Archivio

Archivio Dicembre 2016

sussurra & gridi

31 Dicembre 2016 Nessun commento

È difficile sottrarsi alla tentazione di vedere questo film di Bergman come una parafrasi di “Casa di bambola” di Ibsen: come quello, infatti, è ambientato grosso modo nello stesso periodo storico e presso il medesimo contesto sociale, e i personaggi principali sono tutti femminili (per non menzionare alcuni indizi seminati di proposito dal regista, come la figura del dottore, che è rilevante in entrambi). Senonché la Nora di Ibsen viene qui triplicata in altrettante sorelle che, poste nella situazione controversa del matrimonio borghese com’era concepito all’epoca, reagiscono ad essa ognuna a proprio modo, secondo una forma piú moderna ed espressionista (qui ci sono dei contatti col teatro di Strindberg, specialmente per quanto riguarda la sorella piú “matura”). La prima (Liv Ullmann) — e questa è la prima sfida chiarissima lanciata dal cineasta al testo del commediografo — agisce con il dottore come non agiva la Nora di Ibsen, ovvero vi tradisce il marito. La seconda sorella, apparentemente la piú equilibrata, in realtà nasconde nel rapporto col marito una forte nevrosi che si scatenerà proprio in una scena magistrale del film. La terza sorella, l’unica non sposata, è destinata addirittura a morire, ed in questo senso possiamo quantomeno tacciare Bergman di un certo moralismo, ovvero ci suggerisce che il matrimonio è un male necessario ed inevitabile, e chi vi si sottrae non è destinato ad una buona fine. Il finale di “Sussurri e grida” si accosta ad un altro maestro nordico, ovvero il Dreyer di “Ordet”, nel quale in questo film quasi del tutto parlato, ma in cui non mancano immagini forti, si riafferma la forza della parola, potenza capace di risolvere situazioni di discordia (la Sarabanda di Bach sostituita al dialogo riconciliatore tra le due sorelle) o addirittura di superare la morte.

1972, scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Liv Ullmann e altre attrici scandinave

this is the end

15 Dicembre 2016 Nessun commento

Un trentennio buono è ormai passato da che il buon Art Spiegelman con il suo “Maus” ha dato la stura all’autobiografismo a fumetti, e da allora se ne son viste di tutti i colori, diciamolo, e ancora se ne vedranno. Chiunque si è sentito autorizzato a scarabocchiare i fatti suoi, perlopiú con stile grafico infantilesco, sia che la storia fosse degna di essere resa nota (pensiamo agli esiti piú felici, come quelli di Marianne Satrapi, etc.) sia che la narrazione ruotasse intorno al proprio ombelico (la casistica è piuttosto ampia). Last but not least, per ora, arriva la storia che ci racconta Roz Chast, vignettista del New Yorker, la quale — ebrea americana anch’ella come Spiegelman — squaderna impietosamente gli ultimi dieci anni di vita dei suoi anzianissimi genitori, e dobbiamo dire che l’effetto è ancora piú deprimente di quello del capostipite, giacché mentre lí si raccontavano faccende tristissime, ma che riguardavano altri e nelle quali, oltretutto, l’apporto creativo contribuiva ad allontanare il nostro punto di vista, qui ci sono cose che riguardano o riguarderanno tutti noi, purtroppo, addolcite sí da un certo umorismo, ma spiattellate belle e buone come sono, ed il pensare che si tratta della migliore delle sorti augurabili ad ognuno di noi non è un pensiero che allieti l’animo, anzi.

Rizzoli Lizard editore, 240 pagg. a colori, 20 euri

Categorie:fumetti Tag:

occhio alla madama

13 Dicembre 2016 36 commenti

Opera lirica di primo Novecento del Puccini, tornata per Sant’Ambroeus quest’anno nella sua versione originale alla Scala, luogo dove debuttò e fece fiasco a suo tempo (il compositore poi la rimaneggiò e venne ripresentata a Brescia pochi mesi dopo, con successo, quella seconda volta). Dopo il pezzo di bravura contrappuntistico orchestrale d’apertura, la narrazione della vicenda — piuttosto sempliciotta — è accompagnata da un flusso musicale continuo, dove non esiste pressoché separazione tra arie e recitativo; il materiale compositivo è infatti tanto “smaterializzato” da risultare quasi del tutto sfuggente alla memoria, secondo un’idea del melodramma nella quale non è difficile riconoscere l’influenza dell’opera wagneriana o dei suoi seguaci dell’epoca (Massenet, etc.), il quale del resto non prescindeva da referenti molto piú antichi, tipo Monteverdi & company. Tutto questo magma di testo e musica continui va ascoltato e seguito con attenzione non superficiale, perché non mancano momenti di puro lirismo o di provocazione letteraria e simbolica, come pure avviene in Wagner, e sarebbe un peccato lasciarseli sfuggire avanzando frettolosi giudizi di barbosità o di eccessiva semplificazione della storia. Il contenuto infatti, ripreso da romanzi e copioni teatrali di poco precedenti, risente fortemente della tipica fattispecie letteraria tragica di fine ottocento, che vede la protagonista suicidarsi (Bovary, Anna Karenina, etc.), e ambientata esoticamente in un Giappone anch’esso molto di moda nell’Europa fin-de-siècle. Nulla di particolarmente originale, quindi, ma la cui insita contrapposizione nippo-bimba vs. Pinkerton, ovvero Giappone vs. USA, prefigura gli scontri ben piú pesanti che coinvolgeranno le due potenze pochi anni dopo (l’ambientazione precisa è Nagasaki, per dire).