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Archivio Luglio 2012

scansioni

30 Luglio 2012 30 commenti

Gli “scanners”, individui mutanti dai poteri telepatici, si dividono in due schieramenti: buoni e cattivi (e chi conosce i fumetti intuisce subito che si tratta della vicenda degli X-Men sotto mentite spoglie). Dopo un inizio abbastanza intrigante, il film si adagia su un andazzo sempliciotto, coi cattivi che hanno la consueta fame immotivata di “gloria” e di conquista del mondo, e i buoni che salvano la situazione, il tutto condito con dialoghi che francamente scivolano sovente nel caricaturale. Film che sta al crocevia tra, appunto, il fumetto supereroistico, e la fantascienza transgenetica di tanti film (“The Island”, per citarne uno, ma anche dell’“Invasione degli Ultracorpi”). Invecchiato male.

1981, scritto e diretto da David Cronenberg, con Steven Lack e Michael Ironside

Categorie:Cinema Tag: ,

Italialand

27 Luglio 2012 6.552 commenti

MILANO – Triennale: “1984: Fotografie da Viaggio in Italia. Omaggio a Luigi Ghirri”. Da un certo punto, di vista la mostra rievocata alla Triennale è una delle testimonianze del cosiddetto ‘riflusso’ degli anni Ottanta. Luigi Ghirri e la ventina di fotografi da lui riuniti nella mostra di Bari del 1984 avevano la matrice comune dell’abbandono del cosiddetto ‘impegno’ (sociale, politico, antropologico, etc.) e dello spostamento dell’obbiettivo della fotocamera verso soggetti e ambienti che lo sguardo di solito non ‘vede’, perché ritenuti troppo comuni e trascurati perché considerati di secondaria importanza. Quello che ne sortisce è un catalogo paesaggistico alternativo, fatto di scorci di solitudini delle cose, attoniti e quasi metafisici — che ricordano da vicino la poetica dell’assenza di un certo Antonioni — dove la figura umana, di cui quel paesaggio inquadrato è l’artefice, è perlopiú assente o, se vi si trova, viene còlta in un atto di passaggio estemporaneo, denunciando la propria inimportanza e aleatorietà. L’apparente svuotamento di contenuti di cui questo genere di fotografia poteva venire accusato era in realtà un incoraggiamento a guardare con occhi nuovi il mondo che ci è piú prossimo e che comunemente non vediamo, oltre a provocare — con la sua rinnovata semantica — uno spaesamento esistenziale al massimo grado. Luigi Ghirri, l’artefice del tutto, aggiungeva alla ricerca tematica il gusto per la composizione, sovente frutto di grande sapienza grafica e coloristica tale da essere fonte di rimandi evocativi alla pittura. Fra le varie influenze che questo tipo di operazione culturale ha avuto — anche al di fuori del proprio ambito artistico — vanno citati almeno il famoso capitolo di “Caro diario” in cui Nanni Moretti va in giro in Vespa per la Roma deserta e, un decennio dopo, il documentario “Mondonuovo” di Davide Ferrario, con la partecipazione di Gianni Celati nel ruolo di un Virgilio della Bassa (lo stesso Celati, non a caso, aveva partecipato all’esperienza della mostra del 1984). L’attuale allestimento alla Triennale offre al visitatore solo una selezione delle fotografie originariamente esposte, ma è corredata da un video della durata di un’ora dove gli artisti vengono intervistati a posteriori per chiarire il significato del proprio lavoro di allora.

dylan dog 311

25 Luglio 2012 34 commenti

Discreta storiella basata su di un meccanismo tipico dei giochi di ruolo. Purtroppo R.R., lo sceneggiatore, ha la tendenza a mettere in bocca a Dylan Dog frasi lapidarie del tutto infelici, nel senso che stanno tutte nella testa dell’autore, non vengono adeguatamente preparate e, alla fine della fiera nella loro epigrammaticità non significano niente e sono piuttosto stucchevoli (e per nulla adatte alla personalità storica dell’investigatore dell’incubo, oltretutto).

as time goes by

24 Luglio 2012 Nessun commento

Uno degli aspetti interessanti di un cult come “Casablanca” — un film a proposito del quale è ormai difficile scrivere qualcosa di meno che banale — è lo stratagemma escogitato dagli autori onde evitare che il personaggio interpretato dalla Bergman apparisse come una fedifraga, circostanza che avrebbe di conseguenza macchiato la purezza dei sentimenti partigiani (non sia mai). Con una mossa dal sapore epico (che ricorda, come minimo, Edipo che giace a propria insaputa con sua madre) accade che la Ingrid perdesse la testa per Bogart in un lasso di tempo nel quale lei riteneva che il suo Laszlo fosse morto. (Tra parentesi, ritroviamo una situazione perfettamente identica a questa ne “La morte e la fanciulla” di Polansky, una trovata che senza dubbio è stata trafugata da qui) A questo punto la faccia dei partigiani era salva, e un film discreto — anche se un po’ finto — come questo poteva andare nelle sale, con successo (meritato, nonostante il finale sia un po’ tirato via, forse per via dell’abitudine di sceneggiare questi film in corso d’opera).

1942, regia di Michael Curtiz, sceneggiatura di Julius & Philip Epstein, Howard Koch, Casey Robinson (tratto dal copione teatrale di Burnett & Alison), musiche di Max Steiner, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman.

eran trecento

20 Luglio 2012 Nessun commento

A Frank Miller — uno di quelli della sparuta pattuglia che a metà anni Ottanta hanno imposto una pietra di paragone nella letteratura disegnata mondiale — gli si perdona tutto, anche il fatto di essersi da tempo fossilizzato nella narrativa epica e di voler continuare a giocherellare coi suoi soldatini (anche la sua nuova graphic novel rimane in questo ambito). Fatto sta che se fosse rimasto su carta, il suo “300” avrebbe mantenuto una certa dignità, sia relativamente alla povertà che ultimamente caratterizza il settore, sia in assoluto come puro oggetto estetico (il buon Miller ne ha comunque da vendere, in fatto di stile grafico, alla caterva di emergenti dell’ultimo quarto di secolo). Nella sua versione cinematografica si riduce invece ad una specie di cartone animato, come tanti, con un sottofondo di estetica metallara (che non guasta), ma con un grado di suspence pari a sottozero.

2007, regia di Zack Snyder (affiancato da Frank Miller)

babettes gaestebud

18 Luglio 2012 Nessun commento

Una storia di rinunce e ricomposizioni, di addii e ritorni. In un’atmosfera penitenziale nordica e ottocentesca — per la cui descrizione il regista trova elementi appropriati nel linguaggio severo di Theodor Dreyer, ammorbidito grazie al colore e ai rimandi alla pittura di Vermeer e ai primi piani di Rubens — il rifiuto, da un lato, della vita spartana condotta nella campagna protestante e, dall’altro, dell’edonismo della vita agiata parigina, vengono ricomposti nel personaggio di Babette che, con la sua cena sacrificale, celebra la ricongiunzione di percorsi di vita, di scelte e di caratteri diversi.

1987, scritto e diretto da Gabriel Axel, tratto dal racconto omonimo di Karen Blixen

Categorie:Cinema Tag:

adieu

14 Luglio 2012 Nessun commento

Oltre alla lettura puramente storico-narrativa della vicenda (ispirata ad episodi reali dell’infanzia dello stesso regista), “Arrivederci ragazzi” — Leone d’Oro nel 1987 — presenta un secondo livello che suggerisce di pensare all’orfanotrofio all’interno del quale è completamente ambientato come ad un microcosmo simbolico, che rappresenta una metonimia della vita adulta e ad una meta-fisica relazione con l’Alto. I personaggi incarnano caratteri e relazioni eterne (il simpatico, il timoroso, l’impacciato, l’invidioso, etc.) che agiscono sotto la supervisione diretta dei collaborazionisti (ad un livello superiore possiamo pensare ai genitori, l’autorità costituita, il governo, etc.) ai quali fa da referente superiore un Deus-ex-machina negativo (i nazisti), posti in analogia con un Dio malvagio o con la Morte. Come nell’Ecclesiaste, nulla cambia mai di quanto avviene sotto il sole, e gli odii e le invidie della Terra sono annichilite e accettate con rassegnazione di fronte al Destino. Il prete e i ragazzini che vengono portati ad Auschwitz o Mauthausen rappresentano quelli che se ne vanno (muoiono), alcuni prematuramente, e l’arrivederci ottimistico del prete è in realtà un appuntamento nell’Aldilà. Dietro ad un film dal sapore alla Truffaut (ricorda soprattutto i “Quattrocento Colpi”, ovviamente), Louis Malle nasconde (mica poi tanto) una rappresentazione simbolica della vita e della morte.

Scritto e diretto da Louis Malle

brugole

9 Luglio 2012 Nessun commento

COMO – Villa Olmo: “La dinastia dei Brueghel”. Una mostra del menga. Tanto per cominciare, il percorso della mostra è a ritroso, ovvero si comincia con i quadri degli ultimi esponenti della famiglia, che ormai avevano perso qualsiasi legame con Hyeronimus Bosch — che invece caratterizzava Pieter il Vecchio — e si limitavano (negati com’erano) a fare dei quadretti borghesucci, pieni di figurine all’italiana, contornati da fiori e nature morte. Basti pensare che questi ultimi erano contemporanei o successivi a Rubens per comprenderne la pochezza. Chiano chiano, sala dopo sala, si arriva al buon Pieter, presente con appena un paio di opere decenti (“Il censimento di Betlemme”, “Festa di contadini”, etc.). Un Bosch sfigato con le tentazioni di Sant’antonio viene messo giusto giusto per salvare le apparenze. L’unica speranza per capire qualcosa dei Brueghel è affidarsi al discreto documentario sfocato proiettato in una saletta (accompagnato da musica di Bach, il concerto per violino bwv 1041, tra gli altri, di almeno un secolo dopo. Mentecatti).

Categorie:arte Tag:

che trujata

8 Luglio 2012 Nessun commento

Pasquale Ruju, il piú sfigato degli sceneggiatori di Dylan Dog, passa a Tex e inaugura la sua carriera texana con una storia strapiena di luoghi comuni, tanto comuni da essere diventati ormai dei non-luoghi, ovvero circostanze dalle quali tenersi quanto mai alla larga. Disegni bruttini di Alfonso Font (bravo, ma chi ha mai avuto l’idea di arruolarlo per Tex, che proprio non è nelle sue matite?).

Categorie:fumetti Tag:

zucchine sbrindellate

4 Luglio 2012 Nessun commento

Dopo un paio di tracce casinare introduttive, messe lí probabilmente per scaldare i timpani, Billy Corgan e soci incominciano ad aggiustare le armonie in un crescendo tirato di chitarra elettrica e voce che, passando per “Violet Rays” (forse il brano migliore dell’album) arriva all’apice in “Glissandra”, dove la batteria col suo sofisticato fraseggio pare lavorare nel voler piantarti nella mente quell’ammaliante alchimia sonora del riff basso-chitarra-voce alla quale si sovrappone. Bel disco, nel complesso, attraverso il quale le Zucchine Sbrindellate si dimostrano ancora dei punti di riferimento nel campo dell’hard rock leggero (con buona pace dei Muse, già bolliti dopo pochi anni, ma ai quali, comunque, le Zucchine tradiscono qua e là di aver buttato un orecchio). Unico punto debole, i testi: non particolarmente originali e spesso banalotti.

il soprabito

1 Luglio 2012 Nessun commento

Sotto forma di fanta-thriller sadico (un po’ alla Silenziodeglinnocenti) Almodovar porta all’estremo la poetica del transgender che ha caratterizzato alcuni dei suoi ultimi film (soprattutto “Tutto su mia madre”). Si passa dal trans che sente intrappolata la propria femminilità in un corpo di uomo dal quale si vuole liberare, ad un uomo che per punizione viene imprigionato in un corpo femminile che non gli appartiene. Categorie affrontate: vero-falso, maschile-femminile, io-l’altro, etc.

2011, scritto e diretto da Pedro Almodovar (tratto dal romanzo “Mygale” di Thierry Jonquet), fotografia di José Luis Alcaine, musiche di Alberto Iglesias, interpretato da Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet.