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Archivio Novembre 2011

Post-retroguardia

28 Novembre 2011 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Transavanguardia”. Un raduno dei quattro o cinque transavanguardisti (Clemente, Palladino, Chia, Cucchi, De Maria) della prima esposizione di Bonito Oliva dell’ottantuno o giú di lí. Ogni artista è presente con opere d’epoca ma anche con esemplari piú recenti. Uno dei lati negativi del successo che ha arriso fin dal principio ai signori di cui sopra è stato che il mercato gli abbia consentito una superproduzione tale che in una mostra antologica come questa sia stata impresa ardua il poter scegliere le opere migliori in mezzo ad un livello notevole di fuffa (e difatti non si può certo dire che sia stato esposto il meglio). L’indovinata etichetta commerciale affibbiata dall’Achille traduceva il fatto che la scelta di questi artisti di abbandonare il concettualismo imperante non era, in fin dei conti, nient’altro che un ritorno ad una fase artistica pre-contemporanea, muovendosi in modo piú consapevole tra i vari movimenti internazionali di inizio secolo, dove — fondamentalmente — l’espressionismo veniva coniugato con una sorta di simbolismo spontaneo e allo stesso tempo latente (si pensi alla componente totemica dell’arte di Palladino, o al pre-espressionismo schieliano e pre-simbolistico di Clemente, oppure ancora all’incapacità/non volontà di Cucchi di spiegare alcunché della propria opera, etc.). Difatti non è difficile riconoscere in ognuno di loro dei referenti particolari (Licini, gli espressionisti, Mondrian, Kubin, Schiele, Ensor, Boccioni, etc. etc.) e in un certo modo devono aver fatto proprio lo spirito picassiano di appropriarsi di quanto altri avevano già elaborato e riproporlo alla loro maniera.

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doppio miracolo

26 Novembre 2011 Nessun commento

In “Miracolo a Le Havre”, l’ultimo film-fiaba di Kaurismäki, due terribili sventure perseguitano due persone care al lustrascarpe protagonista, e lo svolgersi della loro minaccia ne costituisce la trama, ambientata tra gli strati piú umili della popolazione della città portuale francese (derelitti e immigrati), con i personaggi che agiscono nel consueto modo catatonico tipico del regista finlandese, all’interno di una collocazione temporale imprecisata tra la modernità e gli anni Cinquanta. Le due minacce, apparentemente inesorabili, si riveleranno — alla fine — entrambe benigne, ed è questo elemento a connotare questo film come fiaba a lieto fine. L’ubicazione francese consente al regista di prodursi in una serie di omaggi al cinema d’oltralpe (il cameo di Jean-Pierre Leaud, alcuni aspetti di Jacques Tati, etc.), omaggi ai quali il buon Aki affianca come d’abitudine l’elemento musicale al quale viene data sempre una rilevanza importante.

2011, scritto e diretto da Aki Kaurismäki.

ariheccoci

23 Novembre 2011 Nessun commento

La Rihanna dimostra di essere una delle poche cantanti pop che — di questi tempi — possa permettersi di strafare, ed infatti si concede una seconda uscita discografica nel 2011, dopo il “Loud” di inizio anno (anche perché la tracklist dei suoi ultimi album è piú smilza rispetto a quella chilometrica di qualche anno fa). Canzoni di vario genere: aggressive, romantiche, unza-unza, qualcuna vietata ai minori, etc., quasi tutte di buon livello, alcune ottime, e — comunque — arrangiate come dio comanda (gli ammerigani ci sanno fare).

Categorie:Musica, Pop Tag:

the sgrunt n. 3

22 Novembre 2011 Nessun commento

Terza puntata di questo teen-horror (horror per pischelli) che, sempre seguendo l’idea della catena di sant’antonio fantasmatica che vede il contagio trasmettersi da un pischello all’altro, introduce alcune varianti splatter che colorano di rosso sangue le morti precedentemente grigie che costellavano gli episodi passati. Questa session è quasi completamente ambientata in una vecchia casa con corridoio tappezzato che ricorda continuamente la celebre scena di “Shining”.

2009, regia di Toby Wilkins, scritto da Brad Keene e Takashi Shimizu, interpretato prevalentemente da teen-attori nippo-americani.

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non sarà un’avventura

21 Novembre 2011 Nessun commento

Aldo, amante in compartecipazione di una moglie fedifraga, viene scaricato sui due piedi nell’esatto momento in cui la dipartita del proprio marito convince la Valli a porre fine alla sua triplice precarietà per sistemarsi definitivamente con l’amante numero 2. L’amante numero uno comincia allora un percorso che si rivelerà fallimentare, attraverso l’esperienza di brevi relazioni con tre donne diverse (il numero tre è ricorrente), percorso — come si è detto — infruttuoso, che lo porterà a chiudere tragicamente il cerchio nel medesimo luogo in cui era iniziato. Sotto la veste neorealista adottata da Antonioni per questo film, veste che fornisce alla storia un solidissimo tasso di plausibilità — fondato nei fatti oggettivi, spiegabili — si cela lo stesso fondo di malessere esistenziale che verrà estratto/astratto e riversato in essenza nel successivo “L’Avventura” che, questa volta, proprio per la mancanza di spiegazioni logiche e contingenti che possano distrarre e dietro le quali si possa nascondere il tema di fondo, fa emergere in maniera drammatica il grande peso del non-senso che fa parte della vita di ognuno. La ragione esistenziale delle arti rappresentative/narrative (dalla Bibbia in poi) è quella di rintracciare un filo conduttore, nel caos degli eventi che si succedono, che ci consenta di fingere che esista un senso e un fine escatologico nel nostro percorso e che ci permetta di non impazzire di fronte al fatto che tale senso potrebbe non essere dato per certo, se non addirittura essere nient’altro che una chimera. “L’Avventura” è un grande film perché rifiuta di svolgere la funzione tradizionale cui è destinata un’opera di narrazione (quella, appunto, di fornire un senso agli eventi): “Il grido” è il passo precedente senza il quale “L’Avventura” non sarebbe, probabilmente, esistito. La lettura che in passato ne è stata data, ovvero la rilevanza data al degrado sociale e alla deindustrializzazione che porta il tizio al vagabondaggio alla ricerca di lavoro, è chiaramente uno spauracchio per non metterci direttamente di fronte ad una verità cosí spaventosa.

1957, regia di Michelangelo Antonioni, soggetto e sceneggiatura di Antonioni, Bartolini e De Concini, con Steve Cochran, Alida Valli, Dorian Gray.

the sgrunt n. 2

15 Novembre 2011 1 commento

Secondo capitolo del terrificante horror shintoistico, nonché nipponico, “The Grudge”. Dalla casa infestata (impestata?) dai fantasmi-bambini si produce un contagio fantasmatico che viene trasmesso da uno all’altro componente della compagnia di ragazzini protagonisti, cosicché — in ragione di questa semplice ideuzza ultra-riciclata — si potrebbe produrre una sfilza infinita di sequel, senza sforzarsi particolarmente per trovare una trama decente, come è infatti avvenuto per questa seconda puntata. Il paragone, piú o meno, va fatto con la serie “Demoni” di Dario Argento/Bava Beccaris, anche se il grudge è meglio realizzato.

2006, diretto da Takashi Shimizu, sceneggiatura di Stephen Susco, con nippo-attori vari.

Categorie:Cinema Tag:

tullio

14 Novembre 2011 1 commento

Chissà perché, al contrario di Forattini, che esce sempre per Mondadori, e quello sfigato di Giannelli, pubblicato da Marsilio, Altan cambia spesso e volentieri editore. Dopo Bompiani, Einaudi, etc., ora tocca a un certo Gallucci — forse perché in quanto si occupa di editoria per l’infanzia aveva già in catalogo la sua Pimpa — l’onore di raccogliere in un libro una scelta delle migliori vignette uscite sull’Espresso e Repubblica da qualche anno in qua. Continuo a trovare Altan meno adatto alla contingenza della vignetta quotidiana, e piú efficace e raffinato in quella che induce a riflessioni piú generali, pubblicate a cadenza mensile (tempo fa, su Linus) o settimanale (come accade attualmente con l’Espresso, l’ebdomadario che — se ti abboni — te lo tirano dietro).

Gallucci, 256 pagine, 16,50 euro, novembre 2011.

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le finestre se la ridono

13 Novembre 2011 2 commenti

Pupi Avati, grosso modo, nella sua carriera segue un percorso stilistico inverso rispetto a quello di Dario Argento. Esordisce, infatti, col satanismo e arriva alla commedia sentimentale (mentre il Dario partiva dal western per arrivare al satanismo). Le loro parabole si incrociano su un terreno comune verso la metà degli anni Settanta con “Profondo Rosso” (1975) e “La casa dalle finestre che ridono” (1976). Il soprannaturale che fa da sfondo ad entrambi i film viene diminuito a sintomo — del tutto logico, quindi, spiegabile e giustificato — della devianza psichica. Lo scenario della campagna ferrarese, che Avati sostituisce al contesto urbano del Dario, oltre ad essere di per sé molto suggestivo (coi suoi cascinali abbandonati e ville decrepite) è ancora piú convincente nell’ospitare e nell’essere fonte di devianza (il classico scemo del villaggio, che nel contesto urbano viene maggiormente nascosto e omologato). Anche Avati si ispira a Hitchcock (quello di “Psycho”, stavolta, al contrario di Argento che citava “Marnie”), ma — seppure in entrambi i casi l’idea rubata risulti la chiave di volta del finale — non riduce il tutto a mera scopiazzatura ma consiste in una ispirazione di fondo che dà un risultato del tutto originale e terrificante. (vince “Profondo Rosso”, comunque.)

p.s.: altro fattore comune di entrambi è il ripescare una diva degli anni che furono (la Calamai e Pina Borione) per affidargli il ruolo delle vecchie megere.

1976, regia di Pupi Avati, scritto da Pupi e Antonio Avati, Gianni Cavina e Maurizio Costanzo, con Lino Capolicchio, Francesca Marciano, Gianni Cavina, Pina Borione.

pina

12 Novembre 2011 Nessun commento

Wim Wenders rende omaggio a Pina Bausch (1940-2009) e al suo Tanztheater. Il film è interpretato dai membri della compagnia teatrale che, oltre ad essere seguiti nel corso di alcuni degli spettacoli piú celebri (“Cafè Muller”, “Sacre du Printemps”, etc.) rilasciano una dichiarazione cadauno nella quale commemorano la Pina (che doveva essere davvero una persona eccezionale). Il teatro-danza della Bausch è fonte continua di emozioni e suggestioni, e la ripresa cinematografica di Wenders — che riesce a portare lo spettatore cinefilo ad avvicinarsi, virtualmente, piú di quanto non conceda il teatro — ne ingigantisce le qualità.

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Cézanne??

10 Novembre 2011 Nessun commento

MILANO, Palazzo Reale: Cézanne. Una mostra da andare a visitare esclusivamente se ci si ritrova nove euri da buttare. Il tutto consta di un cinquanta-sessanta quadri — provenienti in gran parte dalla Francia e dagli USA — la maggior parte dei quali appartenenti al primo periodo del pittore (quando il Paolo era ancora ’na chiavica) e all’ultimo (quando stava messo male fisicamente). Della stagione matura, invece — vale a dire quella intorno agli anni 1880-90 — c’è ben poco. La parvenza di indirizzo tematico al quale risponde la scelta delle opere è quello di esporre solo le tele realizzate ad Aix-en-Provence, escludendo in toto quelle parigine, ma ciò sembra davvero una povera scusante per aver potuto necessariamente presentare solo uno scenario tanto scarno come quello che viene offerto al visitatore. Rifiutato dai rifiutati — cioè dagli impressionisti, che si sarebbero potuti considerare, per dirla alla Pannella, una opposizione di regime — il buon Cézanne se ne va per la sua strada e, insieme a Van Gogh, Gauguin, etc., e successivamente i simbolisti, getta le basi dell’avanguardia pittorica che, se fosse dipeso dai bellimbusti impressionisti di cui sopra, avrebbe rischiato invece di arenarsi in una sterile sperimentazione visivo-speculativa, senza grande costrutto.

Categorie:arte Tag:

eran trecento

9 Novembre 2011 Nessun commento

Numero trecento, festeggiato col colore e coi disegni di Stano. Una storia-pastiche che non si fa granché capire, che si conclude con considerazioni meno che spicciole sulla vita e sulla morte. Bocciato.

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Paz in Toscana

4 Novembre 2011 Nessun commento

Catalogo di una mostra tenutasi tre anni fa a Montepulciano, che raccoglieva le testimonianze del lavoro e della permanenza in loco di Andrea Pazienza negli ultimi anni della sua breve vita. Sul libro sono riprodotte alcune delle illustrazioni che realizzò per la rivista La Nuova Ecologia (favorite ispirativamente dal contorno naturalistico in cui viveva), quelle per Il Grifo, fotografie, etc., oltre a disegni di vario tipo, nati per occasioni estemporanee: alle volte si trattava persino di commissioni amichevoli per piccole attività di imprenditori locali. Il tutto ha l’aria di una certa incompletezza, dato che mancano molte delle cose, anche piuttosto belle, di quel periodo (il gabbiano in copertina della rivista ecologica succitata, per esempio – o c’era? boh, l’ho letto un po’ di tempo fa) ed è un peccato che a 23 anni di distanza la critica non sia ancora stata in grado di offrire uno studio ragionato dell’opera di questo grande artista e ci si trovi di fronte di volta in volta a pubblicazioni ed esposizioni molto spesso pretestuose, ai confini dello sciacallaggio.

p.s.: completamente cretina, inoltre, la scelta di riprodurre in miniatura la splendida illustrazione con il suo autoritratto in veste di cavaliere medievale con cane al seguito.

giallo

1 Novembre 2011 Nessun commento

Un Giallo Mondadori d’antan (1994) recuperato al modico prezzo di cinquanta centesimi su una bancarella di Gabicce Mare, quest’estate (galeotta fu la copertina con Nembo Kid). Trattasi di una storia hitchcockiana, non esaltante ma abbastanza intrigante, ambientata nel mondo reale del fumetto, che l’autrice dimostra di conoscere piuttosto bene (figurano — in qualità di personaggi secondari — molti autori della Bonelli e dell’ambiente editoriale italiano in genere, collocati e descritti in maniera molto precisa). Il romanzo ha stilisticamente qualche piccolo punto debole che, comunque, non intacca eccessivamente il piacere della lettura.

p.s.: la Salvatori ha scritto un altro o altri due Gialli Mondadori, ma ha anche successivamente pubblicato dei romanzi “veri”.