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Archivio Dicembre 2013

stima e ammira

26 Dicembre 2013 Nessun commento

Il furbacchione dottor Morelli, il Piero Angela della psicoterapia, affronta il tema dell’autostima da un punto di vista abbastanza particolare. Lungi dal compilare come d’uso un manuale di formulette pratiche positivistiche, al contrario affida il suo messaggio a due o tre concetti saccheggiati da maestri vari, orientali e non, che piú che dare risposte (standardizzate, come succede spesso in libercoli di questo tipo) spingono il lettore ad interrogarsi sulla sua natura. Niente di nuovo sotto il sole: da un lato c’è il “potere di Adesso”, che ha fatto la fortuna dell’altro furbacchione americano (Eckhart “faccia di” Tolle), ovvero vivere l’istante presente, dilatarlo, e dimenticare passato e futuro, due dimensioni secondo lui generatrici di sensi di colpa, da un lato, e false aspettative, dall’altro. Il secondo pilastro che viene proposto è la spersonalizzazione (anche questa roba già letta in tutte le salse in libri sul buddhismo zen o giú di lí), ovvero liberarsi delle costruzioni mentali dalle quali ci piace farci definire, e azzerare la personalità per ripartire da capo con una visione del mondo ed un behaviour piú confacente al nostro intimo. Il lato positivo di questo smilzo libretto è di mascherarsi da qualcosa che in realtà non è, per far arrivare al largo pubblico dei fondamentali di pensiero orientale, seppur in una versione all’acqua di rose.

Mondadori, aprile 2013, 96 pagine, 12 euri e novanta.

15 secoli di celebrità

20 Dicembre 2013 Nessun commento

L’andazzo del mostrificio milanese continua a confermare l’idea demenziale che sottostà alla programmazione dell’offerta culturale nel capoluogo padano (una condotta piuttosto banale & ignorante dalla quale pare di non essersi minimamente allontanati nemmeno dopo l’avvento della sedicente arancio-rivoluzione pisapiesca). Attualmente è in corso una mostra di Andy Warhol, e fra poco ne arriverà una dedicata a Kandinsky; tutte e due rientrano nella piú che discutibile tendenza del prestito esclusivo da una sola fonte (la Fondazione Brant nel primo caso, il Centre Pompidou nel secondo), con la limitata ampiezza di sguardo possibile rispetto agli artisti rappresentati che è loro congenita. Se ciò non bastasse, negli ultimi dieci anni sono già state allestite una mostra cadauno degli stessi autori e, almeno nel caso di Warhol, ben piú esaustive di quella attuale. Possibile che in un decennio si sia già compiuto il giro di tutto lo scibile dell’arte tanto da dover essere costretti a ricominciare con monografie di artisti già visti? O siamo sulla stessa linea di una proposta artistica “facile” — o, meglio, che può essere ridotta ad una fruizione facile — come l’eterno pullulare di mostre di impressionisti?

Andy Warhol: “Diana Ross”, polaroid, 1981.

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per suona

9 Dicembre 2013 Nessun commento

“Persona”, ovvero l’altra metà di “8 e mezzo”. Laddove Fellini metteva al centro dell’obbiettivo la crisi creativa dell’autore, nel film di Bergman si ha invece una decostruzione psicanalitica dell’attore. Il riferimento piú immediato che il film suggerisce inizialmente è la corrispondenza diretta tra vita e rappresentazione (teatrale/cinematografica), che assimila ognuno ad un attore che reciti il proprio ruolo sul palcoscenico del mondo (chiaro riferimento al monologo finale dalla “Tempesta” di Shakespeare). Bergman, non inaspettatamente, si spinge però subito al di là di questa disincantata ma consolidata constatazione. Già dal prologo del film, la raffigurazione dell’accensione della lampada di proiezione (“E luce fu”), seguita da materiali cinematografici appartenenti alla propria preistoria che alludono ad una sorta di nascita e gestazione del cinema e del suo linguaggio, vengono giustapposti ad immagini della passione di Cristo e a cadaveri di anziani. Il significato è abbastanza chiaro: la nascita della vita è una fiaba, affidata all’immaginazione e alla fantasia generatrici, la fine della vita è invece una tragedia, che ci arretra nel mondo della realtà cruda e dell’immobilità. Nel mezzo c’è la vita, che è recitazione, o addirittura recitazione al quadrato, come avviene nel caso del personaggio interpretato da Liv Ullmann, che di fronte a questa conquistata consapevolezza si ritrae per converso in una completa atarassia, equivalente ad un azzeramento del codice di programmazione della persona, ovvero all’assenza del copione dell’attore. A questo punto Bergman porta a compimento le suggestioni iniziali conducendo lo spettatore dal territorio dell’evocazione per immagini a quello della psicanalisi vera e propria. L’infermiera (Bibi Andersson) incaricata di curare la catatonica attrice diventa protagonista di un rovesciamento dei ruoli, convertendosi essa stessa in paziente psicanalizzata dalla cosiddetta malata mentale, che col suo silenzio la induce a riportare alla luce episodi del suo passato che la manderanno in crisi, oltre ad instaurare il piú classico transfert psicologico. Tutta questa sarabanda di situazioni viene allestita da un Bergman regista ormai maturo, che gioca ad incastonare riferimenti cinematografici altrettanto evocativi. I piú evidenti sono lo smarrimento esistenziale tra le rocce e il mare derivato da Antonioni, la doppia narrazione di Rashomon, i primi piani forgiati in un bianco e nero che ricorda la Giovanna d’Arco di Dreyer, etc.

1966, scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Bibi Andersson e Liv Ullmann

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