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Archivio Marzo 2012

scendere dal pero

27 Marzo 2012 6 commenti

Un attempato giornalista culturale, nel Portogallo fascista degli anni Trenta, attraversa un suo personale percorso di formazione (scende finalmente dal pero, si potrebbe dire, in riferimento al suo cognome). Pereira impersonifica il rischio che la Cultura, staccata dalla quotidianità e chiusa nel proprio mondo autoreferente, possa risultare incapace di leggere il senso delle cose, senso immediatamente percepibile da parte di chi ha meno sovrastrutture mentali. Forse una delle poche cose non indecenti prodotte dal Faenza che, tuttavia, è incapace di togliere l’inutile riferimento letterario originario e fare del suo film un’opera autonoma.

1995, regia di Roberto Faenza, tratto dal romanzo omonimo di Antonio Tabucchi (buonanima), con Marcello Mastroianni, Nicoletta Braschi, Daniel Auteuil.

gli anni dolci

26 Marzo 2012 Nessun commento

Delicata storia sentimentale tra una giovane donna e il suo vecchio professore che, nella versione originaria del romanzo di Hiromi Kawakami che l’ha ispirata, deve aver in qualche modo determinato l’idea di “Lost in Translation” di Sofia Coppola (che non a caso era ambientato in Giappone). Con il suo solito ritmo lento, Taniguchi ci conduce con estrema sobrietà grafica e narrativa lungo una storia tanto lieve che durante il suo tranquillo svolgimento sembra apparentemente non accadere nulla, e che piano piano, sfumatura dopo sfumatura, si addentra nel territorio della nostalgia e del ricordo.

p.s.: la scelta dell’editore nipponico di pretendere da Taniguchi il ripescaggio della trattazione di piatti tipici della tradizione giapponese, già espressa nel suo precedente “Gourmet”, risulta inutile e piuttosto artificiosa ed aggiunge poco alla storia.

Rizzoli/Lizard, due volumi da 240 pag. cadauno, 17 euri cadauno.

berlinguer adornato

21 Marzo 2012 Nessun commento

Libercolo che riproduce un’intervista di Adornato a Berlinguer apparsa originariamente sull’Unità, nella quale si prefiguravano scenari futuribili all’alba del 1984 orwelliano. Libro che non vale i pochi euri che costa, ma che fornisce una divertente visione del contesto politico e sociale di quell’anno. L’Enrico non ce la faceva proprio ad allontanarsi da Marx, pur leggendolo in maniera critica. Il pericolo atomico, la rivoluzione informatica alle porte, la collocazione del PCI dopo l’omicidio di Aldo Moro e altri temi solo accennati mettono impietosamente alla prova il tentativo — alle volte riuscito, altre no — di sfidare l’imperscrutabilità del futuro alla luce degli elementi contingenti.

p.s.: che Adornato fosse davvero il mentecatto che pare essere (non a caso ora si trova nell’Udc) è confermato dal fatto che si stupisse (e si stupisca ancor oggi) che il Berlinguer si staccasse — correttamente — da una lettura del “1984” di Orwell in chiave meramente anti-sovietica, stupore adornato che dimostra di non riconoscere il valore artistico universale di quel romanzo, chiaro a chiunque gli avesse dato una sbirciata con un briciolo di cervello.

Aliberti editore, marzo 2012, 60 pagine, 6 euro e cinquanta.

cui prodest michelangiolo?

15 Marzo 2012 85 commenti

Interessante pamphlet che permette di fondare su argomenti molto precisi le molteplici intuizioni rispetto alle fregature di vario genere nelle quali riconosce di imbattersi chiunque si interessi in maniera non superficialissima al mondo dell’arte. Il libro incomincia con la descrizione dettagliata dell’incredibile catena di colpevoli superficialità — interessate, e ai danni dell’erario — che qualche tempo fa hanno portato ad attribuire a Michelangelo un anonimo crocifisso di legno, opera di un onesto artigiano quattrocentesco. Il discorso del Montanari si allarga poi a quello che dovrebbe essere il vero ruolo dei critici e degli storici dell’arte, nonché alla funzione gestionale del patrimonio artistico italiano da parte dello Stato, soggetti che negli ultimi anni si sono rivelati vittime di una pericolosa deriva utilitaristica, che considera le opere d’arte come oggetto di sfruttamento commerciale e non di studio e di conoscenza. Il frutto di questa assurda deformazione attitudinale è il proliferare di mostre inutili che abbiamo tutti sotto gli occhi, inconsistenti dal punto di vista critico e della ricerca, allestite sui grandi nomi per muovere un alto numero di visitatori, ma che si guardano bene dall’offrire a questi ultimi una reale opportunità di crescita culturale. Secondo Montanari è prioritario, per esempio, anteporre alle mostre i musei, e prima ancora i luoghi originari che ospitavano le opere, per riavvicinarsi al mondo culturale per il quale sono state create. Forse il j’accuse del Tomaso è alle volte un po’ troppo integralistico ma, vista la situazione demenziale dell’offerta culturale italiana, la sua intransigenza è piuttosto comprensibile.

Einaudi, Le Vele n. 64, Marzo 2011, 130 pagine, dieci euri

Tex 617

6 Marzo 2012 Nessun commento

Leggendo l’ultimo numero di Tex, appena uscito, ho avuto la netta impressione di essere tornato bambino, quando mi divertivo a contare quanti morti vi fossero (distinguendoli meticolosamente in ‘morti amici’ e ‘morti nemici’) e quanti colpi d’arma da fuoco venissero sparati in ogni albo: vinceva l’albo che totalizzava piú morti e piú colpi esplosi (se non ricordo male il non plus ultra accadeva in quel numero in cui Tex e Montales erano assediati nel forte messicano, insieme a Jim Gordon, la futura giubba rossa). Se la mia idiozia di circa trentacinque anni fa (sic) poteva essere giustificata dallo scarso comprendonio, che mi impediva di leggere la Storia con la esse maiuscola nella quale Gianluigi Bonelli inquadrava la vicenda contingente (la guerra d’indipendenza messicana o del Texas, chissiricorda), peraltro tenendosi magistralmente alla larga dal didascalismo e dalla pedanteria, è piuttosto deprecabile il fatto che uno sceneggiatore intelligente come Tito Faraci mi costringa oggi a regredire all’infanzia, architettando una storia per certi versi analoga a quella di cui sopra, ma talmente ‘light’ da non offrire il minimo spunto che non sia quello ragionieristico della mera contabilità dei numerosi morti ammazzati. Pollice verso, quindi, escluso per i bei disegni dei Cestaro Bros.

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dies irae

3 Marzo 2012 Nessun commento

Danimarca, 1623. Il buon Absalon, integerrimo componente del tribunale dell’Inquisizione (o similia), partecipa alla condanna al rogo una signora anziana, presunta strega; ma la vera strega si rivelerà la sua giovane seconda moglie che, mettendosi insieme al figlio, lo ucciderà di crepacuore. Dyer si ricollega tematicamente al suo capolavoro del 1928, “La passione di Giovanna d’Arco”, sviluppando i temi dell’innocenza, della responsabilità e della vendetta, in modo molto intenso e con una tecnica narrativa semplice e allo stesso tempo magistrale.

1943, regia di Carl Theodor Dyer, basato su un copione teatrale di Hans Wiers-Jenssen.

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