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Pier Paolo

MILANO – Palazzo Reale: “Rubens e la nascita del Barocco”. Finalmente una bella mostra, che raccoglie una quarantina di opere della sterminata produzione di Rubens (e bottega, naturalmente) e altrettante di autori pre e post-rubensiani, ad illustrarne gli ascendenti e i discendenti. Data la vastità del tema, i curatori hanno focalizzato l’attenzione sul contesto italiano, ovvero sulla maturazione della sua pittura acquisita nel suo viaggio al di qua delle Alpi di inizio Seicento, e sulle ispirazioni formali esercitate presso gli autori italiani dell’epoca. Purtroppo, per sviluppare adeguatamente una tesi di cosí vasta portata si sarebbe dovuta allestire una esposizione immensa; ci si è limitati perciò ad esibire alcune sculture romane per indicare l’ispirazione all’arte classica, e ad un tintoretto dei piú sfigati per suggerire il lato della complessità compositiva (certamente vero, ma si potevano portare degli esempi piú eclatanti dello stesso Tintoretto). Il debito verso Caravaggio è solo accennato; piú enfatizzato, giustamente, quello verso Michelangelo per la maestosità delle figure e per la continuità della pittura di Rubens con il Manierismo, che infatti salta a piè pari il realismo caravaggesco, o meglio, se ne serve per quanto gli è utile nel conferire verosimiglianza alla artificiosità della composizione. La seconda parte della mostra, ovvero quella dei crediti verso i colleghi, è limitata anche qui a pochi esempi: Gianlorenzo Bernini (?), Luca Giordano, il Lanfranco, un bellissimo San Sebastiano di Simone Vouet recentemente visto nella mostra del barocco romano nella capitale, e qualcos’altro. Il limite di essersi concentrati sul contesto italiano ci può dare l’idea un po’ fuorviante che il retaggio di Rubens non sia stato altro che una misurata restaurazione della maestosità del primo Rinascimento italiano dopo le “derive” contorsionistiche del manierismo, contraddicendo quasi in termini il titolo della mostra, nel senso che se davvero la pittura di Rubens è il piú fulgido esempio del nascente Barocco, questo va ritrovato soprattutto a partire dalla sua produzione sviluppata dopo il ritorno ad Anversa; si veda la fiammeggiante Crocifissione, con la diagonale che segna un chiaro riavvicinamento al manierismo, e d’altro lato con la figura piú misurata del Cristo crocifisso che diventa, anche e soprattutto tramite l’allievo Van Dyck (inspiegabilmente dimenticato anche nella semplice citazione) un modello per tutto il Seicento italiano della Controriforma, fino ad arrivare alle riproduzioni su immaginette ecclesiali dei giorni nostri. Insomma, va bene visitare la mostra, e rimanerne abbagliati, ma poi è bene smazzarsi libri illustrati in quantità, per capirci qualcosa di piú.

Ritratto di Chiara Serena Rubens (1616), olio su tela, cm 37 x 27, Liechtenstein Museum, Vienna

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