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sussurra & gridi

È difficile sottrarsi alla tentazione di vedere questo film di Bergman come una parafrasi di “Casa di bambola” di Ibsen: come quello, infatti, è ambientato grosso modo nello stesso periodo storico e presso il medesimo contesto sociale, e i personaggi principali sono tutti femminili (per non menzionare alcuni indizi seminati di proposito dal regista, come la figura del dottore, che è rilevante in entrambi). Senonché la Nora di Ibsen viene qui triplicata in altrettante sorelle che, poste nella situazione controversa del matrimonio borghese com’era concepito all’epoca, reagiscono ad essa ognuna a proprio modo, secondo una forma piú moderna ed espressionista (qui ci sono dei contatti col teatro di Strindberg, specialmente per quanto riguarda la sorella piú “matura”). La prima (Liv Ullmann) — e questa è la prima sfida chiarissima lanciata dal cineasta al testo del commediografo — agisce con il dottore come non agiva la Nora di Ibsen, ovvero vi tradisce il marito. La seconda sorella, apparentemente la piú equilibrata, in realtà nasconde nel rapporto col marito una forte nevrosi che si scatenerà proprio in una scena magistrale del film. La terza sorella, l’unica non sposata, è destinata addirittura a morire, ed in questo senso possiamo quantomeno tacciare Bergman di un certo moralismo, ovvero ci suggerisce che il matrimonio è un male necessario ed inevitabile, e chi vi si sottrae non è destinato ad una buona fine. Il finale di “Sussurri e grida” si accosta ad un altro maestro nordico, ovvero il Dreyer di “Ordet”, nel quale in questo film quasi del tutto parlato, ma in cui non mancano immagini forti, si riafferma la forza della parola, potenza capace di risolvere situazioni di discordia (la Sarabanda di Bach sostituita al dialogo riconciliatore tra le due sorelle) o addirittura di superare la morte.

1972, scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Liv Ullmann e altre attrici scandinave

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