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danza della realtà

Chi non avesse letto l’autobiografia (2001) omonima di Jodorowsky potrebbe pensare che per decodificare il suo ultimo film sia necessario un sussidiario simbolistico vòlto ad interpretare le scene astruse che lo compongono dall’inizio alla fine. “La danza della realtà”, invece, non fa altro che collocare caratteri e situazioni reali — ma amplificate dalla fantasia — accanto ad un plot inventato (il tentativo di omicidio del dittatore cileno Ibañez da parte di Jaime Jodorowsky, padre di Alejandro, qui nel film interpretato da suo figlio Brontis, il nipote del personaggio, dunque). Ciò che all’apparenza sembrerebbe fatto simbolico (la madre che canta invece di parlare), oppure gli operai storpii delle miniere (che si potrebbero pensare una citazione dei Freaks di Todd Browning), etc., sono nient’altro che l’amplificazione teatrale di fatti e persone realmente esistiti. La stessa inversione di ruoli paterni e filiali tra attori e personaggi, data dalla necessità di produrre un film “in famiglia” può, per altro verso, essere considerata un rimedio psicomagico di quelli che lo scrittore ha marchiato col suo copyright ma dei quali qui ritroviamo le radici in rituali familiari antichissimi, affondati nella tradizione di gesti ancestrali applicati nelle vicende quotidiane di sempre e che servono ad esorcizzare il negativo.

2013, scritto e diretto da Alejandro Jodorowsky, con Jodorowsky e altri.

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