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Archivio Giugno 2017

give me hope joanna

14 Giugno 2017 10 commenti

MONZA – Villa Reale: “Da Monet a Bacon”. Gli improbabili spazi espositivi della Villa Reale di Monza — ribattezzata Reggia di Monza dal marketing della nuova gestione privata alla quale il Comune l’ha affidata da qualche anno — ospitano fino al 2 luglio prossimo diverse decine di capolavori in prestito dalla Johannesburg Art Gallery, di Johannesburg per l’appunto, un museo che una facoltosa afrikaner-englishwoman di fine Ottocento ha voluto istituire, coi denari del marito-tycoon, quale atto d’amore e di filantropia (o filanginía?) nei confronti della sua città d’origine. Il nucleo principale è costituito da opere acquistate sul mercato europeo dell’epoca (alle quali se ne sono aggiunte altre per via di donazioni successive) e riflette il gusto e gli artisti che imperversavano in quel periodo, dall’Impressionismo, pre e post, alla pittura vittoriana, Picasso, Modigliani, etc. I nomi sono generalmente altisonanti, ma vi è anche qualche autore meno noto ma non meno meritevole d’attenzione, tuttavia i quadri sono generalmente tanto belli quanto poco conosciuti, data la loro lontananza dal circuito euro-occidentale che generalmente ci viene proposto dai mass media. L’intento della signora fondatrice era anche quello di raccogliere i lavori di artisti africani, e infatti l’ultima sezione della mostra è dedicata — anche se un po’ troppo sommariamente — alla presentazione di alcuni di questi. Il consueto titolo furbesco (nello stile “Da Tizio a Caio a Sempronio”) e un costoso bigliettone d’ingresso da dodici euri fanno da suggello al solito potpourri di simpatici quadri che comunque vale la pena di scomodarsi per andare a rimirarli, non foss’altro in omaggio alla lunga strada che hanno percorso per venirci a trovare fino in Brianza.

Lawrence Alma-Tadema, “La morte del primogenito del Faraone” (1858), olio su tela, cm 68 x 87

zio Ludovico

9 Giugno 2017 9 commenti

Nel milleottocento e qualcosa, un ufficiale napoleonico musicofilo di stanza a Vienna decide di andare a recar visita a zio Ludwig, uno dei suoi compositori prediletti. Alcune decine d’anni piú tardi, bontà sua, deciderà di lasciarne traccia scritta tra le sue carte, e ripercorrerà con la memoria il suo primo incontro e la successiva occasionale frequentazione con un Beethoven già famoso e ancora abbastanza giovane (ma colpito dalla sua celebre sordità allora incipiente, che contribuiva a rendere ancora piú problematici i suoi rapporti con il mondo esterno). Quello che leggiamo nella versione presentata dalla Scuola di Pitagora è un fresco abbozzo ritrattistico letterario che, anche grazie alle ottime note del redattore, ci precipita per un attimo in prima persona in uno scorcio temporale viennese del primo Ottocento, direttamente nel tinello di casa di uno dei suoi maggior protagonisti.

La Scuola di Pitagora editore, 48 paginette, 3,50 euri

Charlotte sometimes

2 Giugno 2017 9 commenti

MILANO – Palazzo Reale: “Charlotte Salomon. Vita? o Teatro?” — Finalmente Mediolanum offre al pellegrino qualcosa di veramente interessante, ovvero la possibilità di conoscere l’opera metà pittorica e metà letteraria di Charlotte Salomon, nella sua prima esposizione italica. La Carlotta fu una sorta di Anna Franck (fra molte virgolette) delle arti figurative che, esiliata in Francia negli anni ’30-40 in quanto ebrea teutonica, dipinse forsennatamente nei suoi ultimi anni di vita una serie di pannelli a tempera o gouache (circa 800 tavole, in un formato che è grosso modo un A3 verticale) nei quali racconta la storia sua e della sua famiglia, alquanto sfortunata e ad alto tasso di suicidii, fino al giorno in cui viene catturata e spedita in un lager nazista nel quale morirà presto a nemmeno trent’anni. Sulla falsariga della sua “collega” di sventura Anna, anche Charlotte mescola fatti collettivi a fatti privati, che data l’età e la maggiore libertà consentitale hanno un peso rilevante (soprattutto, a quanto ci è dato di vedere, la liaison con il suo insegnante della scuola d’arte). Il valore aggiunto, se possiamo esprimerci in questi termini, rispetto alle molte testimonianze dell’Olocausto (pensiamo anche ad Etty Hillesum, per esempio) è dato proprio dalla componente artistica, di tutto rilievo, di questa narrazione in pannelli: lo stile si può inquadrare all’interno dell’espressionismo tedesco, ma secondo una declinazione molto personale, nella quale i disegni si fondono ai testi in un taglio molto moderno — che a chi scrive sembra anticipare le pagine a fumetti di Jules Feiffer — e la cui qualità insieme pittorica, grafica e letteraria fa rimpiangere ancora di piú, se mai possibile, la perdita di una notevole promessa artistica.

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