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Archivio Dicembre 2012

on the road

31 Dicembre 2012 Nessun commento

MILANO – Palais Royal. Il capoluogo longobardo torna finalmente, dopo anni, ad offrire al pubblico una esposizione d’arte che superi la decenza. La circostanza favorevole è costituita dal caso fortuito che il Museo Picasso di Parigi rimanga chiuso per lavori per un lungo periodo e qualcuno abbia avuto la benemerita idea di sguinzagliare nel mentre i capolavori in esso custoditi in giro per il mondo. Dopo aver girovagato per tre continenti, approda quindi a Mediolanum una nutrita pattuglia di opere (quadri, sculture e incisioni) in rappresentanza dello sterminato catalogo picassiano, che permette di ripercorrerne l’incredibile excursus artistico, seppure in maniera sintetica e con la consueta assenza di un minimo apparato critico che consenta di oltrepassare le apparenze. La mostra si apre con il minuscolo ma leggendario “Morte di Casagemas”, a dimostrare l’immediato distacco dalla fase accademica e l’entrata nell’alveo del post-impressionismo (seguendo le orme di Toulouse-Lautrec & Co.) e pre-espressionismo dei primi anni del Novecento, la contaminazione con l’arte tribale, coniugando le suggestioni esotiche di Gauguin con la ricerca formale d’avanguardia e anticipando Kirchner e gli espressionisti tedeschi (ricordiamo anche che la “Sagra della Primavera” di Stravinsky, anch’essa debitrice dell’influenza dell’espressione artistica ancestrale — in ambito sonoro, in questo caso —, arriverà solo nel 1913), etc. etc. Questo per fermarsi solo alla prima fase, anche perché azzardarsi ad accennare l’avventura del piú grande fagocitatore e bulimico artista figurativo del secolo scorso non è cosa che sia possibile tentare su internèt.

Picasso, “Paulo nelle vesti di Arlecchino” (1924)

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ciao darwin

30 Dicembre 2012 Nessun commento

Prima puntatona di un romanzone a fumetti, ascrivibile al filone fantascientifico post-catastrofico, omaggio bonelliano alla fallimentare profezia Maya del 21 dicembre 2012. Sebbene illustrata da un disegnatore solitamente incapace che qui dà il suo meglio (si fa quel che si può), questa prima parte della storia è abbastanza interessante, non foss’altro per l’inevitabile suspence attraverso la quale si svela poco a poco il nuovo assetto sociale post-fine del mondo (la Barbato conosce senz’altro a memoria l’impareggiabile atmosfera di attesa dell’Eternauta di Oesterheld, e non può non restituirne a sua volta qualche briciola). Detto ciò, non è difficile profetizzare che la seconda parte di questa storia, qualora dovesse vedere la luce, sarà catastroficamente meno avvincente.

p.s.: altro riciclo, la figura del samurai (post-)urbano rubata dal solito “Ghost Dog”.

prova d’orkestra

25 Dicembre 2012 Nessun commento

Quintessenza del film-metafora. L’orchestra rappresenta la società, composta da individualità ricondotte ad unione sotto il segno dell’autorità del direttore (lo Stato) che, nel momento in cui perde il controllo dei sottoposti, per riconquistarlo trae vantaggio dal terrore conto terzi (evidente riferimento — da parte di un Fellini insolitamente schierato politicamente — allo stragismo, fascista, in particolare, ma non solo).

1979, regia di Federico Fellini, sceneggiatura di Fellini e Brunello Rondi, musiche di Nino Rota.

diversamente bach

18 Dicembre 2012 Nessun commento

Imperdibile interpretazione delle Sonate per violino di Bach, affrontate in modo da sottolinearne il colore e il sentimento intimo, adottando quindi uno stile esecutivo tipico di una sonata barocca all’italiana, e allontanandosi dalla consueta area di sfida alla maestosa cattedrale della letteratura per violino che le interpretazioni classiche comunicano infallibilmente. Proprio per la loro estrema novità sonora, queste incisioni di Montanari hanno bisogno di numerosi ascolti per essere ben assaporate, e nulla osta dal pensare che un approccio di questo tipo, piú delicato — anche grazie all’uso di uno strumento antico — possa restituire un’idea piú vicina a quella originariamente nella testa del vecchio Johann Sebastian.

l’addizione

7 Dicembre 2012 1 commento

Traslitterazione contemporanea della mitologia del vampiro, che nella sua veste in black&white vuole senza dubbio collegarsi alla cinematografia classica del genere, e che invece nella sua traduzione urbana e filosofica risulta seminale per il “Ghost Dog” di Jarmush del 1999 (variante in chiave orientale dello stesso spunto) costituendo allo stesso tempo uno dei precedenti della tendenza vampiresca-patinata attualmente in voga. La catena di contaminazione sanguigna subita dai personaggi ha il suo esito in una costrizione comportamentale, che in soldoni è una metafora abbastanza scontata della tossicodipendenza, ma che — allargando lo sguardo — allude alla dipendenza e alla malattia mentale in senso lato, e alla controversa oscillazione tra repulsione e desiderio della stessa, alla cui vertigine la natura umana non può sottrarsi.

1995, regia di Abel Ferrara, scritto da Nicholas St. John, fotografia di Ken Kelsch, musiche di Joe Delia, con Lili Taylor e Christopher Walken.