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Archivio Agosto 2011

all’anema ‘e chi t’è (krishna)murt’

31 Agosto 2011 Nessun commento

krishna006

Libro mondadoriano che riporta il sunto di una quindicina di incontri tenuti da Hare Hare Krishnamurti (1895-1986) in varie città dell’India, tra il dicembre del 1970 e il febbraio dell’anno successivo. Il buon Jiddu, che affermava di non aver letto un solo libro di qualsiasi genere, proclamava un pensiero che — passando per Eraclito e Socrate — in realtà affondava bellamente le radici nella tradizione orientale (diciamo che si collocava nelle vicinanze dello zen estremo). La sua ricerca del distacco da tutte le cose e — qui sta il difficile, se non l’impossibile — persino dal proprio Sé, ovvero dal piacere o dal dispiacere che proviamo nel conservare i nostri ricordi (e che ci ostacola, ogni volta, nel provare una sensazione “vera”, che non sia inquinata dalle esperienze precedenti) è qualcosa di diverso da quanto propone la filosofia antica, lo stoicismo per esempio, ossia di utilizzare la ragione e la volontà come interfaccia verso la realtà. Ci troviamo esattamente dal lato opposto: la mission impossible di Krishnamurti è quella di accantonare in maniera radicale qualsiasi conoscenza pregressa, qualsiasi percorso mentale che implichi conflitto — dove conflitto è considerato financo la semplice necessità di passare da uno stato mentale ad un altro, e cioè il puro fatto di considerare il concetto di Me e dell’Altro, con le differenze connaturate alle due entità — per sperimentare sensazioni, anche simili a quelle che abbiamo già provato (e che dobbiamo dimenticare), ma in maniera sempre nuova, senza aspettative o sovrapposizioni sensoriali attuali e trascorse. Non è l’opportunistico “potere di Adesso” di quel minchione di Eckhart(guarda-te-che-nome-si-va-a-scegliere)Tolle, ma “semplicemente” il raggiungimento di un grado zero della conoscenza — il minimo indipensabile per ricordarci la strada di casa o il linguaggio col quale ci esprimiamo, per esempio — che non ha nessun altro scopo se non quello di permetterci di eliminare il conflitto perpetuo ed eterno nel quale viviamo dalla nascita fino alla nostra morte, amen.

Mondadori, 200 pagine, 9 euro.

che bella jurnata

28 Agosto 2011 2 commenti

che_bella_giornata-19419146

L’idea di base della storia è simpatica — e coraggiosa, da un certo punto di vista — si ride di gusto abbastanza spesso, ma è sostanzialmente un film fatto coi piedi. L’attrice araba è troppo inesperta, e non sa come riempire i troppi spazi vuoti che la sceneggiatura le lascia. In un paio di situazioni i tempi comici sono assurdamente sbagliati (la scena della nonna che dorme sarebbe bell’e finita dopo un paio di accendi-spegni della lampada, e invece si protrae incredibilmente). Troppo sopra le righe l’interpretazione di Papaleo. Etc. etc.

2011, regia di Gennaro Nunziante, scritto da Nunziante e Zalone, musiche di Checco Zalone, con Luca Medici, Nabiha Akkari, Ivano Marescotti, Rocco Papaleo, Tullio Solenghi, Caparezza, etc.

l’altro muro

27 Agosto 2011 Nessun commento

saltare-il-muro

Storia a fumetti ambientata in Palestina — a metà tra il biografico e il giornalismo disegnato alla Joe Sacco — che, tramite l’illustrazione di uno spaccato dell’esistenza di un giovane palestinese, mostra il divario che separa il livello ottuso e opprimente della politica militaresca israeliana e le sfumature e le contraddizioni della vita quotidiana di una persona normale che, nonostante tutto, arriva alla conclusione che la soluzione politica che dovrebbe portare ad avere “due popoli in due stati” è un’assurdità e che invece bisognerebbe sforzarsi di integrare arabi e israeliani nello stesso territorio. Il punto di vista dell’autore (o del protagonista), anche se di parte, è obiettivo e, nel suo piccolo, ricorda lo sguardo lucido dello Spiegelman di “Maus” ma, inutile dirlo, la differenza del portato delle due opere è abissale. Piuttosto, ci sono notevoli attinenze con il film “Paradise Now” (2005) anche se quest’ultimo aveva dalla sua una carta in piú, quella dell’ironia (come avveniva anche in “Maus”, del resto).

Maximilien Le Roy, “Saltare il muro”, 104 pagine, 14 euro, 001 Edizioni (orig. Casterman)

KV6-9

25 Agosto 2011 Nessun commento

mozart005

Scritte probabilmente a quattro mani col babbo Leopold, ed ispirate decisamente a Johann Christian Bach, le prime sonate per pianoforte e violino di Mozart sono ingiustamente dimenticate dalle pubblicazioni discografiche odierne. Rappresentano, formalmente, un terzo momento nella scala dello sviluppo della sonata per tastiera e violino (essendo la prima fase quella del violino col basso continuo e la seconda quella dell’intreccio contrappuntistico equivalente tra le due [tre] parti praticato da Bach padre e dal figlio C.P.E.). Nel caso di queste sonate di Mozart, la parte del pianoforte (o clavicembalo) è quasi del tutto autosufficiente, dato che il violino si limita ad intervenire per sottolineare alcuni passaggi o per fare da contrasto armonico (quasi come se fosse diventato a sua volta il basso [o l’alto] dis-continuo che supporta la tastiera), ma l’inganno sta proprio in questa falsa inversione di ruoli, perché la differenza di tono tra le voci degli strumenti non lascia dubbio che il gran lavorío del tastierista consista soprattutto nell’offrire una “spalla” per permettere al vero protagonista di valorizzare il brano, inserendosi con motivi di carattere, incisivi, in un tessuto sonoro di base tutto sommato privo di alti e bassi. Gli otto anni del bambino prodigio potrebbero senz’altro avergli consentito di creare composizioni pregevoli come queste, ma alcuni momenti di sincero patetismo (l’adagio della KV7, e l’allegro della KV9) fanno davvero supporre che Leopold Mozart abbia come minimo operato una notevole supervisione.

deformazione professionale

23 Agosto 2011 2 commenti

bartleby

Uno dei bei racconti scritti da Melville nel 1853, dopo l’insuccesso commerciale di “Moby Dick”. Chi legge capisce abbastanza in fretta che la storia — oggettivamente assurda — deve avere una spiegazione simbolica, che infatti lo scrittore suggerisce nell’ultima pagina: Bartleby, nel suo impiego precedente — addetto alle lettere smarrite — ha riconosciuto se stesso come una missiva con destinatario sconosciuto ovvero, come propone Baricco, scopre la mancanza di un proprio destino, dalla quale deriva la propria afasia rispetto alla realtà. Aggiungerei che, considerando l’intera storia, emerge piuttosto viva una lettura critica del sistema di produzione industriale che, con la specializzazione e parcellizzazione delle tipologie di lavoro, contribuisce all’alienazione del lavoratore, che non ha piú l’immediato riscontro di quanto la sua opera — ridotta a pura astrazione — risponda ad un’esigenza e ad un’utilità sociale, e può condurre quindi alla nevrosi e ad una svalutazione, o addirittura perdita, della propria identità (sia il tema dell’uomo nella società moderna, sia l’approccio simbolistico, non possono non farci venire alla mente Kafka). La versione Feltrinelli è tradotta meravigliosamente da Gianni Celati, e lascia chiaramente intravedere la bellezza del testo originale americano. Il libro contiene anche una serie di lettere scritte da Melville al suo stimatissimo collega Nathaniel Hawthorne, dal tono ai limiti dell’invadenza. Celati, inoltre, propone una sintesi di una novantina di studi accademici pubblicati dagli anni ’20 ai ’90 del Novecento, che rivelano in maniera esilarante quanto gli studiosi di letteratura si siano esercitati in una ricerca esegetica che va spesso oltre l’accanimento terapeutico, quando la realtà, lo scrittore, ce la mette sotto gli occhi da sé.

pere che il pompelmo faccia mele

4 Agosto 2011 3 commenti

pasqualezagaria

Pasquale Zagaria, radiato dalla Polizia, si ritrova coinvolto in una indagine su una gang dedita al traffico di diamanti di contrabbando: viene usato come esca dalla Madama e, attraverso varie situazioni improbabili, la band viene sgominata. L’uso del nome proprio di Lino Banfi nel titolo tradisce il tentativo di far coincidere l’attore con il personaggio e, quasi, di assurgere il comico di Canosa di Puglia ad un novello Totò. In effetti, in questo film, l’elemento sexy è quasi assente, ma verrà introdotto pesantemente dai film successivi, una volta riconosciuta la qualità peregrina dell’intenzione originaria. Non che Lino Banfi non fosse un bravo attore, ma un conto è utilizzare il dialetto per caratterizzare la propria macchietta, e un altro è quello — come nel caso di Totò — di arrivare ad incarnare in sé l’intera “napoletanità”. Un film abbastanza infame, in sostanza, come tanti omologhi a questo degli anni Settanta e Ottanta, ma pur sempre superiore (per quantità di idee) a quelli dei tanto inappropriatamente celebrati registi italiani odierni (Sorrentino, D’Alatri, …, giú giú fino a Muccino, oddio mi viene il vomito).

1973, regia di Luca Davan (pseudonimo del cognato della Cardinale, sic, della serie “cani e porci”), scritto da Raffaele Sposito e Castaldo, musiche di Franco Tamponi, interpretato da Lino Banfi, Francesca Romana Coluzzi e Aldo Giuffrè.

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fantasmi commerciali

3 Agosto 2011 Nessun commento

dyl_299

Ci sono piú fantasmi — in senso lato, e non — nei negozietti ammuffiti dei centri storici? o negli sfavillanti centri commerciali? Questo il busillis attorno al quale si arrovellano — male — i dylandogautori del mese (del tutto normale, quando c’è Cossu ai disegni). Siamo al n. 299: il prossimo numero è una buona occasione, quindi, da cogliere per chi volesse attestare attorno a una cifra tonda il termine della propria collezione.

Categorie:fumetti Tag:

zazie dans la bedé

1 Agosto 2011 Nessun commento

zazie-nel-metro

Riduzione a fumetti del romanzo di Queneau (1959) che, in realtà, dà l’impressione di prendere come punto di partenza il film di Louis Malle (1960), a sua volta tratto dal romanzo. Il fumetto, purtroppo, in questo caso — anche perché non utilizzato al meglio delle sue potenzialità — si rivela il mezzo espressivo meno adeguato per una storia di questo genere, costretto ad una sintesi eccessiva e penalizzato dal punto di vista dinamico, rispetto al film, e dal punto di vista linguistico, rispetto al testo scritto originale. Se poi aggiungiamo che la versione a fumetti arriva dopo cinquant’anni buoni rispetto alla data di invenzione e alla quale il romanzo fa riferimento nella sua ambientazione, così caratterizzante rispetto alla storia, ci si chiede se questa non sia un’operazione fuori tempo massimo e piuttosto bislacca, in definitiva. L’adattamento di Clément Oubrerie — che utilizza uno stile grafico molto francese, alla Joan Sfarr o alla GiPi et similia — non è quindi nient’altro che una pallidissima copia dell’originale che può servire giusto giusto come introduzione all’approccio ai due esemplari di cui sopra. Ma forse si può anche decidere di risparmiarselo del tutto.

Rizzoli-Lizard, 104 pagine a colori, 16 euro, prefazione di Stefano Bartezzaghi.

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