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Archivio Maggio 2016

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25 Maggio 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo della Ragione: “Herb Ritts. In equilibrio”. Prima grande retrospettiva (così dicono) dedicata ad Herb Ritts, fotografo anni 80-90, a metà (in equilibrio, appunto) tra la fotografia d’arte e quella piú glamour al servizio della moda e dello star system. Ritroviamo, infatti, molte delle immagini ormai divenute icone, tratte dal mondo della musica (la copertina di “True Blue” di Madonna, per es.) o semplicemente fotoritratti di attori del cinema, fotomodelle, etc. Per quanto riguarda la sua produzione svincolata dalla committenza Ritts prediligeva il bianco e nero e si ispirava all’estetica spartana di fotografi del primo Novecento (del tipo Tina Modotti) oppure alla ricerca scultorea formale attorno al corpo culturistico maschile (in questo caso il pensiero va inevitabilmente a Mapplethorpe). Viene dedicata una sezione del percorso di visita ad un vecchio servizio eseguito estemporaneamente per Richard Gere, prima del loro reciproco esordio professionale, e che determinò il lancio dei due nelle rispettive carriere. Altro elemento interessante è la proposizione di alcuni scatti celeberrimi accompagnati dai provini di studio scartati, che permette di osservare il processo creativo per arrivare all’immagine finale.

p.s.: si prestò anche alla regia di diversi videoclip musicali, i primi dei quali particolarmente interessanti (“Cherish” della già citata Ciccone, Janet Jackson, etc.).

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tira più un caravaggio che etc. etc.

18 Maggio 2016 3 commenti

NOVARA – “Da Lotto a Caravaggio. La collezione e le ricerche di Roberto Longhi”. Se la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre s’è esaurita da tempo, quella (coeva) della rinascita caravaggesca, determinata dalla tesi di laurea (1911) del buon Roberto Longhi, è ancora forse nel suo momento di massimo fulgore. Il panorama espositivo italiota infatti non fa che riadattare in varie guise la formuletta di marketing del titolo “Da X a Caravaggio” per allestire piú o meno motivate occasioni di visitazione. In questo caso l’operazione è abbastanza onesta, e consiste nel portare in quel di Novara una parte della collezione dello studioso artistico, con alcune integrazioni di varie provenienze, che fondamentalmente si propone di esemplificare la pittura pre e post Caravaggio. Data la vastità del tema in esame non è difficile reperire del materiale in tal senso, anche se ci permettiamo di considerare mal riposta l’importanza data dal Longhi al Lotto, anticipatore secondo lui — in quanto lombardo — del naturalismo caravaggesco. Andava piuttosto ricercata nel Peterzano o in Antonio Campi, ma forse all’epoca gli studi non erano molto piú avanzati di quanto lo siano oggigiorno, del resto. Per quanto riguarda l’uso del contrasto chiaroscurale è evidente (a noi) il precedente di “San Matteo e l’angelo” (1534) del Savoldo, mai citato nella mostra. Ad ogni modo, l’occasione è propizia per ammirare alcune opere eccellenti come quelle di Valentine de Boulogne (il migliore dei caravaggeschi francesi, ma forse il migliore in assoluto, in quanto nei suoi quadri si conserva ed estende un caravaggismo fedele al maestro, e non punto di partenza per il proprio rinnovamento stilistico operato da artisti piú grandi quali Ribera o Velazquez), o la serie degli Apostoli recentemente attribuita al Ribera, etc. oppure come la splendida Giuditta & Oloferne del veronese Battista del Moro, messa come anticipazione del tema piú volte svolto dal Merisi e dalla Gentileschi.

Valentine de Boulogne, “La negazione di Pietro” (ca. 1620), olio su tela, cm 171 x 241, collezione Longhi, Firenze

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lo chiamavano Trinità

6 Maggio 2016 Nessun commento

Come nei migliori esempi di romanzo di formazione, il protagonista (Claudio Santamaria, che pare tirato via di peso dal film “Paz”), coatto romano di periferia, eleva il suo status grazie all’involontario acquisto di superpoteri — alla maniera di Devil, ma lui ricorda un po’ Peter Parker — che suo malgrado lo traggono d’impaccio da situazioni criminali che lo vedono coinvolto. Bel film, poco definibile tanta è la quantità di ispirazioni che vi vengono intelligentemente convogliate (da Trainspotting, alla poetica del degrado (Accattone, etc.), alla violenza gratuita e improvvisa stile Tarantino, al glam-trash di Tano da morire, etc.). Tutta la violenza della storia viene bilanciata e alleggerita dall’ingenuità della personaggia femminile (altrimenti sarebbe sembrata un’altra insopportabile “gomorrata”), naturalmente, in quanto tale, destinata al sacrificio.

2016, regia di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone e Menotti, con Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli