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Archivio Settembre 2011

dyd 301

29 Settembre 2011 Nessun commento

dyl_301

Un chirurgo, per salvare la vita della fidanzata in coma, la imbalsama (mah!), tenendo in vita solo il cervello (boh!). Per farle compagnia (bah!), imbalsama anche qualche decina di persone e costruisce una specie di museo delle cere i cui elementi formano gli invitati ad un ricevimento. L’energia che si sprigiona (??) dai cervelli ancora vivi di questi manichini crea delle onde magnetiche che influenzano le menti degli abitanti del quartiere.

p.s.: il disegnatore ha uno stile sempre più tirato via (forse crede di essere Hugo Pratt).

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due o tre cose che so di Sergio Bonelli

26 Settembre 2011 15 commenti

nolitta

Sergio Bonelli (1932-2011), figlio d’arte di genitori troppo presto divorziati, ha ereditato in egual misura le doti del padre e della madre. Da Gian Luigi Bonelli, il patriarca del fumetto italiano del dopoguerra, la passione per il fumetto. Da Tea Bonelli, invece, le doti amministrative: era la madre, infatti, a gestire la casa editrice dopo la separazione. Sergio Bonelli, infatti, da una parte affiancherà la madre nelle questioni burocratiche e dall’altra parteciperà alla creazione di storie per Tex e darà alla luce due personaggi tutti suoi: Zagor e Mister No.

Lo stile di Sergio era profondamente diverso da quello di Gian Luigi. Quest’ultimo partiva con una solida formazione letteraria, da romanzo d’appendice, o comunque classica, alla Salgari, dallo stile rigoroso, ma piacevole per l’immensa capacità narrativa. Sergio invece era piú giocherellone e le sue storie avevano un’alta componente umoristica, che mancava quasi del tutto in quelle del padre. Inoltre, amava mischiare l’avventura classica con gli stimoli che gli provenivano dal cinema fantastico e di fantascienza degli anni Cinquanta-Sessanta.

Noi adolescenti degli anni ’70 lo conoscevamo (o meglio, NON lo conoscevamo) come Guido Nolitta, secondo lo pseudonimo che figurava nei credits degli albi di Zagor e, piú tardi, di Mister No che, dopo esser stati letti, diventavano la moneta in palio per le partite a carte pomeridiane.

Sergio Bonelli lo trovavi in tutte le sagre del fumetto, anche le piú scalcinate (l’ho visto una volta persino a “Fumettopoli”, al Quark Hotel di Milano, quindi figuriamoci) tanta era la sua passione per il fumetto. Si aggirava come un qualsiasi appassionato tra gli espositori di fumetti d’antiquariato, soprattutto per incontrare vecchi amici, probabilmente. Non ho mai avuto il coraggio di fermarlo, purtroppo.

Lo ricordo, oltre alle varie occasioni di dialogo nelle convention fumettare, ad un incontro pubblico, in un cinema in Piazza Napoli a Milano, durante la presentazione del primo Dylan Dog Horror Fest (o era la rassegna sul cinema western dedicata a Tex? probabilmente entrambi), tipo nel 1987-88, assieme a Luca Raffaelli (a proposito, chissà che pezzo scriverà domani su Repubblica) nel quale quest’ultimo si gloriava di aver letto la stessa copia del Manifesto appartenente a Sergio Bonelli (stranamente, in una intervista disponibile in rete degli ultimi anni, Bonelli dichiarava invece di leggere il Corriere della Sera, giornale che stamattina ha peraltro dato per primo la notizia della sua scomparsa).

Era noto che chiunque gli avesse inviato una lettera, lui l’avrebbe ricambiata di persona con una lettera scritta a mano, di suo pugno. Qualche anno fa, per verificare se quella leggenda fosse vera, gli scrissi anche io e qualche tempo dopo ricevetti l’attesa cortesissima risposta. Da una parte, gli sottoponevo una rimostranza riguardo all’odore nauseabondo di petrolio che gli albi emanavano in quel periodo (probabilmente a causa di inchiostri di stampa o carte particolari, usate dagli stampatori di cui si serviva la Bonelli). Dall’altro lato gli facevo i complimenti perché il suo ritorno estemporaneo alla sceneggiatura di una mezza storia di Tex aveva fatto impallidire quanto prodotto dai brocchi sostituti di Gian Luigi fino ad allora. Ad entrambre le questioni diede delle risposte che trovai vagamente evasive o di cortesia, ma tant’è, era già grande la soddisfazione di essere stati oggetto di tale attenzione.

Alla fine degli anni Settanta, darà una svolta alla produzione editoriale mandando in edicola il Ken Parker di Berardi e Milazzo, un fumetto piú maturo di quelli pubblicati fino ad allora. A tal proposito, ricordo ancora lo choc culturale che un giovane provava nel passaggio dalla lettura delle storie di eroi senza macchia e senza paura, pur problematici, come quelli classici, rispetto a questo nuovo personaggio pieno di sfumature, che introduceva tematiche inconsuete e piú moderne, e questo salto di qualità ha costituito una delle piccole (ma non tanto piccole, a ben vedere) occasioni di crescita che mi siano capitate.

Ci mancherà.

Categorie:fumetti Tag:

cuestioni di quore

25 Settembre 2011 2 commenti

questione-di-cuore

Il cinema della Archibugi — una delle piú snobbate registe italiane — è sovente abitato da suggestive riflessioni sul destino*. In “Questione di cuore”, il personaggio interpretato da Albanese, di mestiere sceneggiatore cinematografico, ad un certo punto è posto di fronte ad un bivio: accettare o no il passaggio di testimone come compagno della futura vedova del moribondo Rossi Stuart? La decisione è negativa, e Albanese sceglie di tornare al suo rapporto problematico con la compagna precedente. Ma la decisione è tutt’altro che morale, ovvero non consiste nel rifiuto di unirsi alla moglie di un amico (come ipocritamente avvertono i Pooh nella loro celebre canzone), in stato interessante perdipiú. Le carte messe sul tavolo dalla Archibugi fino a questo momento concorrono, invece, a suggerire che il diniego sia determinato da ragioni, per cosí dire, ‘tecniche’: la sua professione lo porta ad osservare le vite degli altri e a rappresentarle, e a deciderne le sorti, ma tutto ciò avviene sempre all’interno di un contesto virtuale, fittizio, come quello del cinema. Nel momento in cui si rende conto che la strada che sta intraprendendo è fortemente indirizzata da parte dello stesso amico, desideroso di garantire un futuro alla sua famiglia, si determina il rifiuto di diventare l’interprete di una storia scritta da altri, non nella finzione — in questo caso — ma nella vita. Il film, insomma, oltre ad essere una contemplazione della ragione esistenziale del cinema e delle arti rappresentative in genere, è una riflessione sul destino e sulla libertà di decidere le nostre sorti, dove i condizionamenti della morale contano poco, o comunque valgono meno del discernimento personale rispetto ai fattori che influenzano i nostri percorsi.

* Si pensi a “Mignon è partita” o al “Grande cocomero”, per esempio.

2008, scritto e diretto da Francesca Archibugi, da un romanzo di Umberto Contarello, con Antonio Albanese, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Chiara Noschese, piú una serie di comparsate di personalità del cinema italiano (Verdone, Virzí, Sorrentino, Villaggio, …)

le piccole emozioni quotidiane

23 Settembre 2011 Nessun commento

Momenti-di-trascurabile-felicita1

I tempi cambiano. Una volta usava che gli scrittori annotassero sui proprii taccuini tutte le osservazioni piú minute che, eventualmente, sarebbero potute servire in seguito per la realizzazione di un libro. Un esempio evidente di questo procedimento è rappresentato dalle pagine di “City” nelle quali Alessandro Baricco descrive le impressioni provate dal protagonista davanti alle “ninfee” di Monet: è altamente probabile che la loro scrittura sia avvenuta in un momento diverso rispetto a quello della stesura vera e propria del romanzo. Questo tipo di appunti di lavoro avrebbero visto la luce, eventualmente, solo dopo la dipartita degli autori. Oggi, invece, forse perché siamo piú abituati ad una lettura frammentaria — o per risparmiare ad un eventuale futuro esegeta la fatica di estrarre dai suoi romanzi le frasi piú salienti — un ‘signor nessuno’ come Francesco Piccolo si può permettere di pubblicare, nel suo “Momenti di trascurabile felicità”, una raccolta di pensieri che descrivono i propri piccoli piaceri quotidiani, il piú delle volte perfidi, suscitati da micro-situazioni piuttosto comuni sulle quali solitamente poco ci si sofferma. Questo atteggiamento micro-analitico all’inizio dà i nervi, forse proprio perché frutto di un’analisi alle volte un po’ furba, o magari perché la sottigliezza di pensiero — specie se applicata ad argomenti cosí futili — è di per se stessa inevitabile sintomo di sofisticazione. Ma, con il finire delle pagine, il Piccolo lascia via via da parte la perfidia per far affiorare la tenerezza di osservazioni tutte al positivo, che manifestano il vero intento di questo libretto, ovvero il desiderio di testimoniare l’amore per la vita, anche nelle cose piú piccole.

«L’odore di pane del primo mattino; le macchinette del caffè nel momento in cui vengono spente. Il bis tanto atteso di un concerto. Il fatto che nessuna donna al mondo riesca a ottenere dal parrucchiere la pettinatura che desiderava.Il giorno in cui fa abbastanza freddo da dover tirare fuori dall’armadio il primo maglione e infilarlo mentre scarica corrente. Un litigio furioso per questioni di principio. Uno che corre per arrivare prima che scada il tempo per qualsiasi cosa. Gli amori che cominciano, che è molto prima di quando cominciano. L’elenco di tutte le case che si abitano nel corso della vita.» Etc.

Einaudi, 130 pagine, 12,50 euro.

aprite le finestre è primavera

21 Settembre 2011 Nessun commento

romacittaaperta

Simpatico film girato immediatamente a ridosso della cacciata dei tedeschi dall’Italia occupata. Considerato il simbolo del neorealismo, “Roma città aperta” è in realtà abilmente costruito lungo il discrimine tra film di genere e film edificante, ed è lecito parlare di (neo)realismo esclusivamente considerando determinati aspetti formali (“Ossessione” di Visconti, 1943, per esempio, risponde senz’altro meglio alla definizione in questione, per quanto essa risulti arbitraria come tutte le categorizzazioni). La trama è infatti debitrice del genere noir, e di quello spionistico, e tutta la parte finale — che sottolinea, in maniera eccessiva, il tema della fedeltà ad un ideale — rappresenta forse il primo esempio, in ambito artistico, della futura santificazione dell’esperienza partigiana. Seppure non sia una grande pietra miliare sotto l’aspetto propriamente filmico, il suo valore simbolico è inestimabile e, se non bastasse, è reso un capolavoro dalla sola presenza di una grandissima interpretazione della Magnani.

1945, regia di Roberto Rossellini, soggetto di Sergio Amidei, sceneggiatura di Amidei, Rossellini, Fellini, Celeste Nagarville, con Anna Magnani e Aldo Fabrizi.

GP

17 Settembre 2011 Nessun commento

l-ultimo-terrestre

“L’ultimo terrestre” di GiPi sembra proprio essere l’omaggio dovuto che il cinema ha finalmente portato al ricordo di Andrea Pazienza: la supposizione è ragionevolmente fondata, oltre che per evidenti constatazioni, anche per la provenienza fumettistica dell’autore e, a questo punto, diventa utile per cancellare dalla memoria l’ignobile “Paz” di De Maria di una decina d’anni fa. C’è molta della poetica e dell’estetica di una parte dei fumetti di Pazienza, in questo film: il gruppo di amici — dai caratteri complementari — presi direttamente dai bassifondi della società, la cattiveria zanardesca, lo scherzo becero che si tramuta in tragedia (idea piovuta esplicitamente da “Notte di carnevale”), gli alieni di quella vecchia storiella da due pagine in bianco e nero, il protagonista spesso solo in auto nella notte, etc. I riferimenti a Pazienza, però, si fermano qui. Quella che nei fumetti era una rappresentazione oggettiva di un malessere esistenziale — spietato e senza speranza di soluzione se non nell’auto-annichilimento — nel film viene affiancata dall’elemento escatologico, ovvero gli alieni, visti come presenza salvifica. Non si cadrebbe certo in errore se si volesse riconoscere in “Odissea nello spazio” di Kubrick l’altra fonte di ispirazione. Il luogo dove il protagonista incontra la prostituta (anziana, nella quale riconosce la madre del suo complesso di Edipo mal risolto) è un’esposizione di mobili, uno spazio arredato fuori dal tempo che ricorda visivamente il finale di “Odissea”, quando l’astronauta sperimenta la conoscenza del Monolite. Ovviamente, a questo si aggiunge l’ossessione per il femminile che attraversa tutta la storia e la cui ragione viene spiegata solo alla fine. Stilisticamente, il film pecca dei difetti inevitabili dell’opera prima (comunque sempre meglio riuscita dei fumetti di GiPi che, a parte i bei disegni, sono proprio deprimenti) e del dilettantismo di alcuni attori ma, tutto sommato, è una gran bella sorpresa e riesce a toccare le corde del profondo.

2011, scritto e diretto da Gian Alfonso Pacinotti, ispirato da un romanzo a fumetti di Giacomo Monti, con Gabriele Spinelli, Roberto Herlitzka.

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Walter Bettini

14 Settembre 2011 Nessun commento

bettini

Da bravo ex-luogotenente veltroniano qual è stato, il buon Goffredo considera l’attuale reggenza del PD come una vera e propria Restaurazione: un soffocamento degli slanci ideali originarii e dell’apertura di orizzonti che il Walter aveva profetizzato (il tutto risale a soli tre anni fa, peraltro). La fretta con la quale l’esperienza primigenia è stata messa da parte costituisce — in effetti — lo scheletro nell’armadio di questo partitello, anagraficamente giovane, ma mentalmente ripiegato su una concezione passatista e incapace di vedere al di là del “particolare”. La tesi del Bettini è quella di recuperare il contatto verso gli italiani sia in termini di coinvolgimento emotivo — una “narrazione”, aridaje, che si svolga attorno ad alcune parole chiave, imprescindibili, secondo lui — sia sotto forma di rapporto dialettico con la società civile (questo aspetto è stato tacitamente fatto proprio dalle recenti dichiarazioni di Bersani e dall’atteggiamento dialettico, appunto, stabilito dal PD nei confronti dei comitati referendari, per esempio).

«I progressisti [americani, N.d.R.] hanno spesso accettato una vecchia idea di ragione, risalente all’illuminismo settecentesco, secondo la quale la ragione è conscia, letterale, logica, universale, sottratta alle emozioni, incorporea e funzionale agli interessi di chi la esercita. […] I repubblicani non sono gravati da questi vincoli e hanno una migliore percezione di come lavorano mente e cervello. Questo è il motivo per cui spesso sembrano piú efficaci.»

Marsilio, giugno 2011, 140 pagine, 13 euro.

Brian senza Palma

11 Settembre 2011 4 commenti

femme-fatale

Per quasi tutto il film ci si domanda se De Palma — quello di “Blow Out” o “Vestito per uccidere” — si sia potuto limitare a dirigere un semplice thriller, una sorta di Nikita tinteggiata con elementi hitchcockiani. Senonché, ad un quarto d’ora dalla fine c’è la svolta: peccato che consista in una trovata da quattro soldi — che unisce l’onirico al paragnostico — che fa scadere ancora di piú il livello già piuttosto basso dell’intero film finora visto. Inoltre, alcune scelte stilistiche lasciano perplessi: l’intera sequenza iniziale nella quale la colonna sonora sovrasta i dialoghi, per esempio, oppure la scelta di sdoppiare lo schermo nelle scene di Banderas fotografo, etc.: probabilmente rispondono a qualche richiamo simbolico che, tuttavia, rimane abbastanza oscuro e, verosimilmente, peregrino. Un film inutile, in fondo, e squalificante del portfolio di De Palma.

P.s.: la produzione e distribuzione di Medusa e Tarak Ben Ammar fa capire molte cose.

2002, scritto e diretto da Brian De Palma, musiche di Ryuichi Sakamoto, con Rebecca Romijn, Antonio Banderas, Peter Coyote.

X-Women

10 Settembre 2011 4 commenti

ragazze_in_fuga

Tempi magri per il povero Manara. Dopo il fiasco dei “Borgia” — scritti per lui da Jodorowsky — anche la nuova firma illustre (Chris Claremont) che ha offerto alle sue matite la possibilità di darci un’ulteriore prova delle sue straordinarie capacità, non ha saputo creare qualcosa all’altezza della situazione. Trama troppo ingarbugliata e poco supereroistica, che di certo non può essere stata fonte di grande ispirazione per l’artista trentino. Belli i disegni, comunque, ma sprecati per una storia insulsa.

2009, Panini Comics, 64 pagine in bianco e nero, 12 euro (buttati).

Categorie:fumetti Tag:

forever and ever

9 Settembre 2011 57 commenti

silvioforever

Se, anni addietro, si fosse desiderato realizzare un’opera politicamente impegnata, ci si sarebbe preoccupati di metabolizzarne gli elementi di base e trasfigurarli in linguaggio poetico (dal greco poiesis, poieo = ‘fare, creare’), etc., di modo da conferirle un valore autonomo. Viene in mente il teatro di Dario Fo, in primis, ma anche “Le mani sulla città”, per portare un esempio del ‘minimo sindacale’ di creatività che si sarebbe tenuti ad introdurre in un’operazione di questo genere. Oggigiorno, invece, siamo talmente messi male che è consentito persino a due semplici pennivendoli di adoperarsi in un puro assemblaggio di materiale di riciclo, televisivo e giornalistico, per mandare nelle sale — con l’aiuto di un regista sfigato come Faenza, chi altri? — una specie di film che vorrebbe essere una biografia non autorizzata del Cavaliere. La forma scelta, quella del documentario, poi, non fa che aumentarne i demeriti, visto che la pretesa di verità o veridicità dietro la quale si vuole nascondere è del tutto fasulla e orientata a senso unico. Dopo il giornalismo teatrale di Travaglio, Sabina Guzzanti e Luttazzi, non poteva mancare all’appello di questi tempi banali il cine-giornalismo, insomma.

p.s.: “Videocracy” faceva cagare ancora di piú, e “Il Caimano” è il solo esempio decente, finora, di narrazione berlusconiana (anche se piuttosto malriuscito).

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texhnicolor

4 Settembre 2011 Nessun commento

coltex01

Se non fosse quel gran signore che si sa essere, sarebbe lecito leggere un’enorme ipocrisia nelle geremiadi di Sergio Bonelli sul protrarsi all’infinito della ristampa a colori di Tex presso Repubblica. Le avventure del ranger in camicia gialla sono nate per un supporto cartaceo povero, e in bianco e nero, e la veste de-luxe degli albi patinati del gruppo De Benedetti stona parecchio con l’originaria destinazione popolare di quelle storie. Questo snaturamento trova giustificazione, quindi, solamente in quanto proficua scelta imprenditoriale. Sull’onda di quel successo viene ora lanciata una nuova collana annuale a colori, come già avvenuto per Dylan Dog. Peccato che gli autori siano gli stessi della serie normale. A parte gli ottimi disegni di Bruno Brindisi, la storia è opera di colui che viene considerato l’autore piú originale della serie di Tex (!), e che non trova di meglio che esordire con un “colpaccio” come la presunta morte di Kit Carson. Ora, va be’ che prendersi cura di Carson è già un passo avanti, ma sarebbe ora di far fuoriuscire anche gli altri due pards dal ruolo di comparse catatoniche che si ritrovano sempre ad interpretare.

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