Archivio

Archivio Febbraio 2012

madri

25 Febbraio 2012 1 commento

La scena che dà la chiave principale di lettura di questo film di Almodóvar è quella, non a caso ricorrente, della compagnia teatrale che mette in scena “Un tram che si chiama Desiderio”. Il Teatro, dunque, in rapporto parallelo e osmotico con la vita reale, due àmbiti nei quali ognuno può assumere — in base al proprio desiderio — un ruolo diverso da quello che la natura ci avrebbe assegnato. Gli attori, che nel dramma di Tennessee Williams interpretano personaggi altri-da-sé, sono il corrispettivo dei mutamenti di genere delle due trans, che sfuggono al proprio ruolo maschile grazie alla chirurgia e alla medicina; o, nel caso della relazione tra le due attrici, si tratta dell’amore omosessuale, ‘contronatura’; oppure — da un punto di vista inverso — di ‘suor Penelope’, auto-indottasi a svestire l’abito religioso per attenersi alla funzione di madre, predestinata. Il palco del teatro d’altro canto, luogo del cammuffamento per antonomasia, diventa il luogo della verità durante il discorso di Agrado, a rimarcare ancora una volta le idiosincrasie inestinguibili tra finzione e realtà. La presenza maschile, del tutto espunta da questo film (salvo personaggi marginali), sottolinea una volta di piú il tema dell’artificiosità e richiama un terzo grado di finzione che è quello rappresentato dal film stesso, che costituisce al medesimo tempo un punto di osservazione superiore rispetto alle due tipologie di rappresentazioni, uno sguardo iperuranico, del dio che guarda (il regista e lo spettatore).

1999, scritto e diretto da Pedro, con Penelope Cruz e altre attrici iberiche.

allevavi

18 Febbraio 2012 16 commenti

Che Allevi fosse alla frutta lo si poteva intuire già tre o quattro anni fa, quando pubblicò un ‘meraviglioso’ disco che ospitava trascrizioni proprie per orchestra delle sue composizioni precedenti (roba che di solito fanno solo gli artisti suonati a fine carriera, non certo chi ha prodotto appena tre dischi). Non stupisce quindi che “Alien”, la sua piú recente raccolta di brani — risalente al 2010 — sia pessima, e consista di pezzi che da un lato superano in zuccherosità i celeberrimi esempi di Stephen Schlacks o Richard Claydermann (che al confronto sembrano dei compositori eccezionali) e dall’altro lato sfoggiano un virtuosismo privo della minima ispirazione. Peccato, perché “No Concept” non era male.

delibera komunale

13 Febbraio 2012 Nessun commento

L’amministrazione comunale di Crest, cittadina che ospita una villa che fu un rifugio di Diabolik, decide di trasformare la sfortunata evenienza in attrattività turistica (vedi alla voce finanza creativa). Già che ci sono, come valore aggiunto pensano anche di catturare — all’insaputa di Ginko — i coniugi criminali, ma gli va parzialmente storta. Minchiata.

Testi: Gomboli e Pasini; disegni: Di Bernardo e Brandi.

Categorie:fumetti Tag:

betty

10 Febbraio 2012 Nessun commento

Per una strana inversione di ruoli, accadeva che intorno alla prima decade del Settecento — mentre Vivaldi a Venezia scriveva sonate in stile francese — a Parigi uscisse una raccolta di Sonate per violino e basso continuo, come quella pubblicata dalla Jacquet de la Guerre nel 1707, in purissimo stile italiano. Se ne potrebbe dedurre che a quell’epoca la normalizzazione corelliana si attardasse a valicare le Alpi, oppure semplicemente che lo stile della compositrice francese corrispondesse alle esigenze della committenza. A far propendere per questa seconda ipotesi è la constatazione che la scrittura di Corelli non dovesse comunque essere del tutto sconosciuta: il basso continuo svolge infatti anche in questo caso una funzione concertante, e non puramente armonica, un valore aggiunto dato dal punto di partenza di questi autori, che era quello della sonata a tre, un genere o organico musicale che imponeva una valorizzazione adeguata di tutte le voci. Le bellissime sonate della Jacquet, oltre ad essere riconducibili fondamentalmente allo stile italiano pre-corelliano, ovvero quello del Seicento inoltrato, mediato dalle sue traduzioni internazionali (Schmelzer, Matteis, Buxtehude, etc.), sono molto originali e infuse di un respiro melo-drammatico — troviamo pause, incisi drammatizzanti, arie cantabili e languide, etc. — fattore che rende interessante un paragone con la produzione vocale e operistica della De la Guerre, nella quale pure si è cimentata.

“Sonates pour violon” (1707), violino Florence Malgoire, ensemble Les Dominos, etichetta Ricercar, registrato nell’ottobre 2010, prezzo diciotto euri (li vale tutti).

dal mugnaio

6 Febbraio 2012 Nessun commento

Presenze spettrali animano il Café Müller, esprimendosi ognuna nei gesti e nelle relazioni (o solitudini) che sono propri di ciascuna personalità, con modalità che spaziano dal sonnambulismo, alla parvenza di coscienza, attraverso la concitata ripetizione meccanica delle medesime movenze. Presenze che scompaiono mano a mano, come sono apparse. Metafora — abbastanza terrificante — della vita umana e della sua illusoria/illusionistica pretesa di esistenza. (Le musiche sono, non a caso, del prematuramente scomparso Henry Purcell.)

1978, coreografie di Pina Bausch

Categorie:Teatro Tag: ,