, Scola, Pazienza, …).

ingrandimenti

22 Aprile 2011 1 commento

blowup

Nonostante il successo professionale e personale, il protagonista (Hemmings) — pur spassandosela alla grande — è abbastanza insoddisfatto della realtà che lo circonda. La sua ricerca inconscia di scappatoie lo porta ad esplorare la dimensione del passato, che si rivela anch’essa una falsa pista (la cui fallimentarietà è illustrata dal fatto che la proprietaria del negozio di antiquariato, da lui frequentato, avendo sperimentato inutilmente il medesimo tentativo, decide di vendere tutto e trasferirsi in Nepal). Grazie alla sua professione di fotografo, attività che viaggia per sua natura tra presente e passato, e che gli permette virtualmente di analizzare ciò che è invisibile ad occhio nudo, viene allora proiettato nella dimensione dell’immaginazione, una situazione creativa nella quale la mente, sulla base del materiale offerto dalla vita reale, trova accesso ad un livello percettivo che la trascende (anche qui, come in “Rosemary’s Baby”, si può leggere un parallelismo con l’esperienza psichedelica degli anni ’60, ed allo stesso tempo un richiamo al pensiero orientale, vedico, in particolare). Il rischio che corre, a questo punto, è di soddisfare la propria esistenza con il vissuto di questa dimensione misteriosa e immaginaria, ma viene opportunamente portato alla consapevolezza con la scena finale — la finta partita a tennis — che, da un lato, suggerisce che chi intraprende questa strada non è solo, ma trova complici che hanno già operato la stessa scelta in maniera consapevole o meno e, dall’altro, lascia all’attore (in senso lato) la decisione se questo livello di vissuto gli possa bastare o no.

p.s.: film seminale che ha ispirato indirettamente almeno Lynch e Dario Argento e, direttamente ma meno essenzialmente, “Blow-Out” di Brian De Palma.

1966, diretto da Michelangelo Antonioni, scritto da Antonioni, Tonino Guerra, Edwar Bond (ispirato ad un soggetto di Cortazar), con David Hemmings, Vanessa Redgrave.

texx

14 Aprile 2011 Nessun commento

tex601

Una storia inutile, senza un perché, e banale, che occupa due numeri (601-2), e che già dopo meno della metà del primo volume lascia immaginare dove possa andare a parare (le cencinquanta pagine restanti sono infatti una “telefonata” unica, dove non ci si imbatte in una sorpresa, che sia una). Sembra di ritornare al paleozoico del fumetto: i cattivi sono cattivi-cattivi, i buoni sono buoni-buoni, etc.  Ci si pente di non aver speso i cinque euri e quaranta totali per generi di conforto alternativi (ci stavano ben sei Mars presi alla macchinetta della stazione, per esempio).

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basta poco, che ce vo’

11 Aprile 2011 Nessun commento

covatta

Il format è piú o meno lo stesso di “Te la dò io, l’America”: uno sguardo tra l’ironico e il realistico verso un topos del nostro immaginario. Dato il contesto drammatico, lo humour partenopeo di Covatta si colora spesso di tinte fosche. I bambini africani — a loro insaputa — vengono sovente “sfruttati” in maniera politicamente scorretta, ma in compenso devono essersi fatti un sacco di risate.

2002, di Giulio Manfredonia, con Giobbe Covatta (sceneggiatura di Covatta e Paola Catella).

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il rottamatore

3 Aprile 2011 1 commento

renzi

Al contrario di Chiamparino — l’altro sindaco-scrittore del PD — che, pur essendomi abbastanza antipatico, affrontava nel suo libro problematiche di fondo della società contemporanea, sfidando il partito a trovare soluzioni sganciate da una visione ideologica di vecchio stampo, sostituendola con un’apertura di orizzonte piú ampia che riprendeva lo spirito liberal-democratico veltroniano (con lo scopo, sottinteso, di una proiezione personale verso il ruolo di parlamentare), il libro di Renzi appare invece come un semplice status symbol, il prodotto di un boy-scout un po’ pinocchiesco che, essendosi trovato ad interpretare al momento giusto un certo desiderio di rinnovamento dell’elettorato, si prende la soddisfazione di vedersi pubblicato dall’editore piú borghese possibile. È proprio questo felice connubio con l’establishment a neutralizzare quella carica eversiva che il Renzi-pensiero finge di far propria. In sintesi: giovanilismo abbastanza innocuo destinato a fare il suo tempo (i giovani, prima o poi, invecchiano); totale assenza di ideali di fondo (se non quelli del buon senso, presunto); assenza di un minimo rispetto nei confronti delle generazioni che lo hanno preceduto, eccheccazzo; sterilizzazione da qualsiasi tipo di ideologia; indulgenza verso il Cavaliere che qualsiasi persona di buon senso — appunto — dovrebbe voler vedere morto o rinchiuso in un manicomio, etc. Insomma, un libro un po’ del menga.