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Archivio Febbraio 2014

l’arbore della vita

27 Febbraio 2014 Nessun commento

Una tranquilla famigliola americana tutta casa e chiesa — vedi alla voce “American Beauty” — vive improvvisamente la disgrazia della morte del figlio adolescente. Flashback. La telecamera abbandona la famigliola e torna indietro di qualche miliardo di anni, quando sulla Terra nacque la vita. Se il film si fermasse qui — ché già si sarebbe detto tutto e di piú — potrebbe appartenere alla categoria film escatologici, tipo Lars Von Trier. Purtroppo la pretenziosità di Malick non è altrettanto misurata a quella del regista danese (o quel che l’è), e quindi se ne va per altre vie complicate e simbolistiche del tutto inutili (tira in ballo la religione, vista in modo negativo e di carattere maschile, contrapposta alla grazia femminile, e altre menate del genere). Se avesse invece osato continuare sulla strada iniziale della rivelazione della Verità assoluta, quale fu enunciata da Schopenhauer nelle prime pagine dei Supplementi al Mondo come volontà e rappresentazione, ovvero che la vita — ciò che noi siamo e a cui attribuiamo fondamentale importanza — non è che muffa attecchita su una grossa palla rocciosa dal nucleo caldo, avrebbe realizzato il suo capolavoro. Sarà per un’altra volta.

2011, scritto e diretto da Terrence Malick, con Brad Pitt, Jessica Chastain e Sean Penn.

non tutto è perduto

14 Febbraio 2014 Nessun commento

Non si sa il come né il perché, ma il buon Roberto Ford Rossa si ritrova con la sua barchetta in mezzo all’Oceano Indiano, solo soletto, cercando di tornare sulla terraferma e di non morire di sete. Una sfiga dopo l’altra, Roberto sopravvive a tre o quattro tempeste che gli fanno colare a picco lo scafo. Rifugiatosi sul canotto di salvataggio, manda a fondo pure quello accendendovi sopra un fuoco per farsi vedere nella notte da una nave lontana.  Essendosi giocato la sua ultima carta, si lascia andare a fondo, ma all’ultimo istante viene salvato. E visse felice e contento.

2013, scritto e diretto da J.C. Chandor (e chi cazzè?, ndr), con Robert Redford, Redford Robert, Roberto Ford Rossa & Bob Fordred.

andiamo al gesso

7 Febbraio 2014 Nessun commento

Di tanto in tanto, in quel di Monza si sentono obbligati, bontà loro, a valorizzare la presenza dei mediocri affreschi neoclassici dell’Appiani che tinteggiano la volta della Rotonda della Villa Reale. Questa volta il pretesto è stato fornito dalla illustrazione del mito di Amore e Psiche, tema del ciclo pittorico — cosí come raccontato da Apuleyo nelle “Metamorfosi” — attraverso un percorso che ripercorre il plot apuleyano, accompagnando il visitatore con quadri e sculture piú o meno attinenti al tema. Chiariamo subito che questo genere di eventi appartengono ad una categoria che denomineremo ‘Mostre del Terzo Tipo’. La mostra per antonomasia — quella ideale, che tutti vorremmo vedere piú spesso — dovrebbe costituire un’occasione di pubblica presa di coscienza (e conoscenza) di nuove conquiste nell’ambito storiografico-artistico: il caso esemplare è rappresentato dalla mostra svoltasi a Milano, negli anni Cinquanta, su Caravaggio e i caravaggeschi, curata tra gli altri da Roberto Longhi, tramite la quale si gettò luce su un periodo fino ad allora troppo poco valorizzato. La mostra del secondo tipo è quella che prende in prestito da un’unica sede esclusiva (un museo, o una collezione privata, italiana o estera) opere di un unico artista oppure opere atte a rappresentare un singolo tema che, per qualche motivo, la sede di origine consente di svolgere. Questo secondo tipo di esposizioni consentono al visitatore di dire: «Ho visitato il museo tal dei tali, senza muovermi quasi da casa», ed ha alcuni pregi ed altrettanti difetti già analizzati in precedenza. “Amore e Psiche. La favola dell’Anima”, attualmente aperta al Serrone della Villa Reale di Monza, appartiene dunque alle ‘Mostre del Terzo Tipo’: in questo tipo di eventi si stabilisce un tema a seconda delle piú disparate esigenze, e attorno ad esso si radunano le opere che bene o male si riesce a raccattare a destra e a manca. Spesso, come nel caso della fattispecie in questione, ci ritroviamo ad ammirare autori minori rappresentati da opere minori, solitamente nemmeno tanto aderenti all’argomento, e da un vasto impiego di gigantografie che riproducono quadri che si sarebbe tanto voluti ospitare ma che figurati se te li danno a te, improvvisata cittadina di provincia. Lo scaltro visitatore vada, quindi, pure a visitare queste sfilate di incogniti oggetti d’arte, ben sapendo che difficilmente potrà aspettarsi grandi sorprese (le due opere maggiormente in vista, in questo caso, sono due sculture di Canova e di Thorvaldsen, bellissime, ma naturalmente trattasi di copie in gesso, pur se degli stessi autori a quanto pare di capire, degli originali di inestimabile valore).

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psico-arte

1 Febbraio 2014 Nessun commento

La collocazione piú naturale per una mostra viennese su Lucian Freud (1922-2011) avrebbe (o sarebbe?) potuto essere quella del Leopold Museum, nato per ospitare l’arte moderna. Pensare, invece, come è stato fatto, di incastonarla tra i capolavori antichi della Gemalde Galerie del Kunsthistorisches Museum è stato quanto di piú indovinato si potesse concepire. Primo, per far conoscere la pittura di Freud a chi non pensava di dedicare del tempo — nella sua visita asburgica — all’arte moderna & contemporanea. Secondo, perché, per contrasto, si ha un effetto spiazzante nel passaggio dalla ritrattistica antica propria del museo, sempre celebrativa, a quella dissacrante di Freud, che spoglia il modello di qualsiasi valenza data dalla sua storia personale (indicativo è il meraviglioso dipinto riportato sopra, “Benefits supervisor sleeping”, o il minimale ritratto della regina Elisabetta II). Partito da un iperrealismo distorto, il nipote di Sigmund approda piano piano allo stile cui consacrerà tutta la sua vita, ovvero ad una sorta di riduzionismo del dis-figurativismo di Francis Bacon, del quale ricorda l’attitudine dissacratoria o, meglio, nel caso specifico, della riduzione a fattore di unità minima della natura umana, ma conservando — con felicissimi risultati — il gusto per la pittura figurativa che lo zio putativo aveva dimenticato.

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