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Archivio Agosto 2012

Cristo si è fermato a Empoli

21 Agosto 2012 Nessun commento

Il romanzo antropologico che il buon Carlo Levi ha tratto dalla sua biennale esperienza di confinato lucano ha qualcosa di biblico. Come nella Bibbia, il testo scritto ha la funzione di nominare il mondo, operazione che da un lato ne istituisce e proclama l’esistenza e il proprio dominio sopra di essa (come Adamo, dà nome alle cose ed animali e ne diviene padrone). Dall’altro lato, la descrizione istituisce una fissità della realtà descritta, come se fosse eternamente data, uguale e immodificabile. La congelazione della Storia che Levi attua nel corso di tutto il libro viene ripetuta, in minore, nell’introduzione che l’autore fa di ogni personaggio: di ognuno, con poche parole, vengono descritti i tratti fisici e fisionomici che li condannano ad essere le maschere perpetue di se stessi. Tale punto di vista è senza dubbio di tipo aristocratico, rispondente nei fatti all’estrazione sociale dell’autore, estremamente attento a non farsi contaminare (l’autore è un ‘personaggio’ del suo libro, ma appare sempre come distante). In secondo luogo vi è riflesso un temperamento artistico di un certo tipo, ovvero una visuale in prima battuta orientata a rappresentare il mondo — e a non cercarne le ragioni se non in maniera limitata — e pensare ad esso come fisso, non evolutivo. Abbiamo come un mescolamento delle procedure rappresentative delle due arti praticate da Levi: letteratura e pittura. Il romanzo è, per questa sua fissità, quasi un simulacro di un’opera pittorica; come se, invece di dipingere un quadro, si fosse voluto ‘scriverlo’.

In un certo senso non si può non pensare a quanto sia stata differente dal fatalismo di Levi l’esperienza di Don Milani, in un ambiente di vita per molti versi analogo, nella sua povertà culturale e materiale. Se Levi è preoccupato di agire il meno possibile, per conservare in ogni modo quel microcosmo anaciclotico, il priore di Barbiana si consuma invece nell’iniettare in esso i germi della formazione culturale e dell’indipendenza di giudizio, secondo un orientamento finalistico della storia, tipico dello sguardo cristiano. In questo senso, “Cristo si è fermato a Eboli” ha una duplice valenza: da una parte assume il ruolo di denuncia sociale (raccolta in seguito dall’esito politico della Riforma Agraria, dalla citata esperienza missionaria di Don Milani, dalla scelta di Pasolini di ambientare il suo Vangelo a Matera, etc.). La principale caratteristica di questo romanzo è stata tuttavia di aver fotografato un Altrove, reale ma invisibile, magico e (tuttora) separato dal mondo ‘civile’, preesistente a quest’ultimo e allo stesso tempo distaccato, come una Asgaard o un Olimpo negativi.

Levi vorrà riconoscere fino in fondo l’Altrove rappresentato da quel piccolo mondo pagano facendocisi confinare per l’eternità, in una tomba del camposanto, riconoscendo in ultima analisi l’importanza di quell’esperienza non desiderata, ma fatale.

the captain is out to lunch

5 Agosto 2012 Nessun commento

Diario scritto negli ultimi anni della sua vita (1991-1993). Forse, insieme alle poesie, è la via migliore per incominciare ad avvicinarsi a questo scrittore. Bukowski appare come un signore tranquillo, tutto sommato in pace col mondo — anche se non manca ad ogni pagina di buttare improperii, ma dal tono disincantato — la cui occupazione principale è trascorrere la giornata a scommettere all’ippodromo e, alla sera, sedersi al computer a scrivere (era entusiasta di aver sostituito la macchina da scrivere col pc) e attendere, amaramente, la morte. Quello che colpisce della scrittura di Bukowski è la depurazione da qualsiasi citazione, nominazione, influenza esterna di qualsiasi tipo, tanto da rimanere in essenza la sua voce, e i fatti raccontati. Per esempio, racconta spesso che uno dei suoi piaceri è l’ascolto della musica classica ma, a parte citare di rado i compositori (Brahms, Mozart, …) non c’è una volta che scriva a proposito di un pezzo in particolare o che dica qualcosa di meno che generico, eppure in decine di anni di ascolto — anche distratto — deve aver certo avuto modo di approfondirla. Anche quando parla di persone del suo ambiente o di quello del cinema, fa estrema attenzione a cambiarne i nomi per renderli irriconoscibili, come se temesse di doverci pagare il copyright.

p.s.: il testo è accompagnato da disegni di Robert Crumb, che paga forse un suo debito artistico e morale nei confronti di Bukowski, ma sinceramente non sono granché.

Traduzione di Andrea Buzzi, 140 pagine, 6,50 euri

«Be’, sì, c’è la musica classica. Alla fine devo fermarmi su quella. Ma so che è sempre lì che mi aspetta. La ascolto tre o quattro ore a notte. Però continuo lo stesso a cercare altra musica. Ma non ce n’è. Dovrebbe essercene. Mi disturba. Siamo stati spogliati di tutto un intero settore. Pensate a tutte le persone che in vita non hanno mai sentito musica decente. Non c’è da meravigliarsi che le loro facce cadano a pezzi, non c’è da meravigliarsi che uccidano senza pensarci due volte, non c’è da meravigliarsi che non abbiano cuore.»

incoronazione di poppea

3 Agosto 2012 Nessun commento

Opera ultima e suprema dell’anziano Monteverdi, piena di bellissime arie (“E pur io torno”, stupenda, “Felice cor mio”, etc. etc.), inserite in un continuum di recitativo musicato, che illumina sul fatto che l’innovazione operistica di Wagner non fosse questa grande novità, in fondo, se già qui ne troviamo i semi. La resa scenica di Robert Carsen del 2008 indulge spiritosamente sull’aspetto libertino e malizioso dell’opera (lo stesso Carsen ha agito su prerogative simili nella sua versione del “Don Giovanni”, recentemente data alla Scala) ma è un modo come un altro per avvicinare ai nostri tempi un’opera tanto lontana e, d’altra parte, giustificato dal concepimento stesso di essa, ovvero alla sua destinazione al debutto nel periodo di carnevale, un momento nel quale le imposizioni morali si facevano un po’ da parte, per lasciare maggiore spazio, se si vuole, a quelle di tipo etico, se non meramente edonistiche. L’ambientazione completamente profana ospita comunque un paio di situazioni — che non devono essere dispiaciute al mondo ecclesiastico dell’epoca — nelle quali sono abbastanza chiari i riferimenti alla storia sacra: la morte di Seneca, chiesta da Poppea, richiama quella del Battista che fu pretesa da Salomè, e il salvataggio di Poppea da parte di Amore che ricorda Dio che salva Isacco dal sacrificio di Abramo.

1642, by Busenello & Monteverdi, versione 2008 regia di Robert Carsen, musiche dell’Orchestra of the Age of Enlightment, dirette da Emmanuelle Haïm. Tra i cantanti, piuttosto bravi, si distingue tra tutti Iestyn Davies (Ottone)

diabolik 218

2 Agosto 2012 1 commento

Una ristampa di un albo del 1972, quando Diabolik veniva scritto ancora dalle Sorelle Giussani. Una storia vecchio stampo, dove lo svolgimento non è banale — anche se già allora incominciava ad essere un po’ ripetitivo; la trama è tanto chiara, per chi legge, da non aver nessun bisogno di ‘tornare indietro’ o stare troppo a rimuginare, al contrario delle pisquanate che vengono scritte oggigiorno per la serie inedita. È anche una delle prime storie illustrate da Zaniboni (qui in collaborazione con Ongaro), il cui disegno ha ingentilito l’iconografia diabolika e ha legato il personaggio all’immagine che ne abbiamo tutt’oggi (come è successo per Magnus con Alan Ford).

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lola

1 Agosto 2012 1 commento

Uno degli ultimi film di Fassbinder, a metà tra “L’Angelo Azzurro”, “Le mani sulla città” (la scena finale ne è una evidente citazione) e il primo Almodovar. La padronanza dei mezzi dell’autore è superlativa, e il film regge del tutto anche a trent’anni di distanza. Meccanismo perfetto, dialoghi brillanti, per un Fassbinder piú leggero del solito ma divertentissimo, bravi attori e in particolare con un Mario Adorf da schianto di bravura.

1981, scritto e diretto da R.W. Fassbinder, con Barbara Sukova e Mario Adorf.