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Archivio Maggio 2012

G.B. Vitali, Op. XI

27 Maggio 2012 Nessun commento

L’Opera XI del Vitali, pubblicata a Modena nel 1684, è una eccellente testimonianza del gusto di corte, francesizzante, dell’Emilia del Seicento. Probabilmente a causa della lontananza da centri religiosi importanti (Roma, Venezia, etc.) la musica aveva modo di farsi meno astratta ed austera e puntare di piú sull’evocazione di corti di maggiore importanza (il Balletto introduttivo della Sonata in Sol Minore è, per esempio, una perfetta imitazione di una ouverture di Lully). Il milieu musicale italiano-francese (qualcosa che ci ricorda Corelli) è comunque rispettato nelle introduzioni, dalla struttura compositiva piú libera, a capriccio o secondo lo stile grave, tipico della sonata da chiesa. Come nella raccolta del Bassani del ’77, anche queste sonate sono permeate da un forte senso popolareggiante, sia nella varietà delle danze, che nella loro prevalente monodia, sia anche nel trattamento musicale tipico del consort, che prevede un’ampia gamma di strumenti di accompagnamento, varietà timbrica che, tuttavia — rispetto al Bassani — inizia a rarefarsi e ad indirizzarsi verso una maggior calibrazione del linguaggio, orientato verso una piú vigilata concezione razionale, tipica del barocco maturo.

Giovanni Battista Vitali (1632-1692), “Varie Sonate alla Francese e all’Italiana a 6”, Op. XI, 1684. Semperconsort (Luigi Cozzolino violino, Anna Noferini violino II, Luca Giardini violino III, Flavio Flaminio viola, Oliviero Ferri viola, Riccardo Coelati violone, Gabriele Micheli spinetta e organo, Gianluca Lastraioli tiorba e liuto), registrato nell’agosto 2008 a Brivigliano, Firenze. © Brilliant Classics 2010.

il buongiorno si vede dal mattino

22 Maggio 2012 1 commento

Monsieur De Sainte Colombe, violista da gamba di fama del XVII sec., diventato prematuramente vedovo, si ritira in campagna per violeggiare, sia solitariamente sia in tandem con le due figliole orfane. Tutto tranquillo, finché non arriva a bussare alla sua capanna il giovane Marin Marais — apprendista violista della corte di Luigi XIV — che, coi suoi modi da damerino, sta immediatamente sulle palle al maestro il quale, comunque, accetta di averlo come allievo, giusto il tempo che basta perché il Marais si faccia una storia con la figlia e poi la pianti in asso, inducendola alla depressione e al suicidio. I due musicisti si riconcilieranno verso la fine, con un simbolico passaggio di testimone dall’anziano maestro solitario al piú giovane violista ormai al servizio del Re Sole. Il bel film diretto da Corneau è tratto dal romanzo omonimo di Pascal Quignard e probabilmente è solo liberamente ispirato alle vite dei due grandi gambisti francesi, dato che di entrambi si hanno poche notizie biografiche. Il film diventa quindi inevitabilmente un film ‘a tesi’ (come accadeva per “Amadeus” di Milos Forman, e la sua pushkiniana accusa a Salieri), ma tuttavia è tragico e struggente quanto basta, e non manca di suggerire come la musica di quel tempo fosse pensata come verosimigliante espressione naturalistica (la viola da gamba come voix humaine, le note che devono ‘morire’, etc.) e quanto grande sia la differenza che intercorre tra il ‘suonare’ uno strumento e l’esprimere sentimenti o sensazioni attraverso la musica. Bella anche l’ambientazione, le inquadrature e la fotografia, con citazioni pittoriche a volte palesi (George De La Tour) altre volte solo accennate (“L’origine del mondo” di Courbet).

1991, regia di Alain Corneau, scritto da Corneau e Pascal Quignard (tratto dal romanzo omonimo di quest’ultimo), con Guillaume e Gerard Depardieu (rispettivamente Marais giovane e adulto), musiche interpretate da Jordi Savall & company.

p.s.: infinite grazie a Mila per avermi suggerito, in qualche modo, a suo tempo, la strada giusta per entrare in questo mondo meraviglioso.

desiderius

21 Maggio 2012 Nessun commento

Film iniziato a dirigere da Rossellini (e terminato da Pagliero), e che rappresenta un punto di svolta nella sua filmografia. Da cineasta intruppato col regime inizia ad accennare ad avvicinarsi ad una tendenza neorealistica, che troverà compimento nei lavori successivi (“Roma città aperta”, 1945, e “Paisà”, 1946). Il risultato finale — nonostante il degno finale tragico — sa un po’ di compromesso, soffre di una certa stereotipia dei personaggi, ma si può tranquillamente dire che le premesse siano senz’altro confluite nel ben piú riuscito “Rocco e i suoi fratelli” (1960) e il suicidio finale della tizia è stato ripreso e amplificato nell’omologo suicidio di “Io la conoscevo bene” (1965).

1943-46, regia di Roberto Rossellini e Marcello Pagliero, soggetto di Anna Benevuti, sceneggiatura di Rossellini, Pagliero, Calcagno, De Santis, Leone, con Elli Parvo, Massimo Girotti, Carlo Ninchi (cugino di Ave) e altri.

il torto del soldato

20 Maggio 2012 Nessun commento

Il buon Harry De Luca, astutamente, incomincia il suo romanzetto con un prologo — che si crede apparentemente avulso dal romanzo vero e proprio — nel quale sembra parli in prima persona delle sue manie che ormai conosciamo bene (la lingua ebraica/yiddish, la montagna, etc.). Poi, parte il racconto della figlia del criminale nazista ma, in realtà, la sensibilità della narrazione è sempre quella dello scrittore napoletano che, come un attore ormai troppo caratterizzato, non ha piú la possibilità di uscire dal suo personaggio (tipo Benigni, per esempio). Anche gli altri personaggi del romanzo, infatti, ci parlano di kabbalà, giochi linguistici, del mare di Napoli, etc., tutti con la stessa “voce”. Il prologo creduto a sé stante si trasmuterà nella stessa sostanza della storia vera e propria e ne andrà a costituire l’epilogo, sfruttando la procedura cristologica ormai nota di “Uomini e topi” di Steinbeck (ovvero, introdurre anticipatamente, dissimulandoli, i segni della Passione di uno dei protagonisti). In sostanza, sembra proprio che al nostro Harry abbisogni di nient’altro che una traccia narrativa qualsiasi, un filo conduttore pretestuoso per attaccargli le sue densissime considerazioni sulla vita. Ciò non toglie che la caratura del suo breve romanzo sia di tutto rispetto e che un qualsiasi scrittore ammerigano di best sellers, da un intreccio come questo ci avrebbe ricavato, allungandolo con un mare di brodaglia inutile, un librazzo da tre-quattrocento pagine. Viva la sintesi deluchiana, che mica ci abbiamo tempo da perdere con le minchiate.

Erri De Luca, “Il torto del soldato”, Feltrinelli, aprile 2012, 90 pagine, 11 euri.

Vilsmayr

13 Maggio 2012 Nessun commento

Vilsmayr (1663-1722) svolse la sua professione di violinista quasi interamente presso la corte di Salisburgo. Avendo occupato tale posizione, la sua attività può essere presa in considerazione come una tappa che contribuisce a colmare la distanza che separa Heinrich Biber (1644-1704) — del quale Vilsmayr fu allievo — da Leopold Mozart (1719-1787), due personalità eccellenti dell’ambito musicale salisburghese, tra le quali tuttavia intercorre una distanza stilistica ancora tutta da studiare. Sfortunatamente, però, da questo punto di vista, se Vilsmayr si avvicina a Mozart-padre in linea temporale, la stessa cosa non avviene dal punto di vista stilistico. Le sei Partite per violino solo, datate 1715, interpretate da Gunar Letzbor in questo disco, sono ancora fisse sull’insegnamento austero del Biber. Tanto per cominciare, quattro delle sei sonate fanno uso della sua tecnica tipica della scordatura. Poi, pur trattandosi di sequenze di danze stilizzate, che nella loro versione italianizzante avrebbero assunto una maggior morbidezza sonora, Vilsmayr le tratta alla stessa maniera austera della raccolta “Harmonia Artificiosa” (dalla quale ha copiato letteralmente un paio di preludii). Vilsmayr non doveva ignorare nemmeno la raccolta di Corelli (l’Opera V, uscita nel 1700): la Passacaglia della quarta sonata è infatti modellata su un movimento di una delle piú celebri sonate di Corelli e, piú in generale, nel trattamento delle variazioni di cui Vilsmayr fa uso in diverse arie, si sente l’inconfondibile compostezza armonica del compositore italiano, distinguibile proprio perché scevra delle asperità polifoniche nonché teutoniche di cui sopra. In definitiva, piú che costituire un avvicinamento a Leopold Mozart, tale esclusivamente sotto il profilo storico-geografico, queste sonate — grazie all’impegno di Letzbor che ha già recuperato in passato altre sonate per violino solo di altri autori — aiutano a capire meglio la genesi delle Sonate e Partite di Bach, che senza queste riscoperte sarebbero state percepite come un unicum inspiegabile nella storia della musica fino al Settecento (senza nulla togliere alla loro incommensurabilità, naturalmente).

Johann Joseph Vilsmayr, Sei Partite per violino solo, 1715, tratte da una copia custodita alla British Library di Londra. Gunar Letzbor violinista, incise nel luglio 2003.

ho perso la testa

8 Maggio 2012 Nessun commento

Una signora che ha l’amante viene per questo punita dalla figlioletta che le annega il figlioletto/fratellino. Mentre torna in auto con l’amante verso casa, si scontrano con un camion, il quale perde una putrella che entra nell’abitacolo e decapita lo sfortunato compagno. La signora conserva la testa amata e la mette nel frigobar della stanza d’albergo dove si incontravano, per continuare ad amoreggiare ad libitum con la testa viva (!) crioconservata. Dopo varie vicissitudini, muoiono tutti (mamma e figlia) e la testa uccide a morsicate il portiere dell’albergo. Se questo non è splatter…

p.s.: Bava farà molto di peggio pochi anni dopo con “Demoni” e “Demoni 2”.

1980, regia di Lamberto Bava, scritto da Bava, Pupi e Antonio Avati e Roberto Gandus, con attori sconosciuti.

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la muerte y la doncella

6 Maggio 2012 Nessun commento

Il gioco meta-letterario di Ariel Dorfman — autore della pièce teatrale dalla quale Polanski ha tratto il suo film — è abbastanza chiaro: la sua “Morte e la fanciulla” è per molti versi un calco della “Sonata a Kreutzer” di Tolstoj: in entrambi abbiamo il brano di musica classica ‘galeotto’ (là Beethoven, qua Schubert) che fa da accompagnamento per una situazione scabrosa. Inoltre, il terzetto (lui, lei, l’altro) è lo stesso, sebbene trasposto in un contesto differente, la cui variazione viene rispecchiata dallo scambio di ruolo dei protagonisti rispetto agli originali russi, inversione ripetuta ancora una volta nel passaggio da vittima a carnefice, e viceversa, all’interno della storia da parte di tutti e tre i personaggi: Sigourney passa da torturata a torturatrice, il contrario avviene per il medico cileno, e anche il marito passa da tradito-dalla-moglie (sotto tortura) a traditore-della-stessa (allorché venne creduta morta). La forte componente di ambiguità sopra descritta, per non parlare del completo isolamento della scena, conduce il film verso una astrazione che porta a trascendere il legame con il contesto cileno di riferimento originario (Dorfman è stato collaboratore di Allende) lasciando il posto ad una rappresentazione di carattere universale.

1994, regia di Roman Polanski, sceneggiatura di Rafael Yglesias e Ariel Dorfman, fotografia di Tonino Delli Colli, con Sigourney Weaver.

mine vacanti

5 Maggio 2012 Nessun commento

Commovente commedia sentimentale, praticamente un inno alla liberazione personale — che rasenta l’apologia dell’omosessualità — è uno dei film meno peggio riusciti del regista di origine turca. Inizialmente, si spera che l’argomento introdotto non rappresenti il fulcro del film. Invece quando si scopre, purtroppo, che non ci si allontana minimamente da lí, si rimane un po’ delusi. La tematica è francamente un po’ superata ma l’Ozpetek, ispirandosi a “Il piú bel giorno…” della Comencini, ne fa una versione meno grottesca, quasi comica (sfiorando lo stile del “Qualunquemente” di Albanese) e alla fine ne vien fuori una cosa guardabile.

2010, regia di Ferzan Ozpetek, scritto da Ozpetek e Ivan Cotroneo, con Riccardo Scamarcio, Elena Sofia Ricci, Nicole Grimaudo, Lunetta Savino, e chi piú ne ha piú ne metta.