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Archivio Luglio 2014

work & freedom

24 Luglio 2014 Nessun commento

Fresco fresco di stampa, quasi un instant-book — tanto che i fatti commentati comprendono anche il post-elezioni europee e il recente avvio delle cosiddette riforme istituzionali — “Lavoro e libertà” è un libro-intervista nel quale il buon Fassyna ci fa un riassunto delle sue note posizioni riguardanti la politica economica italica.  Un colpo al cerchio e uno alla botte, un colpo al nuovo corso renziano e uno a Papa Francesco per non apparire troppo comunisti, l’idea economica del Fassina è senz’altro piú convincente e piú di sinistra della disorganicità delle proposte dell’attuale linea del PD, ma ha la solita pecca di considerarsi troppo “pura”, e incontaminabile con altre soluzioni che non provengano rigorosamente dalla tradizione all’interno della quale ha consolidato il suo pensiero.

Imprimatur Editore, un 110 pagine circa, 9,50 euri.

fai merenda con rotella

22 Luglio 2014 24 commenti

MILANO – Palazzo Reale: “Mimmo Rotella”. Parziale retrospettiva dedicata a Rotella, nella quale si vede come Mimmuzzo nella sua vita artistica abbia avuto una sola illuminazione (quella di scollare e reincollare manifesti), furbescamente declinata al cambiare dei tempi. La sua attitudine iniziale di dedicarsi al collage è presa da illustri precedenti (Picasso, Braque, Schwitters, etc.), anche se bisogna dare a Mimmo quel che è di Mimmo, ovvero di aver creduto nell’autonomia del gesto incollatorio che altri utilizzavano solo parzialmente, e di esservisi dedicato in toto. La prima applicazione di questa idea trova un corrispettivo nel linguaggio astratto informale, ovvero i primi collage di Rotella sono retrò d’affiches, cioè manifesti incollati al rovescio: il risultato è un astrattismo materico, già sperimentato da molti artisti europei o americani (Burri, Pollock, etc.) con altri mezzi. La seconda fase rotelliana è una deviazione verso il Nouveau Realisme (movimento del quale, va detto, è stato uno dei principali fautori): i manifesti vengono rovesciati, dal lato frontale dunque, ma la composizione risultante è ancora astratta, un assemblaggio di materiali trovati nel mondo degli oggetti, un po’ come César assemblava pezzi meccanici in forme compresse. La terza fase — che arriva dritta nella Pop Art — è caratterizzata invece da un abbandono dell’astrattismo e dalla piena riconoscibilità degli stralci che campeggiano nella composizione: le Marylin, le tigri del circo, gli omaggi al cinema. L’oggetto non è piú il solo manifesto, ma quanto vi è rappresentato, ossia le icone merceologiche della società di massa, come in Warhol e Lichtenstein, tra gli altri. Insomma: poche idee, quelle rotelliane, ma almeno non confuse.

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the fish in love

21 Luglio 2014 Nessun commento

Dopo l’ottimo esordio de “I laureati” (1995), garbata commedia corale & generazionale, il buon Pieraccioni — esaurita alla svelta la fantasia — si è instradato nel genere fondato nel decennio precedente dai vari Nuti, Troisi, Verdone, etc., ovvero quello della commedia romantica all’italiana. Ma se quelle dei ‘padri fondatori’ erano delle vere e proprie commedie, solidamente costruite sulla storia e sull’interpretazione, quelle di Pieraccioni si mettono subito sul facile, buttando giú un plot pretestuale, da arricchire con gag umoristiche (per le quali il Nostro, comunque, non ha nulla da invidiare ad altri) e con l’obiettivo palese di presentare ad ogni giro una bellissima — quanto anonima — fotomodella, dall’abilità recitativa pari a quella di un sasso, deuteragonista di una love story col Pieraccioni, che si rivela immancabilmente una liaison meno che improbabile e facilotta (quando invece le commedie di Nuti, Troisi, etc., avevano il merito di portare sullo schermo relazioni e conflitti sentimentali senza dubbio piú veritieri e rappresentativi). Si può riconoscere al Pierlaccioni una decente condotta registica, con un gusto per la giustapposizione delle scene capace di per sé di generare l’effetto comico (si veda, per esempio, il passaggio dalla scena del balletto di Don Lurio a quella del suo funerale) ma, nel complesso, ognuno dei suoi film, come questo che è il quarto, non superano la sufficienza.

p.s.: miglior attrice la strepitosa Patrizia Loreti, nelle vesti della direttrice editoriale.

1999, regia di Leonardo Pieraccioni, sceneggiatura di Pieraccioni e Giovanni Veronesi, con Pieraccioni, Yamila Diaz, Paolo Hendel, Patrizia Loreti, Philippe Leroy, Don Lurio, Dario Ballantini e altri.

michelangelo? me risi

18 Luglio 2014 Nessun commento

Primo: l’idea di Caravaggio trattato dalla Bonelli fa inevitabilmente prevedere la cazzata (per il target di dodicenni a cui mediamente puntano i fumetti che sforna l’editore milanese). Secondo: un’intervista a Casertano (nella quale afferma che per la grafica si è basato solo sulla fiction Rai caravaggesca di qualche anno fa) conferma indubitabilmente il sospetto di cazzata di cui sopra. Infatti, di cazzata si tratta. Del Merisi vengono prese in considerazione le ultime settimane di vita, nelle quali — rimbalzando tra Malta, Napoli e la Sicilia — è impegnato a sfuggire ad un paio di killer che vogliono fargli la pelle. Qualche indizio sulle novità della sua arte viene disseminato nella sceneggiatura (chi scrive, evidentemente, sa), ma la necessità di asservire la narrazione alla maledetta avventura li rende del tutto irrilevanti, per cui stiamo leggendo di Caravaggio, ma il protagonista potrebbe essere uno qualunque. Occasione perduta, ci voleva la mano di Alfredo Castelli.

limoncello

16 Luglio 2014 Nessun commento

Ispirato ad una storia realmente accaduta, “Lemon Tree” cineromanza la controversia che vedeva un ministro israeliano ordinare il taglio di un limoneto appartenente ad una coltivatrice palestinese, adiacente alla sua abitazione, che compremetteva la sicurezza sua e della sua famiglia. Non è un gran film: sceneggiato e girato in maniera estremamente convenzionale, nonché piuttosto barbosa, nonostante il tentativo di vivacizzazione cercato con l’introduzione di un flirt tra l’avvocato e la vedova limonaia. Appare poi, a tratti, quasi grottesco nel connotare in maniera buzzurra il ministro cattivo, presumibilmente appartenente al Likud (in questo senso non è arduo individuare nel regista israeliano un simpatizzante della sinistra del suo Paese), al quale si contrappone sua moglie, che instaura una solidarietà trasversale e femminile con la povera vedova. In tanta, pur nobile, banalità, emerge una traccia di valore nel finale, che presenta come un triste fallimento la soluzione giudirica che in teoria dovrebbe salvare capra e cavoli: un compromesso in cui tutti si rivelano perdenti, e che — per similitudine — suggerisce che l’analogo accordo al ribasso della formula “due popoli in due stati” non potrebbe che determinare una perdita di ricchezza da entrambe le parti.

2008, regia di Eran Riklis, sceneggiatura di Riklis e Suha Arraf, con Hiam Abbass e altri attori mediorientali.

nemo a veder i pin floy

15 Luglio 2014 Nessun commento

MONZA, Arengario - “The Gathering Storm: dai Pink Floyd ai Muse le grandi copertine rock di Storm Thorgerson”. Nella città piú provinciale del mondo capita ci sia una bella mostra che espone una sfilza di riproduzioni delle copertine piú famose dei Pin Floy, opera del fotografo Storm Thorgerson, appena passato a miglior vita. Si scopre che lo stesso era anche l’autore delle piú belle cover degli ultimi anni (dai Muse, ai Cranberries di Bury the hatchet, agli Audioslave), tutte perlopiú caratterizzate da un alto tasso di surrealismo visionario e da un senso di spiazzamento dovuto all’antica pratica della decontestualizzazione, ultime testimonianze dell’epoca in cui le copertine dei dischi potevano essere vere e proprie opere d’arte, mica come oggigiorno. Annesso videofilmato con intervista a uno dei Pin Floy e al fu-fotografo (prima di lasciarci, ovviamente). Ingresso libero.

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il medico della usl

11 Luglio 2014 Nessun commento

Se “Le mani sulla città” (1963) — con la sua pretesa di assoluto realismo — finiva per risultare quanto di più irrealistico immaginabile (per la scarsa presenza dello storytelling relazionale dei personaggi), con “Il medico della mutua” il cinema italiano torna a dare il suo meglio in termini di ritrovata efficacia espressiva, calando il tema della denuncia di un problema politico-sociale (il sistema sanitario nazionale, in questo caso) nel contesto divertito della commedia italiana, restituendo quindi il coté umano — per quanto schematizzato nei caratteri tipici di questo genere — che determina le condotte immorali della piccola borghesia, bersaglio di innumerevoli film interpretati da Sordi in quegli anni.

1968, regia di Luigi Zampa, soggetto tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe D’Agata, sceneggiatura di Sergio Amidei, Alberto Sordi, Luigi Zampa, con Alberto Sordi, Bice Valori, Pupella Maggio e altri.

who stops is lost

10 Luglio 2014 Nessun commento

Totò — impiegato della ditta Pasquetti (“Trasporti perfetti”) — tenta di mettersi in luce verso i superiori per strappare la promozione nei confronti del collega Peppino*. Gli equivoci che va immancabilmente scatenando mettono in moto una serie di sotto-trame parallele — costellate di gag, molte scadenti ma molte altre esilaranti — che ritrovano unità in un finale corale. Film dalla trama nel suo complesso mediocre, ma nobilitato da grandissimi attori (oltre a Totò, sfolgorano naturalmente Peppino, e Lia Zoppelli). L’idea dell’ambiente comico impiegatizio è con tutte le probabilità all’origine del ciclo di Fantozzi, mentre la seconda parte, con il multiplo appuntamento amoroso alberghiero, finisce in un film di Lino Banfi degli anni Settanta del quale chi scrive proprio non ricorda il titolo.

* Gli autori, fin dall’inizio introducono l’escamotage della “pistola” (che prima o poi, si sa, dovrà sparare) nelle vesti dei cognomi dei due impiegati — rispettivamente Guardalavecchia e Conlabuona —; l’attesa viene portata molto in là, e i calembour che vengono escogitati sono naturalmente maliziosi e spiritosi, ma garbati e dalla cadenza comica perfetta.

1960, regia di Sergio Corbucci, soggetto e sceneggiatura di Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi, Mario Guerra, Luciano Martino, Dino Di Palma, con Totò, Peppino De Filippo, Lia Zoppelli, Aroldo Tieri, Alberto Lionello, Jacqueline Perrieux (la madre di Jean-Pierre Leaud) & others.

tex 645

8 Luglio 2014 Nessun commento

Prima puntata di una storia scritta da Ruju, infatti si preannuncia poca cosa. Un cattivone indiano Comanche viene salvato provvidenzialmente dall’impiccagione militare grazie all’aiuto di spie della guarnigione di Fort Worth, spie che — lungi dall’essere dei buoni samaritani — lavorano per conto di loschi affaristi intenti a seminare disordini nella riserva indiana locale in modo da giustificare un intervento repressivo federale che liberi quei territori dalla presenza fastidiosa dei nativi, che impediscono il progredire del peggior capitalismo. Anche se non c’è da aspettarsi granché dalle puntate future, questa storia è tuttavia interessante per il nesso abbastanza naturale che si può stabilire tra la situazione degli indiani americani in cattività e quella dei Palestinesi, ostaggi odierni nello Stato di Israele. L’autore, per bocca di Tex, avanza la tesi della inversa proporzionalità tra il tasso di ribellione degli indiani e i territori che sono riusciti a conservare ma, se da un lato è vero che ogni volta che le trattative di pace sembrano portare a qualche accordo si verifica puntualmente qualche recrudescenza che ne determina il fallimento, dall’altro — almeno nella fattispecie a noi contemporanea — è invece dato il contrario, ovvero che la colonizzazione israeliana prosegue la sua invasione soprattutto nei periodi di tranquillità. (per cui Tex viene fatto passare nu poco per reazionario, se vogliamo)

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