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Archivio Gennaio 2012

modello giuditta

29 Gennaio 2012 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Artemisia”. Una esposizione piuttosto esauriente, per quanto riguarda il catalogo dell’autrice: erano presenti quasi tutte le opere piú importanti (a parte la “Susanna e i vecchioni”, l’“Autoritratto come allegoria della pittura”, e qualcos’altro). Tuttavia risente della solita tendenza commercialistica che porta ad esaltare il mito del singolo, tralasciando di illustrare il perché e il percome del suo stile. Nella bellissima mostra tenutasi a Roma qualche anno fa, dedicata ad Orazio e Artemisia Gentileschi, era evidente quanto la pittura della figlia fosse (ovviamente) debitrice nei confronti di quella del padre, sia in termini stilistici che di modelli figurativi. In questa occasione milanese, invece, il padre è appena menzionato e rappresentato con la piú misera delle sue Sante Cecilie. Anche un quadro di Caravaggio da giustapporre alle “Giuditta che decapita Oloferne” non ci sarebbe stato male, magari (incomprensibile inoltre la scelta di non affiancare le due versioni). Sarebbe anche stato simpatico sottolineare maggiormente come il linearismo del periodo fiorentino fosse ascrivibile alla tradizione di Botticelli, Lippi, etc. Se poi si aggiunge che la parte descrittiva nel percorso espositivo è ridotta all’osso, si può tranquillamente affermare che questa sia stata un’occasione non sfruttata adeguatamente per far conoscere meglio l’Artemisia ai milanesi.

p.s: grazie ai suddetti pannelli descrittivi sommari/somari si scopre però che la Gentileschi era amica di Bellerofonte Castaldi, il Bob Dylan del Seicento, un legame tra due artisti eccentrici che sarebbe interessante approfondire (naturalmente, all’inverso, si è preferito esaltare il rapporto epistolare con l’amante Maringhi, che dal punto di vista artistico lascia il tempo che trova).

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learning to fly

24 Gennaio 2012 Nessun commento

Due sedicenni partono per l’India: uno cerca la madre naturale e trova la sorella, l’altro risolve il suo complesso di Edipo con Giovanna Mezzodí. La regista segue i protagonisti del suo film nelle proprie autodidattiche lezioni di volo — e di vita — che non sono attributo esclusivo della ricerca identitaria giovanile, ma appartengono ad ognuno dei familiari dei due ragazzi, la cui personalità è a propria volta il ‘risultato’ di condizionamenti atavici, forse meno inconsci e forse — proprio per questo — piú dolorosi.

2006, regia di Francesca Archibugi, sceneggiatura di F. Archibugi e Doriana Leondeff, musiche di Battista Lena, con Giovanna Mezzodí, Andrea Miglio Risi, Flavio Bucci, Anna Finocchiaro, Anna Galiena.

dyd 304

20 Gennaio 2012 Nessun commento

Si va a fare un corso per superare la paura del volo e si viene ammazzati dalle proprie fobie. La storia sembra quasi decente finché non appare il mostriciattolo di turno che si nutre delle paure altrui e che fa il maestrino spiegando la lezioncina a chi legge.

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Babele

15 Gennaio 2012 1 commento

Un film piuttosto agghiacciante che, nelle sue pur molteplici interpretazioni possibili, induce ad una lettura fondamentalmente reazionaria. Le quattro storie, allo stesso tempo parallele e centrifughe, che ci vengono raccontate dai quattro angoli del mondo (Marocco, USA, Messico e Giappone) pongono in scena situazioni in ognuna delle quali i protagonisti si trovano ad oltrepassare i propri limiti: chi vuole superare i confini della sua età, chi quelli geografrici, chi quelli della propria condizione fisica, etc. La lezione che il film ci vuole impartire è che questi limiti è meglio non varcarli, pena la punizione e il fallimento. Come aggravante, a una menata moralistica come questa viene affiancato il tema della responsabilità, delle proprie azioni, e delle stesse nei confronti degli altri di cui ci facciamo prossimi: non c’è nessuno dei molti protagonisti di questo film che con le sue scelte ne imbrocchi una giusta. A tutto ciò si aggiunga una sceneggiatura ad orologeria, ma in ritardo, e autocompiaciuta, e la boiata (anche se non pazzesca) è servita.

2006, regia di Alejandro González Iñárritu, scritto da Guillermo Arriaga e Iñárritu, con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael Garcia Bernal.

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povera arte

12 Gennaio 2012 Nessun commento

MILANO – Triennale: “Arte Povera, 1967-1971”. La selezione degli artisti che nel quadriennio 1967-71 alimentarono la corrente della cosiddetta Arte Povera è senza dubbio stata arbitraria (come tutte le scelte). Chissà quanti altri pisquani, in quegli anni, rispondevano con la propria attitudine quaresimale all’edonismo commerciale di cui si facevano esponenti quelli della Pop Art, e che non hanno trovato spazio nel fortunato circuito galleristico allora à-la-pâge. Il rovescio positivo della medaglia, merito soprattutto della promozione critica di Germano Celant, è però stato quello di fornire in tal modo una chiave di lettura a epifenomeni artistici che potevano essere riuniti a fattore comune per orientare lo sguardo sul mondo contemporaneo dell’arte e le sue mutazioni. È proprio di questo che si sente la mancanza oggigiorno, tanto che — per molte e complesse ragioni — la quantità di esperienze creative attuali faticano ad uscire dalla manifestazione dell’individualità del singolo attore. I piú immediati motivi di questa tendenza individualistica stanno senz’altro nella minore attenzione al sociale e alla mancanza di fiducia nel valore dell’esperienza artistica collettiva come soggetto di intervento nella società, concezioni ormai sfaldate nella proteiforme multisoggettività della società liquida di baumiana memoria.

p.s.: visitando la mostra si scopre che tra i principali organizzatori delle esposizioni degli artisti poveri c’era anche il buon Bollito Oliva, che troverà maggior fortuna con la sua creatura transavanguardistica un decennio dopo.

Categorie:arte Tag:

Marcella Opera Prima

8 Gennaio 2012 2 commenti

Dopo un paio di 45 giri trascurabili usciti nel 1969, Marcella fa il colpaccio due anni dopo con un altro singolo, “Hai ragione tu”, un bel pezzo firmato Chiosso/Cavallaro, ispirato allo stile di Battisti, che le fa guadagnare la partecipazione a Sanremo nel 1972, con “Montagne Verdi”, brano che la lancerà definitivamente alla ribalta e che verrà incluso nel suo primo 33 giri, uscito nello stesso anno. “Tu non hai la piú pallida idea dell’amore” è un album ibrido: su undici canzoni, infatti, ben tre sono riproposizioni di brani altrui (Lauzi, Pagani e Battisti) che vorrebbero nobilitare il repertorio di Marcella alla stregua di quello della Vanoni o di Mina, che era solita rileggere brani d’autore (“La canzone di Marinella”, su tutte), ma senza avere le qualità vocali e interpretative delle colleghe piú anziane. Decisamente piú riusciti sono i pezzi restanti, tutti scritti dal fratello di Marcella. Nonostante la sensibilità di Gianni non fosse allo stesso livello di quella di un Califano (uno degli autori di Mia Martini, la cantante che è piú sensato accostare alla Marcella), il suo stile verace meglio si attaglia alla nostranità della sorella, e la vena pop è sicuramente piú adeguata rispetto allo scimmiottamento teatrale o da cafè chantant. Gli arrangiamenti sono opera di Franco Monaldi, che negli stessi anni curava i dischi dei Pooh — per la stessa casa discografica, la CGD — e la somiglianza si sente nella pesantezza dell’atmosfera sinfonica e nei cori, fattori che contribuiscono ad ammazzare un po’ la vena genuina del compositore siculo. Qua e là affiora un flauto traverso, mediato dai Jethro Tull attraverso i Delirium di Ivano Fossati, per dare un tocco di internazionalità al disco.

Categorie:Musica, Pop Tag:

sfruttamento di manodopera

5 Gennaio 2012 Nessun commento

L’anno del cinquantesimo anniversario del personaggio creato dalle sorelle Giussani si inaugura con una storia nella quale Diabolik ed Eva Kant si limitano a sfruttare e ad agevolare l’operato della concorrenza, che ha malauguratamente avuto l’idea di fare lo stesso colpo, intervenendo direttamente solo alla fine, giusto per soffiare alla banda il carico di lingotti trafugati. Il tema è già stato affrontato numerose volte, ma la storia si distingue per un’ottima sceneggiatura, fin troppo dettagliata e descrittiva a dire il vero, tanto che il finale — al confronto — stona un po’ per la sbrigatività con la quale è stato risolto.

Soggetto: Gomboli/Faraci; sceneggiatura: Cajelli; disegni Zaniboni’s (father and son).

Categorie:fumetti Tag:

Sempé

2 Gennaio 2012 Nessun commento

Un po’ come per Vivaldi — che Stravinsky accusava di aver scritto 500 volte lo stesso concerto — le oltre 100 copertine disegnate da Jean-Jacques Sempé dal 1979 al 2009 per il prestigioso settimanale The New Yorker, e raccolte dalla Donzelli in un librazzo uscito da poco, esprimono sotto varie forme grosso modo lo stesso tipo di concetto: il piccolo versus il grande, il diverso rispetto all’omologato, etc. Solo raramente il disegnatore francese si discosta da questo tema di fondo nell’approccio all’illustrazione di copertina (e per il quale ha sempre avuto carta bianca, come afferma nella lunga intervista all’interno del volume). Il suo stile evanescente, all’acquerello, nella sua etereità (non a caso il compositore preferito di Sempé è Debussy) rispecchia la dimensione insostenibile e poetica di questo confronto di grandezze, dove il piccolo inserto nel grande contesto ne risulta allo stesso tempo annullato e l’elemento significante.

2011, Donzelli editore, 320 pagine a colori, 36 euro.

Categorie:fumetti Tag: