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Archivio Marzo 2017

tutto quello che avreste voluto chiedere su corelli eccetera eccetera

31 Marzo 2017 32 commenti

Lettura fondamentale sul compositore di Fusignano, risalente ormai a tre lustri or sono, che raduna tutte le piú rilevanti informazioni disponibili sul Nostro, a partire da scritti autografi e lettere, passando da stralci critici di testi d’epoca (Charles Burney, ovviamente, ma anche di musicologi contemporanei di Corelli, soprattutto albionici), nonché rifacendosi ad approfondimenti di altri studiosi piú vicini ai giorni nostri, tanto rari quanto ormai datati (e generalmente mai tradotti in versione italica). Molto ben fatta la parte biografica che, andando dalle origini della casata e del parentame in quel di Fusignano, e poi descrivendo l’evoluzione professionale, cerca anche di restituire per quanto possibile quello che doveva presumibilmente essere stato il carattere della persona. Piuttosto interessante anche la dettagliata ricostruzione dell’ambiente musicale bolognese della prima metà del Seicento, che riporta una bibliografia di opere a stampa per violino veramente appetitosa per chi voglia perdersi tra rimandi, citazioni e influenze stilistiche. La parte di analisi delle composizioni musicali di Corelli è invece un po’ sacrificata, ma comunque sufficiente a dare un’idea appropriata dell’importanza dell’opera corelliana, il cui approfondimento troverebbe probabilmente sede migliore in un contesto piú adatto agli specialisti.

p.s.: figura anche una parte illustrata, nella quale viene riportato quello che è il ritratto piú attendibile del Corelli.

2000, L’Epos editore, 224 pagine

ricomincio da uno

15 Marzo 2017 27 commenti

Ennesima ristampa della saga texiana, ripartendo dalle origini, in versione a colori, a cadenza quindicinale e con paginazione quasi dimezzata rispetto alle consuete 114 pagine mensili tradizionali. Si parte naturalmente dalla prima storia apparsa nel settembre/ottobre del 1948 sui mitici albetti da 32 strisce orizzontali, intitolata “Il totem misterioso”, e a seguire la prima parte della seconda avventura, la celeberrima “La Mano Rossa”. Entrambe le prime due storie sono basate su un soggetto analogo, ovvero Tex alle prese con una banda di malviventi, e il riguadagno di un tesoro o della refurtiva di una rapina. Già dagli immediati esordii Gianluigi Bonelli fissa alcuni degli elementi che caratterizzeranno la serie negli anni a venire. In primo luogo l’indianofilia, abbastanza inusuale nello zeitgeist dell’epoca. Poi, il realismo dell’ambientazione, magari tratto da pellicole di genere (nella seconda storia Tex si trova in un negozio di barbiere gestito da un cinese). Infine le soluzioni narrative tipiche dell’avventura esotica (grotte con passaggi segreti, etc.). La relativa ripetitività iniziale fa capire che l’editore non puntava qualitativamente piú di tanto su questo personaggio, bensí l’idea era di inserirsi nel filone western allora di grande successo, e vedere come andava (benissimo, come si è dimostrato). Il tutto è illustrato da un giovane Galleppini che guarda al “Kit Carson” di Walter Molino, in una fase giovanile del suo stile che evolverà lentamente per i due decennii successivi fino ad arrivare all’inconfondibile e del tutto personale tratto della maturità.

porca pupazza

9 Marzo 2017 27 commenti

MILANO – Palazzo Reale: “Keith Haring. About Art”. Un doveroso omaggio al decano dei graffitari, che invita il visitatore a guardare ai pupazzetti di Keith Haring in relazione alla storia dell’arte, alla ricerca di riferimenti colti, amabilmente dissimulati sotto la veste grafica infantile e stilizzata. Se pure queste referenze in effetti ci siano, e la mostra ne porta le controprove, sotto forma di rilievo della Colonna Traiana (riprodotta, naturalmente), oppure un minipolittico medievale, o i quadri semi-astratti ma fumettosi di Alechinsky, vabbè Warhol ovviamente, etc., ebbene l’operazione intera sa un po’ di ultima spiaggia della critica d’arte, se non addirittura di arrampicamento sugli specchi, pur senza arrivare agli estremi ineguagliabili di chi qualche anno fa proponeva una lettura dei dripping-paintings di Pollock alla luce di Michelangelo (si è arrivati anche a questo). D’altro canto, quello che rischia di passare in secondo piano è il legame dell’arte di Keith Haring con la sua contemporaneità, con la musica, la cultura gay, la trasgressione (tutti aspetti qui opportunamente dimenticati), che ne fanno la quintessenza della pop-art, ancor piú della Pop-Art stessa alla quale si ispirava, la quale altro non era che una parodia intellettualistica del fenomeno pop. Quella di Haring era invece arte che si fa vita, e che trova il suo senso nel suo stesso vissuto, senza nessun bisogno di attribuirvi referenze piú o meno colte per giustificarne il valore.

“Altarpiece” (1990) scultura in bronzo, patinato d’argento, cm 206 x 152 x 5, The Keith Haring Foundation

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