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Archivio Aprile 2012

tiziano? ma va’ in mona

29 Aprile 2012 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Tiziano e la nascita del paesaggio moderno”. Ennesima mostra ‘ad minchiam’, utile solo per l’opportunità di vedere o rivedere da vicino qualche quadro particolarmente interessante senza scomodarsi troppo. Certamente, i pittori veneti del Rinascimento hanno dato grande importanza al paesaggio, visto che sono famosi per le loro ‘sacre conversazioni’ en plein air, rispetto ai colleghi del centro Italia, piú portati per la figura umana e per la citazione storiografica classicista (Michelangelo, Raffaello, etc. etc.). Ma si resta di stucco quando, all’ingresso, davanti ad un crocifisso di Bellini, che ha l’aria venir esibito come immagine chiave dell’esposizione, non si fa menzione dell’ispirazione fiamminga alla quale attinge chiaramente il quadro, magari attraverso la mediazione del quadro omologo di Antonello da Messina, e i fiamminghi vengano tirati in ballo solo piú avanti, in episodi di secondo piano, nella sezione ‘paesaggi burrascosi’ (sic) — un’altra sezione è dedicata a ‘tramonti e albe’, giusto per dare un’idea dello spessore critico di questa mostra. In sostanza, di autografi di Tiziano — pseudo-titolare effettivo — c’è solo qualcosa di poco rilevante e tre o quattro opere di bottega spacciate per opere del Vecellio; poi si salva una tavola di Cima da Conegliano, il già citato Bellini, e pochissima altra roba. Il novanta per cento dei dipinti è opera di pittori di quart’ordine che vengono via a poco.

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87esimo viaggio nel mistero

28 Aprile 2012 2 commenti

Nella sua quinta avventura il Dio del Tuono, ancora una volta, viene utilizzato — un po’ come Capitan America negli anni Quaranta — a scopi politici. Questa volta, dopo essersela presa con Fidel Castro, tocca ai compagni comunisti russi che rapiscono scienziati americani per sviluppare armi per la Guerra Fredda. In sole dieci pagine Thor si infiltra nelle segrete russe, sbaraglia le forze armate e riporta a casa gli scienziati rapiti. Meravigliosa cialtroneria.

p.s.: per attenuare la smaccata propaganda sciovinista di questa vicenda, che altrimenti avrebbe assunto connotati razzisti, Lee dedica una singola ma fatale vignetta per sottolineare la posizione malvagia dei comunisti oppressori rispetto al desiderio di libertà del popolo russo.

Journey into Mystery n. 87, dicembre 1961. Storia: Stan Lee (ideata probabilmente in cinque minuti primi); testi: Larry Lieber; disegni: Jack Kirby: chine di Dick Ayers.

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Woyzeck

27 Aprile 2012 Nessun commento

Film di Herzog del 1980 che raccoglie su pellicola i frammenti del virtualmente incompiuto dramma di Büchner (1813-1837). Anche se è basato su un fatto di cronaca di qualche decennio prima, ed è rispondente agli interessi scientifici e politologici dell’autore, non è possibile tuttavia soffermarsi esclusivamente sul realismo analitico del copione ed evitare il confronto stilistico e tematico col “Werther” di Goethe, del quale sembra una precisa trasfigurazione — o un’opera ad esso complementare — traslata in un’epoca successiva. Werther è un personaggio psicologicamente compreso in se stesso, la cui razionalità (tardo-illuministica?) non trova soluzione ‘ragionevole’ alla passione negata se non nell’auto-annientamento, ammantandosi nell’aura poetica delle ispirazioni letterarie pre-romantiche. Woyzeck  è invece stretto dipendente dai propri istinti, già piuttosto bassi e aumentati dalla frustrazione del ruolo soggiogato nel quale si svolge la sua esistenza, e la sua reazione alla gelosia è quella piú logica secondo la propria determinazione sociale, ovvero l’omicidio. L’opera di Büchner sembra essere un precoce e fondamentale anello di congiunzione tra il pre-romanticismo apollineo del Werther e l’esasperazione espressionistica del teatro di Strindberg.

1980, regia di Werner Herzog, con Klaus Kinski.

Tony il grullo

24 Aprile 2012 1 commento

La moglie dell’ex primo ministro inglese Blair è una agente segreta della CIA che negli anni Settanta viene incaricata di avvicinare e sposare il giovane Tony, di modo da agevolarlo a sua insaputa in una folgorante carriera politica che dopo qualche decennio lo porterà a guidare la Gran Bretagna, ed in tale veste verrà ad effettuare scelte governative favorevoli agli USA (la guerra in Iraq, su tutte). La trama — esposta cosí com’è nei fatti, al di là della decostruzione filmica che la rende misteriosa fino all’ultimo minuto — è piuttosto inverosimile se non proprio bislacca, e oltretutto il povero Blair ci fa la figura del tonto. “The Ghost Writer” (“L’uomo nell’ombra”, nell’edizione italiana) è tutto sommato un film piacevole e interessante, sia perché l’aspetto thrilling viene mantenuto fino alla fine, sia per la fotografia e per l’ottima regia e del buon Polanski (dal quale ci si sarebbe attesi comunque qualcosa di meno commerciale).

2010, regia di Roman Polanski, sceneggiatura di Polanski e Robert Harris (tratta da un romanzo di Harris), fotografia di Pawel Edelman, con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, cameo di Eli Wallach.

brendon n. 84

22 Aprile 2012 1 commento

Dopo 84 mesi e bimestri dalla nascita, il mondo medievale post-catastrofico di Brendon si ritrova stanco e annoiato, e gli scarabocchi senili del buon Esteban Maroto non contribuiscono certo a renderlo piú interessante. Una storiella che, sotto altre vesti, sarebbe andata bene anche per Dylan Dog. Se ne auspica la chiusura.

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questo piccolo grande uomo

17 Aprile 2012 Nessun commento

“Il piccolo grande uomo” (che nel suo titolo originale — Little Big Man — è evocativo della battaglia di Little Big Horne, dove morí il generale Custer, e della quale si parla nel film, e che può aver ispirato il titolo della nota canzone di Baglioni), questo film, si diceva, è uscito nello stesso anno di “Soldato Blu”, ed infatti le analogie tra le due pellicole sono notevoli. In entrambi si ribalta la morale dei film western del passato: gli indiani sono i buoni e i bianchi i cattivi. Il rovesciamento di prospettiva è senza dubbio figlio dell’ondata di protesta sociale e culturale degli anni Sessanta ma, tuttavia, ci sono anche alcune differenze stilistiche e di contenuto tra i due film che è utile sottolineare. Mentre in “SB” la suddivisione della storia in tre macro-blocchi (massacro n. 1/svolgimento/massacro n. 2) aumenta il contrasto drammatico, in “PGU” le continue peripezie di Dustin ricordano le avventure carambolanti di Oliver Twist, e richiedono un tono di attenzione omogeneo che va a discapito del contrasto emotivo. In “SB”, inoltre, è fortemente presente il tema del Femminismo, che invece è del tutto trascurato nel primo caso dove, anzi, la donna non esce dal ruolo di puro carattere, come nei film di Sergio Leone, per esempio.

1970, regia di Arthur Penn, sceneggiatura di Calder Willingham, basata sul romanzo omonimo di un certo Thomas Berger, interpretato da Dustin Hoffman e Faye Dunaway.

il mitico Zeus

13 Aprile 2012 Nessun commento

Sono anni che i due quotidiani principali nazionali ce la vanno menando con le graphic novel (usate meramente come gadget, visto che poi al loro interno i fumetti sono presi in considerazione ben raramente e superficialmente). Ad ulteriore dimostrazione di questa falsa propensione, ecco che il Corriere si abbina ad una emerita puttanata pseudo-marveliana che vorrebbe riproporre la mitologia greca in veste divulgativa (piú o meno il senso sottinteso è lo stesso di “Corrado Augias vi spiega la musica classica”, a voi ignoranti). Quando negli anni 60 Stan Lee e Jack Kirby hanno ripescato il dio Thor, lo hanno fatto senza dubbio in maniera infinitamente piú cialtronesca di quanto si faccia in questo prodottino ben confezionato, ma la loro idea era piú sincera ed ispirata, ed infatti il successo è arrivato, al contrario di questa cretinata che naufragherà dopo poche uscite e che tutti dimenticheranno. Amen.

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tex n. 618

10 Aprile 2012 Nessun commento

Tex e i suoi pards al gran completo alle prese con una banda di schiavizzatori di indiani. Sconfinamenti in Messico, frizzi e lazzi con i Rurales, segnali di fumo, etc. Prima parte di una storia di Boselli abbastanza ordinaria, ma godibile, con i bei disegni di Garcia Seijas che reggono anche al di fuori del contesto urbano/impiegatizio a lui maggiormente confacente (vedasi “Helena”).

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ombre del varietà

9 Aprile 2012 Nessun commento

Realizzato a quattro mani da Lattuada e Fellini (e relative consorti), “Luci del varietà” getta uno sguardo nostalgico su uno spaccato di mondo dello spettacolo, destinato presto a scomparire. Peppino De Filippo interpreta il capocomico di una scalcinata compagnia di teatro di varietà di provincia, che diventerà strumento per una rampante soubrette che lo utilizzerà come trampolino di lancio verso il varietà in grande stile (testimoniando simbolicamente lo scarto di valore che subirà il teatro, con l’avvento della televisione: da intrattenimento popolare a passatempo elitario). La struttura narrativa funge da scheletro per esibire i caratteri della commedia all’italiana, e per dissacrare (o mettere sotto la giusta luce) il mondo dello spettacolo, con alcune superlative note di colore (la “Wanda Osiris” che scatarra prima di andare in scena e manda al diavolo la maestranza).

1950, diretto da Alberto Lattuada e Federico Fellini (per la prima volta alla regia), sceneggiatura di Lattuada, Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, musiche di Felice Lattuada (papà di Alberto), con Peppino De Filippo, Carla Del Poggio, Giulietta Masina, Franca Valeri, etc.

trenta anni Trenta

8 Aprile 2012 Nessun commento

Numero speciale ambientato nella New York Anni Trenta per festeggiare i 30 anni dall’uscita del primo albo di Martin Mystère (aprile 1982, comprato all’epoca). Un divertissement nel quale Castelli sfoggia tutta la sua padronanza di rigattiere della cultura popolare del passato (ci ha scritto su un bel po’ di libri), mescolando King Kong, Dick Tracy, Some Like It Hot, etc. In coda, una ricostruzione di quello che avrebbe dovuto essere il primo numero di Mystère, ancora nella versione provvisoria dal titolo Doc Robinson, la cui location era Londra anziché New York. Il tutto disegnato da Alessandrini col suo gustosissimo stile.

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the street

6 Aprile 2012 1 commento

Film neo-realista, un po’ patetico e noioso, se non fosse per il fatto che finisce in maniera irrimediabilmente tragica. La tanto esaltata interpretazione della Masina a me sembra una delle pecche del film: la recitazione non pare francamente nulla di eccezionale e inoltre la pur piccoletta attrice non ha l’età per interpretare Gelsomina (personaggio che, secondo logica, dovrebbe avere molto meno di vent’anni — lei invece ne aveva 34, all’epoca). La struttura del film, poi, è suddivisa in maniera piuttosto ovvia in quadri ben definiti, ognuno dei quali — come nel melodramma — è un monologo, o un duetto, o un trio di personaggi che si avvicendano volta a volta. Se questa struttura molto rigida, e perciò menosa, ha tuttavia un pregio — oltre a quello di rendere la storia chiaramente leggibile — è quello di permettere un incastro preciso del tormentone che porta alla scena chiave del film, ovvero quella in cui Zampanò ripete per l’ennesima volta il suo numero da fenomeno da baraccone ma, contrariamente agli episodi precedenti ripetuti tutti uguali a cadenza regolare, in questo caso lo esegue senza la presenza di Gelsomina, presenza che aveva caratterizzato tutti gli altri, rendendo macroscopicamente evidente l’assenza di un elemento fondamentale che avrebbe dovuto esserci. La scena, da una parte si ricollega al discorso dell’acrobata, che affermava la necessaria significatività di qualsiasi cosa esistente nell’universo, anche la piú apparentemente inutile come un sassolino, e da un altro lato si può ritenere una scena seminale, che nella sua essenza ha senza dubbio colpito Antonioni, che ha utilizzato lo stesso spirito nel finale dell’“Eclisse” e che, nella sua poetica dell’assenza, ne ha fatto l’elemento fondante de “L’Avventura”.

Inoltre, si può dire che la tematica della ‘strada’ in quegli anni fosse nell’aria, sia in “On the Road” di Kerouac (1951-1957), sia in “Lolita” di Nabokov (1955); in questo secondo caso resa ancor piú attinente dal rapporto adulto-ragazzina presente in entrambi (perdipiú anche Zampanò, come Humbert, va a trovare la ragazzina nell’ultimo suo domicilio conosciuto).

Malgrado i protagonisti non fossero attori presi ‘dalla strada’ in senso proprio, il film è comunque permeato di neorealismo: nelle molte parlate dialettali di varia provenienza, come pure nella rappresentazione delle processioni religiose, nella ostentazione della povertà del dopoguerra, etc. Una bella scena, magistrale in termini di tecnica cinematografica, è quella del piano-sequenza sulla tavola imbandita i cui numerosi partecipanti al banchetto prendono vita mano a mano che la camera si sposta. Eccezziunale.

1954, regia di Federico Fellini, scritto da Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, musiche di Nino Rota, con Anthony Quinn, Giulietta Masina e Richard Basehart.

l’ammazzatopi

3 Aprile 2012 Nessun commento

Un tranquillo signore, ospite di una pensione nel countryside inglese, ha un unico hobby: quello di strangolare i topi che trova nella cantina della locanda. Il giorno in cui qualcuno ha la malaugurata idea di bonificare la cantina, il tranquillo signore è costretto a tornare alla sua abitudine precedente, quella di “strangolatore per signora”. Purtroppo per noi il finale è aperto, quindi ci sarà un seguito.

Testi di Fabrizio Accatino, disegni di Sergio Gerasi

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