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one two three… agnition

Un soldatino francese torna in incognito in terra di Germania per conoscere la famiglia del soltato tetesco che è stato costretto a uccidere face-to-face nella prima guerra mondiale (anche questo, come l’episodio analogo ne “La grande guerra” di Monicelli, pare essere una probabile ispirazione per la celeberrima “Guerra di Piero” di De André). La storia — sotto molti aspetti un cliché le cui agnizioni e mistificazioni sceniche hanno un che di mitologico o di biblico — è molto interessante per una fattispecie di tipo semiologico, ovvero la trasformazione degli elementi della narrazione dal cinema muto al cinema sonoro (si presta a questo tipo di osservazioni perché “Frantz” è il rifacimento di un film di Lubitsch del 1932). Se nel cinema muto, e nel portato del cinema sonoro dei primi anni, lo sviluppo narrativo veniva spinto in avanti tramite snodi manifesti, coagulati sotto forma di azione scenica, per poter essere compresa senza troppa difficoltà, nel caso di Frantz il concetto di snodo narrativo sopravvive ma viene sostituito (in maniera sincretistica, potremmo dire), grazie all’introduzione del parlato e alla sua maggiore possibile descrittività, da elementi che agiscono prevalentemente in direzione psicologica, e che permettono di avvicinare il cinema alla dimensione da teatro da camera, che coinvolge prevalentemente l’aspetto interiore dei personaggi, e quindi le finzioni e gli svelamenti hanno l’effetto di determinare ripetuti cambiamenti di fronte della visione interiore dei personaggi (che poi è la nostra) e questo sviluppo per mutazione di atmosfera o di punto di vista è molto piú efficace e coinvolgente per lo spettatore. (il cambiamento di atmosfera è sottolineato infatti, dal regista, introducendo in certi momenti l’uso del colore in un film totalmente in bianco e nero).

2016, regia di François Ozon, tratto da un romanzo di Maurice Rostand del 1925 (“L’homme que j’ai tué”), che lo stesso autore trasformò in testo teatrale nel 1930, che venne tradotto cinematograficamente da Ernst Lubitsch nel 1932; attori principali Paula Beer e Pierre Niney.

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