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porca pupazza

MILANO – Palazzo Reale: “Keith Haring. About Art”. Un doveroso omaggio al decano dei graffitari, che invita il visitatore a guardare ai pupazzetti di Keith Haring in relazione alla storia dell’arte, alla ricerca di riferimenti colti, amabilmente dissimulati sotto la veste grafica infantile e stilizzata. Se pure queste referenze in effetti ci siano, e la mostra ne porta le controprove, sotto forma di rilievo della Colonna Traiana (riprodotta, naturalmente), oppure un minipolittico medievale, o i quadri semi-astratti ma fumettosi di Alechinsky, vabbè Warhol ovviamente, etc., ebbene l’operazione intera sa un po’ di ultima spiaggia della critica d’arte, se non addirittura di arrampicamento sugli specchi, pur senza arrivare agli estremi ineguagliabili di chi qualche anno fa proponeva una lettura dei dripping-paintings di Pollock alla luce di Michelangelo (si è arrivati anche a questo). D’altro canto, quello che rischia di passare in secondo piano è il legame dell’arte di Keith Haring con la sua contemporaneità, con la musica, la cultura gay, la trasgressione (tutti aspetti qui opportunamente dimenticati), che ne fanno la quintessenza della pop-art, ancor piú della Pop-Art stessa alla quale si ispirava, la quale altro non era che una parodia intellettualistica del fenomeno pop. Quella di Haring era invece arte che si fa vita, e che trova il suo senso nel suo stesso vissuto, senza nessun bisogno di attribuirvi referenze piú o meno colte per giustificarne il valore.

“Altarpiece” (1990) scultura in bronzo, patinato d’argento, cm 206 x 152 x 5, The Keith Haring Foundation

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