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Archivio Novembre 2012

Opus VII

23 Novembre 2012 Nessun commento

Opera Settima della talentuosa (mamma che brutta parola) compositrice contemporanea americana, che annovera numerose cantate sacre e profane per contralto e basso continuo. La prima metà della raccolta fila via a tutta carica, grande qualità compositiva, ritmica, armonica e di contrappunto, che non mancherà di accontentare la ricerca catartica dei fedeli. Tutta la seconda metà è percorsa da un romanticismo che, purtroppo, non sempre è nelle corde dell’autrice (come in questo caso). Per fortuna un’ultima cantata sacra (“Lost in paradise”) conclude in bellezza le pagine di questa novella raccolta di canzoncine.

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il mezzo segreto

13 Novembre 2012 8 commenti

Albo numero 11 dell’annata corrente, che si presenta come un numero epico (copertina a mezzatinta, guest starring Bruno Brindisi come disegnatore ospite) ma che in realtà di segreti (sul passato di Diabolik) ne svela solo metà. Il giovane Diabolik assume l’identità di una persona cui scopre casualmente di rassomigliare, e che potrebbe essere il gemello scomparso di un rampollo di una nobile casata, sparito in seguito ad una vicenda equivoca di figliolanza illegittima. Il diabolico Diabolik immagina, in seguito, di poter essere davvero lui, il gemello smarrito, ma pare che non sia cosí. Storia parzialmente deludente ma simpatica.

pimpi contro pimpe

10 Novembre 2012 Nessun commento

Questo è, dunque, il tanto decantato nuovo cinema italiano. Personaggi di cartapesta, cliché che i Vanzina sono dei grandi intellettuali al confronto, proposta di modelli di vita che fanno scappare da ridere o da piangere (non basta citare Greenpeace per nobilitarsi). Teste vuote e ossa rotte. E naturalmente c’è stato anche un sequel.

2010, scritto e diretto da Fausto Brizzi, con varia umanità vips.

l’amour toujours

8 Novembre 2012 Nessun commento

Tanto quanto il precedente “Funny Games” consisteva in un cripto-manifesto pro-vegetarianesimo, nascosto dietro una sorta di Aranciameccanica portata alle conseguenze ultime, anche nel nuovo film di Haneke (“Amour”, Palma d’Oro al Festival di Cannes) si può riconoscere l’utilizzo di un plot estremamente lineare (un’idea fissa) che fa da veicolo per riflessioni di vario livello. Una possibile lettura è, per esempio, quella di un’apologia, o di un riconoscimento, della vita come dipendenza (dall’Altro). La coppia di ottuagenari, ex insegnanti di musica in pensione, che l’ictus della moglie precipita in un rapporto claustrofobico, ha sempre vissuto la propria esistenza borghese sotto forma di mediazione: quella tra allievo e maestro, quella della musica come mediazione emotiva tra il compositore e l’ascoltatore, quella delle arti figurative come rappresentazioni del mondo reale (una lunga sequenza propone allo spettatore una serie di paesaggi dipinti, a tutto schermo), la mediazione dell’educazione e delle buone maniere con le quali si rapportano ancora a distanza di tanti anni, etc. Nel momento in cui l’handicap rende impossibile lo scambio reciproco (tra i coniugi, in questo caso) — scambio sul quale comunque si fonda una reciprocità non parigrada — l’amore può supplire, anche per un lungo periodo, all’inaridimento che ne consegue, ma se non è supportato da una presa di coscienza da parte di chi è il responsabile principale della mediazione (ovvero la paura testimoniata dall’incubo di Trintignant) il naufragio è inevitabile. Il film può essere visto anche come una riflessione sull’eutanasia, ma è la chiave di lettura piú banale.

2012, scritto e diretto da Michael Haneke, con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert.

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la canzone della carla

1 Novembre 2012 Nessun commento

Una appassionante love story semi-neorealistica che si svolge in due parti esattamente uguali — divise tra Glasgow e il Nicaragua — la seconda delle quali è una evidente trasposizione di “Apocalypse Now” in America Latina, dove i Contras fanno la parte dei Vietcong, e l’enigmatico Kurt diventa il sandinista Antonio, disfatto dalla guerra (disfatto nel fisico, piú che nella mente, come invece avveniva nel film di Coppola/Conrad). Neorealistica, perché la protagonista è chiaramente non professionista, come tutti gli attori presenti nel secondo tempo girato in loco, e il consumato Carlyle è ‘relegato’ al ruolo di spalla. L’inversione dell’importanza dei ruoli riflette la consueta poetica di Loach, e il suo sempiterno schierarsi dalla parte delle ragioni del piú debole.

1996, Regia di Ken Loach, sceneggiatura di Paul Laverty, con Robert Carlyle e Oyanka Cabezas.

p.s.: ad un certo punto, Carlyle viene cacciato dalla tizia con un “Go, now!”, rievocando il titolo del bel film di Winterbottom nel quale recitò l’anno precedente.