Archivio

Archivio Dicembre 2015

bridges of spies

31 Dicembre 2015 Nessun commento

Tipico film istituzionale che gli ammericani fanno per autocelebrare la loro epopea. A chi affidare la regia, dunque, se non allo strappalacrime Stefano Suonamonti? La sceneggiatura dei fratelloni Coen — chiamati forse perché ormai specialisti nel ricreare atmosfere d’antan — troppo ligia nel rispettare la tabella di marcia della realtà della storia vera a cui è ispirata, non riesce a smuovere un minimo di interesse, tanto che dopo il primo quarto d’ora già si indovina il resto del film e si può dormire tranquilli per la restante oretta e mezza. Oltretutto, a parte Tom Hanks, costellato di attori improbabili, a cominciare dal deuteragonista.

2015, diretto da Steven Spielberg, scritto da Matt Charman e Joel & Ethan Coen, con Tom Hanks e altri.

mucha’s gratias

21 Dicembre 2015 Nessun commento

Milano – Palazzo Reale: “Alfons Mucha e le atmosfere art-nouveau”. Una mostra che non smentisce la generale tendenza alla superficialità della proposta espositiva meneghina. In primo luogo, di Alfons Mucha non si considerano altro che i (magnifici) manifesti teatrali e/o pubblicitari e la ricaduta stilistica sul nascente design Art Nouveau, perdendo cosí l’occasione di illuminare il percorso di un artista che meglio di tutti rappresenta il crocevia tra l’arte classica e la modernità. In secondo luogo, è peccato mortale non averne sottolineato l’apprendistato viennese, avvenuto negli stessi anni in cui si formava Gustav Klimt, alla scuola di Hans Makart, pittore di storia, che già conteneva in nuce la centralità della figura femminile, poi esplosa in modi alquanto diversi nelle opere dei due quasi coetanei esordienti, sviluppando tratti comuni che sarebbe il caso di indagare meglio. Un altro elemento mancante — che suggerisce di prendere i curatori e metterli in ginocchio sui ceci — è quello di aver sorvolato del tutto l’avvenuta trasformazione dell’opera d’arte da opera singola, detenuta dal ricco committente di una volta, alla moltiplicazione degli esemplari dell’opera (in conseguenza della rivoluzione tecnologica operata dalla stampa, e in un altro senso dalla fotografia) e dalla destinazione pubblica dell’opera, che avverava materialmente la teoria socialista dell’arte esposta pochi decenni prima da William Morris, il quale augurava un’arte per il popolo, una bellezza diffusa per le masse, e non piú destinata solo alle élite. (da Morris vengono prese di peso l’utilizzo della decorazione floreale stilizzata, e l’ispirazione allo stile delle vetrate con i contorni neri del cloisonné, tratti tipici di Mucha) Terzo aspetto: Mucha si trasferisce a Parigi da Vienna e dà alle stampe il suo primo manifesto per Sarah Bernhardt nel 1895, ma si trascura di sottolineare che, sebbene stilisticamente eccelsi, i suoi manifesti si iscrivevano in una tradizione parigina consolidata, di una città vivavicissima che trovava nelle affissioni pubblicitarie una manifestazione di vitalità, già dai tempi di Toulouse-Lautrec, che in Jules Chéret aveva trovato un degno erede, per poi essere affiancato da Eugène Grasset che già mette in campo lo stile e gli elementi iconografici che Mucha perfezionerà e porterà al parossismo, inventandosi però (ed è questo il tema della mostra) una perfetta sintesi dei costituenti decorativi che per osmosi passavano dal design degli oggetti delle arts&crafts alla pittura, e viceversa. Forse il tratto peculiare del suo mondo figurativo è l’abbinamento della sinuosità ordinata geometricamente delle forme del design trasposte in pittura con la sinuosità naturale della bellezza femminile, generando un contrasto che è allo stesso tempo una similitudine, nell’una parte c’è una componente dell’altra. C’è un ultimo fattore importantissimo — oltre agli scritti che Mucha ha lasciato (ma che naturalmente è inutile cercare nel bookshop della mostra) — e cioè il fatto che ad un certo punto Mucha ne ha avuto abbastanza del successo fatuo del mondo della pubblicità, per quanto negli ultimi tempi avesse cercato di avvicinare elementi simbolistici all’avvenenza, alla lunga stancante, delle sue figure femminili. Cerca fermamente infatti di tornare alla pittura seria, quella dei grandi cicli storici e simbolici (che, di nuovo, vedevano all’opera anche Klimt, si pensi agli affreschi perduti per le facoltà universitarie, o al fregio di Beethoven alla Secessione viennese, etc., che erano d’altro canto una costante diffusa nell’arte figurativa europea, si pensi a Giulio Aristide Sartorio e al fregio del Senato italiano). Mucha trovò alla fine chi finanziò il grandioso ciclo di tele che compone la cosiddetta “Epopea slava” — ora custodito al castello di Praga — la cui realizzazione lo occupò per gli ultimi vent’anni di attività, fissando alla fine della sua carriera una ricongiunzione con la Storia, suo punto di partenza artistico, e con la sua Patria.

Categorie:arte Tag:

dd351

2 Dicembre 2015 Nessun commento

Il nuovo corso dylandoghiano è in pieno svolgimento. Una storia blandamente lovecraftiana — il male che viene dal profondo delle forze elementali — corredata però da un finale moraleggiante da quattro soldi totalmente estraneo alla poetica ispirata dallo scrittore statunitense = risultato scadente, peggiorato perdipiú da disegni piuttosto insulsi, non tanto stilisticamente quanto in termini di sceneggiatura, che fa abuso di primi e primissimi piani davvero insensati ai fini dell’economia narrativa. Bocciato.

Categorie:fumetti Tag: